Social media ormai insostituibili nei grandi eventi internazionali

| 1 aprile 2011 |

FBLa copertura mediatica degli ultimi avvenimenti  conferma che l’integrazione continua di fonti, individui, contesti è una strada obbligata: che si sia (o si voglia essere) giornalisti doc o cittadini-reporter del pianeta elettrico – In una intervista a Global Voice le osservazioni di Andy Carvin, diventato un punto di riferimento per chi cerca su Twitter notizie di prima mano riguardanti il Medio Oriente e il Nord Africa

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I social media fanno ”un lavoro davvero eccellente nella copertura di eventi internazionali, fondamentalmente perché anche le più grandi oganizzazioni non possono avere persone in ogni luogo allo stesso momento”.

E’ così che Andy Carvin, in una intervista curata dal team di Global Voices Online, spiega il ruolo ormai determinante che l’ informazione diffusa attraverso blog e social network svolge in occasioni particolari come quelle dei grandi eventi.

Su Costruendo l’ Indro, Bernardo Parrella riporta una ampia sintesi dell’ intervista, ricordando che, con oltre 41.000 persone che lo seguono su Twitter e un flusso di fonti locali impegnate su temi specifici,  Carvin è diventato la prima tappa per coloro che in questo periodo cercano su Twitter notizie di prima mano riguardanti il Medio Oriente e il Nord Africa.

Carvin sottolinea che ”Dopo lo tsunami del 26 dicembre di qualche anno fa i mezzi di informazione non disponevano di personale a tempo pieno in posti come le Maldive o le isole Andaman, cosicché avere informazioni dai citizen journalist fu fondamentale per coprire le notizie. Con l’avvento di Twitter e siti dove si possono condividere contenuti, come YouTube, è ora possibile dare uno sguardo su ogni evento che accade intorno al mondo dove ci sia un accesso a Internet. E se chiedi aiuto, sarai stupito da quante persone in questi luoghi sono disposti a darti una mano se devi scrivere qualcosa sull’accaduto”.

In Egitto e Bahrain è stato relativamente semplice trovare e vagliare utenti di Twitter. In Libia e Yemen, per esempio, questo è molto più diffcile. Come sei riuscito e come riesci a individuare contenuti dei social media da questi Paesi che sono meno attivi in Rete?
È stata dura. Non conoscevo nessuno personalmente in quei Paesi, così ho cominciato cercando collegamenti e contatti tra le comunità di espatriati negli Stati Uniti attraverso mie conoscenze personali. Presto ho trovato persone disponibili a parlare con me e darmi la loro impressione sulle persone che comunicavano online da ognuno di quei Paesi. Per quanto riguarda la ricerca dei contenuti è più facile di quanto si possa pensare. Facebook è stato una miniera per quel che riguarda le foto e i video così come YouTube. C’è solo bisogno di sapere dove andare a cercare.

Il tuo è uno dei modi più innovativi che si sia mai visto di utilizzare Twitter. Quando stai inviando tweet o rispondendo a questi pensi anche che stai creando una sorta di narrazione attraverso il tuo ‘tweetstream’?
Assolutamente. Se si guarda a come ho lavorato sulla Tunisia si può notare che c’è un “arco narrativo”, che parte dal suicidio di Bouazizi alla fuga dal Paese da parte di Ben Ali. Ciò che intendo fare è catturare i punti salienti dell’evento e alzare la tensione mentre questi si svolgono. Ho usato Storify per archiviare il tutto. Da allora ci sono stati così tanti Paesi in rivolta nello stesso momento che ora sono concentrato sul darne notizia nel miglior modo possibile, nello stesso tempo cercando di dare sempre un volto umano a quello che sta accadendo in ciascuno di quei Paesi.

Sei mai rimasto sorpreso da reazioni particolari alla tua attività?
Mi coglie di sorpresa quando mi invia dei tweet di risposta qualcuno famoso come l’ambasciatore delle Nazioni Unite, Rice, o il giocatore dell’NFL, Chad Ochocinco. Ma la parte migliore è che i miei contatti su Twitter vogliono che io abbia successo e sono anche preoccupati per la mia salute. Sono loro a ricordarmi di andare a letto, di mangiare qualcosa e di passare del tempo con la mia famiglia. Sono loro a tenermi con i piedi per terra.

Insomma – commenta Parrella in conclusione-, niente scorciatoie o veline per fare buona informazione. Sia nel mondo ‘tradizionale’ di una volta che nel dinamismo dei social media odierni, la formula vincente è identica: rimboccarsi le maniche, confrontarsi e innovare. Vieppiù lungo i sentieri, sempre meno prevedibili, verso l’integrazione continua di fonti, individui, contesti. Che si sia (o si voglia essere) giornalisti doc o cittadini-reporter del pianeta elettrico.

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