GIORNALI: AVVIARE LA TRANSIZIONE PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

| 20 ottobre 2006 |

Sta diventando centrale la questione del timing degli investimenti nei nuovi media – Un articolo di Jeff Mignon (nella foto) e un grafico di Robert G. Picard





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Per il professor Robert G. Picard, senza dubbo uno dei più grandi specialisti di economia dei media nel mondo e direttore del Media Management and Transformation Centre in Svezia (Jönköping International Business School), la questione del declino della stampa scritta non si pone. Quella che si pone, semmai, è la questione dei tempi.

Lo rileva, Jeff Mignon sul suo blog – Media café-, analizzando un grafico realizzato dallo stesso Picard per dimostrare la necessità per gli editori di investire nei nuovi media al più presto.


1- Un supporto carta il cui lento declino non si fermerà

1a- I ricavi della stampa su carta sono in diminuzione. La tendenza non è nuova. Essa tende ad accelerare a mano a mano che le nuove tecnologie vengono adottate dai consumatori. Una adozione progressiva, non immediata.

1b- Calo delle vendite = calo del numero di giornali stampati e diffusi = calo dei costi del supporto carta.

1c- Ma, una parte dei costi del supporto carta sono incomprimibili e tenderanno gradualmente alla crescita. Non fermandosi la tendenza al calo, i costi supereranno i ricavi in un momento X.

2- La convergenza non funzionerà che a breve o medio termine

2a- Economie di scala e strategie multipiattaforma per la diffusione dei contenuti (convergenza) permettono in un primo tempo di resistere meglio al calo dei ricavi della carta.

2b- Ma il calo dei ricavi e i costi di produzione della carta appesantiscono i costi delle operazioni d convergenza. Anche lì arriva il momento in cui la stampa non sarà più redditizia. I quotidiani nazionali e i grandi regionali saranno più rapidamente esposti dei giornali locali, secondo le ricerche di Picard.

3- Bisogna far partire subito l’ investimento nei nuovi media

3a- E’ la linea verde quella che ci interessa di più. Essa indica che più una azienda parte presto nella sperimentazione di nuovi prodotti e di nuovi servizi, più velocemente essa avrà l possibilità di ottenere dei ricavi da questi nuovi media.

3b- Poiché il mercato televisivo è fisicamente limitato, malgrado il cavo, e a causa del calo della diffusione della stampa scritta, la pubblicità migrerà sempre più velocemente verso i nuovi supporti. Le cifre lo attestano. Le spese pubblicitarie aumentano. La tv conserva le sue parti di mercato, quelle della stampa scritta e della radio diminuiscono. Dove va la pubblicità? Sui nuovi media.

Ma Robert Picard è chiaro, prosegue Mignon. E’ importante non ‘’uccidere’’ il giornale di carta troppo presto. Lui è lì, c’ è, e per il momento  il maggior produttore di ricavi. Resisterà ancora per un po’ di tempo e il tempo varierà a secondo le testate e le situazioni geografiche. Ed è quindi molto importante concentrare delle forze per rallentare al massimo il suo declino.

Rallentare il declino però non è una strategia praticabile a medio termine. Non più della riduzione dei costi e della convergenza delle piattaforme per diffondere i contenuti su più supporti.

“Le attuali strategie delle aziende editoriali di realizzare economie di scala e multipiattaforme per massimizzare la resa dei contenuti avranno un peso solo per il breve e medio termine”, spiega Picard.

Gli editori devono dunque investire al più presto nei nuovi media. Sperimentare, tentare. Per mettere a punto nuovi prodotti e servizi che attirino la pubblicità, che è in crescita costante su questi media. E per Picard, il tempo è contato perché arriverà un momento in cui sarà troppo tardi. Basta spostare l’ inizio della curva verde nel tempo per rendersene conto.

E’ chiaro quindi che aspettare la ricetta miracolosa o l’ investimento perfetto per molti editori può significare il punto di non ritorno. Libération, ne è – mille volte purtroppo – un esempio concreto.

In fondo – conclude Mignon – è questa la grande lezione che viene dall’ acquisto di YouTube da parte di Google. Come sottolineano molti osservatori (ad esempio Benoît Raphaël qui), Google non ha comprato il New York Times. Non ha rilevato un modello di business che funziona ancora, per il momento. Ha pagato una fortuna per una impresa che non guadagna un centesimo ma che ha una audience enorme, in un settore in esplosione – il video – e i cui contenuti non sono costosi da produrre.  Google ha scelto di sperimentare… ed è quella la sua forza.

 


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