Contributi previdenziali per Partita IVA: quanto si paga e a quale gestione iscriversi

Contributi previdenziali per Partita IVA: quanto si paga e a quale gestione iscriversi

Se per un dipendente i contributi vengono detratti in automatico dalla busta paga, per i liberi professionisti la gestione è autonoma e, dunque, da comprendere con grande cura.

Aprire una Partita IVA non vuol dire solo scegliere quante tasse pagare. Prima o poi, spesso prima del previsto, arriva il nodo dei contributi previdenziali: a chi versarli, quanto incidono sul reddito e quali regole seguire.

La differenza tra professionisti senza cassa, iscritti ad albi professionali, artigiani e commercianti può cambiare parecchio il conto finale. E pesa anche sulle scelte di tutti i giorni: prezzi da fare ai clienti, tenuta dei primi mesi, margini reali dell’attività.

Gestione separata INPS: i contributi per i professionisti senza cassa

La Gestione separata INPS riguarda i liberi professionisti che non hanno una cassa previdenziale privata legata alla propria attività. È il caso, per esempio, di molte professioni digitali e di consulenza: marketer, copywriter, consulenti informatici, freelance che non rientrano in un ordine con una previdenza propria. Il meccanismo è piuttosto semplice: i contributi si calcolano in percentuale sul reddito prodotto, cioè sulla differenza tra incassi e spese, secondo le regole del regime fiscale scelto.

Per il 2025 l’aliquota indicata è del 26,07%. Tradotto: con un reddito imponibile previdenziale di 20.000 euro, il professionista deve mettere in conto circa 5.214 euro di contributi. La particolarità è che qui non ci sono contributi fissi minimi, come invece accade per artigiani e commercianti. Se il reddito è basso, scendono anche i contributi. Per chi parte può essere un aiuto concreto, perché evita rate trimestrali pesanti quando i clienti sono ancora pochi. C’è però l’altro lato della medaglia: versare in base a quanto si guadagna significa costruire la propria posizione previdenziale seguendo l’andamento reale dell’attività. Un anno debole lascia il segno anche sul piano pensionistico.

Casse professionali private: ogni albo ha le sue regole

Chi svolge una professione regolamentata ed è iscritto a un albo o a un ordine professionale deve prima verificare se esiste una cassa previdenziale privata di riferimento. Avvocati, medici, odontoiatri, ingegneri, architetti, giornalisti e altri professionisti, per quell’attività, di norma non versano alla Gestione separata INPS ma alla propria cassa: Cassa Forense per gli avvocati, ENPAM per medici e odontoiatri, INARCASSA per ingegneri e architetti, INPGI per i giornalisti liberi professionisti quando previsto dalle regole applicabili. In questo caso non c’è una formula buona per tutti. Ogni cassa decide aliquote, minimi, scadenze, agevolazioni per i giovani iscritti e criteri di calcolo. Di solito si incontrano più contributi: il contributo soggettivo, legato alla pensione; il contributo integrativo, spesso addebitato in fattura al cliente secondo le regole della cassa; e il contributo di maternità, destinato alle prestazioni assistenziali.

Il punto è che la previdenza professionale non si sceglie in base alla convenienza del momento. Dipende dall’attività svolta, dall’iscrizione all’albo e dai requisiti della cassa. È uno di quei passaggi in cui una descrizione poco precisa del lavoro può creare confusione, soprattutto quando la stessa persona fa attività vicine tra loro, come consulenza, formazione e lavoro tecnico.

Artigiani e commercianti: il peso dei contributi fissi

Per artigiani e commercianti il sistema cambia parecchio. L’iscrizione è alla Gestione artigiani e commercianti INPS e prevede contributi fissi annuali. Rientrano qui molte attività manuali, negozi, e-commerce, ristorazione, servizi commerciali e lavori artigianali.

Partita iva, a chi si pagano i contributi e a quanto ammontano (lsdi.it)

Nel 2025 i contributi fissi indicati sono intorno ai 4.500 euro l’anno: più precisamente 4.460,64 euro per gli artigiani e 4.549,70 euro per i commercianti. Si pagano in quattro rate trimestrali e sono dovuti anche se l’attività incassa poco o non produce utili importanti. È qui che molti nuovi titolari di Partita IVA fanno i conti con la realtà: il laboratorio appena aperto, il piccolo e-commerce ancora da far conoscere, il negozio che nei primi mesi vende a singhiozzo devono comunque sostenere quella spesa. I contributi fissi coprono il reddito fino al minimale di 18.555 euro. Se il reddito supera questa soglia, si aggiungono i contributi variabili sulla parte eccedente: per il 2025 l’aliquota è circa il 24% per gli artigiani e il 24,48% per i commercianti. Oltre 55.448 euro, la percentuale sale rispettivamente a circa il 25% e al 25,48%.

La parte variabile si paga di norma con le scadenze della dichiarazione dei redditi, quindi entro il 30 giugno dell’anno successivo, salvo proroghe. Rispetto ai professionisti senza cassa, la differenza è netta: non conta solo “quanto guadagno”, ma anche “quanto devo pagare comunque”. Per questo, prima di aprire una ditta individuale artigiana o commerciale, è bene fare i conti non solo con le tasse, ma anche con il fatturato minimo necessario per reggere contributi, costi vivi e margine personale.

Riduzione del 35% nel forfettario: a chi spetta e cosa cambia

Chi apre o gestisce una Partita IVA in regime forfettario come artigiano o commerciante può chiedere la riduzione del 35% dei contributi INPS, sia sulla quota fissa sia su quella variabile. Non è però uno sconto automatico per tutti i forfettari. Vale per gli iscritti alla Gestione artigiani e commercianti, non per i professionisti in Gestione separata, che già pagano in percentuale sul reddito e senza contributi fissi minimi. Con la riduzione, nel 2025 i contributi fissi scendono indicativamente a 2.899,42 euro per gli artigiani e a 2.957,30 euro per i commercianti. Si abbassano anche le aliquote variabili: circa 15,6% per gli artigiani e 15,91% per i commercianti sulla parte oltre il minimale, con percentuali un po’ più alte oltre la seconda soglia. Per chi è all’inizio può fare la differenza tra partire con un po’ di respiro e trovarsi subito con rate difficili da assorbire. Ma c’è un effetto da non ignorare: versare meno contributi significa anche accantonare meno ai fini pensionistici. La riduzione, quindi, non è solo un risparmio immediato.

È una scelta che alleggerisce l’avvio, ma sposta più avanti una parte del problema. Nei primi anni, quando ogni euro serve per comprare strumenti, pagare affitti e fornitori o superare i mesi più lenti, può essere una soluzione sensata. Va però valutata con realismo: quanto pesa oggi il contributo pieno e quanto si è disposti a ridurre il versamento previdenziale pur di rendere più leggera la partenza?

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Autore: Antonio Bastianelli

Mi occupo di contenuti editoriali su economia, finanza personale, mercati, fisco e criptovalute, con un’attenzione costante ai temi che incidono sulla vita quotidiana. Nel mio lavoro seguo anche attualità, innovazione e argomenti di interesse generale, con un approccio orientato alla chiarezza e alla qualità dell’informazione.

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