L’anno prossimo in pensione ci si va tutti alla stessa età: la novità del Governo che rende felici poche persone

La proposta allo studio del governo non punta a far uscire tutti dal lavoro prima, ma prova a risolvere un problema che riguarda migliaia di persone rimaste in una sorta di zona grigia previdenziale.

Quando si andrà in pensione nel 2027 LSDI.it

Per molti lavoratori l’idea di una pensione uguale per tutti potrebbe sembrare una semplificazione attesa da anni. Nella realtà, però, la questione è molto più complicata.

La novità su cui si sta ragionando riguarda la possibilità di estendere l’uscita a 71 anni anche a chi oggi rischia di restare senza pensione per mancanza dei requisiti contributivi richiesti.

A prima vista potrebbe sembrare una misura positiva per tutti. In realtà i beneficiari reali potrebbero essere meno di quanto si immagini.

Perché il governo sta valutando una pensione a 71 anni per tutti

L’attuale sistema previdenziale prevede regole differenti a seconda della storia contributiva del lavoratore.

Per ottenere la pensione di vecchiaia ordinaria servono generalmente 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi versati. Chi non raggiunge questa soglia può trovarsi in una situazione molto delicata.

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Esiste già una possibilità di uscita con soli cinque anni di contributi, ma riguarda soltanto una categoria specifica: i lavoratori entrati integralmente nel sistema contributivo dopo una determinata data.

Qui nasce il problema.

Chi ha versamenti più vecchi e non arriva ai venti anni richiesti rischia di non maturare il diritto alla pensione tradizionale, pur avendo lavorato e versato contributi per molti anni.

La proposta allo studio mira a uniformare il sistema, permettendo anche a questi lavoratori di accedere a una pensione più avanti negli anni.

Perché la misura potrebbe entusiasmare meno del previsto

Il titolo potrebbe far pensare a un vantaggio generalizzato. La realtà è diversa.

La possibilità di lasciare il lavoro a 71 anni non rappresenta un anticipo dell’età pensionabile, anzi. Per molte persone significherebbe attendere ancora più a lungo rispetto alle regole ordinarie attualmente in vigore.

Il beneficio riguarda soprattutto chi oggi rischierebbe di perdere l’accesso all’assegno previdenziale a causa di una carriera lavorativa frammentata.

Esiste poi un altro aspetto che pesa parecchio: il calcolo dell’importo.

Le ipotesi attualmente discusse prevedono infatti un assegno determinato con il metodo contributivo, meccanismo che tende a produrre pensioni più basse rispetto ad altri sistemi utilizzati in passato.

Questo significa che chi ha lavorato pochi anni o ha avuto retribuzioni contenute potrebbe ritrovarsi con importi piuttosto ridotti.

Facendo una simulazione teorica, una persona con una carriera breve e redditi medi potrebbe ricevere una pensione mensile di poche centinaia di euro.

Ed è proprio qui che emerge la contraddizione della misura.

Da una parte offre una possibilità a chi rischierebbe di restare completamente escluso dal sistema previdenziale. Dall’altra non cambia la situazione della maggioranza dei lavoratori che continueranno a guardare soprattutto all’età ordinaria dei 67 anni.

Per qualcuno rappresenta una via d’uscita. Per altri, semplicemente, un’attesa più lunga con un assegno più leggero.

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Autore: Silvia Dalia

Classe 1980, laureata in biochimica clinica. Ho maturato l’esperienza nel settore dell’editoria, grazie alla collaborazione con diverse redazioni online, ricoprendo il ruolo di redattore, titolista e responsabile.

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