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L’ online non ha ancora la forza per sostenere la qualità

Scarsità di risorse e piccoli fatturati: è anche questa la causa delle difficoltà del giornalismo online in Italia – “Gli editori vogliono da internet alti rendimenti e bassi costi perché da internet ottengono, sostanzialmente e con poche eccezioni, piccoli fatturati” – La crisi della forma-quotidiano – Il dibattito aperto da Lsdi con l’ intervento di Vittorio Pasteris si è allargato alla crisi del giornalismo professionale e ai problemi strutturali dell’ industria giornalistica – Gli interventi di De Biase, Dotta, Formento, Tedeschini Lalli, Valdemarin, Zambardino

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Scarsità di risorse e piccoli fatturati: è anche questa la causa delle difficoltà del giornalismo online in Italia.

Il dibattito sulla “Dignità del giornalismo online”, aperto dopo la pubblicazione su Lsdi di un ampio intervento di Vittorio Pasteris, si è allargato presto alla crisi più generale del giornalismo professionale e alle trasformazioni a cui viene sollecitata l’ industria dei giornali. 

Marco Formento e Luca De Biase, in particolare, hanno messo in campo alcuni importanti argomenti sul peso degli elementi di struttura nel rapporto fra carta/online. 

  … da qualsiasi punto di vista lo vediamo – rileva Formento -, il fatturato generato da un quotidiano online è risibile rispetto a quello generato da un quotidiano di carta, in relazione all’audience considerata. Con buona pace per chi esulta rispetto alla pubblicità online che sì cresce, ma si mantiene a livelli di fatturato generato per utente decisamente omeopatici. Tradotto: con un quotidiano online si trasformano gli euro in centesimi, o peggio.

Anche Luca De Biase sottolinea il problema della scarsità di risorse e la relativa debolezza del sistema che, spiega, “non è ancora progettato per sostenere la qualità”:

Questa scarsità di risorse, unita alla difficoltà di definire nuovi e più adatti modelli di business, favorisce una concentrazione sulla pubblicità (che di per sé non incentiva la qualità giornalistica) e sulla spasmodica attenzione ai costi (che di per se non incentiva la qualità giornalistica). Tutto quello che di buono comunque viene fuori, dunque, deriva dalla buona volontà e dalle buone idee dei giornalisti e dei manager coinvolti. Il sistema non è ancora progettato per sostenere la qualità. Secondo me ci si arriverà. Ma ci vuole coraggio. (Intanto, il contesto italiano non aiuta molto. Anche se ha palesemente molto bisogno di giornalismo di qualità).

De Biase concorda sulla gravità della crisi del giornalismo e sui vincoli che partono dai bilanci: gli editori – dice – “vogliono da internet alti rendimenti e bassi costi perché da internet ottengono, sostanzialmente e con poche eccezioni, piccoli fatturati”.

E’ vero che la crisi del giornalismo è enorme. Ed è vero che internet offre l’opportunità di ridefinirne i termini, aprendo strade nuove. Delle quali il mondo conservatore dei vecchi media ha sostanzialmente paura.
Vorrei aggiungere anche che molti, singoli, illuminati esponenti del mondo dei media tradizionali hanno ormai capito. E subiscono in mancanza di una chiara idea di come venirne fuori. Saranno le iniziative degli outsider a cambiare il corso della vicenda? O saranno gli illuminati che scopriranno come fare? Per ora vedo un vincolo per tutti. Un vincolo che banalmente parte dal bilancio: gli editori vogliono da internet alti rendimenti e bassi costi perché da internet ottengono, sostanzialmente e con poche eccezioni, piccoli fatturati.

Ma per Formento è la stessa forma-quotidiano ad essere colpita dalla crisi, che sia di carta od online:

Se i quotidiani si sono sviluppati dalla fine del Settecento in questa loro forma tonica, per dire così, dal punto di vista della creazione del valore, è perché sono stati capaci di parlare alla società che li generava. Ora stanno finendo la corsa, e il problema non è se a finire sia la versione su carta o quella online. Il problema è capire se c’è spazio tout-court nella nostra società per oggetti che abbiano una forma-quotidiano, saldati nel loro rapporto tra le parole e le cose. In atomi o no.

E il fatto è che

nessuno, ma proprio nessuno, all’interno di questa industry si stia ponendo il problema con la necessaria radicalità.

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Quanto alle questioni di fondo poste da Pasteris – come il giornalismo online sia ancora, a livello di budget e di idee, il fratello povero del giornalismo tradizionale e come serva una maggiore attenzione verso quel mondo – ,  Vittorio Zambardino, risponde con una forte dose di preoccupazione per il giornalismo professionale del nostro paese tout-court.

…alcuni, molti, hanno capito. Ma il corpaccione non si muove. Le sue espressioni ordinistiche e sindacali… lasciamo perdere. Il corpaccione non capisce perché pensa in termini di "categoria", di editori, di stipendi, di orari, di mansioni, di ruolo, pensa nelle forme di ciò che è morto (che sembri ancora vivo è pura illusione).

Non possiamo più permetterci questo, pena la cecità verso il mondo che ci vive accanto (e che ci dovrebbe comprare, leggere, condividere) e che poi è il mondo di figli e nipoti e fratelli minori . Dobbiamo scegliere: o con il nuovo o con quelli che limitano televisione e internet ai figli perché aliena: di là c’è la morte, l’ideologia, il rigor mortis integralista.
….
Vedi, Vittorio, perché io non credo ai “giornalisti on line”? Perché penso che se non diventeremo tutti “online” (mi fa schifo il solo termine, digitali va meglio, no?)  semplicemente rischeremo di scomparire. Tutti. Non perché l’editore è cattivo, ma perché, come in certi film di Fellini e in certi sogni angosciosi, saremo rimasti soli sulla spiaggia deserta al tramont

Paolo Valdemarin cita Dan Gillmor e la necessità di ripensare il mestiere di giornalista:

 Dan Gillmor a Reboot la settimana scorsa ha fatto un discorso analogo, sostenendo tra l’altro che ai suoi studenti di giornalismo dice che godono della grande opportunità: quella di potersi inventare un lavoro nuovo, perché il fatto che il giornalismo così come lo conosciamo oggi non ha nessun futuro è poco ma è sicuro.

Mentre Giacomo Dotta rileva segni preoccupanti nella diffusione affrettata di alcune bufale:

quanto successo nelle ultime settimane in quella terra di nessuno che sta tra il giornalismo e il web dovrebbe lasciar presagire a qualcosa di brutto, di molto brutto. Certe distorsioni, certi lapilli impazziti di disinformazione, qualche corto circuito, il tutto nel semi-silenzio generale.

Tutto inizia con la droga che arriva dalle cuffie. Un lancio di agenzia, tutti i giornali a copiare pecorecci, il web a fare una smorfia divertita per una notizia tanto paradossale. Sembrava un caso isolato, riderci su è il minimo.
Poi il paradosso dell’intercettazione finta. Riderci su è più difficile, perchè inizia ad intuirsi che qualcosa di grave è davvero successo in certi meccanismi che dovrebbero garantirci informazione filtrata e spuria.
……

Infine, Mario Tedeschini Lalli, fra molte considerazioni fortemente pessimistiche, sottolinea la assoluta necessità di rifondare un “nuovo giornalismo” professionale.

Resto strategicamente pessimista, ma continuo a sperare che una soluzione si trovi. Per arrivare da qui a lì, cioè dalla attuale situazione di caos e crisi a un nuovo equilibrio economico-politico-produttivo, c’è però una condizione assolutamente necessaria, anche se non sufficiente: che i giornalisti che attualmente lavorano nelle redazioni, in gran parte “tradizionali”

  1. si rendano conto della profonda crisi di sistema della quale sono parte
  2. comprendano che in termini strategici il problema non è dei giornalisti o del giornalismo, ma della società
  3. migliorino la qualità e l’accuratezza delle proprie informazioni, perché facciano premio sulle informazioni di origine non professionale
  4. accettino di cambiare le proprie abitudini di lavoro e la forma del proprio prodotto, per salvarne la sostanza

Se questo fosse compreso nelle redazioni, forse non riusciremmo lo stesso a rifondare un “nuovo giornalismo” professionale. Ma se non fosse compreso (e mi sembra che in Italia siamo molto, molto lontani dal comprenderlo), è certo che nessun “nuovo giornalismo” emergerà. Non che scomparirebbero gli informatori professionali, ma i loro stipendi sarebbero pagati da individui o strutture che hanno interessi (politici, economici, morali, quello che volete), distinti dal rapporto diretto tra la testata e il suo lettore. E questa informazione professionale, si intreccerebbe con la rete della presunta “informazione diffusa diretta”. Basterà?

Basterà?, chiediamo anche noi…

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