Dietro un’auto ferma in officina per un pezzo che non arriva, o dietro un preventivo che tarda, c’è una filiera molto più grande di quanto si pensi. L’aftermarket automotive ricambi, componenti, manutenzione, riparazione, distribuzione è uno dei motori meno visibili dell’economia italiana.
In Piemonte, però, questo motore pesa più che altrove: secondo lo studio “Il settore dell’Aftermarket dell’automotive in movimento”, realizzato dal Centro Studi Tagliacarne per la Camera di commercio di Modena, in collaborazione con la Camera di commercio di Torino e con il supporto di Anfia, il settore vale il 2,6% dell’economia locale. Un dato sopra la media nazionale, che racconta la forza del distretto piemontese. Ma anche la sua esposizione al cambio tecnologico, alla carenza di tecnici e alle incertezze sulle forniture.
Piemonte al 2,6% dell’economia locale: perché il territorio pesa più della media
Il Piemonte non è solo una regione con una lunga storia industriale legata all’auto. È ancora oggi uno dei territori in cui la filiera automotive incide davvero su lavoro, competenze, forniture e servizi. Nel quadro nazionale dell’aftermarket, che genera 31,2 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,6% del totale italiano, e dà lavoro a oltre 400 mila persone, il dato piemontese spicca: 2,6% dell’economia locale, davanti a regioni come Emilia-Romagna e Veneto per peso sul territorio. Torino e il Piemonte restano quindi un pezzo importante dell’auto italiana anche quando non si parla di nuove immatricolazioni o grandi stabilimenti.
L’aftermarket lavora spesso lontano dai riflettori, ma entra nella vita di tutti i giorni: dal ricambio che tiene su strada un’auto vecchia alla manutenzione dei veicoli aziendali, fino alla rete di officine, magazzini e fornitori che evita il blocco di intere attività per un guasto. Con un parco auto italiano ancora mediamente anziano, il settore diventa una vera infrastruttura economica diffusa. Il punto è che proprio questa forza rende il Piemonte più esposto: dove la specializzazione è alta, ogni ritardo nella formazione, ogni problema di fornitura e ogni incertezza tecnologica pesano di più. Lo studio indica che per il 2026 il 24,8% delle imprese prevede una crescita del fatturato e il 36% punta ad aumentare il personale. Numeri incoraggianti, ma con un freno evidente: due imprese su tre faticano a trovare le figure necessarie e per il 36,8% questa carenza può rallentare lo sviluppo.
La filiera tra Torino, Lombardia ed Emilia-Romagna: ruoli e specializzazioni
La mappa dell’aftermarket italiano non si ferma a un solo polo. La Lombardia guida per valore assoluto, grazie a una struttura produttiva e logistica molto ampia. Il Piemonte si distingue invece per il peso sull’economia regionale. Emilia-Romagna e Veneto completano una dorsale manifatturiera e distributiva fatta di componentistica, meccanica, servizi tecnici, export e capacità di adattamento. In questo quadro, Torino conserva un ruolo particolare. Non è soltanto il luogo simbolo dell’automobile italiana, ma un territorio dove convivono aziende storiche, fornitori specializzati, competenze tecniche e reti di piccole e medie imprese abituate a lavorare dentro filiere complesse.
Lo si vede anche nei passaggi meno appariscenti: un’officina che deve parlare con più fornitori, un magazzino chiamato a garantire tempi rapidi, un’impresa che esporta componenti e intanto deve seguire norme e tecnologie che cambiano sui mercati esteri. Il settore resta infatti molto legato all’export: il 67% delle imprese lavora sui mercati internazionali. È una spinta importante, ma porta con sé nuove incognite. Un terzo degli operatori teme gli effetti dei dazi statunitensi e molte aziende stanno già guardando a mercati alternativi per ridurre i rischi. A questo si aggiungono le tensioni sulle catene di fornitura: un’impresa su quattro segnala timori per il reperimento di materie prime e componenti strategici, dai semiconduttori alle batterie. Per l’automobilista sembrano questioni lontane. Almeno finché un pezzo non arriva in ritardo o una riparazione non costa di più.
Motori a combustione ancora centrali: la transizione elettrica resta lenta
La transizione elettrica viene spesso raccontata come una strada già segnata. L’aftermarket, però, mostra una realtà più prudente. Secondo la ricerca, solo il 13,8% delle imprese prevede investimenti nell’elettrico entro il 2028 e appena l’11,8% li ha già fatti negli ultimi anni. La grande maggioranza, il 73,3%, resta legata alla componentistica per motori a combustione. Non è per forza immobilismo.

Il motore a combustione resta ancora centrale per il mercato aftermarket – lsdi.it
Il mercato reale si muove più lentamente degli annunci: molte auto in circolazione continueranno per anni ad avere motori tradizionali, e l’aftermarket segue ciò che passa davvero sulle strade, non solo ciò che viene presentato nei saloni o nei piani industriali. Per un automobilista piemontese significa che la manutenzione di benzina e diesel resterà ancora centrale. Per le imprese, invece, significa lavorare a due velocità. Da una parte bisogna continuare a servire un parco veicoli tradizionale molto ampio. Dall’altra occorre prepararsi a nuove competenze su batterie, software, sensoristica, diagnosi elettronica e sicurezza ad alta tensione. Qui si apre la parte più delicata. Investire troppo presto può pesare, soprattutto sulle aziende più piccole. Aspettare troppo, però, può far perdere terreno quando la domanda cambierà davvero. Intanto cresce anche la pressione internazionale: quasi un’impresa su cinque vede nei Paesi emergenti una minaccia in aumento. E la sfida non riguarda solo il prezzo dei componenti, ma la capacità di restare dentro filiere che chiedono qualità, tempi stretti e aggiornamento continuo.
Formazione tecnica e nuove competenze: le sfide per scuole, imprese e istituzioni
Il nodo più urgente, oggi, non sembra essere la domanda. Se quasi un’impresa su quattro prevede di aumentare il fatturato e oltre un terzo vuole assumere, il problema è trovare persone pronte a entrare nei reparti produttivi e nei servizi tecnici. Il divario tra domanda e offerta di lavoro non è una formula da convegno: nelle aziende vuol dire turni più pesanti per chi c’è già, tempi più lunghi per inserire nuove figure, costi più alti per selezione e formazione. Secondo lo studio, oltre la metà delle imprese prevede un sovraccarico per i dipendenti già in organico. Per il Piemonte è una sfida che chiama in causa scuole tecniche, Its, università, centri di formazione, imprese e istituzioni locali.
Servono profili capaci di muoversi tra meccanica tradizionale e diagnostica digitale, tra lavoro manuale e lettura dei dati, tra riparazione e gestione di sistemi sempre più complessi. Non basta più “saper mettere le mani sui motori”, anche se quell’esperienza resta preziosa. Bisogna saper leggere centraline, procedure di sicurezza, software, materiali e componenti che cambiano più in fretta di prima. La crescita dell’aftermarket piemontese passa quindi da un equilibrio difficile: difendere una specializzazione con radici profonde e, allo stesso tempo, evitare che diventi una rendita del passato. La forza del distretto sta nella sua concretezza, nella capacità di produrre, riparare, adattarsi. Ma il prossimo passaggio non si giocherà solo nei capannoni o nei magazzini. Si giocherà anche nelle aule, nei laboratori e nella capacità di far capire a un ragazzo che la filiera dell’auto, pur cambiando pelle, può essere ancora un mestiere del futuro.

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