Nuove e ambiziose start-up: sarà verà gloria?

| 14 aprile 2014 | Tag:, , , ,

voxIn quest’era di iper-abbondanza per l’ informazione digitale, in Usa sono appena partite delle agguerrite start-up – attirando molta attenzione ma anche una selva di critiche.

 

Si tratta in particolare di Vox.com, guidato dall’ ex animatore del quotato Wonkblog del Washington Post Ezra Klein, e di FiveThirtyEight, in realtà il ri-design della testata ora parte del network sportivo ESPN (e Disney-ABC) a cura della ‘super-star dei dati’ Nate Silver (ex New York Times).

 

  Grafica aggressiva, argomenti di nicchia e opinioni marcate su “life-style” di ogni tipo, insieme alla varietà quotidiana offerta da politica e società statunitensi: questa la formula portante di entrambi i progetti, soprattutto per il secondo.

In una lunga intervista pre-lancio sul New York Magazine, chiarisce però Silver: «Siamo un sito di data journalism. La politica è uno dei temi che a volte il data journalism sa seguire bene, ma non è questo l’ obiettivo di crescita del sito». E riguardo al concomitante arrivo di analoghe start-up (Vox, First Look Media e The Upshot, che sostituisce lo spazio dello stesso Silver sul sito del New York Times), aggiunge che «è inappropriato fare di tutte le erbe un fascio….Noi vogliamo proporre diverse competenze nel campo dei dati, riportandoli in modo che siano comprensibili a un’ ampia fetta di pubblico».

 

Le critiche vengono invece soprattutto dall’ interno, cioè da quel giornalismo tradizionale abbandonato dai suddetti grossi nomi. Anziché applaudire questa come “l’epoca d’oro del giornalismo”, diversi ex colleghi ne mettono sotto accusa le ambizioni di voler fare subito audience e di un successo economico già assicurato – ben diversamente da come la vede, fra gli altri, il ‘media pundit’ Michael Wolff, sull’ impossibilità di auto-sostentamento delle testate native digitali. Utile la sintesi proposta al riguardo da un articolo di Digiday (Perchè i giornalisti odiano le start-up).

 

Dove si segnala ra l’altro che, rispetto a FiveThirtyEight, parecchi sono rimasti delusi dall’ atteso lancio. Sul New York Times, Margaret Sullivan scrive che «l’approccio super-aggressivo di Nate Silver nell’ informare sull’attualità è opposto alla filosofia del nostro giornale». E insiste Tyler Cowen: «troppo superficiale per lettori attenti e informati, e con temi troppo astrusi per i lettori casuali». Più in generale, David Carr chiarisce il quadro, pur se in parte appoggiando la nuova testata di Klein: «Non credo si tratti strettamente di gelosia professionale, quanto piuttosto del fatto che nel nostro mestiere si tende a rientrare nei ranghi, e invece costoro vogliono proprio mettersi in mostra».

 

Suggerendo che una certa umiltà in questi casi non guasterebbe affatto, l’ articolo chiude così:

Secondo Choire Sicha, co-fondatore di The Awl (uno dei 10 blog migliori secondo Time nel 2010), il video-manifesto di Vox trasuda invece un’ arroganza del tipo: «Siamo noi quelli più in gamba qui dentro». La sua critica complessiva è che queste start-up non ampliano certo la torta economica a disposizione dei giornalisti bensì cambiano solo la spartizione delle sue fette. «Un punto importante riguarda i finanziamenti: a chi vanno i soldi dei venture capitalist? Senza voler minimizzare Melissa Bell [di Vox], che è bravissima. Ma molti tra noi che lavorano su Internet, osserviamo il tutto e ci vengono battute tipo: è stato un mese incredibile per la solita cricca di bianchi».

 

 

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