Data journalism: una nuova razza di giornalisti?

| 28 ottobre 2011 |

VideoLe associazioni per la trasparenza dei dati e l’ amministrazione pubblica sembrano essere in questo momento parecchio più avanti del giornalismo professionale (oltre che dello stesso ceto politico) – Anche se il traguardo di una legislazione che assicuri la trasparenza e l’ accesso pieno dei cittadini ai dati è ancora lontano e richiede il rilancio di un impegno comune di tutti i soggetti interessati – I temi al centro dell’ incontro-seminario sul Data journalism e l’ Open data  che si è tenuto ieri nella sede della Fnsi in occasione della presentazione di un ebook pubblicato da Lsdi
(cliccare sulla immagine per il video con interventi e interviste)

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La società civile e la pubblica amministrazione – almeno in alcune sue parti – sembrano essere molto più avanti, nel campo della diffusione dei dati,  del giornalismo professionale oltre che dello stesso ceto politico. Ma il traguardo di una legislazione che assicuri la trasparenza e l’ accesso pieno dei cittadini ai dati pubblici è ancora lontano e richiede il rilancio di un impegno comune di tutti i soggetti interessati, dalle associazioni che animano il movimento per la ‘’liberazione’’ dei dati, ai giornalisti e agli esponenti politici più sensibili al tema della trasparenza.

E’ quanto è emerso nel corso dell’ incontro-seminario sul Data journalism e l’ Open data  che si è tenuto ieri nella sede della Fnsi, a Roma, in occasione della presentazione di un ebook realizzato da AndreaFama per Lsdi, “Open Data-Data journalism: trasparenza e informazione al servizio delle società nell’era digitale’’.

DatigovMario Tedeschini Lalli, giornalista e docente di giornalismo digitale a Urbino, lo ha detto molto chiaramente nel suo intervento: ‘’Società civile e pubblica amministrazione (o almeno una sua parte, anche se piccola) sono più avanti di 1.000 leghe rispetto al giornalismo professionale’’. E lo ha argomentato in un ampio articolo suo suo blog –  Giornalismo d’ altri -.

Dopo tanto parlare del “rischio” che il giornalismo professionale arrivi in ritardo all’appuntamento della cultura digitale, il rischio si è manifestato come realtà di fatto: in un campo cruciale per l’informazione, per la cosa pubblica e per l’informazione sulla cosa pubblica giornali e periodici di varia natura (a stampa e online), telegiornali, giornali radio si sono fatti superare e rendere ininfluenti da pezzi di società civile, da pezzi di società politica e – udite udite – da volenterosi pezzi della pubblica amministrazione. Anzi alla “gara” non si sono mai neppure iscritti.

Trascurando anzi quasi del tutto – come ha segnalato Ernesto Belisario, presidente dell’Associazione per l’Open Governmentla notizia che il 18 ottobre scorso, pochi giorni fa, il governo aveva aperto il suo portale dati.

Colpa della cultura professionale arretrata che domina mediamente il giornalismo nel nostro paese e che finisce per riverberarsi, secondo Tedeschini, anche sull’ impostazione strategica di chi lo rappresenta ai vertici del sindacato.

FamaRoberto Natale, presidente della Fnsi, nell’ intervento di introduzione all’ incontro, ha letto nella trama dei ragionamenti delineati dall’ ebook di Fama non tanto la necessità di un netto salto qualitativo della professione giornalistica rispetto all’ universo dei dati (Fama parla esplicitamente di una ‘’nuova razza’’ di giornalisti), quanto gli elementi di continuità con la tradizionale funzione di mediazione caratteristica della professione.

Riconoscendo però, nello stesso tempo e con forza, un elemento di netta novità rispetto allo scenario attuale dell’ informazione nel nostro paese:

L’ irrompere dei dati, come enorme giacimento di ‘’storie’’ – ha osservato Natale – , può far saltare l’ approccio pesantemente emotivo con cui la stampa affronta in generale gli avvenimenti e può essere un forte antidoto contro una concezione misera e pilatesca della ‘’par condicio’’ diventando di fatto un terzo soggetto con cui si deve fare i conti: quello della realtà dei fatti.

Il problema comunque, secondo Tedeschini, è che

la cultura delle redazioni italiane è storicamente assai diversa dalla cultura che sottende il movimento degli OpenData e gli strumenti del giornalismo costruito sui dati:

  • si privilegia il “perché” sul “cosa”, il commento e l’interpretazione sul fatto, sul dato (un importante inviato di un’importante testata italiana ebbe a teorizzarlo un paio d’anni fa davanti a una classe di studenti di Giornalismo);
  • il giornalista spesso va in cerca del dato già analizzato e depurato, anche quando avrebbe tutti gli strumenti per farlo lui (testimonianza odierna di Vittorio Alvino, presidente di Openpolis);
  • c’è un’antipatia congenita per i numeri, per la loro manipolazione, per l’analisi quantitativa, per il giornalismo c.d. “di precisione”, a prescindere dagli strumenti delle cosiddette nuove tecnologie. Quanti addetti del “giornalismo professionale” conoscono la differenza tra la “media” e la “mediana” di una serie di valori? Quanti non sanno fare una percentuale? Quanti capiscono che non ha alcun senso indicare percentuali su campioni inferiori a cento? Quanti tengono presente l’impatto del “margine di errore” in valutazioni statistiche e sondaggi?….
  • c’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

Purtroppo, aggiunge Tedeschini,

ancora si pensa a queste cose come a “nuovi mezzi”, come a strumenti aggiuntivi che ci consentono di fare più in fretta una maggiore quantità delle cose che già facevamo. La realtà è molto più radicale e lo ha detto con efficace violenza il senatore Vita illustrando la impreparazione dei politici e le difficoltà a legiferare in modo sensato su queste materie: “Non stiamo parlando di un [semplice] passaggio di fase, ma di un’altra stagione della Storia”

In effetti, Vincenzo Vita (senatore Pd) ha delineato un quadro disperato del livello di interesse del ceto politico attuale nei confronti dell’ innovazione digitale, parlando di ‘’cultura di estrema arretratezza’’ e definendo questa condizione come ‘’uno dei passaggi culturali più brutali del berlusconismo’’.

Di fronte a questa situazione Vita ha proposto di considerare la cultura digitale come uno dei parametri principali per accedere alle candidature alle prossime elezioni, impegnandosi anche a organizzare un incontro con deputati e senatori sui temi al centro dell’ ebook.

Belisario ha proposto una sorta di convergenza fra cittadini, associazioni, giornalisti ed esponenti politici più sensibili per accelerare un movimento che per ora sembra molto frammentato. Invitando comunque ad approfittare dell’ opportunità offerta dal governo. Perché, ha detto, ‘’la finestra potrebbe essere molto corta, forse solo pochi mesi: se quei dati (ora resi disponibili) non vengono utilizzati, ci diranno che abbiamo fatto tanto rumore e poi non sono serviti a niente”.

Da qui l’ ipotesi, lanciata da Roberto Natale, di convocare nella sede della Federazione della stampa un nuovo incontro,  di carattere più operativo, fra i diversi soggetti interessati al tema della trasparenza e della ‘’liberazione’’ dei dati.

All’ incontro sono intervenuti anche Raffaele Fiengo, docente a Padova e cofondatore di Lsdi, Luca Nicotra, di Agorà Digitale; Guido Columba, presidente dell’ Unione cronisti italiani (Unci).

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