Salute

Dengue in Italia, svolta sui focolai: il rischio corre entro 400 metri

Zanzara tigre Aedes albopictus mentre punge la pelle umana
Zanzara tigre Aedes albopictus durante un pasto di sangue. Fonte: James Gathany, CDC Public Health Image Library, pubblico dominio.

La dengue non è più soltanto un rischio da viaggio lontano. Il nuovo studio coordinato da Istituto superiore di sanità e Fondazione Bruno Kessler, pubblicato su Eurosurveillance, mette un punto operativo molto concreto: nei focolai italiani analizzati, la trasmissione locale si concentra quasi sempre a breve distanza, con eventi che restano entro 400 metri dalla fonte principale.

Il dato cambia il modo in cui leggere l’allarme. Non significa che l’Italia sia davanti a una grande epidemia nazionale, ma che quando un caso importato incontra la zanzara tigre, già stabilmente presente in molte aree urbane, il rischio può diventare locale e rapido. Per Comuni, aziende sanitarie e cittadini il messaggio è semplice: trovare presto i casi, intervenire subito sulle zanzare e ridurre i ristagni d’acqua può fare la differenza.

Il dato dei 400 metri e perché conta

Secondo la sintesi diffusa dall’ISS, i focolai di dengue che partono da un caso importato si sviluppano quasi completamente vicino alla fonte di infezione. Lo studio ha analizzato i focolai italiani da dengue sierotipo 2 del 2024, anno in cui sono stati registrati 296 casi autoctoni, il numero più alto rilevato nell’Europa continentale.

La parte più rilevante riguarda la catena di trasmissione: tra i casi per cui è stato possibile ricostruirla, meno dell’1% si è verificato oltre i 400 metri dall’origine. In altre parole, la dengue tende a non correre in modo casuale su grandi distanze: si muove dove trova persone suscettibili, zanzare competenti e piccoli ambienti favorevoli alla riproduzione del vettore.

Il tempo medio tra un caso primario e uno secondario è risultato di 18 giorni. Una quota dei contagi, pari al 15,4%, è stata ricondotta all’ambiente domestico. Sono numeri che rendono più comprensibile la logica degli interventi a cerchi concentrici: sorveglianza intorno all’abitazione, alle aree frequentate dal caso e ai luoghi dove la zanzara tigre può riprodursi.

Cosa cambia per Comuni e cittadini

Lo studio non invita al panico, ma alla precisione. Una volta individuato un focolaio, la trasmissibilità cala in modo netto: il numero di casi secondari per infezione passa da 1,4 a 0,4. Le misure di controllo dei vettori, secondo le stime riportate, possono ridurre la trasmissione del 41,3%.

Il rovescio della medaglia è il clima. Ogni aumento di un grado della temperatura è associato a un incremento della trasmissione del 19,8%. È un passaggio decisivo per l’estate italiana: più caldo, maggiore attività delle zanzare e più possibilità che un’infezione importata trovi le condizioni per generare casi locali.

Entomologa osserva zanzare adulte in laboratorio per il controllo dei vettori
Controllo entomologico su zanzare adulte in laboratorio. Fonte: James Gathany, CDC Public Health Image Library, pubblico dominio.

Per i cittadini la prevenzione resta concreta: svuotare sottovasi, secchi, teli, tombini privati e piccoli contenitori; proteggersi dalle punture nelle ore di attività della zanzara tigre; rivolgersi al medico in caso di febbre alta, dolori muscolari, cefalea o rash cutaneo dopo un viaggio in aree dove la dengue circola. La diagnosi precoce non serve solo al singolo paziente: permette di attivare in tempo gli interventi sul territorio.

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Perché la zanzara tigre rende il rischio più vicino

La protagonista non è una zanzara qualunque. Aedes albopictus, la zanzara tigre, può trasmettere dengue quando punge una persona infetta e poi un’altra persona. È una specie adattata agli ambienti urbani, capace di sfruttare raccolte d’acqua molto piccole: un sottovaso, un annaffiatoio, una grondaia ostruita, un bidone non coperto.

La malattia nella maggior parte dei casi provoca sintomi simil-influenzali, ma può essere più seria, soprattutto in alcune condizioni e in caso di infezioni successive da sierotipi diversi. Per questo le autorità sanitarie insistono sulla sorveglianza integrata: segnalazione clinica, conferma di laboratorio e interventi entomologici devono muoversi insieme.

Il punto politico-amministrativo è altrettanto chiaro: se il rischio è concentrato nello spazio, le risposte locali devono essere rapide. Ritardare anche di pochi giorni può consentire alla catena di proseguire; intervenire presto può spezzarla prima che il focolaio diventi più difficile da controllare.

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Conclusioni finali

La novità dello studio ISS-FBK è che trasforma un tema sanitario complesso in una indicazione pratica: davanti a un caso di dengue importato, il rischio locale va cercato e contenuto soprattutto nel raggio breve, entro poche centinaia di metri. I 400 metri non sono una barriera magica, ma una misura utile per organizzare priorità, controlli e comunicazione ai cittadini.

L’Italia non deve trattare la dengue come un’emergenza permanente, ma nemmeno come un problema esotico. Con estati più calde, più viaggi internazionali e zanzara tigre diffusa, la prevenzione diventa un lavoro di prossimità: diagnosi rapide, disinfestazioni mirate e meno acqua stagnante intorno alle case.

Fonti: Istituto superiore di sanità, nota “Dengue: nei focolai in Italia prevale la trasmissione a breve distanza, quasi sempre entro 400 metri”, 10 luglio 2026; Eurosurveillance, “Autochthonous transmission patterns of dengue virus serotype 2 in Italy: evidence from outbreaks in 2024”, 9 luglio 2026; ANSA Salute e Benessere, “Iss, nei focolai di dengue in Italia trasmissione massimo a 400 m di distanza”, 10 luglio 2026; ECDC, scheda su dengue e trasmissione autoctona nell’UE/SEE.

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