Messico, dove le reti sociali servono a salvare la pelle

| 28 settembre 2011 |

Messico

La brutale esecuzione di una giornalista di 39 anni,sequestrata e decapitata per aver diffuso su Twitter informazioni sui narcotrafficanti, ha portato in luce l’ uso massiccio che i cittadini messicani fanno dei social network come forme di difesa nei confronti del crimine – ‘’I social media stanno riempiendo il vuoto lasciato dalla stampa ufficiale’’, osserva un ricercatore del Mit, aggiungendo: ’In molte regioni, sia la stampa che lo stato sono debolissimi, mentre le organizzazioni criminali diventano sempre più forti e, in qualche caso, stanno cominciando a rimpiazzare il potere pubblico’’

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L’ uccisione brutale e simbolica di María Elizabeth Macías Castro, 39enne giornalista per “Primera Hora” (un quotidiano di Nuevo Laredo), sequestrata e decapitata perché diffondeva su Internet notizie sui narcotrafficanti locali, ha improvvisamente  concentrato sul Messico (da tempo considerato il paese più pericoloso per i giornalisti, 80 uccisi negli ultimi 10 anni, secondo Rerporters sans frontières) l’ attenzione dell’ opinione pubblica mondiale. Mostrando con chiarezza quanto Twitter e gli altri social media vengano utilizzati soprattutto come strumenti di difesa nei confronti dei cartelli narcos che insanguinano il paese.

Il paradosso è che –come racconta Damien Cave sul New York Times – alcuni stati della confederazione messicana stanno studiando delle norme per vietare in questo campo l’ uso dei social network ipotizzando il reato di turbamento dell’ ordine pubblico.

E’ accaduto nello stato di Vera Cruz – aggiunge il quotidiano Usa – e quello di Tabasco ha allo studio una misura analoga, ritenendo che le nuove tecnologie possano contribuire a diffondere voci incontrollate. La pura è che si semini panico: due persone sono state arrestate a Veracruz  con l’ accusa di terrorismo e sabotaggio dopo che alcuni loro messaggi su Twitter – secondo cui una scuola era oggetto di un attentato – avrebbero provoc ato incidenti stradali per l’ accorrere disperato dei genitori degli studenti.

In Messico, però, Twitter, Facebook e gli altri social network – sottolinea il NYT – vengono utilizzatri massicciamente soprattutto come strumenti di sopravvivenza.

“Qui non c’ è niente che faccia pensare ad atti sovversivi contro il governo’’,spiega Nicholas T. Goodbody, docente di cultura messicana al Williams College. “Ci sono solo persone che cercano di andare avanti nella loro vita quotidiana’’.

L’ esplosione della condivisione online di informazioni sul crimine è il prodotto di un trend che nello stesso tempo crea e distrugge le comunità: il Messico oggi è tanto connesso quanto pericoloso. Circa 40.000 persone sono state uccise negli ultimi 5 anni nella lotta senza quartiere per il controllo del narcotraffico, mentre la classe media, terrorizzata, è sempre più connessa. I cellulari sono come le chiavi e Twitter ha oltre un milione di utenti e, fra gli oltre 30 milioni di persone con connessione a internet, il 95% ha un profilo su Facebook.

A questo si può aggiungere la proliferazione di siti web e blog sul tema della violenza criminale alimentati soprattutto da contributi dei lettori (Wikinarco, Blogdelnarco, Borderland Beat).

‘’I social media stanno riempiendo il vuoto lasciato dalla stampa ufficiale’’, osserva Andrés Monroy-Hernández, un ricercatore messicano in contatto col Mit Media Lab. ‘’In molte regioni, sia la stampa che lo stato sono debolissimi, mentre le organizzazioni criminali diventano sempre più forti e, in qualche caso, stanno cominciando a rimpiazzare il potere pubblico’’.

Molti messicani ora – rileva il NYT – credono a Twitter più che alle testate locali e, in alcune zone, genitori e nonni stanno imparando dai loro ragazzi a muoversi in internet, per capire come muoversi e salvare la pelle.

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