DON IMUS, O LE AMBIGUITA’ DEL SISTEMA DEI MEDIA

| 26 aprile 2007 |

I media americani creano un circolo vizioso che li obbliga ad usare il politicamente scorretto per vendere oppure a censurarlo in casi eclatanti come quelli di Don Imus, il veterano della radio stritolato dalla stessa macchina mediatica a stelle e strisce, che, così come lo ha creato, lo ha distrutto

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di Matteo Bosco Bortolaso

New York – Se nella televisione italiana una bestemmia può essere fatale ad un concorrente del Grande Fratello, sui media statunitesi il politicamente scorretto – specie se tocca ferite mai sanate come la discriminazione razziale – può troncare trentennali carriere piene di successi.
È il caso di Don Imus, popolarissimo conduttore radiofonico della Cbs che si è attirato le critiche di politici, giornalisti e dell’intera comunità nera americana per aver definito le giocatrici della squadra di basket della Rutgers University, in New Jersey, proprio nel giorno della vittoria del campionato studentesco, nappy-headed hos, ovvero “puttanelle nere spettinate”, prese in giro per le capigliature che vanno di moda tra le ragazze di colore. Hos è un’espressione che usano i rapper di colore che non dovrebbe mai trovarsi sulla bocca di una persona con la pelle bianca: alcune parole – come nigger – assumono significati diversi in base a chi le dice, possono creare solidarietà se usate nella stessa comunità oppure marcare fratture inconciliabili.
Il conduttore, dopo una sospensione iniziale di due settimane, è stato licenziato dalla Cbs e dalla MsNbc, che mandava in onda il suo programma di interviste in simultanea con la radio rivale.

Il caso ha guadagnato le prime pagine di New York Times e Washington Post e le copertine dei settimanali Time e Newsweek. Per una settimana l’America si è interrogata sulla domanda: cosa si può dire e cosa non si può dire sui media, quando si parla all’intera nazione?

Anche i candidati alle presidenziali del 2008 non si sono tirati indietro. L’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, intervistato da Newsweek, ha detto che non vede discriminazione razziale nell’atteggiamento di Imus. La senatrice di New York Hillary Clinton, invece, è andata proprio all’università delle ragazze offese – approfittando, notano i più scafati, della lunga onda mediatica dell’insulto tabù – per tenere una conferenza sul Perché la politica conta: le donne e la leadership pubblica. Dal canto suo, Barack Obama, figlio di un africano nero, si era unito alle veementi proteste della comunità nera, capitanata dai suoi leader storici, gli ex candidati alle presidenziali Jesse Jackson e Al Sharpton, che avevano chiesto udienza ai vertici della Cbs per avere la testa del commentatore radiofonico.

Dopo la politica, si è fatta sentire anche la finanza: lo show di Imus, che portava alla Cbs due milioni di ascoltatori al giorno e 15 milioni di dollari all’anno, cominciava a perdere grandi inserzionisti come American Express, Staples e Procter & Gamble.

 “C’è stato un grosso dibattito sull’effetto di espressioni come quelle di Imus sui nostri giovani, e soprattutto sulle ragazze di colore che cercano di farsi strada nella società” ha risposto il presidente della Cbs, Les Moonves, annunciando la decisione di silurare il popolare conduttore, il 67enne cow boy che vive in un ranch in New Mexico, un tempo incluso da Time tra le 25 persone più influenti d’America: uomini politici di destra e sinistra facevano a gara per un’ospitata e un’intervista nel suo salotto radiofonico.

Minatore, cantante, macchinista di treni, addetto alle pompe di benzina, romanziere, marine. Don Imus, classe 1940, ha avuto una vita movimentata. L’uso – e l’abuso – di alcol e cocaina gli avevano già fatto perdere il lavoro nel 1977 alla WNbc, che due anni dopo, comunque, lo richiamò. Nel 1985 il conduttore venne affiancato da Howard Stern, altrettanto controverso e altrettanto ben pagato, come coppia di punta del canale televisivo. Imus è ricordato anche per aver aver apostrofato Gwen Ifill, giornalista di colore della Cbs chiamata dal New York Times per raccontare la presidenza Clinton. “Il Times non è fantastico? – aveva commentato sarcastico il conduttore cow boy – Il giornale di New York ha chiamato la signora delle pulizie per raccontare la Casa Bianca!” E la famosa blogger Ana Maria Cox, “scoperta” da Imus, ricorda di quanto imbarazzante fosse sopportare gli apprezzamenti per il suo “bel paio di…occhi”.

Come spiega Time, l’espressione nappy-headed hos, che ha richiamato non pochi avvocati pronti a intavolare infinite guerriglie lessicali, è un vero e proprio diamante dell’insulto, una creazione perfetta perché creava discriminazione di razza, genere, e forse anche di classe. “Imus è bianco, ricco e famoso e se la prende con giovani ragazze del college, prevalentemente nere, raramente abbienti: ma perché poi tanto rumore?” si chiede James Poniewozik sul settimanale, ricordando che gli insulti dalla firma prestigiosa abbondano nella recente storia dei media statuntensi. Qualche esempio? Il comico Michael Richards e “nigger” (negro). L’attore Isaiah Washington e “fagot” (frocio). Il senatore George Allen e “macaca”. Mel Gibson, infine, ha fatto parlare di sé con e il suo “fucking Jews” (fottuto ebreo) rivolto all’agente di polizia che lo aveva fermato mentre guidava ubriaco.

Il politicamente scorretto, inoltre, vende: la lista di film e show di successo che fanno uso di materiale e battute politicamente scorrette è ben lunga. Basti pensare al recente Borat, in cui il protagonista entra in un negozio d’armi per chiedere “qualcosa per far fuori un ebreo”, alla vasta produzione di Quentin Tarantino e agli scherzi crudeli del cartone animato South Park.

Il problema, insomma, sta a monte. “Quello che ha detto Imus – scrive Brent Budowsky su The Hill, pubblicazione molto diffusa nei Palazzi degli Stati Uniti, ripresa dal sito MediaChannel – è solo l’ultimo esempio di quanto rancore, derisione,  polarizzazione e bigottismo infestano la politica e i media americani. Il problema non è tanto Imus, quanto piuttosto l’idea che è profittevole seminare odio, veleni e brutture nel dibattito pubblico gestito dai media”.

Quello che succede, continua Budowsky, è che i ricchi e famosi sputano i loro insulti, facendoli poi seguire da una scusa contrita e quindi business as usual, come se nulla fosse successo, fino al prossimo protagonista, che seguirà lo stesso schema.

“Questi circoli viziosi dei media vanno fermati” sentenzia il giornalista che, come alternativa al licenziamento di Imus, propone di devolvere lo stipendio annuale del conduttore a qualsiasi fondazione di beneficenza indicata dalle giocatrici della Rutgers.
Il commentatore radiofonico, invece, ha cominciato un tour di scuse, parlando comunque di beneficenza: quella che, in prima persona, porta avanti da diversi anni, come il supporto al candidato di colore Harold Ford Junior o gli aiuti ai bambini malati offerti nel suo ranch. Il suo siluramento, inoltre, ha interrotto la maratona di sottoscrizioni via radio per una serie di cause caritatevoli da lui sostenute con oltre 40 milioni di dollari dal 1990. Imus, infine, ha anche raccolto 6 milioni di dollari per il “Centro per gli intrepidi”, che ospita soldati feriti nella guerra in Iraq in via di riabilitazione. Le sue parole, sostiene il commentatore radiofonico, dovrebbero essere considerate nel contesto più ampio delle attività caritatevoli da lui promosse.

Ma il Time commenta con ironia che non è la beneficenza del ranch di Imus ad andare in onda venti ore alla settimana, bensì uno show ricco di doppi sensi e battute con il quale il mondo politico, talvolta moralista, deve scendere a compromessi. Non a caso il Washington Post si chiede che fine faranno i rapporti di amicizia – prima ancora che professionali – sviluppati da Imus: il candidato repubblicano alla presidenza John McCain, il potente giornalista della Nbc Tim Russert, che ha mandato regali al figlio del conduttore radiofonico, o il collega della Cbs Bob Schieffer.

I media americani, gli stessi che per la rapina di una banca in un sobborgo di Atlanta per mano di due ragazzine bionde parlano delle Barbie Bandite, creano davvero un circolo vizioso che li obbliga ad usare il politicamente scorretto per vendere o a censurarlo in casi eclatanti come quelli di Gibson o di Imus, un veterano della radio che però non aveva colto i perversi meccanismi della macchina mediatica a stelle e strisce, che, così come lo ha creato, lo ha distrutto.

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