Lunga vita al giornalismo partecipativo

| 15 febbraio 2009 |

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di Bernardo Parrella

giornalismi possibili: così avevamo intitolato questo blog, volutamente tutto in minuscolo, all’epoca del suo lancio, oltre due anni fa, riformulando il divenire dell’informazione sull’onda del digitale. Onde ampliare concetto e partecipazione, avevamo anche organizzato due convegni romani, rispettivamente a luglio 2006 (“Tutti giornalisti?“) e gennaio 2007 (“Il Web 2.0 e lo scenario italiano: a che punto siamo?“). A latere del secondo, si era perfino tentato di aggregare le forze verso un “progetto online di giornalismo partecipativo maturo e dinamico, capace di integrare inquadramento editoriale e partecipazione, user generated content e criteri di qualita’, redazione virtuale e strutture semi-professionali.”

Non mi pare che da allora in Italia ci siano stati incontri analoghi né serie analisi o interventi su quelle pratiche emergenti “dal basso”, variamente definite citizen journalism, giornalismo partecipativo e quant’altro. Peccato. Perché il fenomeno nel frattempo si è esteso parecchio, pur se nel Bel Paese assai meno che altrove per atavici motivi (tema da approfondire, eventualmente, in altra sede). E peccato, perché a leggere certe uscite recenti sembra che le potenzialità e le concretezze dell’informazione diffusa restino qualcosa di sfuggente, lontano e alieno a molti esperti nostrani. E peccato un’altra volta, perché meno che mai queste esperienze, nel frattempo cresciute e maturate sul campo, vengono prese in esame per quello che meritano: doveroso ‘reality check’, possibili soluzioni concrete alla ‘perdurante crisi dell’informazione’ sbandierata a destra e a manca.

Lo spunto per questa riflessione arriva dal citato testo in cui Giuseppe Granieri esamina la ‘evoluzione dell’informazione’ ponendola interamente nel contesto dell’industria giornalistica, “e, quindi, su quei segmenti ‘alti’ della professione che quell’industria finora ha richiesto e alimentato.” Come suggeriscono i commenti pur veloci segnalati, ritengo errato impostare la questione nei termini di grandi testate (americane) e di un mercato che, chissà chi lo sa, potrà risolvere tale crisi tramite belle trovate online, dai micro-pagamenti a nuovi tipi di inserzioni-flash. È anacronistico proporre questi contesti (meglio: paletti) insistendo su una visione top-down per cui il futuro del bene comune dell’informazione debba passare giocoforza da simili scenari industriali.

Quando i cittadini-reporter informano sulle ampie posizioni omofobiche nel Caucaso meridionale o sui massacri nelle foreste congolesi, entrambi episodi “dimenticati” dalle ‘grandi testate’, ciò è tutt’altro che “complemento lussuoso” ai mass media. Come fanno anche dei resoconti su certe emergenze tutte italiane. E quando migliaia di persone commentano, discutono, rilanciano le innumerevoli sfaccettature del recente ‘caso Englaro’ ciò costituisce una ricchezza informativa e umana del tutto sconosciuta agli stessi mass media, che non a caso cercano di manipolare al meglio.

Esempi questi volutamente agli antipodi e che ciascuno di noi può corroborare con ulteriori produzioni (testuali, audio, video) ripresi da una miriade di blog, siti, reti sociali. Vuole tutto ciò porsi come informazione “sistematica o organizzata”? Giammai. Si tratta forse di un “sostituto del giornalismo professionale”? Nient’affatto. Però è questo che la gente vuole e produce con sempre maggior frequenza oggi. Un’informazione diffusa, decentrata. Immediata e non filtrata. Capace di parlare contemporaneamente alla mente e al cuore, quando è il caso. Verificata dall’intelligenza collettiva della rete. Qualificata perché frutto di testimonianze per lo più dirette. Locale, per l’urgente domanda di notizie rilevanti per la vita quotidiana di quanti vivono in quei luoghi. E globalizzata, come si conviene ai cittadini del mondo che oggi siamo un po’ tutti. Grazie all’amplificazione di siti-progetti indipendenti e non-profit, di redazioni ed editor virtuali, di traduttori che la ricontestualizzano altrove.

Il citizen journalism va dimostrando di saper giocare un ruolo cruciale nell’informare in modo rapido e puntuale, e talvolta perfino nel dar forma all’attualità: dal terremoto in Cina all’elezione di Obama al conflitto a Gaza. Il gap tradizionale tra media ‘professionali’ e la crescente folla di cyber-dilettanti va sempre più restringendosi, e anzi si assiste a un miscuglio continuo di fonti e testate, punti di vista e discussioni. Esiste ormai un circolo virtuoso che connette costantemente il locale con il globale, che e nessuno può fermare. Neppure l’industria giornalistica propriamente detta. La quale anzi tenta di saltare sull’ennesimo treno in corsa, prima che sia troppo tardi. E quindi il ricorso a soluzioni che includano più o meno direttamente questa “produzione dal basso”. Alcune riuscite altre meno, ma comunque ben evidenti su testate tradizionali e digitali.

E i possibili business model? Be’, intanto occorre far crescere queste modalità onde siano in grado di offrire alternative sempre più valide ed efficaci anche in quest’ambito. Ma è ovvio che è impossibile avere il corrispettivo di petrolio a pochi dollari e continuare con gli sprechi energetici. Come per i dirigenti di Wall Street, anche quelli dei mega gruppi editoriali dovranno dimenticare salari esosi, per dirne una. E vale anche qui la lezione di Darwin, nonché il comune buon senso (e la ridistribuzione delle risorse) verso la necessità di ridimensionamenti, anche drastici, dei modelli imprenditoriali. Perché preoccuparsi tanto? In fondo, da che mondo è mondo, ogni industria ha avuto (e avrà pur sempre) i suoi alti e bassi, perdite incluse. È ora che il Quarto Potere prenda atto di questi cambiamenti irreversibili anche a livello imprenditoriale. Certo, di quotidiani e riviste a stampa ci sarà sempre bisogno, come pure della figura del giornalista in senso lato, capace di offrire sintesi, editing e soprattutto di “connect the dots”. E Amazon potrà fare quante versioni vuole del Kindle, ma il cartaceo continuerà alla grande. Pur se affiancato da pratiche e modelli online via via sempre più professionali e anche remunerativi, sia per i citizen reporter che gli stessi editori digitali, oltre a ottimi esperimenti sociali di taglio multi-nazionale e finanche entro i nostri confini.

Sono questi, a mio parere, i termini di un dibattito che voglia davvero preoccuparsi dell’evoluzione dell’informazione. E non della vita o della morte di qualche mega gruppo editoriale. Perchè l’informazione è un bene comune. Un patrimonio glocale. E solo spostando i paletti della discussione fino a inglobare queste dinamiche, potremo avere un confronto degno di tale nome. Riprendendo, perchè no?, le fila di quegli incontri avviati un paio d’anni fa e poi mai portati avanti. Onde poter riflettere collettivamente “out of the box” e giungere, chissà, a prospettive – se non proprio soluzioni – tanto efficaci quanto inattese. Tenendo comunque conto che partecipazione, condivisione e trasparenza, online come offline, restano il caposaldo dei giornalismi possibili, di un paradigma che anche in Italia può riservare positive sorprese per tutti. Cittadini e testate varie inclusi.

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