Etichette cibo, allarme sprechi: cosa rischia chi sbaglia data

ISS ed EFSA chiariscono la differenza tra scadenza e termine minimo: leggere male le etichette fa buttare cibo ancora utilizzabile.

Grande quantità di pane verdure frutta confezioni e piatti pronti raccolti come spreco alimentare evitabile

Buttare una confezione solo perché la data stampata è stata letta di fretta può sembrare una prudenza innocua. In realtà è uno dei gesti quotidiani che alimentano lo spreco alimentare e, quando riguarda prodotti ancora idonei, pesa anche sul portafoglio delle famiglie. Il nuovo richiamo dell’Istituto superiore di sanità, rilanciato in occasione della Giornata internazionale contro le perdite e gli sprechi alimentari, mette il punto proprio qui: “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro” non sono la stessa cosa.

La differenza è concreta. La prima indicazione riguarda la sicurezza degli alimenti molto deperibili: oltre quella data il prodotto non va consumato. La seconda indica invece il termine minimo di conservazione: dopo quel giorno il cibo può perdere fragranza, consistenza o qualità, ma non diventa automaticamente pericoloso se è stato conservato correttamente e la confezione è integra. Secondo il richiamo ISS citato da ANSA, il 36% degli italiani non conosce bene questa distinzione.

Cibo evitabilmente sprecato raccolto in un audit domestico. Foto: Love Food Hate Waste NZ / Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

La guida pratica prima di buttare il cibo

Il primo controllo è il più importante: leggere la formula esatta. Se compare “da consumarsi entro”, la data è un limite di sicurezza e non va aggirata con assaggi o controlli visivi. Se compare “da consumarsi preferibilmente entro”, la data parla soprattutto di qualità: il prodotto può essere valutato con più attenzione, a patto che imballo, odore, aspetto e modalità di conservazione siano coerenti.

Il secondo passaggio riguarda la conservazione. Un alimento mantenuto fuori frigo quando l’etichetta chiedeva una temperatura bassa cambia completamente scenario. Lo stesso vale dopo l’apertura: molte confezioni riportano indicazioni come “consumare entro pochi giorni” o “conservare in frigorifero dopo l’apertura”. In quel caso la data originaria non basta più, perché mani, utensili e superfici possono introdurre microrganismi e accelerare il deterioramento.

Il terzo controllo è l’integrità della confezione. Lattine gonfie, vaschette danneggiate, sottovuoto perso, odori anomali o muffe non vanno minimizzati. L’idea non è spingere a mangiare tutto “oltre data”, ma evitare l’errore opposto: gettare pasta, biscotti, conserve o altri prodotti non deperibili soltanto perché il termine minimo è passato da pochi giorni, senza verificare se siano ancora utilizzabili.

La EFSA ricorda che la confusione sulle date può contribuire fino al 10% dello spreco alimentare nell’Unione europea. Tradotto nella vita domestica, significa meno acquisti impulsivi, dispensa ruotata meglio e frigorifero organizzato in modo che i prodotti più vicini alla scadenza siano davanti. È una misura di buon senso: riduce rifiuti, spese e rischi di consumo distratto.

Esempio di etichetta con termine minimo di conservazione su una confezione alimentare. Foto: Sir James / Wikimedia Commons, licenza CC0.

Per chi fa la spesa, la regola più semplice è comprare in base ai pasti reali dei giorni successivi. Le promozioni multipack convengono solo se il prodotto verrà consumato in tempo. Per chi cucina, invece, può bastare un piccolo metodo: segnare cosa è stato aperto, usare prima gli alimenti freschi, congelare quando possibile e non mescolare avanzi recenti con preparazioni già vicine al limite. La prevenzione dello spreco comincia prima del bidone, quando si decide cosa mettere nel carrello.

C’è anche un messaggio di sicurezza: le etichette non sostituiscono il giudizio, ma lo guidano. Le date vanno lette insieme a ingredienti, allergeni, condizioni di conservazione e istruzioni dopo l’apertura. Un alimento può essere formalmente “in data” e tuttavia mal conservato; un altro può aver superato il termine minimo ed essere ancora buono. La differenza sta nella dicitura, nel tipo di prodotto e nella storia della confezione.

Conclusioni finali

L’allarme non è una nuova emergenza sanitaria, ma un errore diffuso e costoso: confondere la scadenza con il termine minimo di conservazione. Il primo protegge da rischi microbiologici e va rispettato; il secondo segnala la qualità attesa e consente una valutazione ragionata, se il prodotto è stato conservato bene.

Leggere l’etichetta prima di buttare il cibo è quindi una piccola guida di salute domestica: meno sprechi, meno spesa inutile, meno improvvisazione. La scelta più sicura resta questa: non superare mai il “da consumarsi entro”, ma non trattare automaticamente il “preferibilmente entro” come una condanna al cestino.

Fonti

Leggi anche: Inflazione al 4,2%, allarme spesa: cosa rischiano le famiglie

Leggi anche: Carta spesa da 1.000 euro: cosa cambia per le famiglie

Piu letti oggi
Piu letti della settimana
Piu letti in questa categoria
Ultimi di questa categoria

Autore: Redazione

Redazione LSDI.it: team editoriale che cura notizie, aggiornamenti e approfondimenti con attenzione alla verifica delle informazioni e alla chiarezza per i lettori.

Exit mobile version