Verso un nuovo giornalismo

| 21 dicembre 2011 |

NuovainformazioneIn un editoriale sul sito di ‘Nuova informazione’ Luca De Biase delinea il futuro ecosistema mediale spiegando perché, a suo parere, quella che stiamo vivendo ‘’non è la crisi. E’ l’apertura di una nuova epoca. L’alba di un nuovo giornalismo’’

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Un ecosistema nel quale la partecipazione volontaria di migliaia di persone con i loro blog e social network, le piattaforme software più adatte, le qualità culturali e metodologiche delle redazioni giornalistiche professionali, i contributi del non profit, genereranno un sistema di ricerca, sperimentazione e produzione di informazione complesso e capace di stare in piedi svolgendo il suo compito sociale e culturale.

E’ così che Luca De Biase delinea il futuro del mondo dell’ informazione giornalistica, convinto che quella che stiamo vivendo ‘’non è la crisi. E’ l’apertura di una nuova epoca. L’alba di un nuovo giornalismo’’.

De Biase, giornalista e libero pensatore della Rete, concluse così un ampio editoriale scritto per il sito di  ‘’Nuova informazione’’ (la proiezione lombarda di Autonomia e Solidarietà, componente storica del giornalismo progressista italiano), in cui analizza i nodi del fascio di questioni che l’ innovazione – tecnologica e culturale – sta ponendo non solo al giornalismo professionale e all’ industria editoriale ma a tutta la società contemporanea.

Abbonandanza/scarsità, attenzione/disattenzione, quantità/qualità, narrazione/interpretazione. Attorno a queste polarità si snoda una complessa riflessione sull’ evoluzione del sistema dei media che De Biase articola analizzando i passaggi chiave degli ultimi vent’ anni di trasformazioni e di crisi. Dalla frammentazione della vecchia opinione pubblica alla nascita di un pubblico che può non  solo orientare ma ‘’può scegliere tra molte più alternative, può contribuire, può generare valore oppure disperderlo’’, in una esplosione di infodiversità.

Il giornalismo professionale. Di fronte a una abbondanza di informazione tale da far parlare di information overload, il giornalismo professionale si trova di fronte un contesto rovesciato, in cui

il tema centrale è il sistema dei filtri che consentono a ciascuno di selezionare ciò che è importante sapere da ciò che è rumore di fondo. La rete ha bisogno di ruoli specializzati per filtrare i flussi di informazione e connettere reti diverse tra loro (reti digitali, reti sociali, reti territoriali, per esempio). Sicché, in questo nuovo contesto, il ruolo professionale non è più definito dalla posizione (in un certo senso privilegiata) che il professionista occupa nella mediasfera, poiché detiene i mezzi scarsi con i quali si produce e diffonde l’informazione: in questo nuovo contesto, il ruolo professionale è definito dal servizio che svolge a vantaggio della comunità.

La relazione della scarsità e dell’abbondanza si è rovesciata. Oggi l’informazione e i mezzi per fruirne sono abbondanti, mentre scarseggia la domanda. O meglio la scarsità che conta è nelle persone che devono fruire dell’informazione: scarseggiano il tempo da dedicare alle attività informative, l’attenzione da dedicare all’informazione, gli spazi relazionali nei quali le informazioni prendono vita e importanza.

In un certo senso, si può dire che una volta i giornalisti scrivevano sulla carta. Oggi scrivono sul tempo delle persone, se queste dedicano loro attenzione tanto da riportare le informazioni ricevute nel discorso che gestiscono con le altre persone con le quali sono in relazione.

Ma il rovesciamento ha delle conseguenze rilevanti sul piano economico.

Quando la scarsità era concentrata sul lato dell’offerta, il prezzo dell’ accesso all’informazione era definito dall’ offerta e questa si poteva strutturare in grandi organizzazioni editoriali, potenti e ricche. Oggi, la scarsità è dal lato della domanda, e dunque il prezzo è quello che la domanda è in grado o ha volontà di pagare. Il prezzo del biglietto di accesso all’informazione può essere pagato solo se il valore cui consente di accedere si sente ben chiaro e forte. Il prezzo dello spazio pubblicitario può essere pagato se effettivamente il mezzo che lo offre conquista il tempo, l’attenzione e le relazioni, con sempre minore imprecisione statistica. La comunità decide di contribuire all’informazione, con il proprio tempo, le proprie conoscenze, il proprio sostegno finanziario, se chi offre professionalmente l’informazione si pone effettivamente e concretamente al servizio della comunità stessa. L’informazione non è più tanto prodotto, quanto servizio.

I giornali continueranno comunque a giocare un ruolo centrale,

portando al sistema dell’informazione qualità specifiche piuttosto importanti, almeno quando sono fatti con cura: razionalità di ragionamento, linearità di pensiero, completezza di analisi e di copertura dei fatti. I valori della trasparenza metodologica, della qualità narrativa, dell’identità culturale, sono ancora incarnati meglio che da altri strumenti nei giornali cartacei, che dovranno nel tempo ammettere che la carta è un mezzo costoso e merita di essere usata soprattutto per informazioni preziose. Ma in generale le redazioni si staccheranno dalla carta e diventeranno crossmediali, portando i loro valori di ricerca giornalistica su tutti i media che possono utilizzare. Tendenzialmente, i giornali che si lasceranno asservire a flussi informativi più grandi ne saranno guidati. Quelli che punteranno all’indipendenza culturale (ed economica) cercheranno di mantenere una funzione specifica: contribuire al sistema dell’informazione dal lato razionale, fattuale, metodologicamente avvertito. In questo, dovranno cercare alleati: e probabilmente li troveranno nei piccoli e grandi blog, aggregatori, distributori di traffico e attenzione che a loro volta saranno orientati agli stessi valori. Mentre la loro vera competizione sarà quella dei sistemi alimentatori di fiction, di ideologia, di comunicazione: il populismo non userà mai la ragione, ma il lato maggioritario e irrazionale dei singoli; la convivenza pacifica, illuminata e razionale, avrà invece sempre bisogno di coltivare un’intelligenza collettiva di tipo informato ed empirico.

Che questo produca grandi potenze editoriali dal punto di vista economico non è detto. Ma che tutto questo abbia una funzione decisiva è chiaro.

La soluzione sarà probabilmente un ecosistema nel quale la partecipazione volontaria di migliaia di persone con i loro blog e social network, le piattaforme software più adatte, le qualità culturali e metodologiche delle redazioni giornalistiche professionali, i contributi del non profit, genereranno un sistema di ricerca, sperimentazione e produzione di informazione complesso e capace di stare in piedi svolgendo il suo compito sociale e culturale.

Non è la crisi. E’ l’apertura di una nuova epoca. L’alba di un nuovo giornalismo.

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