Libertà di parola anche per i razzisti più violenti? Il caso Messaggero Veneto

razzismoFin dove può essere tollerata la violenza verbale sui social network? Fin dove è giusto lasciare lo spazio ai commenti su Facebook se questi si trasformano in veri e propri attacchi di stampo razzista? La questione è discussa da tempo e un recente episodio fa tornare in primo piano la questione.

 

La notizia che ha scatenato quello che è stato definito “razzismo da bar” è stata la morte di Abdelaziz M’Barek, 42 anni, immigrato tunisino. Nel pomeriggio del 7 marzo M’Barek si è introdotto in una cabina elettrica in un capannone in disuso a San Giovanni al Natisone (Udine),  molto probabilmente per rubare del rame, ma nel tentativo di manomettere la cabina dell’Enel una scarica da 20 mila volt lo ha ucciso. La notizia, ovviamente, viene pubblicata sul quotidiano Il Messaggero Veneto che titola : “Muore folgorato tentando di rubare rame”. Postata su Facebook, la notizia diventa il centro di un appassionato dibattito tra gli utenti con toni che da subito si caratterizzano, da parte di alcuni, per la durezza delle parole, tanto che due giorni dopo un articolo su Il Messaggero Veneto titola: “Il razzismo da bar finisce in rete”.

 

«Uno in meno»

 

Nell’ articolo si sottolinea come alcune notizie abbiano la capacità di risvegliare gli istinti più bassi nei lettori e far sì che qualcuno possa essere felice della morte di una persona che, anzi, non è più un uomo, ma un immigrato e un ladro, quindi, nella logica di certe persone, doppiamente colpevole.

 

“Uno di quegli stranieri venuti in Italia per rubare” che quindi non merita alcuna pietà. “E poco importa se non è ancora nemmeno accertato che il reale movente fosse un furto – scrive il quotidiano – è comunque «uno in meno», come si legge in diversi commenti sul sito del nostro giornale. Dove, non a caso, la discussione si è animata anche a colpi di giustizialismo e razzismo della peggior specie, da un lato, e richieste di soppressione di quei contenuti da parte di lettori scandalizzati, dall’ altro”.

 

Chiudere il post?

 

Accanto ai commenti duri e violenti, infatti, hanno fatto la loro comparsa molti post di persone indignate di fronte a chi si rallegrava per la morte del tunisino perché “se stava rubando ben gli sta”:

 

“Ma davvero siamo diventati cosi aridi di cuore? È così difficile capire la disperazione degli altri?” ha scritto un cittadino, mentre altri chiedevano alla direzione del giornale di chiudere quel post, impedendo di lasciare spazio alle persone che sembravano aver dimenticato cosa fosse la pietà nei confronti dei morti, chiunque essi siano. Una richiesta alla quale il giornale ha risposto dicendo che “censurare è sempre la soluzione sbagliata, in questi casi, perché oltre a lasciare le questioni di fondo inalterate le mette pure sotto al tappeto, e ce le sottrae alla vista”.

 

Il direttore del quotidiano,  Omar Monestier, ha inoltre risposto a chi chiedeva di chiudere la pagina dei commenti: «È una scelta che non farò. Vi invito tuttavia a riflettere sulla violenza di alcuni dei vostri messaggi. La fine di una vita umana non va banalizzata mai, in nessun caso, neppure quando siamo esasperati dallo stillicidio di piccoli eventi di cronaca che ci perseguitano con la loro serialità. Quando il rispetto della vita altrui viene meno la dignità che viene violata non è soltanto quella della vittima, ma anche la nostra».

 

Contro il “perbenismo”

 

Purtroppo la strada scelta dal quotidiano non ha portato ai risultati sperati: proprio l’articolo contenente le dichiarazioni del direttore, intitolato “Il tunisino folgorato e la cattiveria sul web”, ha raccolto una nuova serie di commenti che non hanno fatto altro che confermare la preoccupante situazione: se alcuni utenti si sono limitati a scrivere “Chi le cerca le trova”, “Se uno muore compiendo un reato direi che se la va a cercare” o “Tanto casino x uno che è morto andando a rubare! Gli sta bene e basta!!!!”, altri hanno tirato in ballo il cosiddetto “falso buonismo” di chi ha trovato riprovevole esultare per la morte di Abdelaziz M’Barek. “Ma anche il troppo buonismo stona in una società come la nostra ormai dove gli stranieri che vengono per lavorare sono in numero minore di quelli che arrivano e vivono di espedienti e spesso a nostre spese!” scrive un lettore mentre un altro commenta: “Patetico e insopportabile questo falso buonismo che tra l’altro non rispecchia assolutamente il vero pensiero! […] Preferisco di gran lunga pensieri espressi brutalmente ma con sincerità piuttosto che pensieri espressi per compiacimento altrui!!” a cui segue lo scritto di un altro lettore il quale afferma, rivolgendosi al direttore,  che “se uno ruba e si fa male, io non provo alcuna pena. Gli è stato bene, e spero che prima o poi Le vengano gli zingari a svaligiare la casa, mi raccomando dica che hanno fatto bene e che non hanno soldi per mangiare eh…..”.

 

Contro il quotidiano

 

È lo stesso giornale ad essere criticato nel commento di una persona che afferma: “Una cosa è certa: fosse successo a un italiano il Messaggero Veneto non avrebbe fatto tutto sto can can mediatico intriso di pacifismo buonismo e tolleranza verso chi delinque con il risultato che anche in Friuli ormai molti sono i motivi per non poter vivere tranquilli visti i numerosi fatti di microcriminalità che avvengono ogni giorno.”

 

L’eco della vicenda e del dibattito ha inoltre fatto sì che pochi giorni dopo, commentando la notizia di un altro furto di rame, un utente scrive: “20 MILA VOLT!!che dio benedica l’Enel”.

 

A questo punto è opportuno chiedersi se sia giusto, in alcuni casi, lasciare spazio libero a certi tipi di commenti e quale dovrebbe essere l’ atteggiamento da parte dei media di fronte a scritti violenti e dichiaratamente offensivi. É vero che questi tipi di commenti sono il segnale di una determinata situazione sociale e che possono fungere da campanelli di allarme in base ai quali intervenire, ma lasciare che essi vengano pubblicati su un social network non fa altro che aumentarne la visibilità, permettendo così di raggiungere un numero maggiore di persone rispetto all’audience che avrebbero normalmente. Il rischio è quindi quello che venga fornito loro un’ immeritata e pericolosa cassa di risonanza che, a conti fatti, rischia solo di fomentare posizioni al limite.

 

Fabio Dalmasso