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Iran: come oscurare milioni di siti web

Centinaia di redazioni costrette a chiudere – La televisione satellitare bandita – Un Paese e la sfacciata arte della censura – E poi una postilla provocatoria, ma non così surreale

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di Andrea Fama

L’Iran ha recentemente censurato oltre 5 milioni di siti Internet. L’annuncio arriva per bocca di Abdol Samad Khorramabadi, consigliere del procuratore generale iraniano, che durante un convegno sulla diffusione di Internet giustifica la decisione adducendo che “la maggior parte dei siti filtrati diffondono materiale immorale e anti-sociale".

Ma la notizia in sé, per quanto preoccupante, non può costituire uno scoop. La Repubblica Islamica, infatti, vanta una solida quanto sfacciata tradizione in tema di censura. Solo dal 2000 ad oggi le autorità iraniane hanno bandito oltre un centinaio tra giornali e riviste (l’ultima, tra le più popolari, si chiamava Shahrvand Emruz ed è stata chiusa il 6 novembre), colpevoli di diffondere ideologie riformiste o addirittura pro-democratiche.

Stessa sorte toccò ancor prima alle televisioni satellitari, la cui trasmissione è vietata fin dagli anni novanta, anche se sugli edifici delle grandi città si continuano a vedere le antenne paraboliche necessarie per la ricezione. Di fatto, nonostante la polizia sequestri periodicamente alcune apparecchiature, infliggendo le relative multe ai proprietari, le autorità di Teheran sembrano in grado di poter chiudere un occhio di fronte all’ardire della trasmissione satellitare. Probabilmente perché i programmi maggiormente seguiti dagli iraniani (salvo poche eccezioni come Voice of America, che ospita dibattiti di natura politica a cui spesso partecipano dissidenti di Teheran) sono destinati all’intrattenimento che, in virtù delle proprie straordinarie qualità ottundenti, torna sempre utile ai regimi.

Cosa ben più ‘subdola’, invece, è la rete. E lo sanno bene le autorità iraniane, i quali ritengono che “Internet è più dannoso delle televisioni satellitari”. Quanto detto vale per il regime, vista la strabordante viralità insita nel DNA della rete, anche quando essa è ridotta ad uno stato di semi-clandestinità; ma a quanto pare vale anche per la società iraniana. Parola di Khorramabadi, che sostiene: “Oggi sono in molti a sprecare ore e ore davanti al computer e ciò avrà conseguenze dannose. Internet porta un danno alla società, e dobbiamo mettere a punto dei piani per ridurre questo danno". Khorrombadi, giustamente apprensivo come ogni buon uomo di Stato, pare soprattutto preoccupato del fatto che "il nemico" si serva della rete per attaccare l’Iran "sul piano sociale, politico, morale ed economico".

E le preoccupazioni del funzionario iraniano hanno prontamente trovato triste conferma. A poche ore dalle sue dichiarazioni, infatti, le autorità di Teheran hanno arrestato Hossein Derakhshan, uno dei più conosciuti blogger del Paese, accusandolo di spionaggio dopo che lo stesso aveva partecipato ad una conferenza in Israele. Quasi contemporaneamente, ma per ragioni che tuttora si ignorano, è stato arrestato Bahman Tutunchi, già responsabile della rivista Kereftou, bandita lo scorso anno.

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Postilla:
Ma – si dirà -, tutto ciò accade in Iran. Per fortuna in Italia possiamo egoisticamente affermare di non avere questo genere di problemi. Qui da noi nessuno si sognerebbe di oscurare e condannare un blogger per l’esercizio della propria libertà d’espressione; né tanto meno sarebbe immaginabile far chiudere redazioni giornalistiche, cartacee o catodiche che siano; ma soprattutto, qui da noi tutti hanno a cuore che la rete non venga intaccata nei suoi principi di libertà, democraticità e gratuità, come confermano le ultime rassicuranti dichiarazioni in merito.  

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