Prima twittare e poi verificare? Tempestività e affidabilità nell’ epoca delle notizie in tempo reale

| 22 maggio 2011 |

Reuters

I social media non sono solo una risorsa da sfruttare quando non ci sono giornalisti sul terreno, ma anche uno strumento che può rafforzare notevolmente il processo di copertura informativa durante avvenimenti di grande rilievo, visto che  possono fornire un quadro più ampio del contesto e con maggiori elementi di verifica e prevenire la tendenza ad enfatizzare le ‘’voci’’ o a citare fonti non verificate – Lo rileva Nicola Bruno in una Ricerca di dottorato per il Reuters Institute for the Study of Journalism in cui ha analizzato il modo con cui tre grandi testate giornalistiche (BBC, Guardian e CNN)  hanno usato i social media in occasione del terremoto di Haiti – La corsa alla copertura dei fatti in diretta e i nuovi format di racconto giornalistico rischiano però di mettere in crisi i principi basilari del giornalismo, verifica e attendibilità – L’ importante, secondo Bruno, è capire che  questi standard sono il solo vero ‘’valore aggiunto’’ che dei professionisti indipendenti possono garantire, in uno scenario così mobile – La nuova figura professionale del reporter-curator

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L’ uso dei social media come fonte di notizie permette di raccogliere materiali di prima mano sul terreno – un elemento cruciale quando non ci sono corrispondenti sul campo – e nello stesso tempo potenzia la diversificazione e l’ ampliamento del raggio di copertura della vicenda. Inoltre un atteggiamento più aperto nei confronti  dei social media consente una cronaca più rapida e più accurata e mette maggiormente in luce la pluralità delle voci, dovendo contare di meno sulle fonti istituzionali.

Anche se i nuovi strumenti digitali, che puntano a realizzare una copertura costantemente in diretta dei fatti, rischiano di mettere in crisi gli standard giornalistici di affidabilità e verifica delle notizie.

E’ la conclusione di una ampia analisi sul rapporto – complesso, ancora difficile – fra giornalismo mainstream e social media che Nicola Bruno ha realizzato per il Reuters Institute for the Study of Journalism, dal titolo Tweet first , verify later? How real-time information is changing the coverage of worldwide crisis events’.

Un lavoro che è stato segnalato anche dal New York Times online in un articolo di Mathew Ingram e che prende spunto dal cosiddetto ‘’effetto Twitter’’ che da almeno un anno (la Ricerca fa riferimento in particolare al yerremoto di Haiti) si intreccia alla copertura dei grandi fatti di rilievo internazionale.

Nella sua ricerca, Nicola Bruno (autore con Raffaele Mastrolonardo di ‘’La scimmia che vinse il Pulitzer’’) cerca di rispondere ad alcune questioni cruciali:

– Quale effetto sta avendo Twitter nel cambiamento della copertura giornalistica dei grandi avvenimenti che si verificano a livello mondiale?

– Il ricorso ai contenuti generati dai cittadini (l’ UGC, User generated content) può aiutare a produrre un’ informazione giornalistica più tempestiva ed efficace?

– L’ uso di UGC sostituirà i vecchi modelli di copertura giornalistica in caso di grandi avvenimenti? Che cosa succederà agli standard giornalistici sul piano della affidabilità?

Bruno lo fa attraverso una verifica del lavoro compiuto da tre grosse testate giornalistiche: bbc.com, Guardian.co.uk  e cnn.com – in due momenti: nei giorni immediatamente successivi al disastro e una settimana dopo – e descrivendo i diversi approcci ai social media che essi hanno messo in campo. Più centralizzato (BBC), più decentralizzato (Guardian); prevalentemente ‘’comunitario’’ (CNN).

La quale, fra le tre testate, secondo quanto osserva Bruno, avrebbe avuto rispetto ai contenuti prodotti dal basso un approccio più aperto, attraverso una combinazione di fonti su Twitter, Youtube, Facebook, blog e materiali forniti tramite iReport (la piattaforma di condivisione di filmati del sito Usa) forniti da un gran numero di account da diverse zone di Haiti.

Pubblichiamo qui di seguito un’ ampia sintesi delle conclusioni della Ricerca di Nicola Bruno

*****

di Nicola Bruno

(da Tweet first , verify later?’’)

1)

I contenuti che circolano nei social media sono diventati ormai parte integrante del processo di raccolta delle notizie in occasioni di grossi avvenimenti. I tweet in tempo reale, i video amatoriali su YouTube e le informazioni di prima mano lanciate su Facebook riempiono quel vuoto di notizie che fino a pochi anni fa caratterizzava la fase immediatamente successiva a fatti di grosso impatto.

Questo vuoto era determinato da diverse ragioni: i luoghi degli avvenimenti erano difficili da raggiungere, il collasso delle infrastrutture di comunicazione (come nel caso del terremoto di Haiti) e l’ accesso vietato ai giornalisti stranieri (come in Libia), eccetera

L’ uso dei social media come fonte di notizie permette di raccogliere materiali di prima mano sul terreno – un elemento cruciale quando non ci sono corrispondenti sul campo – e nello stesso tempo potenzia la diversificazione e l’ ampliamento del raggio di copertura della vicenda.

Come questo studio ha delineato nell’ analisi dei contenuti, un atteggiamento più aperto nei confronti  dei social media consente una cronaca più veloce e più accurata e mette maggiormente in luce la pluralità delle voci, dovendo contare di meno sulle fonti istituzionali.

In altre parole, i social media non sono solo una risorsa da sfruttare quando non ci sono giornalisti sul terreno, ma anche uno strumento che può rafforzare notevolmente il processo di copertura informativa durante avvenimenti di grande rilevanza. I social media infatti possono fornire un quadro più ampio del contesto e con maggiori elementi di verifica e prevenire la tendenza ad enfatizzare le ‘’voci’’ o a citare fonti non verificate.

2)

Tuttavia non possiamo ragionevolmente affermare – come qualche tecno-entusiasta del citizen journalism ha proclamato pochi anni fa – che in quanto tale l’ User Generated Content (i contentuti prodotti direttamente dagli utenti) possa rappresentare una fonte di informazione ‘’indipendente’’. La nostra analisi della copertura giornalistica del terremoto di Haiti del gennaio 2010 ha dimostrato che la presenza di corrispondenti in zona segna una differenza. Per parafrasare il titolo dell’ ultino saggio di  Richard Sambrook , gli odierni corrispondenti dall’ estero non sono affatto ‘’ridondanti’’; e se dovessero scomparire non sarà certo un esercito di citizen journalist che potrà sostituirli automaticamente.

Nello stesso tempo il tradizionale modello di copertura giornalistica basata solo sui corrispondenti esteri non sarà a lungo sostenibile. La brusca accelerazione del ciclo delle notizie, in particolare nel mondo online, sta costringendo le testate mainstream ad adottare una strategia di giornalismo di rete (networked journalism), con una progressiva integrazione fra cronaca tradizionale e copertura in tempo reale attraverso i social media.

Ambienti online come Twitter, YouTube e Facebook non sono popolati solo da citizen journalists (qualsiasi cosa questo termine attualmente indichi) ma anche da molte fonti istituzionali: NGO, agenzie governative, personaggi pubblici, ecc.) che vogliono comunicare in maniera indiretta e informale con il loro pubblico.

Mentre questo sembrerebbe il momento più adatto per abbracciare il paradigma del giornalismo di rete (networked journalism), l’ analisi quantitativa e qualitativa svolta nel capitolo 4 mostra che le principali testate giornalistiche non sono ancora pienamente convinte sulla necessità di fare questo passo. Come mostrano gli esempi, nelle prime 24 ore dopo il terremoto di Haiti, una notevole quantità di contenuti generati dagli utenti (UGC) erano stati utilizzati da CNN, BBC e dal Guardian.; ma una settimana dopo, quando tutte e tre le redazioni erano riuscite a dislocare i loro corrispondenti sul terreno, quel tipo di contenuti praticamente non esisteva già più.

In altre parole, i social media sono una risorsa utile per colmare dei vuoti nell’ organizzazione editoriale, ma una volta che quel problema è stato risolto, i media mainstream sembrano minimizzare la loro importanza.

Per superare questo modello ‘’opportunistico’’, i media tradizionali devono ridisegnare completamente le loro strutture operative. E, non c’ è bisogno di dirlo, ciò richiederà un po’ (o forse un bel po’) di tempo.

3)

Nel frattempo, non possiamo negare che l’ effetto-Twitter di cui abbiamo parlato nella nostra introduzione, stia avendo un impatto reale sulla produzione giornalistica delle maggiori redazioni giornalistiche. BBC, CNN e Guardian sono dei grandi esempi di media mainstream con una consistente apertura nei confronti dei social media.

La copertura online delle grosse notizie non può più basarsi solo sui corrispondenti locali o sulle notizie di agenzia: stanno emergendo un po’ dovunque nuovi format di racconto giornalistico, comprese le mappe interattive, le visualizzazioni multimedia, i Live blog, ecc. In particolare il format Live Blog incarna pienamente quello che il giornalista Dan Gillmor definisce  “1440-minute news-cycle” (ciclo informativo di 1440 minuti, 24 ore), l’ evoluzione digitale del ciclo televisivo basato sulle 24/24ore.

E’ chiaro che oggi la copertura in tempo reale dell’ evoluzione dei fatti sta imponendo una forte accelerazione nel processo tradizionale di raccolta e di pubblicazione delle notizie – un paesaggio in cui il contenuto dei social media sta giocando un ruolo sempre più cruciale.

Tuttavia, anche se il nuovo ciclo ‘’1440 minuti’’ facilita  l’ integrazione dei contributi dei citizen journalist (in particolare nei formati più dinamici come il Live Blog), è anche vero che una tale accelerazione sta erodendo gli standard giornalistici di affidabilità e verifica delle notizie.

Le analisi e le interviste raccolte in questo Rapporto illustrano come, almeno in alcune specifiche circostanze, Guardian e CNN preferiscano la velocità rispetto alla verifica dell’ informazione pubblicata.

L’ approccio del tipo  ‘’prima twitta, poi verifica’’ è di grande aiuto nella diversificazione delle fonti e consente una copertura più ricca. Ma questa strategia, nello stesso tempo,   sembra molto pericolosa in relazione a una delle regole d’ oro del giornalismo: ogni notizia deve essere prima di tutto verificata. Fra le tre redazioni esaminate qui la BBC è l’ unica testata che applica in maniera massiccia questo principio fondamentale anche nella sua versione online.

Gran parte del lavoro realizzato dalla struttura di raccolta dell’ UGC della BBC è dedicato a una verifica ripetuta del contenuto dei social media prima del suo utilizzo durante eventi particolarmente rilevanti.

Come conseguenza, questa ampia attenzione dedicata all’ affidabilità delle notizie risulta anche dalla minore percentuale di UGC pubblicati sulla BBC online rispetto alle altre testate che optano invece apertamente per la strategia del ‘’prima twittare, poi verificare’’.

Dall’ altro lato, potrebbe anche accadere che in un futuro prossimo i due modelli opposti – ‘’prima si pubblica e popi si verifica’’/’’prima si verifica e poi si pubblica’’ – confluiranno in una unica strategia.
PIù i social media diventano una parte integrante del processo di raccolta delle notizie, più le redazioni online avranno bisogno di uno specifico  ‘’curatore’’ che lavori accanto a commentatori e corrispondenti. Questa nuova posizione richiederà dei cronisti bravi nel filtraggio, nella verifica e nella cura editoriale dei contenuti più rilevanti che circolano in rete.

Il ‘’reporter-curator’’ si avvarrà delle nuove ‘’tecnologie di verifica’’ che diventeranno sempre più veloci e sempre più affidabili ed avanzate. E’ anche ragionevole prevedere lo sviluppo di nuove procedure che misurino rapidamente il grado di affidabilità dei contenuti dei social media, grazie a nuove soluzioni digitali e a strumenti intelligenti di integrazione.

Un esempio pratico di possibili risultati in questo contesto è stato fornito recentemente dall’ Online Journalism Blog (OJB), che ha pubblicato una piccola guida intitolata ‘’Contenuti, contesto e codici: la verifica dell’ informazione online. Fra le tante cose interessanti si legge: ‘’L’ apparente ‘impersonalità’ del medium è ingannevole: ogni segmento di informazione, e ogni persona, lascia una traccia di dati che possono essere utilizzati per ricostruire la sua affidabilità’’. Basandosi su questa premessa, OJB suggerisce u oprocesso di verifica in tre passi che include analisi di contenuti, contesto e codici.

Questa guida inoltre spiega che molti dei dubbi che circondano oggi i social media erano emersi allo stesso modo durante le principali trasformazioni tecnologiche del passato.

“Quando per la prima volta in redazione entrarono i telefoni, i giornalisti erano scettici: come possiamo essere sicuri che la persona al’ altro capo del filo sia quello che dice di essere?’’. La domanda ora sembra stupida, perché abbiamo una tale familiarità con la tecnologia telefonica che a stento pensiamo ad essa come a una tecnologia – utilizzando anche un ampio ventaglio di tecniche per veriricare quello che il nostro interlocutore sta dicendo a telefono, dal tono di voce al numero da cui sta chiamando e alle informazioni che ci sta dando.
Il rapporto con le fonti online non è diverso. Come fate a sapere che la fonte vi sta dicendo la verità? Siete dei giornalisti, perbacco: è il vostro lavoro scoprirlo’’ .

Questo nuovo ruolo per i giornalisti acquisterà sempre maggiore importanza. E ciò è dovuto non solo al fatto che sempre iù persone al mondo guarderanno (esclusivamente o prevalentemente, e sempre di più) all’ online come alla loro ‘’dose di informazione’’ quotidiana, ma anche perché la trasformazione dei social media sta abbassando il livello della diffusione di voci, bufale e imbrogli.

Nell’ era del ciclo informativo ‘’1440-minute news-cycle’’, in cui cittadini, fonti indipendenti e altre organizzazioni hanno la possibilità di fare cronaca istantanea sui grandi avvenimenti, l’ espressione ‘’linea di verifica’’ (“line of verification”, coniata da Matthew Eltringham, direttore del canale per l’ UGC della BBC) è il solo vero ‘’valore aggiunto’’ che dei professionisti indipendenti possono garantire. In questo scenario così mobile,  le nuove testate giornalistiche non solo hanno bisogno di adottare un approccio aperto nei confronti dei social media, ma devono anche aggiornare i loro standard e le loro tecniche di autenticazione dell’ informazione. Per questo, la tecnologia giocherà un ruolo sempre più vitale, aiutando i giornalisti in maniera più concreta a verificare i contenuti prodotti dai cittadini e le altre fonti online.

Gli standard del buon giornalismo continueranno a rimanere tali anche nel millennio digitale mentre i nuovi media dovranno cercare di salire sul treno dell’ informazione in tempo reale senza però dimenticare la loro principale missione: separare i fatti dalle finzioni, filtrare i segnali dal rumore di fondo e offrire contenuti importanti e affidabili.

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