Scrivere gratis non è schiavitù (e altre false credenze)

| 31 ottobre 2013 | Tag:, , ,

Ingram1 Qualche giorno fa, in un pezzo sul New York Times  intitolato ” Schiavi di Internet, Unitevi! “, un giornalista si lamentava delle continue richieste di scrivere articoli gratuitamente che gli veniuvano rivolte. Ne è nata una discussione, con un ampio rilievo su Twitter: l’ argomento d’ altra parte è uno dei punti focali dell’ economia del giornalismo digitale.

 

Mathew Ingram, su Paidcontent, ribatte che bisogna rovesciare il punto di vista. Il giornalista trova offensivo ‘’qualcosa che invece molti altri vedono come una grande opportunità’’: ‘’crearsi una vita in cui c’ è la possibilità di fare anche qualcosa che si ama, raggiungendo un pubblico o collegandosi con altri artisti, e, forse poter anche essere pagati. Cosa che non è affatto male’’.

 

Anche se uno non sapesse che l’ industria dei media è in subbuglio, potrebbe intuire che qualcosa non va dalla frequenza con cui le questioni finanziarie  si intromettono nelle discussioni sul giornalismo e la scrittura in generale. Domande come ” chi ci pagherà? Come faremo a fare  soldi ?”, e così via .  Un caso del genere si è riproposto nel fine settimana con un articolo di commento sul New York Times dal titolo “Schiavi di Internet, Unitevi”

 

Scrivere gratis, naturalmente, non è come la schiavitù, come diverse persone avevano sottolineato nelle loro risposte al pezzo su Twitter – osserva Ingram -. Prima di tutto è una cosa largamente volontaria. E poi non è affatto vero che scrivere sia come fare chirurgia, la vecchia tesi che ogni tanto viene rispolverata quando si parla di queste cose.

 

A un sacco di gente piace scrivere gratis

 

Come Derek Thompson sull’ Atlantic osserva rispondendo a Kreider  – e come anche io ho cercato di evidenziare nel dibattito che si è svolto su Twitter, precisa Ingram – la scrittura non è neanche lontanamente come la chirurgia, o l’ avvocatura o il lavoro di idraulico . Pochissime persone fanno queste cose gratis (anche se molti avvocati, va notato, fanno anche del lavoro ” pro bono ” ), ma migliaia di persone scrivono senza compensi.
Perché lo fanno? È forse perché qualche complotto capitalista ha deciso che il loro lavoro non ha alcun valore, come molti dei sostenitori di Kreider sembrano pensare? No. In alcuni casi è perché gli piace farlo , e non hanno bisogno di soldi. In altri casi è perché la scrittura aiuta a pubblicizzare altre cose che invece fanno fare soldi, come Dan Lewis ha sottolineato in un post in cui racconta perché scrive gratis – cose come le newsletter o libri, o conferenze.

 

Kreider riconosce tra l’ altro nel suo pezzo che questa strategia funziona, quando dice :

 

” Il mio primo articolo pubblicato a livello nazionale era in una rivista universitaria, che pagava i collaboratori in copie, ma non ho mai più vissuto un momento più felice di quello nella mia carriera . E non è del tutto vero che non si ottengono benefici dalla visibilità – aver pubblicato sul New York Times mi ha aiutato a trovare un agente, che mi ha fatto fare un affare editoriale”.

 

Come più di una persona ha sottolineato su Twitter, ci sono sempre state persone disposte a scrivere per niente – con la differenza che le barriere di ingresso sono molto più basse ora. Per alcuni, questa è una grande cosa, una democratizzazione di contenuti che permette a chiunque di raggiungere un pubblico potenziale. Mentre per altri – osserva Ingram-, questi scrittori che lavorano gratis sono come dei ‘’crumiri’’ virtuali che rompono i picchetti sindacali e metteno in pericolo la sopravvivenza di altri scrittori.

 

L’ abbondanza è più dirompente della scarsità

Diverse persone cercano di sostenere che sono solo gli editori a stabilire il prezzo per le cose , e che quindi rovinano il settore non pagando i collaboratori   anche se persino Kreider ammette nel suo pezzo che la maggior parte delle persone che gli chiedono di fare qualcosa gratuitamente non hanno molti soldi o non ne hanno affatto. Ma il problema è che questo modo di vedere rovescia le cose: la realtà è che i media o il contenuto in senso lato sono passati da una situazione di  monopolio dell’ offerta a una situazione, opposta, di dominio della domanda, che ha radicalmente cambiato i dati economici essenziali del settore.

 

Come Clay Shirky ha chiarito – prosegue Ingram -, l’ abbondanza pesa nel cambiamento molto più della scarsità (“abundance breaks more things than scarcity”)  e forme come la scrittura (o la musica) ne sono un grande esempio. La narrazione non è diventata gratuita o poco costosa perché nessuno la vuole più ma perché ce n’ è così tanta in circolazione che il suo valore intrinseco è stato eroso – e il contenuto pubblicitario che serviva per sostenere la diffusione della scrittura  ha perso valore altrettanto rapidamente.

 

E ‘una brutta situazione per molte persone? Certo che lo è, proprio come la amatorizzazione della fotografia (ad esempio) crea forti difficoltà per molti professionisti del settore. Ma è senza dubbio un bene per molti altri – alcuni dei quali possono ora crearsi una vita in cui c’ è anche la possibilità di fare qualcosa che si ama, raggiungendo un pubblico o collegandosi con altri artisti , e che forse potranno anche essere pagati per questo. Cosa che non è affatto male.

 

 

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