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Una Chiesa 2.0

Dalle tavole di Mosé agli schermi al plasma il passo è breve – La Chiesa cattolica scende in campo e apre ai social network – Rischi e potenzialità della rete secondo il Vaticano – Youtube: un canale di comunicazione da “educare”

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di Andrea Fama

La Chiesa è un’ istituzione millenaria che fonda il suo potere di fede e suggestione su una cosa sola: la parola. Chi meglio della Chiesa, pertanto, può pensare di interpretare il senso di una comunicazione davvero efficace, che sappia parlare contemporaneamente alla pancia, al cuore e alla testa dell’ascoltatore? Probabilmente nessuno, visto che anche i guru del marketing e gli spin doctor della comunicazione pescano a piene mani dal patrimonio persuasivo-comunicativo che la Chiesa ha disseminato a partire dalle prime parabole evangeliche fino ad arrivare alle più recenti encicliche.

Ed è proprio la contemporaneità uno dei punti di forza di un’istituzione che si è “sempre incarnata e inserita nelle culture del tempo”, come si leggeva sul sito Chiesacattolica.it nella presentazione del convegno nazionale organizzato dalla Cei dal titolo “Chiesa in Rete 2.0”.

“Oggi, nell’era del così detto Web 2.0 – si spiegava -, la Chiesa è consapevole delle potenzialità, ma anche dei rischi di Internet. Davanti a questo ambiente virtuale ci si potrebbe chiedere: come comunicare in maniera efficace il Vangelo? Volendo azzardare una risposta si potrebbe dire che occorre inserirsi con la "logica del cristianesimo" nella cybercultura”

Anche per la Chiesa, che era solita parlare direttamente all’anima delle persone, si rende dunque necessario l’uso di cuffiette e microfono per comunicare con l’uomo digitale dei social network, una sorta di Adamo 2.0 che in rete vive un “individualsimo interconnesso” che di fatto rischia di allontanarlo dal proprio “territorio circostante”, spingendolo ad accettare supinamente ogni richiesta di amicizia che gli piove su Facebook da ogni angolo della blogosfera, ad esempio, mentre però lo scherma da un contatto vero con la propria realtà. Questo, in linea di massima, il pensiero espresso dal portavoce della Conferenza episcopale italiana, don Domenico Pompili, che introducendo il convegno si pone tre interrogativi fondamentali:

 

 

Sono domande che aprono il campo a svariate interpretazioni e punti di vista, nonostante le perplessità etiche sollevate proprio dalla Chiesa, o da parte di essa, in merito alla bontà dei social network che, secondo il docente di teologia e comunicazioni sociali Adriano Fabris, non devono essere “solo un’esibizione, ma un luogo di partecipazione etica” che comunque non può sostituire i rapporti reali.

Ad ogni modo, che la Chiesa abbia sostanzialmente concesso l’assoluzione alle moderne reti sociali lo dimostra il fatto che il 23 gennaio,  in occasione della 43esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, la Santa Sede ha presentato l’accordo siglato con Google (vedi anche Lsdi, E Google diede un’ anima alla rete) per cui il Vaticano avrà un proprio canale su Youtube,  in cui oltre ai video e alle news, saranno pubblicati tutti gli interventi e i testi della Santa Sede, ma secondo un ‘ordine preciso’. Ciò vuol dire che digitando la parola “Vaticano” o “Papa” non si otterranno più quelle liste interminabili di siti in cui si depreca la Chiesa, bensì si otterranno informazioni gerarchizzate proprio dalla Santa Sede.

Questo tipo di accordo pone probabilmente un limite alla presunta autonomia etica di Google ed evidenzia ancora una volta come il gigante di Mountain View sia assolutamente flessibile nel fare concessioni alla propria filosofia quando si tratta di negoziare lo sdoganamento dei propri servizi verso milioni di utenze, che poi provengano dall’inferno anti-democratico che è la Cina piuttosto che dalle volte paradisiache di San Pietro poco importa.

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