Lotta di classe (d’ età) in redazione

| 25 settembre 2008 | Tag:, ,

Redazione La frattura culturale, sempre più evidente, che si va diffondendo nel mondo del giornalismo nasconde una frattura generazionale – Un intervento del giornalista e blogger francese Narvic e i dati dell’ evoluzione demografica del giornalismo professionale in Francia – In un quadro di spettacolare ringiovanimento, l’ innalzamento del livello di formazione dei giornalisti si accompagna a una progressiva precarizzazione della professione, mentre la nuova generazione non vede mai « venire il proprio turno »

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L’ argomento è venuto a galla già diverse volte in queste settimane (vedi Lsdi, Twitter, un secondo funerale, no! e Giornalismo online, i conti continuano a non tornare), anche se in maniera obliqua. Questa volta invece Narvic su Novovision lo affronta invece in maniera esplicita in un intervento intitolato “Crisi generazionale nel giornalismo”).

Il giornalismo contemporaneo – secondo Narvic – è segnato da una profonda frattura culturale, che ricalca ampiamente una frattura generazionale che si legge facilmente nella demografia professionale dei giornalisti.

Di fonte alla evidente incapacità della vecchia generazione, oggi al comando nelle redazioni, di assicurare l’ adattamento del mestiere al nuovo quadro dell’ informazione che nasce dalla crisi economica della stampa e dallo sviluppo di internet, la giovane generazione accumula frustrazioni e freme d’ impazienza.

I primi segni di questa crisi generazionale del giornalismo affiorano già negli Usa, ma la situazione non appare meno esplosiva in Francia (e in Italia, aggiungiamo noi, ndr) e le posizioni fra “vecchi” e “moderni” potrebbero radicalizzarsi con l’ approfondirsi della crisi economica e tecnologica dell’ industria dell’ informazione.

Narvic riprende anche una notazione di Alain Joannès (Journalistiques) sull’ Observatoire des médias, di qualche tempo fa: c’ è « in seno alla professione una ‘frattura’ culturale che copre, evidentemente, una spaccatura fra generazioni ».

E cita alcuni dati sull’ evoluzione demografica del giornalismo professionale francese da Eric Neveu, « Sociologie du journalisme », éd. La Découverte, 2001, 2004 (nouvelle édition), 8,50€ . Elementi che, anche se datati, configurano un trend molto chiaro.

Il tratto più saliente del mondo giornalistico francese sta nella sua espansione. La professione triplica i suoi effettivi fra il 1960 e il 2000. La crescita si realizza soprattutto nel periodo 1980-1990, in cui i possessori del tesserino-stampa (in Francia non c’ è l’ Ordine ed è giornalista chi fa, anche prevalentemente, il giornalista,ndr) passano da  16.619 a 26.614. Queste cifre possono immediatamente suggerire la chiave di alcune disfunzioni addebitate al giornalismo. In un mestiere che si basa ampiamente su una trasmissione del sapere sul campo, un tale afflusso pone dei problemi di inquadramento.

La situazione è complessa – riprende Narvic – perché questo reclutamento massiccio concentrato in pochi anni ha rivoluzionato la sociologia della professione:  
           .     ringiovanimento spettacolare :

« Nel 1999, il 49% dei titolari della tessera stampa avevano meno di 40 anni, il 14% meno di 30 anni».

  • innalzamento del livello di formazione :

« Nel 1990, il 42% dei giornalisti cinquantenari avevano una laurea, mentre questa cifra era dell’ 85% nella fascia 26-30 anni, e toccava il 94% fra le donne di questa fascia d’ età  ».
(…)

  • precarizzazione della professione :

« I pigisti*  (collaboratori, free lance, giovani appena usciti dalle scuole, che vengono pagati “a pezzo”, ndr), che rappresentavano l’ 8,5% della professione nel 1975 (…), hanno superato il 18% nel 1999, raggiungendo il 31% dei 2100 giornalisti che nel 1998 hanno ottenuto la loro prima tessera stampa(…). Questa precarietà viene sfruttata non senza cinismo dalle aziende editoriali, ma anche dai colleghi. (…) ed ha degli effetti sulla qualità dell’ informazione(…). Queste evoluzioni provocano un vasto spreco umano, favoriscono nella nuova generazione di giornalisti l’ affermarsi di approcci disincantati e cinici al mestiere e sgretolano alcuni dei principali pilastri della cultura giornalistica (rispetto del fatto, distinzione giornalismo-relazioni pubbliche, ecc.). »

Il confronto era già teso fra la « vecchia generazione », quella che era stata reclutata in gran parte prima della « esplosione demografica » degli anni 1980-90 e che oggi è al comando  nelle redazioni, e la « giovane generazione », più numerosa e meglio formata, ma proletarizzata, e che vede il suo avvenire bloccato dal momento che le promozioni sono riservate a una piccola « elite » al suo interno, uscita da qualche centro formativo privilegiato o favorita da un nepotismo che non è mai stato così pesante come oggi.

Questo confronto diventa esplosivo quando si sovrappone a questa tensione generazionale un rivolgimento economico e tecnologico dell’ insieme del settore, che non era stato previsto e che viene spesso affrontato con una logica di poltrone più che di adattamento.

La giovane generazione, che non vede mai « venire il proprio turno », accumula tante più frustrazioni in quanto si sentirebbe ben più a suo agio con gli adattamenti richiesti dal quadro economico e tecnologico che però tardano ad essere realizzati: una concezione più « flessibile » e più polivalente del mestiere, una migliore padronanza degli strumenti tecnologici (informatica, internet, audiovisisivo), una migliore comprensione delle poste sociali del cambiamento tecnologico.

Nella misura in cui la vecchia generazione di giornalisti mostra oggi la profondità della sua difficoltà ad adattarsi ed accumula errori strategici di fronte allo sviluppo di internet, la frattura generazionale non fa che approfondirsi.
(…)

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* Pigiste: vedi http://www.cidj.com/Viewdoc.aspx?docid=454&catid=1

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