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Il giornalista del futuro? Un aggregatore umano

Il mezzo d’ informazione di domani si presenta sempre di meno come una redazione e sempre di più come una piattaforma logistica che raccoglie e ridistribuisce l’ informazione – In questo quadro sparirà il giornalismo “di scrittura” e il giornalista dovrà essere sempre di più una sorta di “controllore di volo”, di “guardiano” dell’ informazione, quella figura cioè che, nella cacofonia del web, afferra al volo l’ informazione, l’ analizza, la valuta e la ridiffonde – Ma non sarà solo, perché fra gli “aggregatori editorializzati” ci potranno essere anche non professionisti – Spesso “non soltanto gli utenti hanno già avuto sentore delle informazioni che danno i giornalisti, ma sono loro a scoprire il fruscio delle foglie prima di questi ultimi” – Un’ analisi di Narvic su Novovision

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Il mezzo d’ informazione di domani si presenta sempre di meno come una redazione e sempre di più come una piattaforma logistica che raccoglie e ridistribuisce l’ informazione. Perché il quadro generale, rispetto al passato, è molto cambiato. “L’ informazione è separata dal suo mezzo, essa esiste solo in quanto è diffusa, è una materia bruta che deve essere sottoposta ad editing in funzione del suo supporto” (osserva Alain Giraudo). Un quadro che pone domande pressanti sul futuro del giornalismo e dei giornalisti, che devono fare i conti con una macchina dell’ informazione (non più monopolizzata) che vede dati di diversa natura (testo, immagine, suono, video ma anche link e metadati) provenienti da fonti multiple, entrare da un lato « come una materia bruta » ed uscirescono dall’ altro verso destinazioni diverse: siti, flussi RSS, widget, cellulari, stazioni dei trasporti pubblici, e anche radio, tv, carta…). Il centro nevralgico di una tale architettura dei media non è più la redazione, quindi, e la sua collezione di “firme”, ma la torre di controllo che supervisiona la gestione complessa di questi flussi multipli che irrigano il mezzo.

Narvic, su Novovision,  fa seguito alle sue riflessioni – sul “giornalismo di ri-mediazione” (vedi Lsdi, Il giornalismo e internet, dal “mediare” al “ri-mediare”), con la crescita di potenza delle funzioni di edizione rispetto a quelle di redazione, e sul “buzz” come oggetto della battaglia dell’ informazione  (oggi “conta solo ciò che emerge dalla cacofonia generale di internet e riesce a farsi strada fino all’ audience più ampia”) – aggiungendo un tassello al quadro del giornalismo futuro, che dovrebbe vedere il giornalista, soprattutto, come una sorta di “aggregatore umano”.

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Riferendosi a quanto ha affermato recentemente Alain Giraudo, (“l’ informazione è separata dal suo mezzo, essa esiste solo in quanto è diffusa, è una materia bruta che deve essere sottoposta ad editing in funzione del suo supporto” ), Narvic concorda sul fatto secondo cui “la rivoluzione non riguarda solo la base della piramide giornalistica (quella che si lamenta di essere sotto pressione), ma anche il vertice e i piani internedi”. E, in parte, sulla struttura che Giraudo aveva disegnato:

1. Al vertice ci devono essere dei dirigenti di volo o dei “direttori d’ orchestra”, capaci di decidere immediatamente come decolla l’ informazione
2. Nel piano intermedio ci devono essere dei super professionisti del mezzo, di cui hanno la responsabilità
3. Alla base, i giornalisti dovranno essere capaci di produrre testo, immagini e suoni”.

 

La morte degli scrivani  

Le osservazioni di Alain Giraudo – commenta Narvic – mettono bene in evidenza come un media debba essere considerato oggi  una piattaforma logistica dell’ informazione: i dati, di diversa natura (testo, immagine, suono, video ma anche link e metadati) provenienti da fonti multiple, entrano da un lato « come una materia bruta » ed escono dall’ altro verso destinazioni diverse: siti, flussi RSS, widget, cellulari, stazioni dei trasporti pubblici, e anche radio, tv, carta…).

Il centro nevralgico di una tale architettura dei media non è più la redazione, quindi, e la sua collezione di “firme”, ma la torre di controllo che supervisiona la gestione complessa di questi flussi multipli che irrigano il mezzo.

Questa evoluzione rischia di portare un colpo fatale alla mitologia romantica del giornalismo letterario, « la cultura giornalistica della “scrittura”  » secondo la formula assassina di Alain Joannes… (il termine francese è plumitif, più vicino al concetto negativo dello ‘scribacchino’, ndr)

(…)

L’ algoritmo può sostituire l’ uomo?

A dire il vero si potrebbe traquillamente fare a meno degli umani! Ci sono i motori di ricerca o gli aggregatori automatizzati, che sono concepiti appositamente come delle piattaforme logistiche dell’ informazione.

Ma tali strumenti, anche se vengono perfezionati ogni giorno, sono ben lontani dall’ essere soddisfacenti. Il principio stesso del loro approccio alla selezione dell’ informazione è basato sulla popolarità (un « concorso di bellezza » ironizza qualcuno) e non sulla pertinenza del contenuto.

Ci promettono un salto qualitativo con l’ arrivo dei motori di ricerca semantica, che saranno capaci di analizzare il contenuto che essi indicizzano, e non si limiteranno più soltanto a produrre dei link. Ma questa tecnologia è ancora solo ai  primi balbettii...

In attesa, la ricerca basata sull’ analisi dei link che portano verso un documento ha raggiunto già i suoi limiti, come spiega con chiarezza Jean Veronis, su Technologies du langage , sottolineando

« La difficoltà crescente dei motori di ricerca nel calcolare delle funzioni di pertinenza (ranking) soddisfacenti. Il buon vecchio tempo dell’ algoritmo PageRank è finito. Era relativamente adatto a una rete piuttosto stabile nel tempo e fortemente interconnessa. L’ espolosione dei blog e dei siti di informazione ha fortemente cambiato il quadro. La grandissima parte del web è ormai di natura volatile ed effimera e, salvo eccezioni, i post e gli articoli di attualità sono molto poco linkati »

Contare il numero di link ha quindi sempre meno senso, soprattutto per quello che riguarda l’ informazione, che è “calda” per natura e presenta ancora più interesse quanto meno non è ancora linkata, perché vuol dire che non è stata ancora sufficientemente diffusa, perché è, letteralmente, una “notizia”. 

I cavalieri del buzz

Questo approccio resta interessante per capire il buzz (il ronzio, il brusio, il passaparola, ndr), perché è attraverso la moltiplicazione dei link che esso si manifesta in particolare. E’ dunque importante sorvegliarlo, come il latte sul fuoco. Ma se si vuol prendere il proprio posto nel buzz e, se non si tratta di crearlo, ma quanto meno di addomesticarlo, lo strumento automatizzato non basta: non permette di anticipare, di tentare di prendere un vantaggio, di cogliere il buzz al momento della sua nascita per saltarvi dentro e farsi portare da lui.

Attenzione, non mi fraintendete. Io non faccio l’ apologia del buzz. Dico solo che non si può non tenerne conto. Che è ad esso che bisogna interessarsi prima di tutto. Ma non per forza per seguirlo, anche per contestarlo! (…) Il buzz trascina con sé tutto, anche la sua negazione. L’ unica soluzione è starci dentro. Anche se si vuole dire il contrario di quello che esso propaga, esso vi trascina lo stesso.

(…) Dunque, bisogna anticipare il buzz, nel momento in cui prende forma, quando è ancora soltanto del « rumore » e non è ancora diventato « attualità ». E’ esattamente questo approccio che segnala Francis Pisani, su Transnet, citando Robert Scoble :

“L’ attualità è nel brusio. E’ per questo che Twitter è insostituibile per i giornalisti. Non c’ è nessun migliore indirizzo per trovare le voci… scusate, l’ attualità.”

Bisogna andare ancora più in là. I giornalisti non sono i soli ad interessarsi al brusio. Un numero crescente di lettori potenziali vi bighellonano in permanenza e diffondono in giro il movimento impercettibile che si fa senso e lo trasmettono.

Non soltanto gli utenti ha già avuto sentore delle informazioni che danno i giornalisti, spesso sono loro a scoprire il fruscio delle foglie prima di questi ultimi”.

 

Differenziare « il ‘rumore’ e i messaggi »

Che palle ! Bisogna rimettere degli uomini nel sistema. La macchina non basta: essa sa contare ma non ha acume… Non sa fare la differenza fra  « il brusio e i messaggi ». (…)

Manca un’ aggregazione umana e « giornalistica » di tutte queste fonti per far venir fuori dal rumore i messaggi”.

Il « guardiano » dell’ informazione, quell’ uomo che afferra l’ informazione al volo, l’ analizza, la valuta e la ridiffonde, lui, ha quindi ancora un futuro… Ed è un buon lavoro per i giornalisti, anche se non sono i soli a cercare di cavalcare il buzz e a trarne profitto.

Entra in scena l’ aggregatore editoriale

Ed eccoci arrivati a questo « aggregatore umano » che sollecita Laurent Gloaguen. Quale sarà il suo compito? Sorvegliare « il rumore », individuare all’ interno di questo che cosa diventerà “attualità», verificarla… e ridiffonderla!

Da dove viene questo brusio? Dalla rete, idiota! (Ecco che propino di nuovo questo gioco di parole senza averlo spiegato. Qui qualche informazione  per quelli che non avevano afferrato il riferimento). E, come abbiamo già detto, le due principali fonti d’ informazione sulla rete sono le agenzie e la produzione degli internauti stessi. Dunque il « buzz potenziale » è là. E’ là che bisogna concentrare la propria attenzione.

Limitandosi a sorvegliare e poi a editare un contenuto fornito in parte dalle agenzie di stampa e in parte dagli internauti stessi, si arriva esattamente al modello immaginato qualche tempo fa da Michel Lévy-Provençal, sull’ Observatoire des médias : « Les “agrégateurs éditorialisés”, media de demain ? » :

"C’ è una strada mediana ancora poco esplorata: una nuova teoria di media che mischierà l’ insieme delle pratiche citate prima. Potremmo chiamarla la categoria degli “aggregatori editorializzati”. Questi ultimi proporrebbero un insieme gerarchizzato di contenuti di origine mista (professionisti e amatori). La gerarchizzazione potrebbe essere realizzata sia dai lettori, sia da piccole equipe, da piccole comunità di redattori (giornalisti o non). Alcuni siti praticanbo già più o mano questo approccio. E’ il caso di Drudge Report, di Desourcesure, di Paperblog, di Betapolitique, di Wikinews, di France 24 Observers
Mi pare che gli “aggregatori editorializzati” dovrebbero essere particolarmente apprezzati dai lettori e dagli autori. Prima perché i contenuti debordano e lo fanno dappertutto, le fonti di informazione non cessano di moltiplicarsi (dato che le evoluzioni tecnologiche trasformano senza interruzione i nostri terminali in diffusori) e il bisogno di gerarchizzazione, di  filtraggio e di editorializzazione diventano più importanti della creazione dell’ informazione stessa. E infine perché i creatori di contenuti, spesso motivati dall’ audience e dalla notorietà, hanno un desiderio di indipendenza crescente; temendo di essere “recuperati” da dei siti di informazione partecipativa o di citizen-journalism preferiranno essere citati da un aggregatore piuttosto che “ospitati” su una piattaforma comune"[Il neretto è dell’ autore]

Esattamente nella stessa logica, TechCrunch annunciava a marzo il prossimo lancio negli Usa di un “digg” (l’ aggregatore di blog basato sul voto dei lettori, ndr) alimentato da giornalisti: in pratica un aggregatore delle « informazioni più importanti » pubblicate dovunque, che i giornalisti si impegnano a « scoprire, organizzare e gerarchizzare ».
Publish2 è attualmente in fase di test e annuncia la sua apertura per « questa estate ». Ma Michael Arrington, su TechCrunch, ne mostra già una schermata. (…)

Quanto posto nel treno dell’ informazione?

Una tale evoluzione non significa necessariamente, ben inteso, la morte a breve termine di qualsiasi pubblicazione cartacea, né che i siti di informazione prodotti dai giornalisti non siano più fattibili. Ma sono persuaso che questi media saranno solo dei media di nicchia, di comunità, indirizzandosi a dei pubblici ristretti, riuniti da centri di interessi specifici, affinità politica o altri principi.
Il centro di gravità dell’ informazione, invece, si sposta verso il cuore di internet e abbraccia l’ insieme dei contenuti disponibili online e tutti i meccanismi di diffusione che derivano dal carattere essenzialmente sociale della rete (« la dinamica relazionale », per riprendere l’ espressione usata da  Francis Pisani e Dominique Piotet in  « Come il web cambia il mondo. L’ alchimia delle moltitudini », che è appena uscito.

Oggi, buona parte del malessere dei giornalisti ruota intorno alla domanda su come essi potranno trovare un posticino per loro in questo nuovo ecosistema dell’ informazione, e quale sarà la misura dell’ adattamento che ciò richiederà da parte loro (in termini di formazione, ma anche di « rivoluzione culturale »: ci sono delle cose da imparare, ma anche delle cose da abbandonare…).

A queste domande non so dare risposte, ma sono certo che ci saranno dei posti per quei giornalisti che vorranno salire su questo treno…

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