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Elezioni in Spagna, museruola alla Tv, allarme dei giornalisti

In Spagna il Partito Popolare (PP) e il Partito Socialista (PSOE) impediscono alle televisioni di filmare i leader – Prendono piede le conferenze stampa senza domande – Le associazioni dei giornalisti lanciano l’allarme circa il deterioramento della libertà d’informazione – Un’ analisi della situazione in un ampio articolo su El Paìs

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di Rosario G. Gomez
(El Paìs,
traduzione di Andrea Fama)

La museruola messa dai politici alle televisioni durante la campagna elettorale, il controllo dell’informazione nei media pubblici e la moda sempre più frequente delle apparizioni pubbliche senza domande stanno mettendo a rischio la libertà d’informazione. Ma non costituiscono gli unici rischi.

Anche la relazione tra il potere e la stampa è deteriorata dall’opacità e dall’oscurantismo dell’Amministrazione al momento di facilitare l’accesso ai dati pubblici.

Diverse associazioni di professionisti hanno lanciato l’allarme circa ciò che considerano una violazione del diritto alla libertà d’informazione, e soprattutto circa il ferreo controllo che i grandi partiti esercitano sui propri meeting. PSOE e PP impediscono alle telecamere altrui di riprendere gli interventi di Zapatero e Rajoy. Tutto viene controllato dal proprio onnipotente apparato mediatico. Il segnale è istituzionale. Dalla piccionaia in cui sono ammassate, le telecamere della televisione sono autorizzate a riprendere unicamente il contesto dei meeting – compresi eventuali incidenti, questo sì –ma mai i primi piani dei candidati. “Ci mandano al pollaio”, spiega una giornalista inglobata nella carovana elettorale del PSOE.

La Federazione dei Sindacati dei Giornalisti (FSP) chiede che si ponga fine a questo “spettacolo vergognoso”, che trasforma i meeting in prodotti di marketing e i giornalisti in mere cinghie di trasmissione. E ricorda ai politici che l’informazione è un diritto della cittadinanza e che i giornalisti rappresentano “i mediatori necessari” tra l’informazione e la società.

I partiti si difendono. Sostengono di offrire il segnale integro degli interventi dei candidati, in modo che ogni televisione possa poi dare risalto allo spezzone che gli interessa. E ricorrono all’economia (“per gli operatori questo sistema implica un sostanzioso risparmio sui costi”) e alla logistica (“sarebbe molto complicato installare una pedana con decine di telecamere”).

Senza dubbio per le imprese audiovisive questa formula è comoda ed economica. Non devono far altro che seguire alla lettere le istruzioni dei partiti per raggiungere, virtualmente, i meeting. Quello tenuto da Zapatero venerdì in Murcia, per esempio, era contrassegnato dai seguenti codici: orario: 19.30-21.30 HLE; satellite: Hispat 1D TXP.55/PT.2185-00/P.09; Uplink freq: 13.865.5 V; Downlink freq: 12.065.5 H; codificazione: MPEG2 DVB 4:2:0; larghezza di banda: 9 MHZ; Fec: 3/4; symbol rate: 5632; pid audio1: 256; pid audio2: 257; pid video: 308. Queste chiavi d’accesso facilitano il lavoro delle emittenti. Il meeting, già inscatolato, arriva in diretta e senza ulteriori costi oltre all’uso del satellite. Bisogna ammetterlo, convenientemente cucinato.

La FSP, però, denuncia questo sistema perverso. “Nel loro affanno di controllare le immagini che giungono allo spettatore, i consulenti dei leader politici frappongono degli ostacoli al lavoro libero dei media e offrono alle televisioni il proprio segnale istituzionale dei meeting”. Ma c’è chi si è già ribellato. I giornalisti di TV-3 hanno deciso di non firmare le informazioni elettorali, nonostante la televisione catalana sia riuscita ad imporre le proprie regole. Il comitato di redazione ha concluso che i giornalisti non daranno copertura dei meeting elettorali in cui non sia garantito l’accesso ad almeno una propria telecamera. “Lo consideriamo una garanzia imprescindibile per l’obbiettività del nostro lavoro”, sostiene Rosa Marqueta, direttrice del telegiornale di TV-3.

“Vi sono partiti economicamente potenti che fanno sfoggio della tecnologia. Editano i meeting con le inquadrature degli assistenti a cui sono interessati e controllano le immagini della platea. Ciò interferisce con il nostro diritto all’informazione”, afferma Marqueta, cosciente del fatto che i giornalisti di TV-3 rappresentano una “rarità” nel panorama dell’informazione audiovisiva. “Nelle riunioni che teniamo con la Forta (l’ente che riunisce le televisioni autonome) ci guardano come se venissimo da Marte”.

È proprio il risparmio sui costi a spingere le imprese audiovisive ad agganciarsi, e nulla più, ai segnali istituzionali. Nonostante tutto, alcuni giornalisti desideravano l’opzione di poter scegliere tra agganciarsi al “segnale già confezionato” (dai partiti) o realizzare il proprio. Sonia Sanchez, imbarcata sulla carovana elettorale del PSOE per conto della trasmissione Informativos Tele 5, ricorda che, durante le scorse elezioni i partiti crearono uno scudo di protezione contro i media non affini, i quali tendevano a dare risalto ad aspetti negativi come posti vacanti o anziani senza denti.

Diversi gruppi di giornalisti sono disposti a porre un limite a questa situazione. L’Associazione della Stampa di Madrid (APM) ha reso pubblica una raccomandazione rivolta ai partiti nazionali con una chiara esigenza: la libera entrata delle telecamere della televisione pubblica e privata a tutti i meeting di Jose Luis Rodriguez Zapatero o Mariano Rajoy durante il loro intero svolgimento, in cui “si possano registrare liberamente tanto gli interventi dei candidati quanto qualunque altra cosa avvenga durante il meeting”. Inoltre, il fatto che il PSOE e il PP abbiano a disposizione budget enormi per mettere in scena i loro meeting hollywoodiani crea grandi differenze tra i partiti e gioca a detrimento della parità di opportunità.

Un altro motivo di preoccupazione per i giornalisti, soprattutto per quelli che lavorano nei media statali, è l’obbligo di calibrare le informazioni secondo lo schema risultante dalle elezioni precedenti. Il Collegio dei Giornalisti della Catalogna, l’Associazione della Stampa di Madrid e il Collegio dei Giornalisti della Galizia hanno deciso di intervenire nella faccenda e hanno sottoposto al Tribunale Supremo gli accordi della Giunta Elettorale Centrale (JEC) relativamente ai tempi da adottare. L’avvocatessa del Collegio dei Giornalisti della Catalogna, Gemma Segura, ritiene che la misura è sproporzionata e incongruente. “Né la neutralità né il pluralismo possono essere conseguiti prefissando dei tempi determinati”, spiega.

Il conflitto non è nuovo. Si trascina di elezione in elezione. I professionisti di TVE rivendicano da anni la possibilità di agire liberamente nello svolgimento del proprio lavoro. RTVE ha proposto un piano di copertura per l’attuale campagna conforme a criteri professionali, rispettando sempre i principi di pluralismo e proporzionalità. Ma questo metodo è stato accantonato dalla Giunta Elettorale Centrale in seguito al ricorso dei partiti minoritari.

Una struttura così rigida porta a situazioni assurde come quella in cui un candidato si trova, in un telegiornale, a rispondere al proprio rivale politico primo che venga trasmessa la domanda dell’avversario.

Alla base di questo surrealismo informativo vi è il conflitto su come affrontare la copertura elettorale. Tutte le televisioni pubbliche sono soggette ai dettami della corporazione cui appartengono, che a sua volta sottostà alle linee guida della Giunta Elettorale, la quale in ultima istanza è incaricata di stabilire i criteri. In alcuni casi, come in Catalogna, si ha la massima flessibilità circa l’ordine in cui trasmettere le conferenze dei singoli partiti, sempre che il computo totale durante l’intera campagna rispetti la proporzionalità parlamentare.

“Noi giornalisti di TV-3 ci domandiamo perché, se durante tutto l’anno la nostra politica viene avallata in quanto rispetta la pluralità parlamentare, l’indipendenza e l’equanimità, durante la campagna elettorale debba figurare per iscritto?”, riferisce Marqueta.
Il problema è che in Spagna non vi è una legge che disciplini in modo preciso l’informazione dei media pubblici durante la campagna elettorale. Nel caso di TV-3, i partiti si fidano della copertura informativa offerta e si sono impegnati a non ricorrere alla Giunta Elettorale in merito al modello elaborato dalla corporazione pubblica. Ma ciò non accade in tutte le comunità autonome. Segura segnala che “una cosa è che i media pubblici rispettino principi di pluralismo e un’altra è che essi si possano tradurre in misure così specifiche e limitanti per la libertà d’espressione”.

Dopo un primo parere, lo studio legale Pareja e Associati, specializzato in diritto pubblico, presenterà un’istanza al Tribunale Supremo (TS) contro l’obbligo di RTVE di equilibrare i tempi di giorno in giorno. Il gruppo statale chiedeva invece che il computo fosse calcolato alla fine della campagna. Segura ricorda che il TS ha stabilito che la libertà d’informazione non è solo un diritto dei giornalisti, ma anche un diritto dei cittadini ad essere informati. E per formare un’opinione libera è necessario garantire la libertà d’informazione. Per questo ritiene che, così come sono concepiti, i blocchi elettorali sono “spazi al servizio dei partiti politici e non al servizio della formazione dell’opinione pubblica”.

Secondo Segura, neanche quella relativa ai tempi è una misura congruente con il principio di neutralità. “Né il minutaggio né l’ordine pesano sulla neutralità informativa. Sono restrizioni che non hanno alcun appiglio legale e in fondo non trovano una giustificazione neanche nel principio di neutralità e pluralismo”. I professionisti si lamentano del fatto che la Giunta Elettorale tenda ad applicare criteri di propaganda all’informazione. E ciò sarà sempre fonte di conflitto.

Scoperchiare le fonti

Le coperture elettorali delle televisioni pubbliche sono sempre passate al vaglio di un’attenta lente d’ingrandimento. E specialmente per quanto riguarda TVE. La Giunta Elettorale Centrale (JEC) arrivò ad obbligare la catena statale ad utilizzare mezzi tecnici identici durante le conferenze dei singoli partiti. All’epoca, per la copertura dei meeting del partito al potere si ricorreva a tecniche spettacolari, sorvolando i centri sportivi che ospitavano i convegni ed esaltando l’immagine del leader. La JEC rilevò un tratto privilegiato e dettò delle misure affinché l’ubicazione delle telecamere fosse la medesima durante le conferenze di tutti i partiti.
Forse per questo TVE, così come il resto delle catene, si è allineata ai partiti e adesso ricorre al segnale istituzionale. “La situazione è chiara. Il problema è che i partiti possono occultare i diverbi nell’immediatezza del meeting o degli spalti, o dare la sensazione che la conferenza sia affollata quando in realtà può essere semideserta”, commenta un redattore di TVE. E si domanda: “Cosa succede quando le immagini smentiscono il giornalista?”. Nonostante tali dubbi, la grande maggioranza delle televisioni ha accettato le regole del gioco imposte dai partiti. Tuttavia, TV-3 ha optato per non dare copertura alle conferenze in cui non può far entrare almeno una telecamera.

“E’ una questione di onestà nei confronti dello spettatore”, afferma Rosa Marqueta. “Possiamo riprendere il leader mentre parla, sebbene a volte i partiti situino le telecamere nel posto più lontano dal palco. Ciò può compromettere la qualità del primo piano. In tal caso, ricorriamo alle immagini del video del partito”. Anche per casi del genere TV-3 ha una sua politica. “Se uno spezzone proviene dal materiale fornito dal partito, si utilizza, ma sempre indicandone sullo schermo la provenienza”. È un caso poco frequente, ma presto sarà la norma per la TVE. Lo Statuto della Redazione, che pochi giorni fa ha compiuto un passo definitivo, include un codice deontologico che specifica che le informazioni vadano elaborate “preferibilmente” con mezzi propri.
Laddove l’unico modo di accedervi sia attraverso il materiale diffuso da fonti esterne, TVE sarà obbligata ad segnalarne la provenienza agli spettatori. Nel caso dei meeting “dobbiamo specificare che le immagini sono state cedute da questo o quel partito”, spiega un giornalista di TVE.

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