“Crisi dei media? Ma se è un secondo Rinascimento…”

| 21 aprile 2010 |

Rss

Sono in calo i profitti di chi investe capitali nei media e c’ è crisi dell’ occupazione nel campo della professione giornalistica, ma questo non significa che ci sia una crisi globale dei media e che la situazione sia allarmante per la società nel suo complesso,  secondo Andreas Kluth, noto giornalista e blogger francese, che parla addirittura di “secondo Rinascimento”  – Oggi, osserva, “sono meglio informato di quanto non sia mai stato. Ma la maggior parte dell’ informazione che io consumo non viene da giornalisti” –  Ma l’ accesso all’ attualità, ribatte Divina Frau-Meigs, sociologa dei media, su Owni.fr, si è democratizzato solo per quelli che si sono attrezzati intellettualmente e tecnologicamente, gli info-ricchi – E questo non risolve la frattura digitale nascosta sotto le fratture economiche, sociali e culturali. E non risolve il problema degli ‘info-precari’, quelli che provengono da ambienti sfavoriti, fra cui ci sono alcuni settori della classe media – Quanto al giornalismo professionale, continua la sociologa, anche se potenzialmente tutti possono essere giornalisti, e contribuire all’ informazione sui siti online, i blog, ecc., la maggior parte dei cittadini non hanno semplicemente il tempo di fare questo lavoro di guardia, di connessione di dati, di approfondimento e di inchiesta che caratterizza la professione nelle sue espressioni più nobili. La professione, semmai, deve diventare più umile di quanto fosse in passato, quando si sostituiva all’ opinione pubblica e manipolava il pluralismo delle idee

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Crisi dei media? No! Ci sono, certo, due crisi – il calo di profitti di chi investe capitali nei media e la crisi dell’ occupazione nel campo della professione giornalistica –, ma non sono allarmanti per la società nel suo complesso. Se la smettiamo di fare gli isterici ed esaminiamo le nostre abitudini mediatiche vedremo che la crisi non c’ è.

E’ la conclusione che Andreas Kluth, noto giornalista e blogger francese, formula dopo aver compiuto un’ analisi diacronica delle sue abitudini in materia di consumo dei media su cui riflette in un lungo articolo su Owni.fr.

“Quello che ho scoperto nel mio comportamento mediatico tradizionale – racconta Kluth – è che oggi sono meglio informato di quanto non sia mai stato. Ma la maggior parte dell’ informazione che io consumo non viene da giornalisti.

Molta di questa informazione viene attualmente dai flussi di notizie di università o di think-tanks che incanalo nel mio lettore di RSS o da iTunes University, da scienziati e pensatori e da altri esperti come nelle conferenze di  TED (Tecnology, Entertainement, Design, un sito-aggregatore americano, ndr). Oltre che da voi di Owni.fr, un pool di redattori che ho scelto io come lettore e che quindi ritengo qualificati.

Se parlo solo come consumatore di media e cittadinio – conclude Kluth – credo che non ci sia affatto crisi dei media, ma che stiamo entrando in un secondo Rinascimento”.

Il problema però – osserva Sabine Blanc su Owni.fr – è che Andreas Kluth tutto è tranne che un internauta qualsiasi. Non è mai stato così ben informato perché lui sa informarsi. Certo il lettore di RSS è uno strumento geniale in questo campo. I blog appassionano, le riviste specializzate sulla Rete sono una legione. Ma siamo lucidi: quale percentuale della popolazione ha la conoscenza e la padronanza di questi strumenti e di questi contenuti?

Certo – continua Sabine Blanc – potenzialmente non c’ è crisi dei media. In realtà, nella pratica, è un’ altra cosa. Anche se non c’ è motivo di preoccuparsi troppo”.

Divina Frau-Meigs, sociologa dei media, docente alla Sorbona, direttrice del master di “ingegneria della formazione a distanza ed educazione ai media, condivide solo in parte il punto di vista di Andreas Kluth sulla crisi dell’ informazione. “Soprattutto se per informazione si intende l’ attualità, come sembra fare Kluth”, spiega a Owni.fr.

L’ accesso all’ attualità si è democratizzato per quelli che si sono attrezzati intellettualmente e tecnologicamente, gli info-ricchi – aggiunge la docente -. Quelli che si informavano con i media tradizionali hanno trasferito alcune competenze e alcuni mezzi online e li ottimizzano grazie a una serie di strumenti sempre più facili da usare e a dei data-base e delle fonti sempre più pluralistiche. Questo non risolve la frattura digitale nascosta sotto le fratture economiche, sociali e culturali. E non risolve il problema degli ‘info-precari’, quelli che provengono da ambienti sfavoriti, fra cui ci sono alcuni settori della classe media (anziani, handicappati, …)

Il potere delle elite e degli intellettuali cresce di fronte al sapere di una grande maggioranza di persone in situazione di precarietà informazionale e la free press non è la soluzione perché l’ attualità che i gratuiti diffondono sulle loro pagine è impoverita, scheletrica e a lungo termine inutilizzabile.

Togliere valore al lavoro sull’ attualità non significa affatto fare  un buon servizio ai più poveri, che spesso dipendono da una sola fonte di informazione.

Il problema – continua la sociologa –  viene anche dall’ informazione come “stampa” e dalla professione giornalistica, che, loro sì, sono in crisi davvero. Una crisi che è il segno di una mutazione durevole e ineluttabile, quella portata dalla 3^ rivoluzione industriale in cui siamo immersi, il “cyberismo” come lo chiamo io per sottolineare la sua rottura con il post-modernismo e la tarda modernità: col web 2.0 e le sue generazioni a venire, legate alla versione IPV6, le attività online sono ormai superiori a quelle offline e dove la catena di produzione dell’ attualità è definitivamente cambiata: i costi di produzione, di riproduzione e di diffusione sono molto bassi. La professione ci può guadagnare lavorando sull’ inchiesta, l’ aggregazione di documenti, la profondità di analisi, se solo riesce a darsi i mezzi.

Dove non sono per nulla d’ accordo con Andreas Kluth – osserva -, è sull’ idea che ce ne possiamo fregare dei giornalisti. E’ una funzione sociale in fase di cambiamento, ma che risponde a tre bisogni cognitivi che non sono certo in via di sparizione: la sorveglianza del contesto ambientale, il trattamento dei fatti e l’ aiuto alla risoluzione dei problemi. Anche se potenzialmente tutti possono essere giornalisti, e contribuire all’ informazione sui siti online, i blog, ecc., la maggior parte dei cittadini non hanno semplicemente il tempo di fare questo lavoro di guardia, di connessione di dati, di approfondimento e di inchiesta che caratterizza la professione nelle sue espressioni più nobili. La professione, semmai, deve diventare più umile di quanto fosse in passato, quando si sostituiva spesso all’ opinione pubblica e manipolava il pluralismo delle idee.

Non sarebbe male – conclude la sociologa – se la crisi attuale riuscisse a rimettere il pendolo all’ ora giusta: al giornalista il dovere di informare, al cittadino quello di deliberare e di farsi un’ opinione, con l’ opzione supplementare di poterla condividere online…

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