Aggregatori: i buoni e i predatori

| 21 settembre 2010 |

HuffPo

In una delle sue MondayNote Frédéric Filloux analizza gli aggregatori giornalistici, distinguendo fra quelli ‘corretti’, come Techmeme, e quelli furbi e con pochi scrupoli, come Huffington Post, giudicata “una delle più intelligenti macchine informative mai realizzate”, ma accusata anche di essere “la madre di tutte le frodi giornalistiche su internet” – Per colpa, soprattutto, degli editori tradizionali a causa soprattutto della scarsità di investimenti in tecnologie e di una ingenuità mista a una eccessiva fiducia nel talento dei loro uomini

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Frédéric Filloux dedica una sua MondayNote agli aggregatori, distinguendo querlli che giudica “buoni” e corretti, come Techmeme e ‘fratelli’ (in particolare Mediagazer), da quelli che, sull’ opposto dello spettro, ritiene dei furbi ‘predatori’, come l’ Huffington post, giudicato “una delle più intelligenti macchine informative mai realizzate”, ma nello stesso tempo accusato di essere “la madre di tutte le frodi giornalistiche su internet”.

Un’ analisi a fondo, che, alla fine, spinge Filloux, a rivolgere agli editori un invito a riconsiderare i rapporti con queste macchine macina-contenuti.

Gli editori di contenuti originali (soprattutto quotidiani e riviste) – dice – dovrebbero rivolgere un “ringraziamento” agli aggregatori corretti come Techmeme e ai tanti altri come lui. E, invece, proteggersi dagli aggregatori cinici che saccheggiano come parassiti la loro costosa produzione giornalistica.

In Francia – spiega Filloux – dove il vero giornalismo è in uno stato di forte deperimento, tutti vorrebbero “Un Huffington Post à la Française“ (ma anche in Italia accade lo stesso).

I numeri d’altronde parlano. Come aveva rilevato un articolo di Newsonomics, in un anno HuffPo ha raddoppiato la sua audience. E ora sta tallonando il NYTimes: 13 milioni di visitatori unici/mese (Nielsen) contro i 19 del Times. L’ HuffPo è un’ azienda gestita in maniera privatistica con abbondanti finanziamenti e quindi non rivela i suoi dati economici. Si pensa comunque che i suoi ricavi siano intorno ai 15 milioni di dollari, e i profitti siano “vicini” a quella cifra…, almeno secondo i blogger entusiasti che baciano le mani al Ceo Eric Hippeau.

Editorialmente parlando HuffPo conta su commentatori di alto profilo, che fanno parte dei circoli sociali e politici di Arianna Huffington, oltre che di una armata di blogger non pagati (6.000) coordinati da un piccolo commando di umani addetti al taglio/incollo/sintetizzo.

La ricetta – osserva Filloux – è semplice ed estremamente efficace: prendi una intervista di 2.600 parole su Vanity Fair al giornalista esperto di cose finanziarie Michael Lewis a proposito della crisi della finanza pubblica in Grecia, la strizzi fino a 360 parole (cioè il 14% della lunghezza originale) e ottieni un articolo del tutto nuovo e autonomo che riassume il punto di vista di Lewis. E che si attaglia perfettamente alla cultura del ritaglio poropria di internet: se non nutri una segreta passione per i bond greci, non hai bisogno di cliccare sul link che ti porta all’ articolo originale su Vality Fair.

Restando agli argomenti economici, HuffPo è assai affezionato al professore di economia Nouriel Roubini, il famoso profesta di sventure. Così, quando Roubini ha scritto un articolo di 1045 parole sul Washington Post (qui), il tritatutto di HuffPo l’ ha strizzato facendolo diventare un pezzo di 410 parole (una riduzione del 39%). Siccome l’ articolo si occupava un tema di carattere generale, come il taglio delle tasse sull’ insieme dei salari, ha suscitato un forte interesse fra i lettori: 510 commenti e 72 “Like” di Facebook. E – rileva Lilloux – portrei continuare ancora con altri esempi sui contenuti di HuffPo e il “dirottamento” di traffico.

Ecco i “principi” dell’ Huffington Post:

– Prendi un articolo originale disponibile su internet, preferibilmente non coperto da paywall.

– Confronta l’ argomento con le analisi di traffico su quello che i lettori amano sul tuo superblog.

– Riedita l’ articolo con un tasso di compressione fra il 15 e il 30%  (a volte di più), cercando di stare il più possible in linea con una interpretazione elestica dell’ “uso corretto” del materiale.

– Il risultato della tua ‘lavorazione’ editoriale deve assolutamente essere una entità autosufficiente.

– Tante citazioni e link a volontà, ovviamente; la tua correttezza deve essere indubitabile; il linkare non è un gran problema perché ormai nessuno clicca e va alla fonte originale (il tuo trattamento deve essere organizzato in modo tale da prevenire il percorso verso il contenuto originale).

– Ce l’ hai fatta: il lettore deve restare nell’ ambiente dell’ Huffington Post, nel quale lascerà commenti e ciarle a profusione (ho scoperto 12.000 commenti su un video libero da copyright); condividerà il “pezzo” su Facebook, creando ulteriore riverberazione alla macchina di HuffPo, che poi la rivenderà ai suoi inserzionisti. Comprende?

Il distributore del contenuto originale è stato truffato? Come sta questa storia che i costi di produzione originali – da 10.000 a 30.000 dollari – per realizzare, editare e produrre quell’ articolo vengono trasformati in una piccola capsula da inghiottire in una sola volta? Ma è internet, baby. Se l’ editore non vuole che la sua roba venga e-saccheggiata, la deve sistemare dietro un paywall, oppure darla attraverso una applicazione per smartphone. (Che è appunto ciò che deve accadere per evitare una morte certa). Questo è il tipo di ragionamento intellettuale alla base dei sogni erotici di una clonazione gallica dell’ UffPo nelle menti di persone con la cultura giornalistica in un mollusco.

Ma basta dare tutta la colpa all’ Huffington Post. Il suo boss, Eric Hippeau, sta abilmente sfruttando i vantaggi che gli vengono dai peggiori vizi mentali degli editori tradizionali: ingenuità mista a un eccessiva fiducia nel talento dei suoi uomini. Oltre alla riluttanza ad investire nelle indispensabili stregonerie tecnologiche che dovrebbero essere inserite dentro ogni strumento giornalistico digitale.

L’ ho detto varie volte: la scarsità di investimenti in tecnologie è l’ errore più grave degli editori. E il gap si sta allargando: se hai qualche dubbio confronta la crescita dell’ UffPo a quella degli altri big del giornalismo online. Senza nessun peso del passato, i superblog-aggregatori sono stati liberi di integrare il meglio del marketing e le tecnologie del traffico. Avevano solo da rifornire la macchina con i materiali di quotidiani e riviste online che erano ancora infatuati della loro grandezza: “Nel giornalismo, fo***amo così bene che la gente leggerà la nostra roba e noi faremo soldi”.

No. Mi dispiace, amici miei. Le cose non sono andate così. Sono stati i furbi e poco scrupolosi aggregatori che hanno i soldi sulle vostre spalle. (Ok, l’ HuffPo genera un quinto rispetto al NYTimes per lettore, mai suoi costi di produzione sono niente in confront a una Redazione che spende fra i 2 e i 3 milioni di dollari all’ anno solo per coprire la Guerra in Afghanistan).

Le relazioni nei confronti degli aggregatori giornalistici vanno dunque riconsiderate – conclude Filloux -. Gli editori di contenuti originali (soprattutto quotidiani e riviste) dovrebbero rivolgere un “ringraziamento” agli aggregatori corretti come Techmeme e ai tanti altri come lui – e, invece, proteggersi dagli aggregatori cinici che saccheggiano come parassiti la loro costosa produzione giornalistica.

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