HuffPo-AOL: i nuovi ‘’schiavi’’ del web e la svalutazione dei contenuti

| 19 febbraio 2011 |

Schiavi-Huff

Huffington Post è solo l’ esempio più visibile della nuova economia dell’ informazione, in cui chi scrive sa che riceverà per il suo lavoro dei compensi molto inferiori a quelli che giravano nei tempi migliori dei mainstream media, osserva Paul Gillin su NewspaperDeathWatch –  Ogni singolo articolo del sito appena rilevato da AOL produce ricavi per circa 1.000 dollari, mentre quelli più importanti vengono pagati non più di 200 dollari e sono centinaia i blogger che lavorano completamente gratis – L’ unica ‘’soddisfazione’’, continua Gillin, è che questa dinamica non è nuova: nell’ era pre-Internet il New York Times poteva permettersi di pagare i freelance una miseria per il loro lavoro perché era il New York Times. Avere la firma sotto il titolo valeva molto di più del compenso per l’ articolo, che poi bastava solo a pagarsi una birra

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Huffington’s Serfs

di Paul Gillin
(NewsaperDeathWatch)

(…) Scrivendo sulla Columbia Journalism Review, Lauren Kirchner nota che  il lavoro gratuito attualmente può essere illegale in determinate circostanze. In alcuni casi delle persone sono state costrette ad accettare dei compensi visto che il lavoro volontario poteva essere ritenuto una concorrenza sleale per le strutture che beneficiavano della loro attività.

Una situazione analoga a quella dell’ HuffPo è stata contestata con successo in passato. Lauren Kirhner fa riferimento in particolare a una denuncia contro AOL presentata alcuni anni fa da un gruppo di community manager (addetti alla gestione di comunità virtuali) secondo cui il loro impegno aveva contribuito allo sviluppo della società. La denuncia non ebbe un seguito processuale, ma AOL alla fine accettò di versare 15 milioni di dollari, negando così al mondo un possibile precedente.

HuffE’ improbabile che Huffington cambi una pratica che ha contribuito alla sua ascesa stellare. Ma le pressioni che vengono da voci molto autorevoli come quella di Gillmor potrebbero mettere in imbarazzo i vertici. ‘’Il modello economico di Huffington Post è perfettamente legale. Ma è giusto?’’, chiede Kirchner.

Forse no, ma giusto in quale contesto? Il dibattito sulla scala dei compensi di HuffPo è solo una foglia di fico per nascondere il problema, molto più grosso, della svalutazione dei contenuti determinato da Internet.

Nate Silver, sul New York Times, offre un contributo molto interessante a questo problema. Disseziona il modello di ricavi dell’ Huffington Post e dimostra che i contenuti non retribuiti generano solo una piccolissima parte delle entrate. ‘’Il blog medio, con varie centinaia di visitatori, ‘produce’ solo 3 o 4 dollari’’, scrive. Mentre gli articoli più importanti contribuiscono con meno di 200 dollari ai ricavi del sito.

L’ analisi di Silver contiene diverse supposizioni, dovute in parte alla mancanza di informazioni disponibili pubblicamente, ma il dato che attira la nostra attenzione è il fatto che l’ HuffPo pubblica qualcosa come 100 articoli al giorno. Se calcoliamo quindi 30.000 articoli all’ anno e teniamo conto che i ricavi annuali sono sui 30 milioni di dollari, allora ogni singolo articolo produce per il sito circa 1.000 dollari. Ipotizzando che HuffPo paghi un 20% di diritti agli autori, allora l’ autore medio dovrebbe ricevere non più di 200 dollari ad articolo. La metodologia di Silver, che si basa sul traffico, stima un valore ancora inferiore. Comunque qualsiasi sia lo scenario, i contenuti non ‘’straordinari’’ valgono non più di qualche dollaro.

Huffington Post è solo l’ esempio più visibile della nuova economia dell’ informazione, in cui chi scrive sa che riceverà per il suo lavoro dei compensi molto inferiori a quelli che giravano nei tempi migliori dei mainstream media. Costringere le aziende a pagare di più i loro collaboratori non  cambierà questi meccanismi economici. Iniziative come Demand Media sono pronte a pagare 5 centesimi a parola. Il mercato continuerà a trovare il suo livello di bassa marea.

La buona notizia – chiamiamola così – è che questa dinamica non è nuova. Nell’ era pre-Internet il New York Times poteva permettersi di pagare i freelance una miseria per il loro lavoro perché era il New York Times. Avere la firma sotto il titolo bastava a compensare i collaboratori, anche se il compenso per i pezzi bastava solo a pagarsi una birra.

Riteniamo che ci sia una esplosione della domanda proveniente da aziende che stanno asottando la nuova tattica del ‘’marketing dei contenuti’’. Queste aziende devono farsi concorrenza sempre di più sul valore dei propri contenuti piuttosto che sulle dimensioni del loro budget pubblicitario, e avranno bisogno di assumere dei professionisti che li aiutino. Può essere una magra consolazione per molti giornalisti, ma almeno offre la possibilità di un livello retributivo che consenta loro di praticare del giornalismo indipendente, anche se solo nel tempo libero.

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