Il dubbio arriva spesso prima ancora della prima fattura: conviene il forfettario o è meglio l’ordinario? La risposta, come quasi sempre quando si parla di Partita IVA, non è uguale per tutti.
Un consulente che lavora da casa, un artigiano che compra materiali e un professionista digitale con pochi costi possono incassare cifre simili, ma ritrovarsi con tasse molto diverse. Per questo la scelta del regime fiscale non va fatta solo perché una strada sembra più semplice o più leggera: bisogna capire che cosa pesa davvero sul conto finale.
Forfettario o ordinario: le differenze che cambiano il netto
Il regime forfettario viene spesso visto come la via più conveniente per chi apre una Partita IVA. E in molti casi lo è. Il motivo è semplice: le tasse non si calcolano sulla differenza reale tra incassi e spese, ma su una quota degli incassi fissata in base al codice ATECO. Su quella cifra si applica un’imposta sostitutiva, di norma al 15%, che può scendere al 5% per i primi cinque anni se ci sono i requisiti. C’è poi un altro punto importante: nel forfettario non si applica l’IVA in fattura, cosa che può rendere il prezzo più competitivo quando si lavora con privati o consumatori finali.
Il regime ordinario, invece, segue un’altra logica. Il reddito imponibile si ottiene sottraendo dai ricavi le spese realmente sostenute e i contributi previdenziali versati. Su quel reddito si paga l’IRPEF a scaglioni, con aliquote del 23%, 35% e 43%, oltre alle addizionali regionali e comunali. A prima vista sembra più pesante, ma non è detto. Chi ha costi importanti — affitto dello studio, attrezzature, software, collaboratori, merci, carburante, consulenze — può trovarsi con una base imponibile più bassa rispetto a quella calcolata in modo automatico dal forfettario. È lì che si gioca la differenza: una scrivania, una licenza annuale, un computer nuovo non sono solo spese di lavoro. Possono cambiare il conto delle tasse.
Flat tax al 5% o al 15%: chi può avere lo sconto
Nel forfettario l’imposta sostitutiva è al 15%, ma chi avvia una nuova attività può pagare il 5% per i primi cinque anni. Per chi parte da zero è una boccata d’aria. Nei primi mesi le uscite si accumulano: contributi, strumenti, sito, pubblicità, magari anche clienti che pagano in ritardo. Pagare il 5% sulla base imponibile può aiutare, soprattutto quando l’attività deve ancora prendere ritmo.
L’agevolazione, però, non scatta in automatico solo perché si apre una Partita IVA. In generale, per entrare nel forfettario bisogna rispettare alcuni paletti: nell’anno precedente non si devono aver superato 85.000 euro di ricavi o compensi, le spese per collaboratori non devono andare oltre 20.000 euro e, se si è anche lavoratori dipendenti, il reddito da lavoro dipendente non deve superare 30.000 euro. Vanno poi valutate altre condizioni, come la residenza fiscale in Italia e l’assenza di partecipazioni in società che possono impedire l’accesso al regime.

Tasse in Partita IVA: quando conviene il forfettario e quando serve l’ordinario
Per l’aliquota ridotta al 5% serve un controllo in più: l’attività deve essere davvero nuova. Non basta chiudere e riaprire con un altro nome se, nella sostanza, si continua a fare lo stesso lavoro per gli stessi clienti o con la stessa organizzazione. È uno dei punti in cui si inciampa più facilmente, perché il confine tra nuova attività e prosecuzione di un lavoro precedente non è sempre così chiaro. La convenienza fiscale, quindi, va letta insieme alla storia professionale di chi apre la Partita IVA.
Codice ATECO e coefficienti: perché incidono sulle tasse
Nel forfettario il codice ATECO non serve soltanto a dire che attività si svolge. Pesa direttamente sulle tasse, perché a ogni codice è collegato un coefficiente di redditività. Questo coefficiente stabilisce quale parte degli incassi viene considerata reddito imponibile. Il resto viene trattato come costo dell’attività, anche se nella realtà le spese sono state più alte o più basse.
Un esempio rende il meccanismo più chiaro. Se un professionista incassa 20.000 euro e ha un coefficiente di redditività del 78%, pagherà le tasse su 15.600 euro, prima di sottrarre i contributi previdenziali deducibili. Se il coefficiente fosse più basso, anche la base imponibile scenderebbe. Per questo il codice ATECO non è una scelta da fare in fretta: non indica solo “che cosa fai”, ma può influire sul carico fiscale, sui contributi e, in alcuni casi, anche sugli adempimenti amministrativi.
La questione diventa più delicata con le professioni nate o cresciute nel digitale. Per attività tradizionali come architetto, idraulico o commerciante, l’inquadramento è spesso più immediato. Per figure come content creator, consulente marketing, advertising specialist o fotografo con più linee di attività, la scelta può essere meno netta. Un fotografo che lavora solo su commissione può avere un inquadramento diverso da chi vende stampe, prodotti personalizzati o gestisce uno studio aperto al pubblico. Il punto, quindi, non è sempre “pagare meno tasse”. È scegliere un codice coerente con quello che si fa davvero, per evitare correzioni, dubbi e costi in seguito.
IVA, spese deducibili e IRPEF: cosa cambia con l’ordinario
Il regime ordinario richiede una gestione più attenta. Le fatture, di norma, includono l’IVA, che viene incassata dal cliente e poi versata allo Stato, al netto dell’IVA sugli acquisti detraibile. Per chi lavora con aziende o professionisti, spesso non è un grande problema: il cliente può a sua volta detrarre l’imposta. Per chi vende a privati, invece, l’IVA può pesare sul prezzo finale e rendere il confronto con un forfettario meno immediato.
Il vero punto di forza dell’ordinario è la possibilità di dedurre le spese effettive legate all’attività. Se i costi sono alti e documentati, il reddito imponibile può scendere parecchio. Succede a chi compra merci, materiali, attrezzature costose, paga l’affitto di un locale, sostiene spese pubblicitarie importanti o lavora con collaboratori. In questi casi il forfettario, pur essendo più semplice, può diventare meno conveniente, perché riconosce i costi solo attraverso il coefficiente, anche quando nella realtà sono superiori.
Sull’imponibile ordinario si applica l’IRPEF per scaglioni: 23% fino a 28.000 euro, 35% sulla parte da 28.000,01 a 50.000 euro e 43% oltre 50.000 euro. La progressività significa che non tutto il reddito viene tassato con l’aliquota più alta, ma solo la parte che supera ciascuna soglia. È un dettaglio spesso frainteso, ma cambia molto la percezione del carico fiscale. L’ordinario, quindi, non è il regime in cui si pagano sempre più tasse. È quello in cui la convenienza dipende di più da come è fatta l’attività, da quanti costi reali ci sono e dal tipo di clienti. Alla fine, la scelta migliore non è quella che sembra più leggera sulla carta, ma quella che regge quando arrivano le fatture vere, le spese fisse e gli acconti da versare.

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