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Il citizen journalism? Bello, importante, ma non è giornalismo. ‘’Solo il giornalismo istituzionale può avere affidabilità’’

Di fronte al giornalismo fatto dai cittadini i giornalisti di mestiere si chiudono a riccio temendo che esso possa sottrarre spazio alla sfera occupazionale della professione ed enfatizzano la legittimazione che verrebbe dal carattere collettivo delle strutture che producono giornalismo.

 

Per molti di loro, i citizen journalist non potranno mai diventare membri pienamente riconosciuti del collettivo professionale, perché – sostengono – non verrebbero sottoposti a quel controllo di qualità che è la caratteristica del lavoro redazionale e perché non potrebbero avere quell’ insieme di competenze, di doveri e di obblighi etici che assumono sostanza proprio nello scambio redazionale.
 

Lo rileva uno studio condotto da Henrik Örnebring, che ha cercato di approfondire il rapporto tra chi fa informazione per mestiere e i cittadini che, muniti di smartphone e connessi sui social network, si improvvisano reporter. Lo studio è stato diffuso nel febbraio scorso e ne ha già parlato l’ European journalism observatory . Ne proponiamo ampi stralci visto che il tema è tornato d’ attualità dopo l’ acquisizione da parte di Rcs della principale piattaforma di citizen journalism italiana, Youreporter.

La conclusione della ricerca tra l’ altro fa riflettere: “I cambiamenti tecno-economici avvenuti nell’ arco di un periodo molto breve di tempo hanno così profondamente minato la tradizionale base istituzionale del giornalismo che il carattere organizzato e istituzionale del lavoro giornalistico viene portato alla ribalta’’ rispetto alla tradizionale mitologia dell’ individualità ‘’e reso esplicito solo attraverso una sorta di pretesa di legittimità che subordina il giornalista reale al collettivo: una strategia – osserva l’ autore – che alla fine rischia di limitare la libertà giornalistica invece di allargarla’’.

[A cura di Pino Rea]

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La ricerca del professor Henrik Örnebring, sociologo svedese e docente di giornalismo all’ Università di Karlstad, ha come titolo ‘’Anything you can do, I can do better? Professional journalists on citizen journalism in six European countries’’ e, attraverso interviste approfondite e semi-strutturate a 63 giornalisti in sei paesi europei (Regno Unito, Germania, Italia , Svezia , Polonia ed Estonia ), esamina ed analizza criticamente le argomentazioni utilizzate quando i professionisti tentano di descrivere le differenze fra ciò che fanno loro e quello che fanno invece i citizen journalist.

 

Il centro di tutto – spiega Örnebring – è la ‘’controversia di confine tra giornalisti professionisti e citizen journalist’’, un conflitto che racconta cose interessanti soprattutto in termini di ‘’costruzione di autorità (e autorevolezza) giornalistica’’.

Le premesse – L’ autorità giornalistica e il progetto professionale nell’ epoca contemporanea

 

La costruzione di autorità giornalistica – cioè ‘’’il potere che possiedono i giornalisti e le redazioni giornalistiche di presentare le loro interpretazioni della realtà come accurate, veritiere e politicamente importanti’’, secondo la definizione di Christopher Anderson (‘’Journalism: Expertise, authority, and power’’) -, ‘’è stata storicamente parte di una narrazione retorica sul ruolo dei professionisti nella società moderna’’, dice il ricercatore, citando gli studi relativi a quelli che i sociologi chiamano ‘’progetti professionali”, cioè tentativi di gruppi di praticanti ‘’di tradurre un insieme di risorse tecniche e culturali scarse in un sistema sicuro e istituzionalizzato di ricompense sociali e finanziarie” .

 

Ebbene, dice l’ autore, per gli studiosi delle professioni e della professionalizzazione il giornalismo si è però dimostrato spesso problematico in quanto vi è stata sempre una forte dose di anti-professionalità all’ interno del mondo giornalistico (secondo Nicholas Tomalin, ad esempio [“Stop the press I want to get on” Sunday Times Magazine , 1969], ‘’le uniche qualità essenziali per un vero successo nel campo del giornalismo sono una grande astuzia, molta falsità e un po’ di abilità letteraria’’).

 

Gli studi hanno infatti chiarito anche che il ‘’progetto professionale’’ del giornalismo non è stato mai realizzato pienamente e infatti – ricorda l’ autore – spesso viene usato per il giornalismo il termine semi-professionale, che descrive quelle occupazioni che possono avere delle parti del loro ‘’progetto professionale’’ realizzate , ma non completamente (ad esempio infermieri, insegnanti, ecc.).

 

Il giornalismo per esempio – osserva Örnebring – non è mai stato in grado di controllare completamente l’ accesso alla professione (perché, contrariamente a quanto avviene in Italia, sottoporre i giornalisti a una ‘licenza’, sottolinea l’ autore, verrebbe in generale considerato antidemocratico ). E , mentre ha avuto un certo successo la definizione di un corpus formale di conoscenze ad esso associate, come dimostra l’ emergere e l’ aumento dei programmi di giornalismo nelle università e nella ricerca sul giornalismo , un ‘insieme di conoscenze’ di base del giornalismo è ancora confuso e rischia di restarlo ancora.

 

Tuttavia, osserva lo studioso, anche se ci può essere qualche antipatia tra i giornalisti nei confronti del concetto di giornalismo come professione, in generale i giornalisti si considerano dei professionisti , o almeno aspirano a un certo livello di professionalizzazione.

 

 

Cambia profondamente il contesto del lavoro giornalistico, ma i criteri di interpretazione del proprio ruolo professionale restano costanti

 

Ma oggi è molto più difficile di prima per qualsiasi mestiere mantenere un ‘’progetto professionale’’ teso alla chiusura, all’ esclusione e al monopolio della conoscenza.

Il mondo contemporaneo del lavoro è notevolmente più fluido in quasi tutti i suoi aspetti: flessibilità , incertezza e insicurezza caratterizzano il lavoro e l’ occupazione in molti settori; l’ integrazione delle tecnologie informatiche e della comunicazione sui posti di lavoro ha offuscato i confini tra lavoro intellettuale e lavoro fisico; la forza lavoro è più mobile e le carriere si stanno modificando e diventando più accidentali (vedi l’ aumento delle cosiddette ‘’portfolio careers’’, professioni autonome e autogestite). Tutte tendenze che si applicano soprattutto al lavoro creativo come il giornalismo.

Ma – come dimostra la ricerca – ‘’mentre il contesto del lavoro giornalistico è cambiato significativamente nell’ ultimo decennio (sul piano tecnologico, economico, culturale e sociale), i modi con cui i giornalisti inquadrano la professione, i valori professionali e l’ autorità professionale hanno resistito nel tempo e sono rimasti straordinariamente costanti. Ad esempio, alcuni giornalisti professionisti, quando si trovano davanti al citizen journalism e ad altre forme di giornalismo fai-da-te li percepiscono come delle forme di usurpazione della loro giurisdizione e si sentono ancora spinti a precisare che cosa è che li distingue come professionisti’’.

 

 

Giustificazione/Motivazione e il progetto professionale: Competenze, doveri e autonomia

 

Dalla letteratura sociologica sui ‘’progetti professionali’ e da ricerche specifiche sul giornalismo, osserva Örnebring, emergono ‘’tre campi di legittimazione o, meglio, tre potenziali fonti di giustificazione del perché ciò che fanno i professionisti sia diverso da quello che fanno i dilettanti. Questi tre ambiti di legittimazione o giustificazione sono: le competenze, i doveri e l’ autonomia.

 

Le competenze (o abilità, o saperi)

 

Il giornalismo non è come la medicina o l’ ingegneria ed è difficile per i giornalisti rivendicare per sé un bagaglio unico di conoscenze tecniche o formali. I giornalisti preferiscono largamente descrivere le loro competenze come qualcosa di intuitivo e non detto: ad esempio, avere ‘’il fiuto per le notizie’’ oppure ‘’il senso della notizia’’. Una decostruzione critica di questo tipo di rivendicazione di ‘’competenze’’ è stato un tema ricorrente nelle ricerche sul giornalismo e vari studi hanno dimostrato chiaramente che queste competenze, lontane da essere innate, sono incorporate nel contesto sociale ed economico della produzione giornalistica.

 

Quando vengono interpellati su queste questioni, i singoli giornalisti possono rivendicare dei presunti elementi distintivi, indicando per esempio la loro abilità di scrittura , la loro capacità di estrarre informazioni e presentarle al pubblico in modo comprensibile , la loro capacità di analizzare e mettere i fatti in un contesto, e così via – come affermazioni relative al campo delle competenze.

 

I doveri

 

La sfera dei doveri si riferisce alla nozione secondo cui una professione è ‘‘più di un semplice lavoro’’, vale a dire che il professionista ha doveri sociali più ampi rispetto a quelli relativi al suo datore di lavoro o a quelli verso sé stesso. Quando i giornalisti sostengono che quello che fanno è unico e speciale perché hanno il compito di informare il pubblico, o di agire come un quarto potere, queste sono tesi che provengono dal campo dei doveri.

 

L’ autonomia

L’ autonomia, infine, si riferisce al grado di autogoverno all’ interno della professione e implica che essa sia indipendente dalle altre istituzioni sociali, principalmente lo stato e il mercato . Nel caso del giornalismo , si discute da lungo tempo se esso, esercitato in aziende editoriali commerciali, possa mai essere autonomo dal mercato, o se il giornalismo in aziende di broadcasting e di servizio pubblico possa mai essere autonomo dallo Stato.

 

Fa capo alla sfera dell’ autonomia anche la lunga tradizione di osservare una divisione rigida tra strutture redazionali e strutture per la pubblicità (che, pur essendo stata sempre molto più severa negli Stati Uniti che nel resto del mondo, ora si va però velocemente dissolvendo).

 

Lo studio tende quindi a compiere un’ analisi più da vicino sul tipo di competenze rivendicate, sulla natura dei doveri che vengono collegati al giornalismo, su quali siano le istituzioni da cui è importante essere autonomi e come questa autonomia possa essere garantita.

 

 

La metodologia

 

Le interviste sono state raccolte come parte di un progetto di ricerca più ampio relativo al cambiamento nel giornalismo ( sociale , economico , organizzativo, tecnologico) in sei paesi europei . Il rapporto tra giornalismo e citizen journalism è solo uno dei molti segmenti dell’ indagine. Tuttavia, il dibattito su questo tema è stato al centro di tutte le tutte le interviste.

 

La questione è stata posta in questi termini:

 

– ‘Siamo tutti i giornalisti ormai’ è una frase che spesso si sente ripetere (per esempio, ‘’la nuova tecnologia mette gli strumenti del giornalismo nelle mani di tutti’’). E’ corretto? Basta avere uno smartphone e una connessione internet per essere un giornalista?

 

Ed ecco altre domande poste nelle interviste:

 

– Che cosa fa lei di diverso da quello che fanno i citizen journalist?

– Il citizen journalism è una minaccia o una opportunità per il giornalismo ? Perché ?

– [Se l’ intervistato risponde solo ‘ No’] Perché non tutti possono essere dei giornalisti ?

– I giornalisti professionali hanno qualche particolare abilità particolare o un insieme di competenze particolari [l’ alternativa: conoscenze o tipi di conoscenza particolare] che i citizen journalist non hanno?
Gli intervistati sono stati selezionati utilizzando degli algoritmi o tramite contatti personali, seguendo uno schema semplice per assicurarsi che venisse coperto un ampio arco di esperienza giornalistica. Un terzo degli intervistati erano a inizio carriera (meno di 5 anni nella professione), un terzo a metà carriera (5-15 anni) e un terzo oltre 15 anni).

 

In modo simile un terzo del campione ha lavorato principalmente nella carta stampata, un terzo nella radio-televisione e un terzo in Internet/media online (in questo segmento anche persone che lavorano per le edizioni online di giornali o telegiornali). Almeno due giornalisti per ciascun paese (nei segmenti metà-carriera e oltre) dovevano essere freelance.

 

L’ attenzione è caduta soprattutto su giornalisti impegnati nel ‘’tradizionale’’ lavoro di cronaca quotidiana (non editorialisti o redattori culturali) ma si è cercato anche di includere gente con altro tipo di esperienza giornalistica e specializzazioni diverse.

 

Ecco una tabella riassuntiva:

 

 

Gli intervistati rappresentano comunque un ventaglio piuttosto ampio di posizioni di lavoro: redazioni di media diversi, stadi diversi di carriera e diverse condizioni contrattuali. In tutti i paesi gli intervistatori hanno incontrato anche interlocutori di città diverse dalla capitale, e quindi è stato sentito anche un campione di giornalisti di testate locali e regionali. Molti di essi hanno anche avuto esperienze giornalistiche sia in testate locali/regionali che nazionali.

 

Dilettanti vs professionisti: risultati empirici e specificità nazionali

Nei giornalisti – osserva l’ autore – le concezioni della competenza professionale, dei doveri e dell’ autonomia sono profondamente radicate nella routine quotidiana e vengono date sostanzialmente per scontate. E quindi non è una sorpresa il fatto che molti intervistati abbiano avuto delle difficoltà nell’ articolare esattamente la differenza tra loro e i citizen journalist.

 

Alla domanda se fossero d’ accordo con l’ affermazione ‘’Ora siamo tutti i giornalisti’’, molti hanno risposto seccamente rifiutando l’ idea e aggiungendo di ritenere assurdo che ci fosse qualcuno che equipara i citizen journalist ai professionisti. Inizialmente, qualcuno degli intervistati ha sottolineato il ruolo della formazione, ma poi – racconta l’ autore – ha fatto marcia indietro ricordando esempi di giornalisti di successo che non avevano avuto una formazione specifica o che addirittura non avevano una istruzione superiore.

 

Complessivamente, circa un terzo degli intervistati non è stato in grado di dare una risposta chiara alla domanda di cosa il citizen journalism faccia diversamente da ciò che il giornalismo professionale fa.

 

E comunque molti di coloro che cercavano di prendere le distanze dai citizen journalist, non erano necessariamente disposti negativamente nei confronti della ‘’controparte’’.

 

Risposte del tipo ‘’E’ bello / importante/fondamentale, ma non è giornalismo’’ sono state date da giornalisti di tutti e sei i paesi.

 

Gli intervistati hanno citato l’ importanza del citizen journalism come fonte di informazione, il suo ruolo di segnalazione di problemi che altrimenti non sarebbero stati sollevati, o anche la funzione di ‘’sentinella’’ che avvisa i media spingendoli sulle sue orme (in senso positivo). Così, se per questi intervistati il citizen journalism è chiaramente del ‘’non giornalismo’’ , ha ugualmente un certo valore e può essere importante.

 

Comunque si può dire sicuramente che un atteggiamento negativo nei confronti del citizen journalism è più comune in Italia, Polonia ed Estonia. In queste nazioni la maggior parte dei giornalisti interpellati hanno un atteggiamento negativo e, se qualcuno è d’ accordo sul fatto che questo fenomeno possa avere dei vantaggi, nessuno fornisce una valutazione positiva (mentre in Germania, Svezia e Uk, dei giudizi positivi sono venuti da alcuni giornalisti).

 

L’ Ordine dei giornalisti in Italia

 

Un giornalista italiano ha paragonato ironicamente il ‘’citizen journalist’’ al ‘’cittadino-dottore’’ o al ‘’cittadino-farmacista’’ per dimostrare come (ai suoi occhi) il termine fosse ridicolo. Diversi giornalisti polacchi hanno sostenuto l’ idea che ci dovrebbe essere una sorta di ‘’autorizzazione’’ per i ‘’veri’’ giornalisti.

 

Alla base di queste valutazioni ci sono dei fattori di contesto. L’ Italia è il paese europeo in cui il giornalismo registra un rigido controllo e la maggiore chiusura occupazionale: l’ ingresso nella professione è controllato da un organismo di tipo corporativo (guild-like), l’ Ordine dei Giornalisti, e l’Italia è, a quanto risulti all’ autore di questo studio, l’ unico paese democratico in cui si deve fare un esame per ottenere il titolo di giornalista (journalist’s licence).

 

In Polonia la questione di una eventuale ‘’licenza’’ per l’ esercizio della professione giornalistica è stato discussa a lungo (anche se nessuna proposta in questo senso è passata in Parlamento), e molte organizzazioni giornalistiche sono a favore di una misura del genere. (Bajomi – Lazar et al , 2011 ; Szot , 2009) .

 

 

 

Le interviste

 

In ogni caso, due terzi degli intervistati hanno spesso fornito delle risposte chiare e molto articolate alla questione delle differenze tra professionisti e dilettanti – e , come previsto, queste risposte rivelano cose interessanti su come i giornalisti vedono e definiscono loro stessi in relazioni agli ‘’altri’’, i citizen journalist.

 

Le sezioni seguenti riprendono i tre ambiti di legittimazione descritti prima e analizzano le risposte dei giornalisti sulle differenze professionale/amatoriale.

 

Competenze

 

Nelle risposte, il modo più frequente per indicare una linea di demarcazione tra giornalisti professionisti e cittadini è sostenere che i primi hanno una serie di competenze di cui i dilettanti sono sprovvisti, o sono spesso sprovvisti. Il più delle volte gli intervistati hanno fatto riferimento ad una competenza specifica, cioè la capacità di filtrare le informazioni.

 

Questa esperienza di filtraggio può essere definita anche ‘’giudizio editoriale’’. In sostanza è la capacità di decidere per conto dei lettori quello che è importante e che essi dovrebbero sapere, e questa è una dote che un dilettante o un citizen journalist in generale non possiede, secondo i professionisti.
I giornalisti – spiega il docente – basano questa capacità non su delle conoscenze scientifiche formalizzate. La conoscenza dell’ audience da parte del giornalista viene piuttosto affidata all’ istinto: tu ‘’devi sapere’’ come selezionare e raccontare una vicenda in modo che essa sia rilevante per il, e piaccia al, tuo pubblico.

 

Cosa succede quando questo ‘’giudizio editoriale’’ non c’ è viene descritto in maniera molto eloquente da queste considerazioni:

 

Lo scopo del giornalismo è di filtrare ciò che è veramente significativo per le persone , ciò che conta per loro e ciò che li aiuta a vivere meglio, oltre anche a divertirli un po’ in maniera decente. Ora questo filtro è scomparso e, grazie a questo cosiddetto citizen journalism, il vero giornalismo si è ampiamente trasformato in spazzatura. I giornalisti scrivono immondizia, la mandano ai redattori, i redattori non fanno altro che caricarla e non c’ è nessun. filtraggio (Estonia, fine carriera, stampa)

 

 

Risposte come questa – dice Örnebring – non sono sorprendenti in quanto molte ricerche hanno ampiamente dimostrato che la selezione e la comprensione del valore delle notizie – e di come trasformare gli eventi che sono alla base delle notizie in un racconto accessibile a un determinato pubblico – sono al centro della concezione che il giornalista ha del suo mestiere, come del resto l’ insistenza dei giornalisti sul fatto che questa è una dote innata e quindi inaccessibile ad una analisi critica.

 

Un elemento importante, secondo l’ autore, è che i giornalisti considerano questa abilità o questo insieme di abilità come un fatto essenzialmente collettivo e istituzionale: i giornalisti professionali sono parte di un sistema istituzionale di controllo della qualità, dove quella capacità è esercitata all’ interno di un quadro particolare:
Si comincia a delineare un quadro del fantomatico citizen journalist a cui il giornalista professionale si contrappone: il citizen journalist è un solitario, senza affiliazioni istituzionali che non filtra le informazioni e non esercita un giudizio editoriale.

 

Doveri

I riferimenti ai doveri sociali dei giornalisti – o, più specificamente, alle loro responsabilità – sono usati frequentemente per descrivere la differenza tra professionisti e appassionati. Tali riferimenti si registrano in tutte le nazioni. Questi doveri e responsabilità potrebbero essere concettualizzati in modi lievemente diversi, ma, come nel caso delle competenze e dei saperi, l’ impressione che danno le interviste tende più sul lato delle analogie che su quello delle differenze.

 

Per esempio le nozioni di obiettività, correttezza ed equilibrio , così come il mantenimento di un confine netto tra fatti e opinioni sono condivisi ampiamente tra i giornalisti delle varie nazioni.

 

In sostanza, ciò che distingue i professionisti è che essi devono seguire un codice di etica professionale, un codice etico che esiste in quanto il giornalismo è visto come qualcosa di più di ‘solo un lavoro’. Più raramente (solo un paio di casi in tutte le 63 interviste) sono stati sottolineati i doveri sociali in modo più forte e diretto.
A volte, quando gli intervistati spiegano la differenza fra dilettanti e professionisti c’ è una sovrapposizione tra i riferimenti alle competenze e quelli ai doveri. L’ adesione al codice etico e ai principi è, come le capacità, parte di un sistema professionale collettivo in cui i codici etici diventano praticabili attraverso delle pratiche particolari, soprattutto il principio della verifica.

 

I giornalisti per lo più parlano dei loro doveri e responsabilità in modo indiretto – osserva il sociologo -, cioè non riferendosi direttamente a doveri verso la società, quanto piuttosto dei loro doveri come individui nei confronti di un codice professionale collettivo (che implicitamente esiste perché il giornalismo ha alcuni doveri sociali). Ciò è pienamente in linea con ricerche precedenti che avevano dimostrato come i giornalisti siano scettici nei confronti degli alti ideali che si suppone dovrebbero guidare la loro professione, ma mostrano un forte impegno nei confronti di pratiche che dovrebbero rendere operative le norme etiche.

Ancora, l’ accento sulla natura collettiva di doveri e responsabilità dei giornalisti professionali, e sul fatto che essi sono parte di un sistema collettivo di controllo della qualità, rivela anche qualcosa su quanto il citizen journalist venga considerato in maniera paradimatica: i citizen journalist non sono parte di questo collettivo e vengono quindi visti come persone che possono (e lo fanno) pubblicare indiscriminatamente, disprezzando qualsiasi esigenza di verifica o qualsiasi considerazione etica.

 

Autonomia e istituzioni

 

Sorprendentemente – spiega Örnebring – nelle interviste mancano del tutto delle rivendicazioni dirette di legittimazione basate sull’ autonomia.

Nessuno degli intervistati sostiene che i citizen journalist siano diversi perché è incerta la loro indipendenza, oppure perché l’ adesione dei giornalisti ai codici etici conferisce loro autonomia da considerazioni commerciali (la ‘’cortina di ferro’’ fra redazione e marketing pubblicitario), o qualcosa di analogo. L’ autonomia delle redazioni nel senso in cui viene intesa dai sociologi è lontana dalla concezione dell’ esperienza quotidiana della loro professione e, in particolare, del come loro come professionisti siano diversi dai dilettanti.

Tuttavia, ad un lettura più attenta, risulta chiaro che, quando si definisce il confine tra giornalismo professionale e citizen journalism , la nozione di autonomia è solo espressa in un modo un po’ diverso da quello che ci si aspetterebbe. Proprio come è avvenuto nel caso dei doveri e delle responsabilità, l’ autonomia viene infatti collegata al professionalismo in modo più indiretto. I giornalisti professionisti sono diversi dai citizen journalism per il fatto che i professionisti sono impegnati nella loro pratica all’ interno di istituzioni giornalistiche e queste istituzioni, in virtù delle loro risorse, dei loro impegni e/o del loro riconoscimento pubblico, garantiscono una certa autonomia al giornalismo nel suo complesso.

 

Nella sua forma più basilare questa rivendicazione di legittimazione viene espressa semplicemente escludendo dalla definizione di ‘’giornalismo’’ coloro che non lavorano per testate riconosciute e stabili.

 

La maggior parte degli intervistati fa questa affermazione in maniera esplicita sostenendo che ci sono molti aspetti del giornalismo di carattere collettivi e istituzionali, e che è la stessa struttura organizzata del giornalismo che gli dà forza e indipendenza.

Dalle interviste emerge che la fiducia è spesso il concetto centrale utilizzato quando si cerca di spiegare che cos’ è che la dimensione organizzativa aggiunge al giornalismo. Se compiti e responsabilità vengono comunemente messi in atto come adesione ad alcune pratiche che possono garantire delle condotte etiche, allora l’ autonomia è il più delle volte frutto dell’ affidabilità: il giornalismo professionale è diverso dal citizen journalism nel senso che può essere intrinsecamente attendibile, grazie alle sue tradizionali strutture istituzionali e ai suoi punti di forza.

 

La BBC e il New York Times a questo proposito vengono citati ripetutamente dagli intervistati come delle istituzioni di riferimento. In pratica la rivendicazione della legittimazione viene fatta comparando il meglio del giornalismo da una parte con il peggio di quello dell’ altra parte (mancanza di filtro, notizie non verificate, voci incontrollate, informazioni irrilevanti).

In modo analogo, alcuni intervistati denunciano la debolezza di molte iniziative di citizen journalism e suggeriscono che se qualche citizen journalist si muove ‘’abbastanza bene’’ verrà incorporato nel quadro istituzionale esistente.

 

Perché solo il giornalismo istituzionale può avere una ‘’vera’’ credibilità.

Il tema del rapporto collettivo/individuale è evidente anche nei discorsi sull’ autonomia (proprio come lo era nel campo delle funzioni e dei doveri): i giornalisti professionisti sono parte di un collettivo, parte di una organizzazione preposta a garantire la professionalità giornalistica e la qualità, parte di una istituzione sociale più ampia, mentre i citizen journalist sono invece degli individui isolati e che hanno un interesse limitato, o delle capacità limitate, che rendono impossibile praticare un controllo della qualità.

 

Questa enfasi sul carattere collettivo del lavoro giornalistico è in forte contrasto con l’ immagine e l’ ideale professionale del giornalista individuale, che lavora da solo – osserva l’ autore. Naturalmente il giornalismo è sempre stato un prodotto collettivo, ma – aggiunge – ‘’vorrei segnalare che solo quando gli attuali sviluppi economici, tecnologici e sociali hanno provocato la crisi delle basi istituzionali del giornalismo (per esempio delle testate tradizionali) che questa natura collettiva è diventata esplicita’’.

 

 

Conclusioni : professionisti, dilettanti e autorità giornalistica in sei paesi

 

In gran parte i giornalisti intervistati utilizzano delle rivendicazioni tradizionali per affermare la loro autorità di professionisti nei confronti dei dilettanti: filtraggio / gatekeeping; e giudizio editoriale (dal campo delle competenze) e adesione a codici etici. E i principi professionali, soprattutto quello della verifica (dal settore dei doveri),appaiono ben visibili quando viene loro chiesto di chiarire la differenza tra loro e i citizen journalist.

 

Se questo è del tutto in linea con le ricerche precedenti che mostravano la resistenza e la persistenza di modi ‘vecchi’ di costruire l’ autorità giornalistica, tuttavia – spiega Ornebring – si può notare anche la nascita di quello che sembra un nuovo modo di rivendicazione della legittimazione e dell’ autorità, che sta a cavallo tra tutti e tre i campi ma è in particolare associato a quello dell’ autonomia.

 

L’ autore si riferisce al forte accento che viene dato al carattere collettivo dell’ impresa giornalistica (professionale), in contrasto con la supposta problematica individualità e mancanza di vincoli istituzionali fra i citizen journalist. Questa convinzione è in contrasto con la visione più tradizionale del giornalismo che enfatizza la libertà individuale, l’ autonomia (che è anche autonomia dalle stesse redazioni, come viene esemplificato dalla ‘cortina di ferro’ tra segmento editoriale e strutture pubblicitarie) e la individualità di espressione.

 

Alcuni giornalisti rivendicano la loro legittimità sulla base del fatto che hanno una certa esperienza acquisita come parte di un processo editoriale; perché seguono regole e codici che vengono accettati collettivamente attraverso delle pratiche condivise; e perché sono parte di un più ampio contesto organizzativo e istituzionale che garantisce loro una (relativa) autonomia.

 

Il fantomatico citizen journalist è al di fuori di questo meccanismo, al di fuori del sistema di conoscenza e di controllo condivisi. La totale mancanza di qualsiasi tipo di pretesa di unicità o di distinzione basata sull’ autonomia individuale è molto sorprendente.

L’individualismo che storicamente ha costituito una significativa quota dell’ identità professionale e della concezione di sé fra i giornalisti è difficilmente riscontrabile nelle interviste. Molta più enfasi è posta sul lavoro di gruppo e sulle competenze, sui doveri e sull’ autonomia che si incarnano nella redazione, nel collettivo professionale.

 

Il progetto professionale del giornalismo, sempre parziale, sempre trattato con ambivalenza all’ interno della professione, è stato ri-energizzato dall’ erosione delle stesse istituzioni che per prime avevano reso quel progetto fattibile, così come dall’ emergere di praticanti non istituzionali che sfidano la mitologia occupazionale esistente. L’ aumento di riferimenti a un collettivo professionale e ai processi di lavoro collettivo non significa naturalmente che il lavoro di gruppo e i processi collettivi siano diventati improvvisamente più comuni nel giornalismo. E’ successo piuttosto che la realtà empirica del giornalismo – la cui base istituzionale e organizzativa è molto più precaria oggi, a causa di fattori tecnologici ed economici – ha reso più visibile la natura collettiva del lavoro giornalistico quotidiano.

 

Diversamente dalle epoche precedenti, quando le redazioni erano estremamente opache al pubblico – nota Ornebring -, è diventata ormai una facile strategia di branding sottolineare che la forza sta nel collettivo e nell’ organizzazione: le risorse maggiori vengono dai giornalisti che si aiutano a vicenda, scambiandosi feedback e impegnandosi nel controllo di qualità. Il collettivo editoriale sta diventando uno dei pochi ‘’punti vendita’’ delle aziende giornalistiche sempre più assediate.

 

Il problema con i citizen journalist, d’ altro canto, non è tanto nel fatto che essi hanno troppo poca autonomia, ma anzi che ne abbiano troppa: essi non vengono sottoposti agli stessi controlli di qualità editoriale dei giornalisti professionisti.

 

Potrebbe sembrare un piccolo cambiamento – dice l’ autore – e invece è estremamente importante. Come già detto, fra i giornalisti c’ è sempre stata una certa riluttanza a perseguire il progetto professionale in pieno, proprio perché un tale progetto avrebbe lasciato meno spazio alle idiosincrasie individuali e avrebbe ridotto il grado di apertura del mestiere che molti di coloro che praticano giornalismo apprezzano.

 

Tradizionalmente, è stato importante per i giornalisti sottolineare questo elemento di individualità per assicurarli che essi sono in qualche misura autonomi dalle strutture per cui lavorano. Un passaggio a un maggiore riconoscimento del carattere collettivo dei processi di lavoro giornalistici potrebbe essere benvenuto a prima vista, ma il modo in cui queste affermazioni vengono fatte sembra indicare che il riconoscimento del dato collettivo sia in realtà più una forma di chiusura occupazionale. Per molti giornalisti professionisti, i citizen journalist non potranno mai diventare membri pienamente riconosciuti del collettivo professionale a meno che essi non vengano assimilati in qualche struttura già esistente.

 

I cambiamenti tecno-economici avvenuti nell’ arco di un periodo molto breve di tempo, hanno così profondamente minato la tradizionale base istituzionale del giornalismo che il collettivo, il carattere organizzato e istituzionale del lavoro giornalistico viene portato alla ribalta e reso esplicito solo attraverso una sorta di pretesa di legittimità che subordina il giornalista reale al collettivo: una strategia che alla fine – conclude Ornebring – rischia di limitare la libertà giornalistica invece di allargarla.

 

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