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Notizie in vendita, il declino del sistema dei media in Bulgaria

L’ Osservatorio sui Balcani pubblica una preoccupante analisi sulla situazione dell’ informazione giornalistica nel paese balcanico, fra proprietà poco trasparenti, accentramento delle testate, pressioni economiche e politiche sui giornalisti

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Proprietà poco trasparenti, accentramento delle testate, notizie in vendita, pressioni economiche e politiche sui giornalisti. E’ il quadro, pieno di ombre, dei rapporti fra media e potere in Bulgaria, paese in cui il livello di libertà dell’ informazione giornalistica, sia secondo le valutazioni delle organizzazioni internazionali, che per la percezione degli stessi giornalisti bulgari, è in costante e rapido declino.

Politica e business – osserva Francesco Martino su Osservatorio sui Balcani – interferiscono sempre di più nel lavoro delle redazioni, mentre la crisi economica restringe ancora di più le possibilità e gli spazi di cronaca e di critica. Risultato: qualità dei media in declino e minore capacità di informare correttamente i cittadini.

Uno degli elementi più inquietanti del panorama mediatico del paese balcanico è l’ informazione in vendita.

Con la crisi e la contrazione del mercato pubblicitario, che ha messo alle strette molte testate, il numero di articoli pubblicati dietro compenso (ma non indicati come tali) sembra in aumento – racconta Martino -. Durante la campagna elettorale il “mercato dell’informazione” è entrato in fibrillazione. Prodotto da piazzare: candidati e programmi politici.

“Ho notizie certe di un quotidiano che ha offerto veri e propri ‘pacchetti’ fatti di reportage ‘amichevoli’, interviste e articoli addomesticati. I prezzi variano tra 3mila e 60mila leva (1500 – 30mila euro) a seconda delle possibilità economiche del candidato, ma anche della carica cui aspira. Era addirittura previsto uno sconto del 20% in caso di pagamento in cash. Naturalmente, tutti i materiali a pagamento dovrebbero essere chiaramente riconoscibili. Questo però, non è successo”, racconta ad OBC Nadya Pankova, giornalista bulgara che si è occupata dello spinoso tema. E non si tratta certo di un caso isolato.

Il tutto in una situazione in cui i giornalisti vivono un periodo di grande fragilità dal punto di vista salariale: dall’inizio della crisi molte testate hanno chiuso o sono state riorganizzate con perdita di posti di lavoro. Le retribuzioni sono diminuite sensibilmente anche per assenza di un contratto di lavoro collettivo, e resistere a pressioni esterne è oggi più difficile.

In più il paese registra la presenza poco rassicurante di un cartello editoriale, il “Nuovo gruppo mediatico bulgaro”,  emanazione di un “cartello politico”, in cui interessi e sfere di potere verrebbero stabiliti da accordi dietro le quinte. In questa cornice – osserva l’ articolo – è facile capire il forte interesse ad avere un sistema mediatico addomesticato e poco propenso a scavare in profondità.

In Bulgaria, oltretutto, non esiste alcun tipo di sussidio statale alla stampa. Esiste però una diffusa pratica di “finanziamento indiretto”, fatto attraverso la pubblicità che le agenzie governative commissionano ai quotidiani, comprese le molte comunicazioni che provengono dagli organi dell’Unione europea.

Secondo un dettagliato rapporto pubblicato dal progetto “Media and Democracy in Central and Eastern Europe ” (finanziato dallo European Research Council), la scelta dei media a cui assegnare pubblicità governativa, o comunque pubblica, non è né casuale né a costo zero. Chi vuole accedere a questa fonte di finanziamento, spesso vitale in termini di sopravvivenza sul mercato, è “invitato” o si auto-invita a tenere una linea piuttosto morbida con il potere.

Difficile aspettarsi domande scomode – conclude Martino -, quando la propria sopravvivenza dipende dagli interessi (e dal portafoglio) del proprio interlocutore.

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