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“Preferisco uno scontro a fuoco che parlare con l’amministrazione di un giornale’’

Il giornalismo italiano? ‘’ Pessimo. Finito. Decaduto’’, dice Barbara Schiavulli in questa intervista a Lsdi. ‘’Siamo un paese dove la professionalità non conta. Non capita solo nel giornalismo. Siamo un paese distrutto, in una sorta di dopoguerra senza speranza di migliorare. Nessuno combatte per la qualità e chi lo fa, viene preso per un sognatore. E soprattutto siamo divisi in una guerra tra poveri. Se io dico no a un giornale, perché pagano in modo indegno, dietro c’è uno disposto subito a chiedere meno. Qualcuno lavora anche gratis pur di vedere il proprio nome. Così non si fa. Non ci si fa sfruttare. Ma le redazioni hanno il coltello dalla parte del manico, sempre. E poi i risultati si vedono, i giornali non sono buoni e la gente non li compra’’.

È uno sfogo amaro, deciso, ma soprattutto (e purtroppo) veritiero e reale quello che fa l’ inviata di guerra, freelance da 17 anni sui fronti più caldi come Iraq e Afghanistan, Israele, Palestina, Pakistan, Yemen, Sudan.

 

Un giornalismo senza speranza? No, la soluzione c’è ed è un cambio di mentalità, una rivoluzione che il mondo dell’informazione italiana dovrà affrontare prima o poi se davvero vuole essere “luogo dove si crea una società vivace e informata” e “uno dei pilastri della democrazia”.

 

Uno sfogo lucido, che Schiavulli aveva già in parte anticipato su Valigiablu e che può colpire per la sua durezza e schiettezza, ma che chi lavora nel giornalismo non può non condividere.

 

 

di Fabio Dalmasso

 

Il punto di partenza dell’intervista è La guerra  dentro – Le emozioni dei soldati (YOUCANPRINT Ed. pp. 142 – 12,00 euro), il nuovo libro che Barbara Schiavulli ha pubblicato da poco e che sta portando in giro per l’ Italia con interessanti incontri–presentazione. Un libro che per la prima volta racconta emozioni, sogni, paure e speranze dei soldati italiani in giro per il mondo, impegnati in quelle missioni di cui a volte sentiamo parlare sui media, purtroppo quasi solo quando muore un soldato. Ma chi sono questi uomini in divisa? Quali sono i loro pensieri? Grazie alla sua professionalità e alla sua sensibilità, Barbara Schiavulli ha raccontato dieci storie, dieci vite di militari che hanno vissuto in prima persona le missioni all’estero e che hanno avuto la voglia e la forza di raccontarsi, aprendosi davanti alla penna e al taccuino di una giornalista vera.

 

Storie di uomini e donne

 “Il giornalismo insegna ad affrontare quello che incontri con un certo distacco. Non sono stata una buona allieva – racconta l’ autrice nella prefazione-, vivo le zone di crisi con una passione a volte sfrenata e devastante. Sono sempre stata dalla parte delle persone. Che siano le vittime innocenti di un conflitto, aspetto di cui prediligo scrivere, o che siano protagonisti come i militari”. Militari che sono prima tutto uomini e donne, persone fatte di carne, ossa e sentimenti.

 

Storie come quella del Luogotenente Michele Olmetto, “uno degli artificieri più seri e stimati in Italia” che nella sua carriera ha dovuto confrontarsi con quei “grumi di morte” che sono gli ordigni, “un uomo che arriva, ci mette le mani, trova dentro di sé le istruzioni e interrompe la morte. Per una volta. Mai per l’ultima”.

 

O come quella del Capitano Isabella Lo Castro, psicologa, che aiuta a combattere il nemico che i militari non trovano sul campo di battaglia, ma nelle loro menti, soprattutto quando si torna a casa e si deve affrontare il mondo dopo essere stati in missione. “Il risultato – scrive Schiavulli – è un libro che parla di guerra e orrore, ma anche di fratellanza, rispetto, sentimenti e umanità. Le parole sono i miei proiettili e punteranno al cuore del lettore”.

 

Libri e premi giornalistici

La guerra  dentro – Le emozioni dei soldati è il terzo libro scritto da Barbara Schiavulli, dopo Le farfalle non muoiono in cielo, storia di una kamikaze che non voleva morire (ed. Meridiana) e Guerra e Guerra, una testimonianza (ed. Garzanti). Una carriera invidiabile durante la quale ha vinto numerosi premi giornalisti: il Premio Luchetta come miglior giornalista della carta stampata per un reportage dall’Iraq pubblicato da L’Espresso (2007); il Premio Antonio Russo, per un reportage sull’Afghanistan a Kandahar roccaforte dei talebani pubblicato da L’Espresso (2008);

 

Premio Progetto la Ragazza di Benin City per il rispetto dei diritti umani (2008); Premio Italian Women in the World per l’impegno giornalistico nelle zone di guerra (2009); Premio Cesco Tommaselli, menzione speciale per il libro Guerra e Guerra (2010) e il Premio Maria Grazia Cutuli (2010).

 

Passione, dedizione e professionalità che hanno permesso alla giornalista di collaborare con i più importanti quotidiani italiani, ma non solo: nel suo curriculum, infatti, figurano pubblicazioni per settimanali, mensili oltre a collaborazioni con radio e televisioni italiane e non solo. Una mole di esperienza che permette a Barbara Schiavulli di guardare in maniera lucida al giornalismo italiano e raccontare le sue esperienze di freelance.
E non sono esperienze positive.

 

Freelance, invisibili

 

Per chi non lo avesse ancora fatto, consigliamo di andare a leggere l’ intervento che Schiavulli fece nel luglio 2013 partecipando al vivace dibattito seguito alla pubblicazione dell’articolo dell’ inviata di guerra Francesca Borri (qui e qui la traduzione da La Stampa). In quello scritto emerge la passione per questo lavoro, ma anche la rabbia di fronte a un sistema giornalistico–editoriale completamente assurdo, con i freelance obbligati a combattere quotidianamente per farsi pagare il proprio lavoro.

 

Nel suo intervento Schiavulli sottolineava tutti i problemi relativi alla professione facendo i nomi delle testate e pubblicando i compensi, ricevuti spesso con mesi e mesi di ritardo e solo dopo ripetute sollecitazioni.

 

Ora, con questa intervista a Lsdi, la giornalista prosegue il discorso sui freelance parlando di “una guerra tra poveri” che inevitabilmente ha conseguenze sulla qualità dei giornali. Un giornalismo in cui “amanti e raccomandati” hanno il posto assicurato, la professionalità non conta più e gli approfondimenti sono ormai scomparsi. Un giornalismo senza speranza? No, la soluzione c’è ed è un cambio di mentalità, una rivoluzione che il mondo dell’informazione italiana dovrà affrontare prima o poi se davvero vuole essere “luogo dove si crea una società vivace e informata” e “uno dei pilastri della democrazia”.

 

Perché hai deciso di scrivere La guerra  dentro – Le emozioni dei soldati?

 

Ero stanca di scrivere di soldati solo quando morivano. Ci sono circa 9.000 persone in missioni all’ Estero e nessuno le conosce, sa cosa gli passa per la testa, si rende conto di quello che accade quando si passano sei mesi fuori e poi si ritorna a casa. Quando racconti la guerra cerchi di coprire tutti gli aspetti, che vanno dai civili coinvolti, i politici, l’ economia, i militanti e i militari, mi sembrava riduttivo non raccontare, come invece fanno gli altri paesi dove esiste una narrativa e una filmografia, quello che fanno i soldati italiani, ma soprattutto le conseguenze dei conflitti anche in chi ci partecipa attivamente.

 

Cosa ti ha colpito maggiormente dei dieci incontri che racconti nel libro?

Non è mai facile far parlare le persone delle proprie emozioni e lo è ancora di più per chi non è abituato a parlarne per niente. Ho scelto dei ruoli particolari, attivi, concreti. Mi ha colpito il legame che si crea in queste circostanze, il cameratismo, una di quelle cose che si è completamente persa nella società civile. Il coraggio e la follia dell’ artificiere mi ha affascinato, un uomo che mette le mani su un ordigno per disinnescarlo mi sembra straordinario.
Da quanto tempo sei reporter di guerra freelance?

Lo sono da 17 anni. Cominciai trasferendomi a Gerusalemme dove ho vissuto per qualche anno e poi allargandomi in tutto il medio oriente e Asia centrale.
Freelance oggi e quando hai iniziato tu: quali le differenze?

Quando ho iniziato, eravamo pochi e nelle redazioni c’ erano ancora persone con un livello medio-alto di conoscenza del mondo. Piano piano si è deteriorato tutto, con la scusa della crisi, che non vale però per amanti e raccomandati. Quelli che meritavano di entrare in un giornale non solo sono stati tagliati fuori, ma sono stati distrutti. È stato abbassato il livello della competizione, l’ importante era spendere poco, non importava quale fosse la qualità del servizio che si metteva in pagina. Quando ho cominciato, un giornale come L’ Espresso aveva una mezza dozzina di inviati, ora non ha praticamente neanche gli esteri.
Perché, secondo te, in Italia i freelance sono considerati così poco?

Perché siamo un paese dove la professionalità non conta. Non capita solo nel giornalismo. Siamo un paese distrutto, in una sorta di dopoguerra senza speranza di migliorare. Nessuno combatte per la qualità e chi lo fa, viene preso per un sognatore. E soprattutto siamo divisi in una guerra tra poveri. Se io dico no a un giornale, perché pagano in modo indegno, dietro c’è uno disposto subito a chiedere meno. Qualcuno lavora anche gratis pur di vedere il proprio nome. Così non si fa. Non ci si fa sfruttare. Ma le redazioni hanno il coltello dalla parte del manico sempre. Ma i risultati si vedono, i giornali non sono buoni e la gente non li compra.
Quali sono le maggiori difficoltà per un freelance?

Farsi pagare. Competere con amanti, raccomandati, pensionati che non vogliono smettere. Preferisco trovarmi in uno scontro a fuoco, che parlare con l’amministrazione di giornale.

 

Hai incontrato tanti freelance sui campi di battaglia, quale la tua impressione sulla situazione dei colleghi stranieri?

Migliore. La crisi c’è stata ovunque, ma all’estero chi è bravo, lavora e viene rispettato. Vengono ingaggiati per il pezzo che devono fare, gli vengono pagate le spese. In genere sono considerati migliori di quelli che lavorano dentro ai giornali.

 

Come giudichi il giornalismo attuale italiano?

Pessimo. Finito. Decaduto. Non ci sono più approfondimenti, notizie, si leggono i titoli e si tira avanti. Non ci sono storie, i grandi fotografi pubblicano all’estero invece che in Italia.
Cosa ne pensi dell’ Ordine dei giornalisti?

Ordine dei Giornalisti, chi? Andrebbe cancellato, giornalista è chi fa questo mestiere, non lo è chi lo fa per hobby o per chi paga per stare nell’ordine ed entrare col tesserino a qualche intervento. L’ ordine o anche il sindacato, non ha mai tutelato un freelance. È una giungla, della quale non si parla mai, ragazzi che vengono pagati 2 euro, foto 5, neanche una donna delle pulizie prende così poco.
Nel tuo intervento su valigiablu.it  parli di “una crisi finanziaria e anche mentale dentro i giornali e nel paese”: cosa intendi per crisi mentale?

Ignoranza. Una volta i direttori dei giornali erano voraci mostri del sapere, sapevano di tutto, oggi sono messi lì dalle proprietà e non gliene importa niente di quello che viene scritto, i giornali vengono gestiti come bacheche per la pubblicità, per insultarsi o insultare qualcuno. O appartengono a schieramenti politici. Un giornale deve essere indipendente, al di sopra di tutto, il guardiano della democrazia. So di essere dura e che ci sono ancora colleghi bravi, alcuni bravissimi, ma neanche gli assunti che se lo meritano emergono come dovrebbero.

 

Internet e il cosiddetto citizen journalism possono essere tra le cause della sempre meno voglia di approfondimenti e inviati da parte dei giornali?

No, per me il citizen giornalism non è giornalismo, come i fast food non sono ristoranti a cinque stelle. I cittadini possono dare delle informazioni, possono fare comunicazione, possono dare spunti e rivelare situazioni. Il giornalismo è campo di un professionista, che non significa averlo scritto sul tesserino, significa che fa questo mestiere, che è garanzia di quello che dice, che fa da filtro al mare di notizie che ci arrivano, che ha un’ etica. La gente e i giornali non hanno voglia di approfondire perché non sono più allenati a porsi domande. La decadenza, a mio parere programmata, di questo ventennio, è stata catastrofica, e se si azzera lo spirito critico e la conoscenza della gente, è sicuramente più facile manipolarla.

 

Cosa bisognerebbe cambiare nel giornalismo italiano secondo te?

Bisognerebbe cambiare la mentalità. Se dirigessi un giornale, qualità, onestà e rispetto, sarebbero le parole d’ordine. So che gli Esteri non fanno vendere i giornali, come lo sport o la politica, ma un giornale degno di questo nome, li deve avere perché è una questione di prestigio, ed è un servizio.

 

Il giornalismo non è solo una piazza per i commenti dei giornalisti e gli opinionisti o i politici, è il luogo dove si crea una società vivace e informata. Io vorrei leggere un giornale che sgomita per avere i migliori giornalisti, i migliori fotografi, dove il lettore ha il migliore prodotto possibile e vorrei che alle spalle ci fossero persone, finanziatori, lettori, abbonati che pensano che il giornalismo sia uno dei pilastri della democrazia.

 

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