UN PREMIO AL ‘GIORNALISMO PREVENTIVO’

| 26 luglio 2007 |


Lo ha bandito una Fondazione Usa – 50.000 $ per il miglior articolo che saprà identificare leaders inetti, politiche sbagliate e pasticci burocratici prima che essi conducano a disastri –Una combinazione di giornalismo investigativo e giornalismo di analisi

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Giornalismo preventivo. La definizione viene dagli Stati Uniti e ad esso la Fondazione Understanding Government  ha dedicato un premio di 50.000 dollari, che andrà al miglior servizio del genere che verrà pubblicato il prossimo anno negli Usa.  

L’ idea è di Charlie Peters (nella foto), fondatore del  Washington Monthly,  che lo definisce una combinazione di giornalismo investigativo e di giornalismo di analisi.

Spiega Peters su Poynter online –

Possiamo definire il giornalismo preventivo come il lavoro che identifica leaders inetti, politiche sbagliate e pasticci burocratici, prima che essi conducano a disastri come la cattiva intelligence sulle Armi di distruzione di massa oppure la parodia della risposta all’ uragano Katrina.

Mi sono ricordato che devo aver avuto il mio primo barlume della necessità del giornalismo preventivo quando ero un ragazzino nella West Virginia e avevo prima sentito di un disastro in una miniera  e poi avevo letto le storie strazianti delle vedove e gli editoriali indignati che chiedevano delle effettive misure di sicurezza.

Ma negli anni successivi nessun cronista era sceso giù nelle miniere a controllare se essere erano più sicured. Potremo saperlo che non lo sono solo dopo un nuovo disastro, con nuove storie strazianti e indignati editoriali.

E’ per fermare questo ciclo di tragica futilità che Understanding Government ha deciso di assegnare un premio, il Prize for Preventive Journalism, e di offrire abbastanza soldi per far svegliare cronisti e direttori sull’ importanza di capire cosa va male in tempo, prima che accadano i disastri.

Una ricca ricompensa è necessaria anche per altre due ragioni. Una è che in un periodo in cui le ristrettezze di budget stanno tagliando i servizi di copertura delle agenzie governative,  è indispensabile un incentivo per contrastare questo trend.
 
La seconda ragione è che troppi giornalisti sbadigliano alla prospettiva di dover seguire il governo. Ma che cosa succederà a tutti noi se nessuno ha voglia di prendere una dura posizione critica in relazione ad agenzie importanti come il Centers for Disease Control? E abbiamo anche visto quanto la mancanza di un nostro controllo dell’ operato di CIA, FBI e FEMA ci sia costata.

Il giornalismo di cui abbiamo bisogno è quello che guarda al governo con la determinazione di trovare non solo il giusto o lo sbagliato, ma prima di tutto di scoprire perché: cosa che richiede l’ analisi di un groviglio di fattori fra cui la politica, la leadership e la cultura di una particolare burocrazia. L’ ltimo obbiettivo è trovare delle soluzioni che risolvano i problemi prima che essi provochino dei seri danni.

E’ chiaro che tutto questo è difficile, anche per giornalisti abili. Ed è per questo che diamo una ricompensa a coloro che affronteranno la sfida.
 

Ma non ci sono già dei premi?

Ma – qualcuno potrebbe chiedere – non esistono già dei premi per il giornalismo investigativo o quello di analisi che provvedono già a questa ricognizione di controllo?

I giornalisti investigativi molto spesso forniscono soltanto una ricostruzione monodimensionale di quanto accade. Di solito evitano di esplorare il ‘’perch钒 che c’ è dietro una vicenda. E quando lo fanno, come succede nel caso del migliore giornalismo di analisi, le ragioni che essi individuano sono spesso solo politiche o economiche.
Raramente esaminano i fattori culturali.

Abbiamo imparato, per esempio, che l’ Fbi fra le orde di uomini ha ancora solo sei agenti che parlano fluentemente arabo. Ma nessuno ci ha ancora spiegato che cosa c’ è dentro la cultura della burocrazia che ha prodotto questo assurdo risultato.

Abbiamo imparato che la Cia aveva ignorato una segnalazione di allarme secondo cui due terroristi dell’ 11 settembre erano giunti negli Usa, ma nessuno ci ha condotto al’ interno dell’ agenzia perché, come Geroge Tenet ha testimoniato, ‘’nessuno aveva letto quel cablogramma’’.

Il CDC (Center for Deseases Control) avrebbe bisogno di un reporter determinato che esplori la sua cultura per capire come mai I suoi funzionari hanno tanto tardato nell’ informare I cittadini sul pericolo di contagio che presentava Andrew Speaker appena tornato negli Usa dopo che poteva avere esposto a un contagio i passeggeri delle linee aeree della Repubblica ceca. E per capire perché la dottoressa Julie Gerberding inizialmente aveva difeso l’ impiegato della CDC che, informato sulla malattia di Speaker e sui suyoi piani di volo, non disse agli altri colleghi dell’ agenzia quello che sapeva.

Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno sono delle soluzioni a tutto quello che non va nel CDC in modo da fare tutti I cambiamenti necessari per assicurare che la risposta alla prossima minaccia di malattie pericolose sia nello stesso tempo veloce e decisiva.

E’ questa combinazione di reporting investigativo ed analitico che rende unico il Prize for Preventive Journalism.

 

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