‘’DATEMI UN CONTRIBUTO E VI FARO’ UN’ INCHIESTA’’

| 11 settembre 2007 |


Reprentative journalism, Innocentive for journalism, crowdfunding: si intensifica negli Usa il dibattito sui business model che potrebbero rendere economicamente sostenibile il giornalismo investigativo

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Il tema dei nuovi giornalismi negli Stati Uniti va di pari passo con l’ analisi di nuovi business model che li possano eventualmente sostenere.

Leonard Witt , docente di Comunicazione alla Kennesaw State University e capo dei blogger del Public Journalism network (PJNet.org), ha cominciato da poco a scrivere sul suo blog di qualcosa che lui definisce  Representative Journalism. E ne spiega anche la sostenibilità.

Si tratta di un giornalismo rivolto volta per volta a un piccolo gruppo, che lo rende economicamente sostenibile attraverso contributi in danaro (crowdfunding, una sorta di crowdsourcing applicato alla finanza) erogati sulla base dell’ interesse di ciascun componente del gruppo nei confronti di quell’ argomento.

David Cohn, su NewAssignment  nota: ‘’Se ho capito bene, il Representative journalism è molto simile a quello che  Innocentive ha fatto per la ricerca scientifica. (E’ un termine nato dalla fusione di innovazione e incentivi, ndr). (Leggi anche su Assignment Zero una intervista con Alpheus Bingham, co-fondatore di  Innocentive.)

Vorrei aggiungere la mia voce al coro – dice Cohn -. Si tratta di una ipotesi di business model che abbiamo lanciato qui a  NewAssignment.Net — e penso che questo sia il futuro del giornalismo investigativo. Sono contento che Witt gli abbia trovato anche il nome. Io sono stato un po’ combattuto perché in realtà pensavo che lo potessimo definire  “Innocentive journalism.”

La base di questo modello – spiega ancora Cohn – è Ii micropagamenti. Il giornalista indipendente spiega che tipo di servizio vorrebbe fare. I lettori interessati possono decidere se versare, 10 dllari o di più se sono interessati a quell’ argomento. Se 300 persone versano 10 dollari, si ottengoo 3.000 dollari, che non è un brutto reddito mensile per un giornalista free lance.

Quelli che contribuiscono – aggiunge Cohn – sono come quelli che Sellaband*, un tipico esempio di crowdfunding, potrebbero chiamare  believers (credenti in senso laico, potremmo dire noi, ndr). Con abbastanza sostenitori una band indipendente ha la possibilità di registrare un album con  SellaBand.
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Una prima questione viene subito a galla: ‘’come trovare un giornalista onesto’’.  Se un gornalista sta lavorando su qualcosa che ha una implicazione politica e viene finanziato da persone che vogliono uno specifico risultato, come possiamo continuare ad avere una ricerca corretta ed equilibrata?
Buona questione.

Per prima cosa dobbiamo riflettere sulle relazione fra sostenitore e giornalista. Non è che la persona che versa un contributo stia prendendo in affitto il giornalista affinché egli trovi la ‘’verità’’ che lui stesso desidera. Quello che il sostenitore sta sostenendo è un arbitro, qualcuno di cui il cittadino possa avere fiducia mentre scava in profondità e scopre quello che sta realmente accadendo. Questo può sembrare ovvio al giornalista professionale, ma qualsiasi esempio di  “Representative Journalism” arriva ai lettori dovrà avere quel taglio.

Seconda cosa, ancora più importante. Ogni redazione crea gli strumenti affinché i lettori  possano trovare e finanziare giornalisti che siano responsabili di quelli che sarano i risultati finali. In qualche modo saranno come dei managing editors. E se c’ è bisogno di fare una selezione dei giornalisti che possono proporre dei possibili temi di investigazione, lo capisco. Non con lo scopo di essere al top, ma per assicurare che i soldi della gente siano spesi bene.

I benefici?, si chiede Cohn. Innanzitutto viene costruito automaticamente un bacino di lettori, una audience. Proprio come nella campagna ‘’Spread FireFox’’, se tu doni del tempo o dei soldi a qualcuno, sentirai che il prodotto finale (in questo caso il prodotto finale sarà la lettura di un servizio) in qualche modo ti appartiene.

Un mercato per giornalisti indipendenti che consenta di trovare sostenitori per il tipo di giornalismo in cui essi credono. Il profitto viene cancellato e il risultato finale riformulato attraverso la spinta dal basso.

Una testate dove i giornalisti non si sentono ingaggiati, ma che consente un lavoro che fa al caso loro.

I sostenitori/lettori possono dare una mano investigando loro stessi. Certo è una cosa un po’ scivolosa, ma come ho detto altrove, chi contribuisce può anche avere delle pentole da scoperchiare, ma è suo diritto come cittadino. Così quando io dico ‘’aiutami con l’ investigazione’’,  non  penso che possano avere un ruolo tale da compromettere l’ investigazione. Credo solo che attraverso il processo di partecipazione possa crearsi un network e il giornalista che sta conducendo l’ inchiesta possa usare quel network in modi innovativi.

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Witt gli risponde spiegando che il suo esempio favorito di  crowdfunding (una parola che dice di ‘amare’’) è  Kiva.org. ‘’Ti cattura ed è intelligente’’. 

‘’David – aggiunge –, dovresti parlarne con  Bill Buzenberg,  direttore esecutivo del Center for Public Integrity. Questo centro non-profit fa giornalismo investigativo in varie parti del mondo. Recentemente a una cena parlavo con lui di Kiva.org, spiegandogli che quel meccanismo potrebbe essere alla base di qualche progetto di giornalismo d’ inchiesta, specialmente nelle zone in via di sviluppo, dove, come proprio Kiva.org a fatto vedere, anche pochi soldi possono avere un grande peso’’.

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*Sellaband è un sito internet creato da Johan Vosmeijer (ex Sony/BMG), Pim Betist e Dagmar Heijmans nel 2006 per permettere a gruppi musicali emergenti di accumulare il denaro necessario per registrare un album professionale. Con il supporto di professionisti dell’industria musicale, a tutti i gruppi che riescono ad attrarre abbastanza investitori è offerto un produttore, uno studio di registrazione e un A&R.

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