C’è un pezzo dell’auto che non passa dalla concessionaria e si nota solo quando qualcosa non va: una batteria da cambiare, un ricambio da ordinare, un passaggio in officina prima della revisione. È l’aftermarket auto, il grande mercato dei componenti, della manutenzione e dei servizi dopo la vendita.
In Italia continua a muovere soldi e lavoro: vale oltre 31 miliardi di euro e guarda al 2026 con fiducia. Ma c’è un problema che rischia di pesare sempre di più: le imprese vogliono crescere, però faticano a trovare tecnici e profili specializzati.
Fatturati in crescita nel 2026, l’aftermarket guarda avanti
Secondo lo studio “Il settore dell’Aftermarket dell’automotive in movimento”, realizzato dal Centro Studi Tagliacarne per la Camera di commercio di Modena, con la Camera di commercio di Torino e il supporto di Anfia, il comparto resta uno dei motori meno raccontati dell’economia italiana dell’auto. Per il 2026 quasi un’impresa su quattro, il 24,8%, prevede un aumento del fatturato. Il 36% punta invece ad allargare gli organici. Sono numeri che raccontano fiducia, soprattutto in un mercato dove le auto restano in circolazione più a lungo e la manutenzione pesa ancora molto sui bilanci delle famiglie.
L’aftermarket genera 31,2 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,6% del totale nazionale, e dà lavoro a oltre 400 mila persone. La Lombardia è prima per valore assoluto, ma il Piemonte ha un peso particolarmente alto sull’economia locale, pari al 2,6%, davanti a Emilia-Romagna e Veneto. Un dato che spiega bene perché le difficoltà del settore non siano un tema lontano: toccano territori con una storia industriale e manifatturiera legata da decenni all’automotive.
Il nodo del personale: due aziende su tre cercano e non trovano
La crescita, però, rischia di incepparsi proprio dove il lavoro si fa: sul banco dell’officina, nei reparti produttivi, negli uffici tecnici delle aziende della componentistica. Due imprese su tre segnalano difficoltà nel trovare le figure professionali di cui hanno bisogno. Per il 36,8%, questo problema può frenare direttamente lo sviluppo. È il divario tra domanda e offerta di lavoro: le aziende cercano competenze tecniche, digitali e produttive, ma il mercato non sempre riesce a darle, almeno non nei tempi e nei numeri richiesti.
Gli effetti si vedono ogni giorno: turni più pesanti, personale già assunto chiamato a coprire più mansioni, tempi più lunghi per formare i nuovi addetti, costi in più per selezione e aggiornamento. Anche il cliente può accorgersene, magari quando un intervento richiede più attesa del previsto o quando un ricambio va ordinato e montato da personale specializzato. E la tecnologia rende tutto più complicato: oggi non basta conoscere il motore tradizionale. Servono competenze su diagnosi elettroniche, software, sensori e nuovi sistemi di alimentazione.
Semiconduttori e batterie, le forniture restano un punto debole
Il personale non è l’unica fragilità. Un’impresa su quattro teme difficoltà nel reperire materie prime e componenti strategici, soprattutto semiconduttori e batterie. Sono pezzi ormai decisivi anche nell’aftermarket, perché l’auto di oggi è sempre più elettronica e dipende da catene di fornitura globali. Basta un ritardo nella disponibilità di un componente per rallentare la produzione, allungare le consegne o complicare la gestione degli ordini.
A pesare ci sono anche le tensioni geopolitiche e le incertezze del commercio internazionale, che possono incidere sui costi e sulla stabilità degli approvvigionamenti. Il punto è semplice: anche un settore legato a gesti molto concreti, come riparare un’auto o fare manutenzione, dipende ormai da equilibri lontani. Una batteria, un chip o un materiale critico possono diventare il collo di bottiglia di una filiera che parte dall’altra parte del mondo e arriva fino al cliente che aspetta di ritirare la macchina.
Export, dazi Usa e nuovi mercati: così il settore prova a difendersi
L’aftermarket italiano resta molto aperto all’estero: il 67% delle imprese lavora sui mercati internazionali. È una forza, ma anche un’esposizione al rischio. Un terzo degli operatori teme gli effetti dei dazi statunitensi e molte aziende stanno già guardando a mercati alternativi, per ridurre la dipendenza dalle aree più instabili. Sullo sfondo resta la transizione elettrica, che però oggi non sembra la priorità principale del comparto: solo il 13,8% delle imprese prevede investimenti in questa direzione entro il 2028, mentre appena l’11,8% lo ha già fatto negli ultimi anni. La maggioranza, il 73,3%, resta legata alla componentistica per motori a combustione. Non è solo prudenza.
È anche il riflesso di un parco auto ancora in gran parte tradizionale e di una domanda che cambia più lentamente rispetto alle strategie industriali annunciate. La sfida, per le imprese italiane, sarà non perdere il passo mentre difendono il lavoro di oggi, perché la crescita dell’aftermarket auto non dipenderà soltanto da quanti ricambi si venderanno, ma da quante competenze il sistema riuscirà a costruire prima che diventino introvabili.

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