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IL DILEMMA DIGITALE
Il rischio di una perdita di specificità del lavoro giornalistico nel calderone della produzione di contenuti impone ai giornalisti di seguire con attenzione le linee di tendenza e gli scontri per l’ egemonia che segnano il mondo della rete, verso cui tutti i gruppi editoriali di informazione giornalistica vengono attratti sempre di più.
E’ in questo quadro che Lsdi cercherà di documentare e di seguire con attenzione anche i problemi del rapporto fra giornalismo/giornalismi e diffusione dei contenuti digitali, cominciando con delle riflessioni sul Rapporto presentato il 4 maggio dal ministro Lucio Stanca.(lsdi)
Il dilemma digitale:
ci può essere un ‘giusto equilibrio’ fra diffusione
dei contenuti e tutela della proprietà intellettuale?
Un buon esempio di trasparenza
Dei limiti comunque vengono a galla
Nuovi contenuti/nuovi modelli di business.
Un regime di protezione più libero e flessibile.
STANCA, ‘’NO A FAR WEST MA PIU' CONTENUTI’’
La sintesi del Rapporto
A proposito del primo rapporto sui contenuti digitali nell’ era di Internet
Il dilemma digitale: ci può essere un ‘giusto equilibrio’ fra diffusione dei contenuti e tutela della proprietà intellettuale?
‘’Ricercare il giusto equilibrio tra diffusione dei contenuti e della tecnologia e tutela della proprietà intellettuale nell’era della digitalizzazione’’. E’ questa la scommessa al centro del primo Rapporto sui contenuti digitali nell’ era di Internet (innovazione) presentato il 4 maggio dal ministro dell’ innovazione Lucio Stanca.
Il ministro anche questa volta ha ripetuto uno slogan a cui è particolarmente affezionato, ‘’La Rete non è il Far west’’, e che è ormai diventato una sorta di ritornello.
Naturalmente – e realisticamente - Stanca ha aggiunto che però ‘’non si puo' solo criminalizzare o reprimere. Diciamo si' alla repressione delle organizzazioni criminali – ha precisato -ma non si deve regolamentare Internet, sarebbe una follia. L'unica norma che abbiamo fatto riguarda la proprieta' intellettuale. La politica intelligente non e' imposizione, ma puo' aiutare molto a convincere gli operatori a collaborare e ad autoregolamentarsi''. ( il resoconto dell’ Ansa)
Il Rapporto, realizzato dalla Commissione interministeriale presieduta da Paolo Vigevano, e' frutto di ben 56 audizioni tra i vari 'attori' della scena digitale: editori, produttori di contenuti, autori, operatori di cinema, tv e format, federazioni e associazioni di imprese, operatori di software e telecomunicazioni, associazioni di consumatori, Guardia di Finanza e Forze di Polizia, autorita' amministrative’’. Come si può vedere dall’ elenco dei soggetti sentiti (QUI), si tratta soprattutto – se si eccettuano le associazioni dei consumatori e le Authority) - di gestori delle ‘’autostrade digitali’’, come le definisce il ministro Stanca, e di potenziali costruttori di ‘’automobili digitali’’, cioè i futuri protagonisti del mercato dei contenuti, ed entrambi i campi sono portatori di interessi – legittimi – nella sfera del profitto.
Ma molte voci non sono state sentite. Per esempio il giornalismo organizzato, che per sua natura produce ‘’contenuti’’ (giornalistici) ed è quindi fortemente interessato all’ arco di questioni che il Rapporto affronta, prima fra tutte quella relativa alla proprietà intellettuale.
E non è stata sentita nessuna voce dei gruppi che nel digitale vivono e lavorano per lo sviluppo della cultura della democrazia di base, per lo scambioe per la condivisione del sapere creativo. Un mondo in crescitache sta alimentando un nuovo intellettuale collettivo e che non può certo sentirsi rappresentato dalle tradizionali associazioni di consumatori.
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Un buon esempio di trasparenza
Nonostante questo, in un articolo sul il manifesto del 24 aprile, Franco Carlini (QUI) dà un giudizio positivo del lavoro della Commissione di Vigevano.
‘’Il ragionamento di Vigevano e del ministro sono il frutto di una intensa consultazione con molti dei soggetti coinvolti, dalle case musicali alle tv, dalla Siae a diverse associazioni dei consumatori.
E' una lettura istruttiva per tutti, non tanto per le proposte che emergono - alcune delle quali francamente lasciano perplessi - quanto per la completezza della descrizione dello scenario. In particolare alcune tavole sinottiche, in appendice, mostrano su ogni questione calda le posizioni dei diversi titolari di interesse. Così il campo delle forze e dei conflitti è almeno fotografato con chiarezza, dopo di che ognuno si regoli e si muova al meglio, secondo i propri valori generali e i propri interessi particolari.
Se tutte le decisioni venissero approntate con simili e analitiche ricognizioni sarebbe un serio progresso nei meccanismi di decisione pubblica. E' anche un buon esempio di quella trasparenza nei processi di decisione pubblica che tanti invocano e pochi praticano’’.
Tra l’ altro Carlini ritiene che
‘’lo scenario e le proposte che emergono dal rapporto sono più aperte di quelle seguite dal ministero dei beni culturali: quest'ultimo privo di competenze digitali e molto sensibile alle pressioni della casalinga lobby del cinema, non ha ascoltato ma decretato, producendo un testo pasticciato, ingestibile e fortemente penalizzante per gli utenti-clienti, il famoso «Decreto Urbani».
e, ancora, spiega
‘’In America come in Italia succede in sostanza – spiega Carlini - che un settore dal peso economico non troppo grande sul Pil, come quello della musica e del cinema riesce, tuttavia a esercitare un'influenza grande sulle decisioni pubbliche e legislative, anche a scapito degli altri soggetti industriali coinvolti, come per esempio i produttori di apparati elettronici, gli Internet provider, le case di software, per non dire del grande pubblico’’.
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Dei limiti comunque vengono a galla Secondo Carlini, infatti,
‘’il limite del «Rapporto Vigevano» sta invece nella poca o scarsa propensione a occuparsi del primo corno del dilemma: cosa può fare la mano pubblica non solo per difendere i diritti del passato, ma per promuovere la creatività diffusa resa possibile dalle tecnologie? Come si favorisce l'emergere di nuovi autori?’’
Il resoconto che della presentazione alla stampa del Rapporto ha fatto Rai news ricorda che la
‘’indagine conoscitiva condotta nei mesi scorsi dalla specifica Commissione interministeriale, ha visto coinvolti i principali protagonisti della multimedialità (editoria, televisione, cinema, musica, arte, cultura, ecc.) e tratteggia uno scenario inedito e nuove frontiere della comunicazione e dell'informazione’’
e aggiunge
‘’La banda largaha infatti reso fruibili in modo innovativo e diffuso le produzioni di questi settori, aprendo le porte non solo alla realizzazione di nuovi contenuti digitali, ma anche favorendo la formazione di una nuova industria. Tale "discontinuità" richiede nuove regole, nuovi modelli di business, di distribuzione, di marketing e di logistica’’.
(QUI)
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Nuovi contenuti/nuovi modelli di business.
E’ la bipolarità che tradizionalmente muove le cose in questi ultimi secoli e nel cui arco oscilla il pendolo dei rapporti di forza.
Il lavoro sfociato nel Rapporto era stato comunque alla base anche del cosiddetto ‘’P@tto di Sanremo’’, siglato all’ ombra dei lustrini del Festival della canzone italiana.
Così Mytech, un sito del gruppo Mondatori, dà notizia del patto utilizzando un resoconto dell’ Asca (QUI)
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Innovazione: firmato 'P@tto Sanremo' per sviluppo contenuti digitali
(ASCA) - Sanremo, 2 mar - Si chiama ''P@tto di Sanremo'' l'alleanza operativa da cui nasce il tavolo di confronto pubblico-privato per lo sviluppo dei contenuti digitali.
L'accordo, il primo in Europa, e' stato siglato oggi a Sanremo dal Governo e da tutti i diversi soggetti (una cinquantina tra fornitori di connettivita', titolari dei diritti, case di produzione e gestori di piattaforme di distribuzione), che operano per gestire costruttivamente la ''rivoluzione digitale'' rappresentata dai diversi contenuti che vengono immessi in Rete, dalla musica al cinema e televisione, dalla cultura all'editoria.
Su iniziativa di Lucio Stanca, ministro per l'Innovazione e le Tecnologie, di concerto con Giuliano Urbani, ministro per i Beni e le Attivita' Culturali, e di Maurizio Gasparri, ministro delle Comunicazioni, in occasione del 55* Festival di Sanremo i rappresentanti dei settori interessati hanno firmato il ''P@tto di Sanremo'', che dara' vita a diversi momenti di confronto per superare le esigenze, spesso contrastanti, degli operatori e assecondare il crescente sviluppo del settore dei contenuti digitali, evitando che Internet sia una sorta di Far West.
All'accordo hanno aderito anche i ministri delle Politiche Comunitarie, delle Attivita' Produttive, degli Affari Esteri, della Giustizia, dell'Istruzione-Universita' e Ricerca, nonche' il Dipartimento per l'Informazione e l'Editoria della Presidenza del Consiglio.
''L'affermazione mondiale di Internet - ha detto Stanca -, la trasformazione in forma digitale di ogni tipologia di contenuti, la rapida diffusione delle reti di comunicazione elettronica e della larga banda rappresentano le innovazioni tecnologiche alla base del cosiddetto 'dilemma digitale'''.
Ma il vero senso di quel patto, almeno per chi fa business, è molto chiaro:
La ‘’grande scommessa del patto di Sanremo-spiega Shinynews, uno dei siti di Shiny, l’ azienda di servizi internet nota ai non addetti ai lavori soprattutto per i suoi sistemi di rilevazione dell’ audience delle pagine internet - è indurre il cambiamento di mentalità negli utenti Web. Riuscire a imporre l’idea che si deve passare dal modello free a quello a pagamento. Così come questo cambiamento è stato ormai accettato per vari ambiti, dalla connettività ai servizi, ora lo deve essere per la fruizione dei contenuti.
(QUI )
E pur tra molte resistenze – continua Shinynews - qualcosa si sta muovendo anche su questo fronte. L’accordo si prefigge di incidere su questa mentalità in maniera incisiva: Internet non può essere un territorio virtuale senza regole. Al tempo stesso, il lavoro degli aderenti al patto sarà rivolto anche al peer to peer, per arrivare a un quadro normativo che, con tutte le tutele per i contenuti, non penalizzi tuttavia quel circuito, di cui si riconosce il valore tecnologico e di mercato alternativo al circuito tradizionale.
‘’I lavori preliminari per le basi dell’accordo sono state poste dalla “Commissione interministeriale sui contenuti digitali nell’era di Internet”, istituita nei mesi scorsi allo scopo. Il lavoro della commissione è confluito in un documento di segnalazione delle diverse esigenze degli operatori e in una scheda di valutazione dello stato dell’arte dei contenuti digitali. La vera sfida del patto, però, è rappresentata dal valore economico dei contenuti offerti in Rete. Infatti, lo scenario futuro lascia intravedere un mercato potenziale notevole, ed è evidente che non si vuole perdere questa occasione di crescita.
Per i produttori d’ intrattenimento si profila un mercato dalle potenzialità enormi, prosegue il sito.
‘’Tv digitale, cellulari UMTS, Internet a banda larga: questi tre media sono destinati a convergere sempre più almeno dal punto di vista dei contenuti. La televisione, con il modello digitale, si è spostata verso Internet. La Rete, con l’avvento della banda larga, è in grado di veicolare sempre più contenuti alla maniera televisiva. E i cellulari di nuova generazione sono sempre più orientati alla multimedialità e alla fruizione di servizi complessi e contenuti “pesanti”. È evidente che se questo è lo scenario futuro, per i produttori d’intrattenimento in senso lato si aprono nuove prospettive di crescita e un mercato dalle potenzialità enormi. Per questo l’accordo di Sanremo arriva ora: si tenta di varare una regolamentazione del mezzo prima che questo sia inondato di contenuti. Si cerca di togliere l’iniziativa volontaria e gratuita degli utenti e di riportarla nell’alveo più rassicurante degli operatori di mercato. Giusto o sbagliato che sia, questo è il tentativo in atto. Ma una considerazione almeno è obbligatoria: cercare d’imporre modelli e forme di fruizione regolate sembra quanto mai ragionevole. Farlo senza l’appoggio e il consenso degli utenti, però, rischia di essere l’ennesima operazione priva di efficacia’’.
Ecco la chiave. Togliere l’ iniziativa volontaria e gratuita degli utenti e riportarla ‘’nell’ alveo più rassicurante degli operatori del mercato’’.
‘’Giusto o sbagliato che sia, questo è il tentativo in atto. Ma una considerazione almeno è obbligatoria: cercare d’imporre modelli e forme di fruizione regolate sembra quanto mai ragionevole’’.
Anche se, conclude il sito,
‘’Farlo senza l’appoggio e il consenso degli utenti, però, rischia di essere l’ennesima operazione priva di efficacia’’.
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Certo, il mercato deve fare i conti con gli utenti. Ma
C ’è una generazione – spiega Scarph su Rekombinant (il sito alternativo che lavora a ‘’linee di fuga dal pensiero binario presentando un Meeting delle produzioni musicali no-copyright e copyleft
-per cui il copyright è la Siae che gli impedisce di mettere la propria musica online (se si è iscritto), che gli chiede il bollino per un demo da regalare alla zia. E’ la ragione per cui non può usare quel campionamento dei Beatles, che se poi lo beccano lo spellano vivo, o mettere sul sito la sua cover di “Scalinatella”. E’ una cosa odiosa, insomma, che non ha alcun vantaggio: non rende (agli esordienti), costa, imbriglia, impedisce, depotenzia’’.
E ancora:
‘’Nel 2005 ci sono molte buone ragioni per scegliere di operare senza copyright o, come avviene più spesso, utilizzando un regime di protezione più libero e flessibile. Da un lato si è capito che la creazione, l’arte, non è un gesto singolo e scollegato dal resto del mondo; anzi, è vero esattamente il contrario: si copia, ci si ispira, si aderisce ad uno stile. E ci si è resi conto che l’eccessiva protezione può effettivamente tarpare le ali a interi fenomeni musicali, com’è stato per la sampling music. Ma dall’altro ci si sta rapidamente accorgendo che il copyright tradizionale, nato per proteggere le opere dell’ingegno, a volte ne impedisce la diffusione. Un eccellente esempio di sospensione del © da parte dell’industria è l’invio di CD promo alle radio nella speranza che li trasmettano. Perfino se poi c’è scritto sopra “E’ vietata la radiodiffuzione non autorizzata”, nessuna casa discografica accuserebbe una radio di aver trasmesso una canzone (e nemmeno di averci appiccicato in coda uno spot, sfruttandone l’effetto traino): si sospende il © in cambio di promozione’’.
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Un regime di protezione più libero e flessibile.
In questa direzione si muove il cosiddetto ‘’copyleft’’. Cosa sia lo spiega nitidamente Wu Ming 1 inIl copyleft spiegato ai bambini - Per sgombrare il campo da alcuni equivoci’’ di Wu Ming 1 (dall’ inserto "Booklet" della rivista "Il Mucchio Selvaggio", n. 526, dal 25 al 31 marzo 2003):
‘’Copyleft (denso gioco di parole intraducibile in italiano) è una filosofia che si traduce in diversi tipi di licenze commerciali, la prima delle quali è stata la GPL [GNU Public License] del software libero, nata per tutelare quest'ultimo e impedire che qualcuno (Microsoft, per fare un nome a caso) si impadronisse, privatizzandoli, dei risultati del lavoro di libere comunità di utenti (per chi non lo sapesse, il software libero è a "codice-sorgente aperto", il che lo rende potenzialmente controllabile, modificabile e migliorabile dall'utente, da solo o in collaborazione con altri).
Se il software libero fosse rimasto semplicemente di dominio pubblico, prima o poi i rapaci dell'industria ci avrebbero messo sopra le grinfie. La soluzione fu rivoltare il copyright come un calzino, per trasformarlo da ostacolo alla libera riproduzione a suprema garanzia di quest'ultima. In parole povere: io metto il copyright, quindi sono proprietario di quest'opera, dunque approfitto di questo potere per dire che con quest'opera potete farci quello che volete, potete copiarla, diffonderla, modificarla, però non potete impedire a qualcun altro di farlo, cioè non potete appropriarvene e fermarne la circolazione, non potete metterci un copyright a vostra volta, perché ce n'è già uno, appartiene a me, e io vi rompo il culo’’.
Quando il copyright fu introdotto, tre secoli fa, non esisteva alcuna possibilità di "copia privata" o di "riproduzione non a fini di lucro", perché solo un editore concorrente aveva accesso ai macchinari tipografici. Tutti gli altri potevano solo mettersi l'anima in pace e, se non potevano comprarseli, semplicemente rinunciare ai libri. Il copyright non era percepito come anti-sociale, era l'arma di un imprenditore contro un altro, non di un imprenditore contro il pubblico. Oggi la situazione è drasticamente cambiata, il pubblico non è più obbligato a mettersi l'anima in pace, ha accesso ai macchinari (computer, fotocopiatrici etc.) e il copyright è un'arma che spara nel mucchio. (QUI)
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**STANCA, ‘’NO A FAR WEST MA PIU' CONTENUTI’’
(ANSA) - ROMA, 4 MAG - Oggi in Italia ''abbiamo tante autostrade digitali, ma ancora poche automobili'': cosi' il ministro per l'Innovazione e le tecnologie LucioStanca, ha riassunto la posizione dell'Italia nell'ambito dei contenuti digitali, parlando alla presentazione del primo rapporto su 'I contenuti digitali nell'era di Internet', realizzato dalla Commissione interministeriale presieduta da Paolo Vigevano.
Il lavoro della task force ministeriale e' frutto di ben 56 audizioni tra i vari 'attori' della scena digitale: editori, produttori di contenuti, autori, operatori di cinema, tv e format, federazioni e associazioni di imprese, operatori di software e telecomunicazioni, associazioni di consumatori, Guardia di Finanza e Forze di Polizia, autorita' amministrative*.
Il dato saliente emerso dal rapporto, e' che l'Italia e' seconda solo alla Gran Bretagna in fatto di reti di distribuzione (3% rispetto al 3,2% del Regno Unito, l'1,9% della Francia, 2,3% della Germania e 2,4% degli Usa). Tuttavia, sono evidenti i ritardi nella produzione di contenuti digitali veri e propri: siamo infatti solo all'1,1%, contro l'1,9 di Francia, 2,3 di Germania, 3 di Gran Bretagna e 3,8 di Stati Uniti.
''Dobbiamo recuperare questo ritardo - ha affermato il ministro Stanca - e arricchire la nostra offerta internazionale di contenuti digitali nuovi italiani''. Stanca ha parlato di 'dilemma digitale': ''Da una parte con la Rete forniamo un accesso enorme ai contenuti, che sono sempre piu' ricchi e piu' nuovi. Dall'altra, la facilita' di accesso non deve pero' pregiudicare il valore e la protezione della proprieta' dell'intelletto''. Per il ministro occorre ''varare in Italia un'industria di nuovi contenuti digitali, cominciando a creare una filiera in cui mettere insieme tutti gli operatori, autori, editori e distributori, che finora hanno lavorato poco insieme e anzi si sono combattuti a vicenda, ostacolando questo processo''.
Un processo nel quale bisogna avere due punti fermi: ''La Rete non puo' essere un Far West - ha detto Stanca - ma non si puo' solo criminalizzare o reprimere. Diciamo si' alla repressione delle organizzazioni criminali, ma non si deve regolamentare Internet, sarebbe una follia. L'unica norma che abbiamo fatto riguarda la proprieta' intellettuale. La politica intelligente non e' imposizione, ma puo' aiutare molto a convincere gli operatori a collaborare e ad autoregolamentarsi''. ''Dobbiamo trovare normative estremamente flessibili - ha rilevato Vigevano a questo proposito - perche' parliamo di settori che interagiscono fra di loro. Le norme devono tener conto della complessita' del sistema e non rappresentare un freno allo sviluppo della tecnologia e del mercato''.
Tra le conclusioni piu' rilevanti del rapporto, la necessita' di creare e sviluppare ''modelli di business sostenibili e remunerativi'', tutelare il diritto d'autore e incoraggiare i titolari dei contenuti a rendere disponibili sulle reti telematiche il maggior numero possibile di opere attraenti per l'utente. Infine, istituire un tavolo di lavoro che coinvolga Governo, fornitori di connettivita', titolari dei diritti, case di produzione e gestori di piattaforme di distribuzione. Tutto questo, ha concluso il ministro Stanca, ''per garantire una equilibrata ripartizione dei ricavi in un mercato in cui vi siano prodotti di qualita' a prezzi competitivi, nel rispetto di tutti gli 'attori', non ultimi i consumatori''. (ANSA).
MV
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La sintesi del Rapporto
(QUI)
■ L’affermazione mondiale del protocollo di trasmissione Internet, la possibilità di un’integrale trasformazione in forma digitale di ogni tipologia di contenuti, la rapida diffusione delle reti di comunicazione elettronica e della larga banda rappresentano le innovazioni tecnologiche alla base del cosiddetto “dilemma digitale”. Un’espressione apparentemente complessa che può essere così semplificata: un libro può essere consultato nello stesso momento da una o forse due persone, che però devono essere nello stesso luogo in cui il libro si trova. Se lo stesso testo è reso disponibile in forma digitale, non esiste più nessun limite al numero di persone che possono consultarlo simultaneamente da qualsiasi parte del pianeta, dovunque sia disponibile una connessione ad Internet. Questo è vero per un libro, ma può valere anche per un brano musicale, un film e qualsiasi altro contenuto che può essere trasformato in formato digitale. Dunque per i produttori di contenuti e per gli autori, che in prospettiva potranno accedere a mercati molto più ampi di quelli odierni, oggi si aprono scenari non del tutto rassicuranti. Quante copie ancora potrebbero essere vendute se la rete rendesse possibile un accesso incondizionato ai contenuti protetti da diritto d’autore? Potenzialmente una sola! E allora quanti libri, brani musicali, ecc. potrebbero essere ancora prodotti e pubblicati se l’intero mercato può esaurirsi con la prima copia elettronica?
La rivoluzione digitale rappresenta, tuttavia, per i consumatori e per la società tutta, una straordinaria opportunità di informazione, condivisione della conoscenza, crescita culturale, intrattenimento. Versioni elettroniche di qualsiasi tipo di contenuto possono essere disponibili in tutto il mondo, per tutto l’anno, 24 ore al giorno, con un semplice click. Questa poten-zialità della rete di essere motore per la diffusione della conoscenza va preservata, in quanto alla base della crescita culturale di ogni paese. Il dilemma digitale consiste dunque nella necessità di ricercare il giusto equilibrio tra diffusione dei contenuti e tutela della proprietà intellettuale nell’era della digitalizzazione*.
- * cfr The Digital Dilemma: Intellectual Property and the Information Age, National Research Council, USA 2003, pagg 1-21.
In considerazione della complessità e dell’intrinseca interdipendenza dei singoli elementi che compongo-no il “dilemma digitale”, si è ritenuto opportuno istituire la Commissione Interministeriale sui contenuti digitali nell’era di Internet, con decreto del Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, di concerto con il Ministro per i Beni e le Attività Culturali e il Ministro delle Comunicazioni, in data 23 luglio 2004. Le audizioni di alcuni dei principali attori del settore (più di 50, per circa 100 ore di colloqui), che hanno consentito una panoramica completa delle problematiche relative al tema in oggetto, sono state il principale strumento di indagine della Commissione. Il Rapporto conclusivo riassume i principali temi emersi durante le audizioni ed i lavori della Commissione stessa.
■ L’innovazione tecnologica ha prodotto dei radicali mutamenti nella capacità di riprodurre, distribuire, controllare e pubblicare le informazioni.
Il processo di digitalizzazione ha permesso di ridurre i testi, le immagini ed il suono in un codice binario di “0” e di “1” raggruppati in bits e bytes che possono viaggiare sulla rete. I contenuti in forma digitale hanno radicalmente cambiato la modalità di riproduzione ed i costi relativi, molto più bassi sia per i titolari dei diritti d’autore sia per coloro che ne fanno un uso illecito. La rapida ed ampia diffusione della rete ha poi offerto una straordinaria opportunità di distribuzione, per-mettendo di raggiungere – con costi di distribuzione trascurabili o nulli – un numero elevatissimo di perso-ne, e, in questo caso come nel precedente, tale op-portunità può essere sfruttata sia dai legittimi titolari dei diritti, sia da chi se ne appropri indebitamente. La rete ha anche radicalmente cambiato l’economia ed il carattere della pubblicazione. La riproduzione e la distribuzione mettono le informazioni a disposizione di quanti vogliano accedervi sapendo dove tali informazioni risiedono. Il www funziona come un vero e proprio strumento di pubblicazione fornendo all’utente i meccanismi di riproduzione e di distribuzione con un impatto potenzialmente significativo sul diritto d’autore.
L’entusiasmo suscitato dalla disponibilità di un così ampio numero di informazioni facilmente accessibili attraverso la navigazione, ha in parte alimentato l’ aspettativa generalizzata che anche i contenuti protetti da diritti potessero essere disponibili gratuitamente ed in modo incontrollato. La principale sfida è da un lato l’affermazione di un modello legale di fruizione a pagamento dei contenutie dall’altro la conseguente modifica della percezione da parte degli utenti della gratuità, legalità e le-gittimità di consumo di tutto ciò che risulta in rete. La rivoluzione tecnologica ha inoltre profondamente modificato le modalità di protezione dei diritti d’autore.
Se in origine l’opera dell’autore coincideva con il supporto/oggetto e, quindi, il diritto d’autore e i di-ritti connessi erano garantiti dalla vendita o dalla cessione volontaria dell’oggetto stesso, oggi, ciò che si tende a commercializzare non è più la copia dell’o-pera, bensì il diritto d’accesso all’opera stessa ed eventualmente di riproduzione e diffusione. In questo contesto il mercato ha elaborato dei modelli
di business di successo, i quali hanno unito alla definizione di un’offerta legale a pagamento sistemi di protezione dei contenuti (i cosiddetti Digital Rights Management). Tuttavia va sottolineato che l’applicazione dei sistemi di protezione tecnologica dei contenuti deve continuare a garantire i diritti dei consuma-tori sanciti dalla stessa legge sul diritto d’autore, nel rispetto del principio della trasparenza dell’informazione, comunicando con evidenza al consumatore le limitazioni alle quali il prodotto è soggetto. Soluzioni di questo genere sono la risposta propositi-va del mercato alla diffusione illegale di contenuti digitali attraverso reti telematiche e, al contempo, hanno la potenzialità di divenire uno strumento fonda-mentale per lo sviluppo del mercato stesso. Internet è divenuto un mezzo di comunicazione di successo, in quanto si basa sul principio di collaborazione.
Dallo stesso principio derivano le tecnologie Peer-to-Peer: strutture decentralizzate, non gerarchiche,
che consentono di trasferire file direttamente tra utenti. La ricerca scientifica è l’ambito in cui attualmente il Peer-to-Peer sviluppa i maggiori effetti: basti citare a proposito la reazione della comunità scientifica all’improvvisa e veloce diffusione dell’epidemia della SARS, combattuta dagli scienziati attraverso l’ utilizzo di database aperti e modelli di sviluppo collaborativi che hanno consentito di trovare in breve tempo il vaccino. Per contro, l’anonimato e l’impossibilità di controllo dei contenuti scambiati in Peer-to-Peer con architettura decentralizzata hanno portato, in alcuni casi, a comportamenti illeciti, tra i quali anche la diffusione non autorizzata di contenuti protetti, in violazione del diritto d’autore. Tuttavia, è opinione condivisa che il Peer-to-Peer non può essere criminalizzato di per sé, ma deve essere opportunamente gestito, poiché non bisogna trasformare lo strumento nella causa del comportamento illecito. D’altra parte, la rete non può essere un “territorio senza legge”, ma piuttosto tutte le iniziative e anche le misure legislative devono essere “a prova della rete”,tenendo conto delle peculiari caratteristiche tecnologiche e della necessità di far crescere la competitività del mercato.
I lavori della Commissione hanno cercato di affronta-re il problema nella sua piena complessità, tenendoconto anche della molteplicità di interessi in gioco,spesso contrastanti. Tale complessità rappresenta unasfida per i tradizionali sistemi di formulazione e applicazione delle regole. In tal senso, la Commissione si è posta l’obiettivo di dare adeguate risposte a queste nuove esigenze attraverso un sistema unitario e arti-colato in più interventi di carattere non solo normativo, ma che riesca a contemperare e garantire i valori e gli interessi di tutti gli attori coinvolti. Si tratta di definire ed attuare una strategia di intervento tale da intersecare in maniera trasversale molteplici settori, coinvolgere i soggetti pubblici e privati interessati e le competenze istituzionali. Per la realizzazione di tale strategia di intervento sono auspicabili forme di regolamentazione flessibili, già di successo in altri Paesi. Un contributo alla soluzione al problema della diffusione illegale di contenuti digitali può essere offerto anche dal mercato, attraverso un impegno proattivo di tutti gli attori coinvolti. È, inoltre, chiaro che le tematiche affrontate necessitano di ulteriori approfondimenti e riflessioni e che le azioni da sviluppare devo-no essere adeguate al continuo evolvere della tecnologia e del mercato. In tal senso è opportuno creare le condizioni per la nascita di iniziative e di soluzioni che traggano origine e siano promosse dagli attori del settore.
In base a questi principi la Commissione ha individuato quattro ambiti di intervento.
Un’efficace strategia da perseguire, largamente condivisa, è quella di incentivare ed incoraggiare il raggiungimento di specifici accordi tra le parti interessa-te, che favoriscano la collaborazione tra gli operatori del settore e gli utenti e nei quali le Istituzioni svolga-no un ruolo di garante. Inoltre complemento essenziale dei suddetti accordi è la costituzione di tavoli di lavoro, che devono rappresentare un’opportunità sistematica di supporto all’attività del legislatore anche nella definizione di un nuovo scenario normativo. Una possibile soluzione, individuata dalla Commissione e segnalata ai Ministri competenti, è la definizione di linee guida per l’ avvio di pratiche di autoregolamentazione.
Tali linee guida sono volte a promuovere la diffusione in rete delle opere d’ingegno, anche attraverso la libera disponibilità di quelle già di pubblico dominio, a sviluppare campagne di comunicazione per coltivare la coscienza etico sociale dei consumatori ed informarli su un uso della rete rispettoso della normativa sul diritto d’autore e sui rischi derivanti dalla sua violazione, a dare trasparenza ai nuovi modelli di fruizione della cultura, a favorire la nascita di modelli di business sostenibili, a incoraggiare l’adozione di sistemi di protezione aperti ed interoperabili.
La Commissione ha ipotizzato inoltre la messa a punto di possibili interventi normativi con l’obiettivo di “non criminalizzare” il Peer-to-Peer e la diffusione le-gale dei contenuti, in virtù di due principi. Il primo per il quale Internet non può essere una zona “franca” (ciò che è proibito nel mondo reale deve esserlo anche in quello virtuale); il secondo per cui la norma deve essere sufficientemente flessibile da non rappresentare un freno allo sviluppo della tecnologia e del mercato. L’indirizzo seguito nelle soluzioni prospettate è risultato simile a proposte di modifiche legislative in discussione al Parlamento. In tali soluzioni, oltre a mantenere la sanzione penale grave (reclusione e multa) solo per chi immette in rete “a fine di lucro” contenuti digitali senza essere titolare dei diritti, si prevede anche la possibilità di estinguere il reato attraverso il pagamento di una somma di denaro (oblazione) nei casi in cui chi pone in essere la medesima condotta, ossia l’immissione in rete di contenuti protetti dal diritto d’autore, agisca in assenza del dolo specifico, rappresentato dal fine di lucro. Pertanto gli utenti della rete che, sfruttando la condivisione dei file, scambiano contenuti digitali, possono estinguere il reato mediante il pagamento di sanzioni pecuniarie.
È stato inoltre riconosciuto che la comunicazione e la sensibilizzazione rappresentano una leva fondamentale per lo sviluppo della coscienza etico-sociale e per la diffusione dell’informazione sulla normativa vigente, elementi essenziali per contrastare i comporta-menti illeciti. L’attività di comunicazione è da articolarsi su tre livelli al fine di focalizzare il messaggio su tre target: comunicazione istituzionale per i cittadini, azioni mirate per le imprese o la Pubblica Amministrazione ed azioni educative per i giovani. Oltre alle suddette iniziative dovrebbero essere sviluppate delle attività informative ed educative realizzate dagli operatori di settore.
Infine, la Commissione ha raggiunto il convincimento che le Istituzioni debbano farsi promotrici di iniziative di ampia portata per lo sviluppo del mercato dei contenuti digitali, in modo che l’Italia possa ridurre la distanza rispetto agli altri paesi. Il settore delle CMT (Communication, Media e Technology) è strategico per le nazioni: da un punto di vista economico esso incide sul PIL per percentuali che vanno dall’8% al 5%, con valori differenti a seconda dei diversi paesi. In Italia è molto sviluppato il segmento dei servizi di telecomunicazione, con un’incidenza seconda solo al Regno Unito, mentre sono evidenti i ritardi nella produzione di contenuti digitali veri e propri.
Incidenza mercato CMT sul PIL - 2002

Da questi dati emerge che in Italia vi è uno sbilancia-mento sui “mezzi” – reti di distribuzione e tecnologie di accesso – mentre permane una fragilità sul lato dei “contenuti”. L’obiettivo dunque è quello di “popolare la rete” e promuovere lo sviluppo del mercato dei contenuti digitali. Affinché questa non rimanga solo una dichiarazione d’intenti, è necessario l’impegno di tutti gli attori coinvolti: in primo luogo occorre l’impegno del settore pubblico ad immettere in rete contenuti digitali per la diffusione del sapere e della cultura in modali-tà di pubblico dominio, contenuti quindi liberamente fruibili; in secondo luogo è necessario l’impegno degli operatori privati ad immettere in rete, in tempi brevi, una rilevante quantità di contenuti ed a favorire la nascita di ambienti telematici per l’offerta legale di contenuti.
■ La Commissione Interministeriale sui contenuti digitali nell’era di Internet ritiene pertanto che gli interventi sopra descritti potranno essere il primo passo per sciogliere il “dilemma digitale” alla ricerca del giusto equilibrio fra la diffusione di contenuti e tecnologia e la tutela della proprietà intellettuale.
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