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Un iraniano che vive in Europa rivendica l’ articolo per cui uno studente afghano è stato condannato a morte

Il giovane ha riconosciuto in una dichiarazione a una emtittente radio (Radio Farda) di essere l’autore dell’ articolo incriminato e si è rivolto al governo afghano chiedendo di bloccare la condanna capitale – Una lettera-appello della Fnsi all’ ambasciatore afgano in Italia

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Il suo psudonimo dice tutto: Arash Bikhoda – ovvero ‘Senza Dio’ in Persiano. Nella Repubblica islamica dell’ Iran è un nome pericoloso. Ma Bikhoda è uno studente di origine iraniana che vive in Europa. Ed è anche l’ autore di un articolo molto controverso, “I versi del Corano che discriminano le donne”, che, una volta diffuso in Afghanistan, ha condotto lo studente di giornalismo Sayed Perwiz Kambakhsh (nella foto) nel braccio della morte.

Lo ha confermato lui stesso in una dichiarazione a Radio Farda, una emittente radiofonica associata a RFE-FL (Radio Free Europe-Radio Liberty) che ha sede a Washington e Praga e diffonde diversi notiziari in lingua persiana.

Kambakhsh era stato processato segretamente, secondo quanto riportano i media, da un tribunale della città di Mazar-e-Sharif, nel nord dell’ Afghanistan, il 22 gennaio lo ha condannato a morte per “blasfemia”.

La sentenza – che illustra bene la tensione fra le norme internazionali sui diritti dell’ uomo e una certa interpretazione fortemente conservatrice dell’ Islam – è stata fortemente condannata dalle organizzazioni dei diritti umani in Afghanistan e nel mondo.

Kambakhsh era stato arrestato nell’ ottobre scorso dopo aver distribuito l’ articolo ad alcuni suoi colleghi. Le autorità apparentemente lo ritenevano l’ autore dello scritto, ma un suo fratello, Sayed Yaqub Ibrahimi, qualche giorno, fa ha spiegato a RFE/RL che Kambakhsh aveva copiato l’ articolo da un sito web.

Bikhoda in questi giorni ha confermato a Radio Farda che quello era un suo sito web e un suo articolo. Bikhoda ha anche espresso rammarico per quello che era accaduto e ha rivolto un appello al governo afgano a impedire che la sentenza di morte venga eseguita.

Sulla vicenda sono intervenuti nei giorni scorsi anche il Segretario Generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi, e Paolo Serventi Longhi, componente del Comitato Esecutivo della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ), che hanno inviato all’ambasciatore dell’Afganistan a Roma una lettera.

Questo il testo della lettera:

“Condividiamo le gravi preoccupazioni della Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) per la sentenza di morte che un tribunale del Suo Paese ha inflitto al giornalista Sayed Parwez Kambakhsh, accusato di blasfemia e di sentimenti anti islamici. Il Segretario Generale della IFJ, Aidan White, si è giustamente rivolto al Presidente Afgano Hamid Karzai per ottenere un suo autorevole intervento e l’esercizio dei Suoi poteri presidenziali per mettere fine a questa ingiustizia.

Il giornalista condannato non ha potuto nemmeno difendersi adeguatamente presso il tribunale e i suoi diritti civili sono stati negati. Non condividiamo le affermazioni di esponenti del Governo Afgano che il caso di Kambakhsh non è dovuto all’attività giornalistica del condannato. Anzi, riteniamo che ritratti di un attacco alla libertà di stampa e di informazione”.

(via EJC e RFE/RL).

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