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Dj, arriva sul Guardian ‘’Morire di carcere in Italia’’

 

Il Guardian, una delle testate che ha affrontato con più maturità e successo la sfida del linguaggio digitale, ha dedicato un articolo a una ricerca italiana nel campo del Giornalismo dei dati.

Si tratta di ‘’Patrie galere’’, una indagine sui casi di suicidio nelle carceri italiane (quasi mille morti fra il 2002 e oggi) realizzata da Jacopo Ottaviani e pubblicata sul Fatto Quotidiano.

 

Il lavoro si è basato sui dati (non sempre aperti) prodotti dal dossier “Morire di carcere” del Centro Studi Ristretti Orizzonti di Padova, incrociati con quelli del Ministero della Giustizia.

 

 

Il Guardian – oltre a riportare il racconto di Jacopo Ottaviani,  che spiega come ha utilizzato i dati, ad esempio grazie all’aiuto delle tabelle di Google fusion – sottolinea come il lavoro fornisca un grosso contributo di conoscenza sui meccanismi della giustizia italiana. E faccia emergere vicende che non erano arrivate all’ attenzione della stampa.

 

Come, ad esempio, la morte di una donna, Francesca Caponnetto, avvenuta a Messina nel 2004, oppure come quella di un giovane di 17 anni, che si era suicidato a Firenze nel 2009.

 

‘’Nessuno sa, ad esempio – nota il quotidiano britannico – che circa 50 dei detenuti morti avevano meno di 23 anni’’.

                                                 

 

Qualche osservazione

 

Il riconoscimento da parte del Guardian solleva , ancora una volta, forti dubbi sulla capacità dei vertici del giornalismo italiano tradizionale di capire le potenzialità dei nuovi strumenti digitali e delle nuove professionalità che si vanno delineando.

La Stampa.it  gli aveva dedicato un post (ma comprare il progetto, e magari il progettista, manco per idea), mentre  altre realtà  hanno solo considerato l’idea fino all’ultimo. Se le grandi testate fossero più eque (specie nei compensi, poiché non manca mai chi spera di comprare progetti per pochi spiccioli) e aperte all’ innovazione, tanta ottima professionalità italiana potrebbe finalmente emergere, passando da una mailing list al grande pubblico di un giornale internazionale.  

La cosa riguarda anche la questione dei contributi all’editoria. Se,  anzichè continuare a premiare inutilmente la tiratura andassero anche in direzione del riconoscendo dell’ innovazione e delle  nuove professionalità, il mercato dell’informazione verrebbe sicuramente stimolato  e non potrebbe permettersi una simile atrofizzazione e chiusura. E inoltre, se tali contributi fossero da subito accessibili anche alle start up, nonostante la miopia e lentezza dei mainstream media, chi ha delle buone idee che non trovano spazio nel contesto tradizionale potrebbe addirittura pensare di mettere su una realtà giornalistica propria, senza essere costretto a piatire nulla a questa o quella redazione.

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