Stipendi fermi, il nodo italiano dietro il dibattito sui salari

Stipendi fermi, il nodo italiano dietro il dibattito sui salari

In Italia i salari stentano a tenere il passo e ciò incide sulla quotidianità di molti: ecco alcuni dati per una riflessione più puntuale.

La discussione sul “salario giusto”, entrato nel Decreto Lavoro approvato dal governo in occasione della Festa dei Lavoratori, riporta al centro una domanda semplice, ma pesante: perché in Italia lavorare, sempre più spesso, non basta a sentirsi al sicuro?

Tra buste paga ferme, prezzi saliti e contratti collettivi che non proteggono tutti allo stesso modo, il confronto con gli altri grandi Paesi europei mostra una debolezza che molte famiglie conoscono già bene. Al supermercato, davanti a una bolletta, quando arriva l’affitto.

Ocse, l’Italia va al contrario di Francia e Germania

Secondo i dati Ocse sul periodo 1991-2023, nei grandi Paesi industrializzati le retribuzioni reali sono cresciute in media del 25%. In Francia e Germania l’aumento ha superato il 30%.

In Italia, invece, il percorso è stato opposto: gli stipendi reali sono scesi del 3,4%. È qui che il dibattito su salario minimo e salario giusto smette di essere una questione solo tecnica. Il salario giusto, previsto dal Decreto Lavoro, collega la paga ai minimi tabellari dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Il salario minimo, invece, fisserebbe per legge una soglia oraria uguale per tutti, come nella proposta delle opposizioni di centrosinistra: 9 euro lordi l’ora. La differenza conta.

Il salario in Italia lascia molti con pochi euro in mano (lsdi.it)

Ma il punto resta più largo: anche con un contratto, la paga può non bastare più a reggere il costo della vita. Non a caso Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, a Sky TG24 Live In ha sostenuto che salario minimo e contrattazione possono convivere, citando la Germania, dove il salario minimo sale pur in presenza dei contratti nazionali.

Dal 2021 stipendi più leggeri: l’inflazione ha mangiato l’8%

Il quadro diventa ancora più netto se si guarda agli ultimi anni. Dall’agosto 2021, secondo i numeri Ocse richiamati nel dibattito, i salari in Italia hanno perso l’8% del potere d’acquisto. In pratica, con lo stesso stipendio si compra meno: meno spesa nel carrello, meno margine per gli imprevisti, più fatica con rate, affitti e utenze. È qui che la questione salariale esce dalle formule e diventa vita quotidiana.

Il salario giusto punta a impedire che un lavoratore venga pagato sotto i minimi dei contratti collettivi più rappresentativi, provando anche a frenare i cosiddetti contratti pirata. Il salario minimo legale, sostenuto da una parte dell’opposizione, mira invece a fissare una soglia sotto la quale nessun rapporto di lavoro dovrebbe scendere. Ma nessuno dei due strumenti, da solo, cancella automaticamente il ritardo accumulato dagli stipendi italiani. Servono controlli, rinnovi contrattuali che funzionino, produttività e tutele vere per chi oggi resta scoperto. Per molti lavoratori, più che la definizione giusta, conta una cosa: quando la busta paga tornerà a respirare insieme ai prezzi.

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Autore: Antonio Bastianelli

Mi occupo di contenuti editoriali su economia, finanza personale, mercati, fisco e criptovalute, con un’attenzione costante ai temi che incidono sulla vita quotidiana. Nel mio lavoro seguo anche attualità, innovazione e argomenti di interesse generale, con un approccio orientato alla chiarezza e alla qualità dell’informazione.

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