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Uzbekistan, il rischioso mestiere di giornalista in un paese al 163° posto della classifica di Rsf

Questa foto di una giornalista dell' AP è stata ''interpretata'' come un gesto di diffamazione intenzionale del popolo uzbeko

Alla vigilia del 3 maggio, Giornata internazionale della libertà di stampa, pubblichiamo questa analisi di Valentina Barbieri sulla situazione dell’ informazione in Uzbekistan, uno dei paesi dove il giornalismo indipendente (come il lavoro degli attivisti per i diritti umani) è sempre più rischioso – Dal 2005, dalla rivolta nella città di Andijan, è prevalsa una linea sempre più dura –Un rigido controllo anche su internet, attraverso l’ ente governativo per le comunicazioni – Il controverso e interessante caso dell’ impennata di Twitter

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di Valentina Barbieri

Non è un paese per giornalisti, l’ Uzbekistan. E nemmeno per gli attivisti per i diritti umani.

L’ ultimo episodio risale a pochi giorni fa: dopo aver rilasciato un’intervista al canale russo Rossija 1, Elena Urlaeva, direttrice in Uzbekistan di Human Rights Alliance, è stata raggiunta nel suo appartamento da tre donne che l’hanno aggredita verbalmente e fisicamente.

L’accusa: aver diffamato il proprio paese riportando le condizioni delle minoranze russe in Uzbekistan. Accusa che, riportata su un piano più ampio, rimanda al reato di diffamazione ai danni della popolazione uzbeka che sempre più spesso colpisce i giornalisti, autoctoni e non. Per un’immagine, per un esempio, per una parola.

Per il governo, ormai ventennale, di Islom Karimov, raccontare troppo fedelmente le condizioni di vita nel paese equivale a volerne dare una visione negativa. Con tutte le conseguenze che questo comporta.

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Nel 2010 Reporters sans Frontieres collocava l’ Uzbekistan al 163esimo posto nella classifica riferita alla libertà di stampa, ad oltre 20 posizioni dalla Russia (140°). E nel paese governato da 20 anni da Islom Karimov la pressione sui media uzbeki e stranieri non sembra affatto destinata a diminuire.

Lo stesso nipote del presidente, il giornalista web Djamshid Karimov, famoso per aver denunciato la corruzione delle autorità locali, è da 5 anni trattenuto in un ospedale psichiatrico. Un altro “prigioniero di coscienza”, il giornalista Solijon Abdurakhmanov, è stato condannato nel 2008 a 10 anni di carcere. Motivazione ufficiale: droga. Motivazione reale secondo gli attivisti: politica.

L’ accusa principale nei confronti della stampa resta comunque quella di diffamazione. In una società come quella uzbeka orientata ad un’ estrema rigidità e controllo, come spiega Aleksey Volosevich di Fergananews.com, “nessun giornalista è immune da quest’accusa”.

L’anno scorso Abdumalik Boboev, giornalista di “Voice of America”, è stato arrestato per aver “diffamato gli uzbeki” e condannato a pagare un risarcimento di 10mila dollari. Sempre nel 2010 Vladimir Berezovsky, redattore del sito vesti.uz e corrispondente russo a Tashkent della Parlamentskaja Gazeta, è stato giudicato colpevole dello stesso reato, poi condonato.

Anche Umida Akhmedova, fotografa di Associated Press e documentarista, ha avuto una sorte simile: giudicata colpevole di aver offeso la popolazione uzbeka, è stata graziata in onore della ricorrenza dell’indipendenza uzbeka.

E’ dal 2005, in particolar modo, che è prevalsa la linea dura. Dalla rivolta della città di Andijan.

In quell’occasione decine di migliaia di uzbeki erano scesi in Piazza Babur per chiedere pane, lavoro e un’istruzione migliore. Risultato: tra le 187 (fonti ufficiali) e le 4500 (fonti non ufficiali) vittime; isolamento delle informazioni in entrata e uscita; muro di omertà sulla vicenda.

Da lì le misure si sono fatte ancor più rigide sia per i media uzbeki non statali che per quelli stranieri. Quelli che non sono stati obbligati a lasciare il paese (come, ad esempio, Radio Free Europe) hanno dovuto fare richiesta per il rarissimo accredito del Ministero degli Affari Esteri, condizione sine qua non per poter cooperare con cittadini uzbeki. Quest’anno gli accrediti sono stati 33, meno della metà di quelli del 2005 (80).

E la situazione non migliora molto se si guarda ai nuovi media. Internet, che in situazioni di forte pressione sui media tradizionali può agire da spazio alternativo di confronto dell’opinione pubblica, ha un pubblico ancora limitato.

Anche se il costo dell’accesso ad internet sta diminuendo e questo dovrebbe favorire un più ampio accesso alla rete, le stime ufficiali parlano di 7,55 milioni di utenti su 27,7 milioni di abitanti.

E, come nel caso dei media tradizionali, il controllo sulla rete si fa sentire.

Il Centro di monitoraggio della comunicazione di massa (che sottosta all’Agenzia uzbeka per la comunicazione e l’informazione) verifica il contenuto di siti web e media audiovisivi; in caso di contenuti indesiderati, il sito viene bloccato.

Due giornaliste della tv di Taskent sono state licenziate per questa loro protesta a favore della libertà di espressione

E’ questo il caso del sito dell’agenzia stampa Ferghana news, della Nezavisimaja Gazeta (www.ng.ru), Radio Free Europe/Radio Liberty, Voice of America, Deutsche Welle, Eurasianet.org, Uznews.net, Memorial, BBC (http://www.bbc.co.uk/uzbek/) e in parte il caso dei siti news Centrasia.ru e  Central Asian News Service site, www.ca-news.orSi hanno spesso problemi di collegamento a social networks come LiveJournal, MySpace, Facebook, Twitter, Blogger, Flickr e la piattaforma blog più popolare in Uzbekistan, kloop.kg.

L’accesso ad Internet è regolato dall’articolo 29 della costituzione uzbeka, che vieta a chiunque di cercare, reperire e diffondere informazioni dirette contro il sistema costituzionale esistente o che divulghino segreti di stato o informazioni riservate delle aziende.

La legislazione

La legge del 2002 sui principi e sulle garanzie della libertà di informazione prevede che “il rifiuto di fornire un’informazione richiesta sia possibile se questa è confidenziale o la sua rivelazione possa arrecare danno ai diritti e agli interessi legali di una persona, agli interessi della società e dello stato” (art. 10)”

La legge dei 2007 sui media rende redattori e giornalisti passibili per la “oggettività” delle loro pubblicazioni e si applica anche ai media online. L’emendamento del gennaio 2010 a questa legge obbliga ora i siti internet, come tutti gli altri media, a registrare e fornire informazioni sui loro impiegati e copie dei loro articoli al governo.

Tra i temi da evitare ci sono quindi, a riscontro dei fatti, le critiche al governo, informazioni sulla reale situazione economica (come l’inflazione), diritti umani e situazione sociale (come le agitazioni o i lavori forzati dei bambini nei campi di cotone), vite e affari privati dei Kadirov.

Ogni riferimento ai fatti di Andijan è rimosso, anche tramite autocensura.

Il controverso e interessante caso di Twitter

Dom Sagolla, uno dei creatori di Twitter, nella sua presentazione al Congresso Mondiale sulle IT ad Amsterdam nel 2010 (link) poneva l’Uzbekistan in cima alla classifica degli stati in cui l’attività di Twitter era aumentata più significativamente.

Sagolla ha esaminato i dati di PeopleBrowser (una società che analizza l’uso dei social media) riferiti al 16 maggio 2009 e 16 maggio 2010 e ha rilevato una fortissima crescita nell’attività di Twitter dall’Uzbekistan, anche se il numero di utenti è rimasto fra i più bassi.

Per Sagolla questo dato potrebbe comunque avere un’incidenza nei futuri sviluppi tecnologici e culturali dell’Uzbekistan.

Tulkin Umarialev, esperto di media, guarda in termini meno positivi a questo dato. Secondo l’esperto, il confronto tra due soli giorni è un criterio opinabile: potrebbe solo significare che le persone si sono parlate di più in quello specifico giorno o potrebbe essere stata una reazione a catena a qualcosa, come ad esempio risposte o inoltri di tweet di altri.

Un altro elemento di complicazione per Umarialev è che è impossibile affermare se le persone si trovino effettivamente in Uzbekistan, in quanto i dissidenti che usano Twitter e i blog spesso nascondono la loro dislocazione per evitare rappresaglie.

L’ interfaccia grafica di Twitter del resto non è inoltre disponibile in russo o uzbeko e quindi necessita di un minimo di familiarità con la lingua inglese almeno per iniziare.

Un’ alternativa locale a Twitter potrebbe venire da 140.uz, un canale in lingua russa che presenta la stessa limitazione in termine di caratteri di Twitter e prevede applicazioni al telefono cellulare.

Al momento140.uz è un canale ancora piuttosto limitato, ma il numero di utenti appare in crescita.

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Fonti: EurasiaNet, RSF, PressNow, UzNews, EurasiaNet

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