Politico, o ‘’la fabbrica degli scoop’’

politico1.jpg Dopo due anni di sperimentazione ci si chiede se il sito sia il modello del futuro – Quello che finora era un “azzardo” entro sei mesi dovrebbe trasformarsi in “profitto” – Ma i ritmi sono infernali e qualche giornalista, anche se i salari sono alti (per i giornalisti-star oscillano sui 200.000 dollari), è già andato via

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Barack Obama ha già un nemico tra i giornalisti che raccontano la Casa Bianca. Si chiama Jonathan Martin e gli ha chiesto di William Lynn, lobbista esperto di industria bellica che avrà un ruolo di rilievo nella nuova amministrazione democratica. Martin, durante una visita di Obama nella sala stampa della Casa Bianca, ha fatto domande difficili.

E Obama se l’ è presa. "Non posso venire a visitarvi e stringere mani, se mi mettete sulla griglia ogni volta che scendo quaggiù", ha detto il nuovo presidente. La cosa più interessante – per noi – è che Martin non lavora per un giornale tradizionale, bensì per Politico, uno dei migliori siti di informazione politica degli Stati Uniti, definito recentemente "la fabbrica degli scoop".

Tra i piccoli e grandi colpi della testata online, durante la scorsa campagna elettorale, c’è stato ad esempio il candidato repubblicano, John McCain, colto in flagrante mentre si dimentica quante case possiede. Quindi il fiume di dollari speso dalla sua numero due, Sarah Palin, per comprare i suoi vestiti con i soldi del partito. O ancora l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, che usa soldi pubblici per viaggi personali. E infine Obama e la sua controversa visita, diversi anni fa, alla casa dell’ex leader del gruppo terrorista Weather Underground. Storie che sono finite sulla prima pagina del New York Times e di altri giornali, influendo drammaticamente sul corso della politica americana.

Nel settembre dell’anno scorso, Politico ha avuto 4.6 milioni di visitatori, un terzo di quelli del sito del Washington Post. Il mese successivo Nielsen ha etichettato la testata come nono sito più visitato degli Stati Uniti. All’election day, lo scorso 4 maggio, Chris Matthews, famoso giornalista televisivo Usa e conduttore di Hardball, ha definito   la redazione del sito "la migliore della città", mandando una frecciatina al vecchio establishment cartaceo: "Ma il Washingont Post è ancora in giro?", si è chiesto. Peter Baker, corrispondente della Casa Bianca per il New York Times, è sulla stessa linea: "Politico occupa lo spazio che il Washington Post dovrebbe avere – dice – se c’è qualcuno che scrive ossessivamente di politica, quello dovrebbe essere il giornale di Washington".

Il sito è stato fondato dal rampollo di una famiglia di banchieri: Robert Allbritton, 39 anni. Suo padre, Joe, era molto più riservato: per anni ha mosso i fili della Riggs Bank, facendo affari con l’amministrazione di Ronald Reagan, per la quale ha gestito i conti correnti di enti pubblici e ambasciate. Il figlio, però, ha preferito puntare sulla parte mediatica dell’ impero degli Allbritton. Non solo televisioni – nel 2006 ne avevano diverse – ma anche un giornale mirato ai circoli politici della capitale, che è una città costituita essenzialmente da élite. Nell’ agosto del 2006, il giovane Robert annunciava di voler lanciare un quotidiano da distribuire al Congresso, Capitol Leader, per fare concorrenza ai già esistenti Roll Call e The Hill.

Era il prototipo di Politico.

Il quale nasce nell’ ottobre di quell’ anno, grazie all’ ambizione di due ex del Washington Post, John Harris, che ne era il responsabile della politica nazionale, e Jim VandeHei, corrispondente dalla Casa Bianca. I due, all’ inizio, avevano pensato di aprire una sezione sperimentale sul sito washingtonpost.com, ma poi avevano preferito fare tutto da soli. Harris e VandeHei, secondo chi li ha conosciuti, "credono che il giornalismo tradizionale sia spesso compiacente e arrogante, e volevano sfidare lo status quo con blogger-reporter di fama che potessero spiegare come Washington funziona per davvero".

La redazione di Politico si trova nei sobborghi di Washington, a Rosslyn, in Virginia. E’ costituita da una quarantina tra giornalisti e redattori, che dividono gli spazi con due televisioni di Allbritton, la Channel 7 e Channel 8.

Dopo due anni di sperimentazione, ci si chiede se Politico sia il modello del futuro. Quella che finora era un "azzardo" si trasformerà in "profitto", secondo Allbrighton, nel giro di sei mesi. I giornalisti stanno aumentando. Tra loro ci sono grandi firme. Almeno 68 giornali e 36 tv hanno deciso di firmare un accordo per avere gratuitamente i contenuti di Politico in cambio di una parte delle entrate pubblicitarie. La pubblicità, in effetti, va bene nonostante la crisi economica. Bisogna dire, però, che spesso gli inserzionisti sono i lobbisti, i quali bussano sempre e comunque al Congresso.

"Non occorre nemmeno dire che Politico è aiutato dal collasso del giornalismo cartaceo, è ovvio – scrive Gabriel Sherman, che dedica a Politico un articolo su The New Republic intitolato proprio "La fabbrica degli scop " – e che sia aiutato dall’ insaziabile appetito per le voci e le storie personali è altrettanto chiaro". Quello che non è chiaro, scrive Sherman, è se "rappresenta davvero una maniera per guadagnare facendo cronaca politica".

Il modello di Politico è ibrido. Da una parte ci sono i ricavi per la pubblicità stampata (il giornale cartaceo viene distribuito in parlamento quando questo è aperto ed è prevista una pubblicazione ogni tre giorni su cinque alla settimana). Dall’altra, naturalmente, ci sono le entrate per la pubblicità su Internet. I costi non sono indifferenti, visto che i giornalisti-star, le firme, vengono pagati con salari mensili che vanno dai 150 mila ai 250 mila dollari.

Rimangono, ovviamente, alcuni dubbi. Non è uno splendido posto dove lavorare. Una decina di giornalisti, da quando il sito è stato lanciato, se ne sono andati, lamentandosi del ritmo insostenibile. Gli articoli devono essere pronti prima che uomini e donne, alla Casa Bianca e al Congresso, comincino le riunioni del mattino. VandeHei è famoso per mandare email ai colleghi alle 5.30 del mattino, mentre i reporter pubblicano i loro primo articoli alle 8. Un altro punto debole, oltre alla perdita di alcuni giornalisti, è la perdita di lettori. Rispetto ai picchi della campagna elettorale, il traffico di lettori è diminuito del 50%. Inoltre, alcune volte le storie – pubblicate troppo in fretta, seguendo il ritmo infernale della redazione – vengono smentite.

Una figura mitologica di Politico, che simboleggia questo ritmo che mai si ferma, è Mike Allen, ex reporter del Washington Post ed ex corrispondente della Casa Bianca per il settimanale Time. E’ stato il primo ad avere un’ intervista a George W. Bush per una testata online ed è stato il primo sulla gaffe di McCain e le sue sette case (di cui si era ‘’dimenticato’’). Per Politico, ogni giorno, prepara un collage di articoli intitolato "Playbook". Un suo collega ricorda che tutti i giornalisti erano pronti ad andare a dormire all’alba della notte dei caucus in Iowa. Non Allen, che già preparava il suo Playbook. "Sono pronto a morire – racconta Ben Smith – e Mike è seduto nella lobby dell’ hotel e comincia a scrivere…".

Lo stesso Allen ha scritto un’interessante nota sulla filosofia di Politico. "Non siamo la AP o il New York Times. Se facessimo SOLO quello che fanno queste due grandi testate NON SOPRAVVIVEREMMO E NON AVREMO LAVORO. LA RICOMPENSA per non seguire questa tradizione – continua Allen – sta nel fatto che siamo parte di una delle poche testate nel mondo che sta effettivamente crescendo".

(a cura di Matteo Bosco Bortolaso)
(da Gabriel Sherman, ‘’The Scoop Factory, Inside Politico and the brave new world of post-print journalism’’, The New Republic)