Rai, l’editoria, la rete e il loro futuro

| 10 gennaio 2007 |

Editoria e futuroPermangono le incertezze in merito al nuovo contratto di servizio della Rai diffuso lo scorso 4 dicembre: prima era stata annunciata una riforma piuttosto radicale tanto da arrivare anche a includere le licenze Creative Commons per i contenuti prodotti dal servizio pubblico. Tuttavia un’analisi di Diego Galli sul testo giunto alla commissione di vigilanza, scaricabile da qui, fa notare che, in tema di diritti, non ci sono riferimenti diretti a licenze d’uso più o meno libere e si parla semmai dell'”impiego delle più opportune tecnologie”.

Una questione in qualche modo collegata è poi quella della riforma della legge sull’editoria di cui si era parlato qualche giorno fa: il testo da presentare in parlamento dovrebbe derivare alla consultazione diretta dei cittadini attraverso un questionario da scaricare dalla rete. Solo che… sorvolando sul fatto che il questionario e’ in .doc (in alternativa ne esiste una versione in .pdf, ma per i cittadini poco avvezzi all’uso di strumenti di editing per questo genere di file diventa complesso compilare il documento per poi rispedirlo per posta elettronica), le domande sono eccessivamente tecnicistiche e poco intelleggibili.

Per fare qualche esempio, alla sezione “prodotto editoriale”, si chiede:

Cosa intendete per prodotto editoriale, ed in particolare, ritenete sufficiente ed esaustiva la dizione dell’articolo 1, comma 1, della legge n. 62 del 2001 ovvero ritenete necessaria una puntuale definizione delle fattispecie quali il giornale, il periodico, il libro, l’editoria elettronica, le rassegne stampa, ecc., ai fini di una più chiara individuazione della loro natura giuridica ed economica, anche in considerazione di quanto già definito in materia di diritto d’autore, sia in ambito nazionale che comunitario?

Oppure, nella terza parte, quella relativa alle provvidenze:

A vostro parere, l’imposizione di specifici legami tra tipologie di spesa e volumi di produzione e ammontare delle provvidenze, anche alla luce delle innovazioni tecnologiche, appare condivisibile oppure limita e distorce le scelte delle imprese?

Nelle intenzioni di Palazzo Chigi, aprire una consultazione vuole dire offrire una serie di garanzie tra cui:

il pluralismo dell’informazione, assicurando un mercato libero e aperto ma nel quale non manchino le tutele per le voci meno potenti; per sostenere il rinnovamento tecnologico e industriale del mondo dell’editoria trasformando, così, progressivamente la natura dell’aiuto pubblico da mero contributo al riequilibrio dei conti economici delle imprese a vero e proprio strumento di innovazione e, dunque, di crescita e di creazione di nuova occupazione

Il che è senz’altro condivisivile. Meno tuttavia lo è la forma con cui lo si fa: già sarà ingente lo sforzo per elaborare le risposte ottenute integrandole in un disegno di legge che tenga conto dei diversi punti di vista proposti. Più semplice sarebbe stato, forse, se fosse fatto leva su un duplice scopo a monte:

  • creare un vero questionario da proporre attraverso gli strumenti proprio della rete, composto di form predefiniti lasciando i campi di testo libero solo come estrema ratio per le questioni più complicate o per l’espressione di opinioni
  • e soprattutto utilizzare un linguaggio più semplice, più alla portata di tutti gli operatori di settore e non solo degli uffici legali o dei consigli d’amministrazione. Questo avrebbe davvero garantito una voce anche ai soggetti meno potenti

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