Paure e speranze nel futuro delle news

| 18 marzo 2009 | Tag:

Futuro delle newsOggi su Apogeonline un articolo di Bernardo Parrella: “Fallimenti, perdite millionarie, licenziamenti e chiusure: la stampa americana vive un momento drammatico, possibile preludio a un profondo rinnovamento sul web. Spunti dal rapporto annuale sullo stato dei news media e dalle proposte di Clay Shirky e Steven Johnson.”
Ne riportiamo alcuni stralci, incluse breve segnalazioni dal The State of the News Media 2009 appena pubblicato in USA, di cui nei prossimi giorni forniremo qui ampie traduzioni delle parti più salienti (soprattutto rispetto allo scenario online).

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Sull’onda di una super-crisi economica stavolta originata dall’interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Tendenza confermata dal fresco The State of the News Media 2009, sesto rapporto annuale sullo stato dell’informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un’annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l’intero pailinsesto».

Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la gente continua ad aver fame d’informazione confezionata professionalmente e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico consuma notizie in modi nuovi, soprattutto online, dunque l’industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest’interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi – a partire dallo stesso New York Times.

Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerisce Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un’iniziativa come New Assignment non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del parassitismo di un settore sull’altro, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».

Clay Shirky spiega che la crisi economica dei giornali deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee.

Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, insiste ancora Shirky, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».

Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell’altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.

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