Il modello St. Petersburg, giornalismo ‘visionario’ di qualità

| 24 ottobre 2007 |


Una testata in controtendenza, di proprietà di privati (il prestigioso Poynter Institute) e non di corporation, e che non guarda solo al profitto – Il giornale della Florida punta sulle inchieste e gli approfondimenti, utilizzando le agenzie per la cronaca di ruotine- Ma i problemi, anche di diffusione, non mancano

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – Le complicate tasse della Florida e la crisi delle assicurazioni. I problemi dell’istruzione e le specie animali in via di estinzione. L’affollamento delle prigioni locali e la guerra in Iraq, raccontata da corrispondenti e fotografi mandati sul campo, non dalle agenzie. Questi e molti altri argomenti vengono affrontati in profondità dal quotidiano St. Petersburg Times attraverso reportage e indagini approfondite per scandagliare e capire la realtà locale (compresi i soldati della città spediti a Baghdad).

Ma come può permettersi un lusso del genere, il più diffuso giornale della Florida, nonostante le ristrettezze economiche che la carta stampata deve affrontare? A St. Petersburg la risposta è semplice: rinunciando alla cronaca spicciola: meno politica, economia, sport, cultura, affidate a pagine che ospitano i servizi offerti dalle agenzie.

“Abbiamo intenzione di puntare su indagini e approfondimenti perché ci siamo sempre chiesti cosa interessa veramente al nostro pubblico – spiega Stephen Buckley, il direttore del quotidiano della baia di Tampa – e ovviamente questa domanda ci porta a chiederci come lavorariamo: quello che facciamo conta qualcosa oppure no?”

Quelle di Buckley sono belle parole e buoni propositi piuttosto rari da trovare di questi tempi, vista la massiccia migrazione di lettori e inserzionisti verso lidi migliori, ossia il web.

D’altra parte il St. Petersburg Times è una creatura particolare, un giornale indipendente di proprietà di privati (e non di grandi corporation), un quotidiano che continua a tenere alta la bandiera del giornalismo di qualità. Altri editori privati si sono liberati dei loro quotidiani tempo fa, per investire in altri settori. Non è stato così per Nelson Poynter, che ha lasciato l’importante giornale della Florida in eredità ad un’organizzazione nonprofit, il prestigioso Poynter Institute.

“Il modello St. Petersburg è meraviglioso e sarebbe grandioso se ce ne potessero essere di più” dice John Carroll, uno dei giornalisti più importanti del Los Angeles Times che se ne è andato sbattendo la porta dopo essersi ribellati ai tagli imposti dalla proprietà, la Tribune Company. Carroll sostiene anche che puntare su giornalismo di qualità potrebbe essere ancora più semplice in tempi di crisi: visto che il valore dei quotidiani è diminuito, usare risorse per per indagini e reportage, magari da fondazioni e altre istituzioni, non è più così impegnativo.

A St. Petersburg, invece, alcuni redattori sono più scettici: Poynter era un “visionario”, dicono, aveva carta bianca, per lui era facile impegnarsi per un giornalismo di qualità, perché, a differenza degli altri editori, non era così interessato al budget.
Il giornale deve sborsare 90 milioni di dollari all’anno solamente per le buste paga. Ma, rispetto alla maggioranza degli altri giornali, il Poynter Institute non è interessato al “mero profitto”: si accontenta di un dividendo annuo che ultimamente si aggira ai 6 milioni di dollari. Per il resto, la filosofia lasciata in eredità da Nelson è semplice: i guadagni vanno reinvestiti nel giornale, non in altri settori.

La testata quindi non deve spingersi a margini di profitto che vadano oltre il 20%, una soglia intoccabile da alcuni concorrenti. Per il St. Petersburg, invece, ci si è attestati sotto la soglia del 10%, che dovrebbe essere invece l’obiettivo aziendale. Addio tirannia di Wall Street – riassume il New York Times – e si può spendere per una bella inchiesta che forse non ripagherà nell’immediato, ma avrà certamente risultati di lungo periodo. Non a caso il quotidiano può vantare sei Pulitzer, tre premi “Ernie Pyle” negli ultimi quattro anni e un premio “Raymond Clapper”.

Un altro “visionario” come Poynter è Eli Broad, un miliardario filantropo che sogna un giornale “senza scopo di lucro, finanziato da fondazioni” e ha tentato invano di acquistare la Tribune Company.

Approcci simili vengono accolti da molto scetticismo: Brian Tierney, del gruppo che controlla Philadelphia Inquirer e Philadelphia Daily News, dice che prima di riuscire a fare qualcosa del genere, i proprietari devono essere stati nel settore per parecchio tempo, avere eredi che accettano prospettive avvenuturose oppure non averne.

Eppure The Anniston Star in Alabama e The New Hampshire Union Leader sembrano seguire il “modello visionario”.

L’interesse e la motivazione non mancano, ma per il St. Petersburg Times i profitti sono in discesa dal 2001, la diffusione è passata dalle 334.336 copie vendute ogni giorno nel 2003 a 308.256. Si spera comunque in un piccolo incremento della diffusione dopo una forte campagna di marketing, anche se bisogna affrontare l’agguerrita concorrenza di The Tampa Tribune.

I problemi non mancano. I guadagni dalle inserzioni sono diminuiti e non sono compensati dalla maggiore pubblicità su tabloid gratuiti o su Internet. E i ricavi minori hanno portato inevitabilmente ai sacrifici che tutte le redazioni americane hanno sofferto: si è passati da 390 giornalisti a 360. E’ stato rimosso l’ufficio che il giornale aveva a Citrus County, eliminando anche l’edizione locale. E si potrebbe tagliare anche la distribuzione delle copie nella capitale della Florida, Tallahassee, che costa 250 mila dollari all’anno. I giornalisti, però, si ribellano e dicono di non voler “tradire” i propri lettori.

La testata ha anche cercato nuove soluzioni, come il settimale giovanile tbt*, lanciato nel 2004 e diventato quotidiano l’anno scorso. Poi c’è la rivista patinata Bay che punta ai lettori più abbienti. Il giornale ha anche rilanciato il sito internet Tampabay.com, che ospita diversi blog che discutono di fonti di energia alternativa, di finanza personale e molto altro. C’è poi la partnership con Congressional Quarterly, la bibbia del parlamento di Washington fondata dallo stesso Poynter, che ha prodotto il sito  PolitiFact.com. Il traffico telematico fa sperare bene: è passato dai 964 mila utenti del 2005 a 1,3 milioni l’anno scorso, per toccare 1,4 milioni nel luglio scorso.

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