Il NYT ha il problema di tutti i giornali: ‘’è ancora l’esercito della carta a dettare le regole del gioco’’

| 29 maggio 2014 | Tag:, , , ,

NYTIl grande polverone che si è alzato dopo il licenziamento del direttore Jill Abramson rischia di nascondere il problema più importante del New York Times. E cioè che, come la maggior parte dei giornali di tutto il mondo, sta cercando di diventare una struttura giornalistica multimediale ma l’ esercito della ‘’carta’’ continua a dettare le regole del gioco.

L’analisi è di Juan Giner, giornalista e presidente di INNOVATION International Media Consulting Group.

 

In un articolo su Medium, Giner compie un’ analisi approfondita dei problemi di fondo del quotidiano (Why The New York Times Newsroom is in Trouble). Il problema – spiega nel sottotitolo – non sono tanto i capi o i ‘guerriglieri’ digitali, bensì l’esercito della carta (the print army).

 

Il New York Times – osserva il giornalista – ha la più grande redazione del mondo, con più di 1.100 giornalisti ritenuti ‘il meglio del meglio’: i migliori cronisti, i migliori redattori, i migliori corrisipondenti esteri e così via, e, alla fine, il miglior team digitale del mondo per i quotidiani. Una macchina che ogni giorno sforna più di 300 servizi eccezionali e talvolta unici, che vengono letti dalle élite di tutto il mondo e da chi aspira a diventarlo.

 

Ma il suo editore, ‘Pinch’ Sulzberg [il padre era stato soprannominato ‘Punch’, ndr],  deve affrontare sfide di straordinaria complessità, determinata da una serie di circostanze, fra cui:

–  Una crisi finanziaria che lo costringe a chiedere gli investimenti del messicano Carlos Slim, l’uomo d’affari più ricco del mondo .
– La vendita della vecchia sede di Times Square per una somma ridotta e il trasferimento nel nuovo edificio di Renzo Piano, avveniristico e molto costoso, nei repssi di Penn Station .
–  La frustrazione dei redattori e dei cronisti, che – pur in queste nuove, fantastiche strutture – continuano a lavorare come nella vecchia sede: ammucchiati come in dei silos.
–   I giornalisti del cartaceo stampata che dominano nel nuovo spazio con un rapporto di circa 8 a 2, con le squadre digitali che lavorano in aree separate e che si sforzano invano di evitare l’isolamento dai ‘re’ della carta.
–  I giornalisti del cartaceo che agiscono come se Internet non fosse mai esistito: la megariunione quotidiana ruota ancora intorno alla Prima Pagina del giono dopo e mai sulla home page digitale, che sembra così irrilevante.
–  Di fatto la ‘pattuglia dei 200 e più guerriglieri digitali’ viene ignorata nel mondo della carta, pur avendo raggiunto un’audience mondiale che genera decine di milioni di visite e 800.000 abbonamenti al web e ai contenuti mobili .
–  Accettare il fatto che dei ‘cani sciolti’ abbiano cominciato a produrre grandi servizi multimediali, come quello su Snowfall.
–  Il noto rapporto interno sul digitale,  che dice fra l’altro: «dobbiamo essere più innovativi e cambiare più velocemente, altrimenti siamo morti».

 

Probabilmente – prosegue l’ analisi – ‘Pinch’ ha chiesto all’ex direttrice Jill Abramson cosa ne pensasse e la sua risposta forse è stata: abbiamo bisogno di più gente,  per la stampa e per l’online. Secondo Giner, Jill Abramson avrebbe chiesto un nuovo direttore del digitale accanto a lei. Ma quello di cui il giornale ha bisogno, è invece  un leader editoriale in grado di guidare la rivoluzione digitale a grande velocità e non solo di aggiungere qualche nuovo, isolato, ‘guerrigliero digitale‘.

 

In altre parole, una redazione moderna e innovativa in cui l’80% dei giornalisti lavorano prima di tutto per il web e il mobile, e il 20% per un giornale cartaceo nuovo e più snello. Insomma, quello che Lionel Barber sta cercando di fare a Londra col Financial Times.
In sintesi: la crisi del New York Times – conclude  l’ analista – è stata ritardata perché i “200 e più guerriglieri digitali ” erano la più grande squadra del mondo dei quotidiani, che navigava sotto il vessillo della testata più rispettata nel settore … ma isolata dalle principali operazioni della carta, dal grande esercito di chi vuole avere la sua firma sulla prima pagina del giorno dopo.

«La mia sensazione è che questo è il momento di far fuori l’ attuale editore, che ha messo il suo ‘innovativo’ figlio a condurre la rivoluzione digitale e, molto presto, di nominare un nuovo direttore che sia un ‘nativo digitale’».

 

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