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Il fotogiornalismo un pezzo indispensabile della libertà di espressione

Prime adesioni all’ appello di Potere Fotografico – L’ on. Alfonso Gianni: ‘’Facciamolo vivere il fotogiornalismo. Non lasciamo che esso sia trascinato a dover descrivere il politico in mutande o con il gamberone in bocca. Sosteniamolo in tutti i modi. E’ un pezzo indispensabile della nostra cultura e della libertà di espressione’’

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‘’Facciamolo vivere il fotogiornalismo. Non lasciamo che esso sia trascinato a dover descrivere il politico in mutande o con il gamberone in bocca. O che, peggio ancora, sparisca del tutto, soffocato dalla televisione e dal conformismo Sosteniamolo in tutti i modi. E’ un pezzo indispensabile della nostra cultura e della libertà di espressione’’. Alfonso Gianni, deputato per varie legislature e viceministro dell’ economia nell’ ultimo governo Prodi, ha accolto l’ appello lanciato da Poterefotografico (vedi Lsdi, Il fotogiornalismo non deve morire) e ricostruisce il potere fascinatorio e di costruzione delle radici culturali di alcune immagini.

In un editoriale, Gianni parte dalla foto di Neda, l’ immagine della giovane ragazza iraniana uccisa dagli irregolari del regime di Ahmajinejad , diventata immediatamente una icona della lotta contro la violenza dei regimi, ricordando di sentirsi profondamente ‘’ in debito con la difficile arte del fotogiornalismo’’.


Il parlamentare cita in particolare due foto emblematiche. Quella di Robert Capà, il miliziano ucciso nella guerra civile spagnola, quella del Che Guevara. ‘’Della prima si dice fosse posticcia, Una montatura ad arte, come del resto la celebre fotografia degli americani che alzano la loro bandiera nell’isola giapponese. Può darsi, ma non ha importanza alcuna. Quella immagine ha conquistato un diritto di verità nella coscienza di milioni di persone, simbolo perenne dell’antifascismo. Poi quella del Che, abusata e anche mercantilizzata fin che si vuole, ma splendida per definire i contorni umani di un mito’’.

”E poi – prosegue – quelle tante fotografie in bianco e nero che ci hanno descritto l’Italia, le sue profonde povertà e le sue prime ricchezze. Fotografie che graffiano l’anima e che viste oggi ci provocano un rigurgito di nostalgia. E’ la nostra vita che ci passa davanti agli occhi. Che cosa sarebbe stato il grande giornalismo di denuncia sociale senza quelle fotografie? Poco o niente, da solo non avrebbe bucato il velo delle intelligenze. Allora, ha ragione Pino Granata. Facciamolo vivere il fotogiornalismo. Non lasciamo che esso sia trascinato a dovere descrivere il politico in mutande o con il gamberone in bocca. O che, peggio ancora, sparisca del tutto, soffocato dalla televisione e dal conformismo Sosteniamolo in tutti i modi. E’ un pezzo indispensabile della nostra cultura e della libertà di espressione. Ci racconta come pochi sanno fare il passato, ma proprio per questo ci fa meglio capire il presente e sentire il futuro”.

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