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La tv in Europa:

Italia linea del fronte per nuove regole comuni

La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l’eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto “anomalie italiane”. Ma l’ Italia è la linea del fronte della lotta per il varo e l’applicazione di regole comuni per governare il rapporto tra media e potere politico.

Il capitolo relativo al nostro paese del Rapporto sulla tvin Europa diffuso dall’ Open Society Institute (Fondazione Soros). Qui pubblichiamo l’ Introduzione. Il testo integrale in italiano è su http://www.lsdi.it/documenti/media_ita2.pdf

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di Gianpietro Mazzoleni e Giulio Enea Vigevani

INTRODUZIONE

Il sistema italiano del broadcasting è caratterizzato da una controversa attenzione del mondo politico specialmente verso la RAI, che è sempre rimasta sotto stretto controllo di governi e partiti. La nascita della televisione commerciale alla fine degli anni ’70, in una situazione di de-regulation selvaggia, ha rivoluzionato il sistema dei media e il mercato pubblicitario, ha scatenato nuovi appetiti politici e ha dato modo di rafforzarsi ad un imprenditore, Silvio Berlusconi, che – forte del suo potere mediatico – a metà degli anni ’90 ha dato la scalata al potere politico.

L’attuale mercato televisivo ha come attori primari la RAI e Mediaset, che, forti del sistema duopolistico costruito nell’alleanza tra politici e media, si dividono la maggior parte delle risorse pubblicitarie e dell’ascolto. Altri attori sono di recente entrati nel mercato del broadcasting ma sono a forte distanza dai due principali attori quanto a quote di mercato e possibilità di accesso alle infrastrutture.

La eccezionale concentrazione che caratterizza il settore del broadcasting italiano, il pasticcio creato dalla collusione tra media e sistema politico, e l’eccessiva attenzione del governo alla gestione del servizio pubblico non sono soltanto “anomalie italiane”. Questi problemi rappresentano una minaccia potenziale alla democrazia stessa, e possono influenzare negativamente lo sviluppo delle nuove democrazie nell’Europa Centrale e Orientale. L’Italia è la linea del fronte della lotta per il varo e l’applicazione di regole comuni per governare il rapporto tra media e potere politico. Gli italiani sono abituati al “problema delle televisione” – da almeno trent’anni e non sembra che la soluzione sia vicina.

La impossibilità di rompere il duo-polio e aprirlo ad una pluralità più equilibrata di operatori, ha fatto puntare il governo di centrodestra su un ripiego: lanciare la televisione digitale terrestre, onde aumentare il numero dei canali. Tuttavia, i due attori principali si sono già assicurati una grande quantità di frequenze, continuando così la propria egemonia.

La regolamentazione del settore televisivo rimane una regolamentazione molto lacunosa, episodica e non sempre in linea con le politiche EU. Questo fatto e la presenza al governo del proprietario dell’impero televisivo commerciale ha suscitato forti preoccupazioni per la libertà dei media. La comunità internazionale – il Parlamento Europeo, il Consiglio d’Europa e altre autorevoli organizzazioni attive a difesa della libertà di informazione – ha reagito con diffide formali e raccomandazioni varie perché l’Italia risolvesse le anomalie del proprio sistema dei media. Berlusconi può aver ceduto la direzione del suo impero ad altri - membri della sua famiglia – ma finché rimane l’azionista principale di Fininvest e dunque anche di Mediaset, l’indipendenza delle reazioni giornalistiche nelle sue reti e nelle sue riviste è tutt’altro che assicurata.

Inoltre, se, come è spesso avvenuto, Berlusconi esterna con franchezza le sue opinioni sui problemi dell’informazione e non si fa scrupoli ad influenzare le sue reti, emerge con chiarezza l’inefficacia delle norme per garantire un’informazione corretta, pluralista ed equilibrata. La Legge Gasparri, che disciplina molti aspetti dell’evoluzione del mercato televisivo, nonché avvia una timida privatizzazione della RAI, non ha migliorato lo stato di cose, essendo stata vista come un prodotto del “conflitto di interessi”,che affligge da tempo il panorama politico italiano.

Il fatto che esista una Autorità per le garanzie nelle comunicazioni lascerebbe supporre che il sistema dei media e il mercato della comunicazione e dell’informazione sia ben governato. In realtà le competenze sono frammentate tra una Commissione parlamentare di vigilanza (che ha poteri sulla RAI), il Ministero delle comunicazioni (che concede le licenze e le autorizzazioni), l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (anti-trust), e da pochi anni anche le Regioni.

In questo contesto normativo un po’ caotico le imprese televisive più forti riescono a ritagliarsi notevoli spazi di autonomia per quanto concerne le politiche industriali e commerciali, a cui non corrisponde altrettanta indipendenza editoriale. Il broadcasting italiano appare strutturalmente legato agli attori e alle stagioni della politica, e il giornalismo che vi opera è ancora affetto da una subalternità alle logiche della politica, diversamente da quello della carta stampata – che mantiene una sua autodeterminazione, grazie al fatto che nella stampa c’è maggiore pluralismo di soggetti.

In particolare la RAI è legata a doppio filo al potere politico. Il “contratto di servizio” che essa sottoscrive con il governo la obbliga ad una serie di comportamenti che sulla carta dovrebbero garantire pluralismo interno e informazione equilibrata, ma che nella pratica rispondono piuttosto alle logiche della “lottizzazione”, ossia della spartizione di reti, posti di comando, programmisti e giornalisti secondo le logiche partitiche e in sintonia con il governo in carica. Mediaset, come impresa privata e con scopi che non sono di servizio pubblico, per se si potrebbe permettere maggiore libertà di azione e potrebbe sottrarsi all’abbraccio mortale della politica. Ma l’essere il suo proprietario leader politico e attuale capo del governo la rende ancora più legata alle esigenze prioritarie della partita per il potere che il suo patron sta giocando a livello nazionale. Tuttavia, sia per quanto riguarda la RAI, sia per quanto riguarda Mediaset, ciò non significa automaticamente che tutta l’informazione prodotta dalle loro reti sia supinamente “la voce del padrone” [“his master’s voice”]. Molti giornalisti combattono giornalmente una dura battaglia per preservare la propria autonomia, spesso pagando di persona con il licenziamento, come è successo in alcuni clamorosi casi.

I nuovi media elettronici (televisione digitale, broadband, Internet, satellite) stanno però avanzando a grandi passi e iniziano a cambiare le abitudini di consumo mediale degli italiani. Nuovi operatori si affacciano, nuovi servizi vengono “messi in linea”, all’insegna della convergenza tra telecomunicazioni e comunicazioni di massa. Dove la politica non ha voluto o non è riuscita a creare le condizioni del pluralismo esterno potrebbero riuscirci le nuove tecnologie della comunicazione, ossia il mercato – che è sempre più globale e prescinde dalle politiche di piccolo cabotaggio dei singoli contesti nazionali. Anche qui, però, vi sono dei chiaroscuri, perché è pericoloso affidare le sorti della democrazia alle sole logiche di mercato.

Rimane il dubbio, nel peculiare caso italiano, se la politica di promozione del digitale terrestre da parte del governo sia davvero una premessa per un maggiore pluralismo, stante l’interesse di alcuni policy-makers di mantenere il controllo dei media e a fronte di clamorosi fallimenti di questa tecnologia in alcuni paesi-chiave.

Nel complesso il broadcasting italiano (analogico e digitale) soffre di sazietà: la torta delle risorse è stata per troppo tempo appannaggio succulento di un club ristrettissimo. Ma si possono cogliere i segni che altri soggetti vogliono partecipare al ricco banchetto. Ci proveranno, e se non riusciranno per via politica, tenteranno con l’aiuto delle nuove tecnologie.

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Il testo integrale della sezione sull’ Italia è qui: http://www.lsdi.it/documenti/media_ita2.pdf