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	<title>LSDI &#187; Nuovi giornalismi</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
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		<title>Sport e giornalismo digitale, la pallavolo da anni all&#8217; avanguardia</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/sport-e-giornalismo-digitale-la-pallavolo-da-anni-all-avanguardia/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 14:37:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Rossini]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volley.gif"></a>In una intervista a Lsdi Fabrizio Rossini, resposabile della comunicazione nella Lega serie A di Volley, racconta la precoce e convinta adesione del suo settore a internet e agli strumenti della Rete &#8211; Sin dal 1997-1998, quando non c&#8217; erano i blog e i social network o You Tube erano ancora lontani &#8211; Volleyball.it è stato uno dei primi siti sportivi nati in Italia -Un pubblico &#8220;giovane e altamente scolarizzato&#8221; &#8211; Partite seguite da centinaia di account Twitter &#8211; Il problema del &#8221;filtro&#8221;

&#8212;&#8211;</p>
<p>a cura di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Il mondo dell&#8217;informazione analogica nostrana combatte quotidianamente per cercare di resistere alla progressiva invasione degli &#8220;ultracorpi digitali&#8221;, senza tenere conto che il fenomeno in atto  non rappresenta certamente  un atto di guerra e anzi con molta probabilità potrebbe invece essere l&#8217; ancora di salvezza per evitare un irresistibile quanto ineluttabile tramonto della &#8220;nobile professione&#8221;.</p>
<p>Ma ci sono settori del giornalismo italiano in cui la contaminazione digitale è apprezzata e le risorse in essa contenute vengono utilizzate al meglio da tempo lontano.</p>
<p>Uno di questi settori, &#8220;incredibile dictu&#8221;, è  il giornalismo sportivo. Ne abbiamo parlato con uno specialista di giornalismo e comunicazione in ambito sportivo:  Fabrizio Rossini responsabile della comunicazione presso la <a href="http://www.legavolley.it/">Lega Volley di Serie A</a>.
<strong><a href="http://www.lsdi.it/assets/Rossini.jpg"></a> d &#8211; <strong>Chi è Fabrizio Rossini?</strong></strong></p>
<p>F.R. &#8211; Sono un giornalista, anzi meglio sono stato un giornalista a]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volley.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11872" title="Volley" src="http://www.lsdi.it/assets/Volley.gif" alt="" width="365" height="97" /></a>In una intervista a Lsdi Fabrizio Rossini, resposabile della comunicazione nella Lega serie A di Volley, racconta la precoce e convinta adesione del suo settore a internet e agli strumenti della Rete &#8211; Sin dal 1997-1998, quando non c&#8217; erano i blog e i social network o You Tube erano ancora lontani &#8211; Volleyball.it è stato uno dei primi siti sportivi nati in Italia -Un pubblico &#8220;giovane e altamente scolarizzato&#8221; &#8211; Partite seguite da centinaia di account Twitter &#8211; Il problema del &#8221;filtro</em>&#8221;<br />
<span id="more-11869"></span><br />
&#8212;&#8211;</p>
<p>a cura di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>Il mondo dell&#8217;informazione analogica nostrana combatte quotidianamente per cercare di resistere alla progressiva invasione degli &#8220;ultracorpi digitali&#8221;, senza tenere conto che il fenomeno in atto  non rappresenta certamente  un atto di guerra e anzi con molta probabilità potrebbe invece essere l&#8217; ancora di salvezza per evitare un irresistibile quanto ineluttabile tramonto della &#8220;nobile professione&#8221;.</p>
<p>Ma ci sono settori del giornalismo italiano in cui la contaminazione digitale è apprezzata e le risorse in essa contenute vengono utilizzate al meglio da tempo lontano.</p>
<p>Uno di questi settori, &#8220;incredibile dictu&#8221;, è  il giornalismo sportivo. Ne abbiamo parlato con uno specialista di giornalismo e comunicazione in ambito sportivo:  Fabrizio Rossini responsabile della comunicazione presso la <a href="http://www.legavolley.it/">Lega Volley di Serie A</a>.<br />
<strong><a href="http://www.lsdi.it/assets/Rossini.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11873" title="Rossini" src="http://www.lsdi.it/assets/Rossini.jpg" alt="" width="156" height="250" /></a> d &#8211; <strong>Chi è Fabrizio Rossini?</strong></strong></p>
<p>F.R. &#8211; Sono un giornalista, anzi meglio sono stato un giornalista a 360 gradi nei primi anni della mia carriera. Abusivo, poi collaboratore precario come si conviene per quotidiani e periodici per anni,  ho poi scoperto il giornalismo sportivo e mi sono specializzato in contenuti specifici sul mondo della pallavolo, lavorando per quasi nove anni come redattore e in seguito dirigendo un mensile di volley tuttora in edicola che si chiama &#8220;Pallavolo Supervolley&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In quegli anni ho approfondito le questioni più tecniche relative al giornale in quanto la redazione era molto piccola ed era necessario saper fare di tutto e ho scoperto e usato da subito i supporti digitale per migliorare la qualità del lavoro. Poi ho cominciato a occuparmi di eventi sportivi. In particolare qualche match internazionale di pallavolo come ufficio stampa a gettone per la Federazione Italiana Volley e subito dopo sono entrato in Lega Pallavolo dove mi sono occupato di comunicazione e sviluppo, dove ho messo mano ad alcune innovazioni in campo tecnologico legate al mondo digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per due anni e mezzo ho diretto l&#8217;ufficio stampa della Federazione Internazionale Volley, un esperienza davvero molto interessante in cui mi sono trovato anche ad organizzare la partecipazione della nostra nazionale alle Olimpiadi e ad altri eventi di risonanza globale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi lavoro come responsabile comunicazione presso la Lega Pallavolo di Serie A a Bologna, dove la tecnologia è sempre stata di casa, e dove l&#8217;attenzione per il mondo digitale è sempre stata spiccata. Ad esempio abbiamo cominciato a studiare una web tv già molti anni fa, abbiamo creato il nostro sito da più di un decennio, al punto da essere uno dei primi siti sportivi della rete. In particolare  la Lega Femminile, diretta all&#8217;epoca da Massimo Righi, attuale Amministratore Delegato della Lega Maschile di volley, aprì una bacheca on line nel 1997.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come si coniuga il rapporto fra giornalismo digitale e sport?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; Lo sport, forse proprio per la sua stessa natura, è stato uno dei primi settori a capire la reale portata del giornalismo digitale. Le prime e-mail dei giocatori di pallavolo, le prime interviste fatte tramite posta elettronica, erano già cosa avanzata quando invece altri giornali, altri media non erano così avanti. In particolare lo sport di cui mi occupo io, la pallavolo, è sempre stato uno sport  molto improntato alle novità. Si parla di cose fatte attorno al 1997/98, quasi 15 anni fa, un&#8217;epoca lontanissima, quasi preistorica, se paragonata ai rapidissimi &#8220;tempi&#8221; della rete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In quegli anni c&#8217;erano ancora pochi siti sportivi on line, i blog non esistevano, per non parlare di strumenti più sofisticati come i social network o i siti di condivisione di video.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante questo la rivista cartacea presso la quale lavoravo, all&#8217;inizio come redattore e poi come direttore responsabile, già utilizzava la posta elettronica per realizzare le interviste. Per noi giornalisti di pallavolo l&#8217;utilizzo della rete fu immediato. Non a caso uno dei portali di riferimento della nostra disciplina che si chiama Volleyball.it è stato uno dei primi siti sportivi nati in Italia. Il portale è stato messo in rete nel 2000, copiando un sistema americano. Questa propensione fra gli adetti ai lavori e gli appassionati di pallavolo c&#8217;è sempre stata, a mio avviso, forse anche perchè il nostro pubblico è sempre stato un pubblico di &#8220;smanettoni&#8221;. Non si tratta di un pubblico ingessato e forse anche più &#8220;agè&#8221; come può succedere per altri sport. Le ricerche di mercato eseguite nel corso degli anni hanno definito il pubblico del volley come : &#8220;giovane e altamente scolarizzato&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una provocazione da giornalista a giornalista, o ancora meglio da giornalista digitale ad esperto di comunicazione con il pallino della rete quale tu sei. Come è possibile che lo sport abbia scoperto e dialogato così da vicino con il giornalismo digitale sin dal &#8217;97 o addirittura prima, e ad oggi 15 anni dopo il giornalismo ufficiale quasi ancora non conosca o meglio riconosca, i cugini digitali?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; Da quanto ho visto, per quello che ho potuto scoprire seguendo il volley, i giornalisti più giovani sono stati rapidissimi nella propria conversione da analogici a digitali ad ogni livello sia per le testate mainstream che per quelle minori.  Tempi più lenti ci sono stati per la mia generazione, quella approdata alla professione  con le macchine da scrivere. Maggiore difficoltà a digerire il giornalismo digitale hanno avuto proporzionalmente i professionisti in attività da ancora più anni, ma non è stata solo una questione anagrafica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ricordo con precisione i primi contratti con i fotografi, dopo l&#8217;arrivo del digitale,  e in particolare con i siti su cui pubblicare il loro materiale. I fotografi facevano resistenza a sottoscrivere contratti con le testate digitali perchè non riuscivano a capire che fine avrebbero fatto le loro foto una volta che fossero state inserite in un medium digitale. Le domande ricorrenti erano: &#8221; Come potrò controllare chi userà le mie foto? Chi mi garantirà che le foto non saranno scaricate dai tifosi senza pagare? &#8220;. Oggi questo tipo di dubbi nel nostro settore sono stati superati, ma c&#8217;è stata una lunga fase in cui si leggeva il panico negli occhi degli addetti ai lavori quando si doveva ragionare di sfruttamento dei diritti, gestione dei contenuti e delle immagini in mancanza di regole certe.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è un mistero che anche oggi, grandi giornalisti sportivi abbiano ancora una certa difficoltà con la posta elettronica. Ho visto nella pallavolo molta più rapidità che in altri sport nel capire la qualità oltre alla maggiore velocità che il web e il giornalismo digitale potevano offrire. Non a caso oggi stanno fiorendo  numerosi blog dedicati a questo sport che fino a qualche anno fa non esistevano e noto una curiosità:  i grandi gruppi editoriali ancora oggi dimostrano di avere non poche diffocoltà a gestire i blog dei loro stessi giornalisti presenti sulle loro piattaforme on line; perchè, a mio avviso, sono un oggetto strano, difficilmente collocabile e classificabile, e noto che solo ora gli stessi editori mainstream stanno cercando di dare loro una collocazione più organica rispetto all&#8217;impaginazione dei media on line.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tramite questi nuovi spazi editoriali anche sport cosiddetti &#8220;minori&#8221;, come il nostro, riescono a veder realizzate e in tempi strettissimi  proposte editoriali che un tempo venivano regolarmente bocciate nelle riunioni di redazione del mattino dei quotidiani. E&#8217; anche un modo, a parer mio, per gli stessi giornalisti di riappropriarsi in qualche modo del proprio ruolo. Il fatto di poter avere un altro supporto dove far uscire le notizie,  aiuta tantissimo,  e permette di scrivere tante bellissime storie che non troverebbero posto per ragioni di spazio in un giornale.</p>
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<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/assets/Volley2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11874" title="Volley2" src="http://www.lsdi.it/assets/Volley2-300x105.gif" alt="" width="300" height="105" /></a>Quale credi che sia il potere del web?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; La grande domanda è quanto filtro possono e devono fare i giornalisti professionisti alle informazioni diffuse on line per fare in modo che in rete circolino dati attendibili e verificati e non &#8220;fuffa&#8221; incontrollabile. E&#8217; necessario insistere sulla qualità di quello che si fa. La prossima battaglia sarà sui numeri, come si è battagliato per anni su auditel, audiradio e audipress, ora è giunto il momento di confrontarsi sull&#8217;affidabilità di google analytics rispetto ad altri strumenti similari. Adesso, grazie alla rete, c&#8217;è talmente tanto materiale diffuso che si corre il rischio  di avere un&#8217;immensa quantità di dati fruibili ma non accessibili perchè non raggiungibili o consultabili da tutti.  Quando tutti comunicano tutto, il caos è a portata di mano.  Servono professionisti capaci e preparati che scovino le notizie e le pubblichino ma anche che indirizzino gli appassionati verso luoghi &#8220;digitali&#8221; affidabili cui poter fare  riferimento. Saranno i numeri a fare la differenza come sempre, ma la professionalità giocherà un ruolo importante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giornalismo digitale e sport dunque in grande sintonia,  e per gli esperti di comunicazione quali sono i modi per sfruttare al meglio questo connubio?</strong></p>
<p>F.R. Mi viene in mente proprio in questi giorni in cui la Penisola è flagellata dal maltempo che ha penalizzato parecchio anche gli eventi sportivi, la scelta fatta dal nostro amministratore delegato. Un tweet  per informare nel modo più rapido e capillare la stampa specializzata e i tifosi che il nostro era l&#8217;unico sport, anzi meglio l&#8217;unica serie A, che, nonostante la neve, non aveva rinviato le proprie partite.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poi abbiamo replicato questo tweet in un comunicato stampa ufficiale in serata, ma l&#8217;informazione è arrivata molto prima e capillarmente in questo modo. Questo ad esempio è stato, a mio avviso, un corretto sfruttamento degli strumenti digitali.  Quando è arrivato il nostro tweet io mi trovavo a bordo campo a Modena ad una nostra partita e ho visto materialmente i giornalisti che hanno ricevuto &#8220;il cinguettio&#8221; rilanciare il comunicato attraverso le loro reti in tempo reale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro aspetto della progressiva digitalizzazione dei giornalisti sportivi va ricercato, secondo me, nella dotazione di strumenti in loro possesso oggi. Mi spiego meglio. Tutti i giornalisti del quotidiano sportivo più letto e diffuso del Paese, la Gazzetta dello Sport, sono provvisti di videocamera e non meno del 90 per cento dei giornalisti che seguono il nostro sport è parimenti equipaggiato. Questo trestimonia in modo inequivocabile, a mio avviso,  una evoluzione precisa e specifica del mestiere giornalistico verso i contenuti digitali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro esempio di forte commistione degli ambiti digitale con quelli sportivi arriva dall&#8217;analisi del regolamento olimpico per la diffusione delle notizie. Regolamento in cui da almeno 2 edizioni, dunque non meno di 8 anni, hanno fatto la loro apparizione norme specifiche sulla divulgazione delle notizie da parte di blog e bloggers, siano essi gestiti da professionisti dell&#8217;informazione o dagli stessi atleti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E i social network?</strong></p>
<p>F.R. &#8211; Siamo stati un poco lenti, come Lega Pallavolo di Serie A, ma il motivo per cui ci siamo avvicinati tardi ai media sociali è costituito dal fatto che non volevamo metterci in competizione e neppure intralciare lo splendido lavoro intrapreso sui network sociali da molti dei nostri club sportivi, anche perchè noi in quanto  Lega siamo un consorzio di club, quindi lavoriamo espressamente per le trenta società che compongono la serie A di pallavolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non volevamo che si creasse un filone di fan della Lega Pallavolo ovvero del campionato nazionale in alternativa o peggio in contrapposizione a quello delle squadre di club. Anche la nostra attività su twitter è  circoscritta e limitata a pochi interventi e  commenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Preferiamo continuare a lavorare in aree web più istituzionalizzate e rodate come il nostro sito, che per fortuna è molto seguito, e lì postare interventi e commenti più articolati. A proposito di web e pallavolo vorrei ricordarti che già nel 1995 una delle nostre squadre più rappresentative, la Sisley Treviso, creò un vero e proprio portale già nel 1995 che si chiamava The Mall, sviluppato dal Benetton Group, e la Sisley ne faceva parte. The Mall fu uno dei primi interventi on line di una squadra di sport italiana.</p>
<p>Io credo che i confini siano ancora da tracciare. Attualmente siamo ancora in una fase di strano Eden in cui c&#8217;è di tutto e di più e arriveremo a un momento in cui inevitabilmente dovremo fare un piccolo passo indietro, creando nuovi e più efficienti filtri, cercando di dare un po&#8217; di ordine  alla enorme quantità di informazioni che circola on line.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217; è la bellezza di aver potuto sdoganare il mondo dell&#8217; informazione in ambito sportivo grazie agli strumenti digitali. C&#8217;è la bellezza di poter comunicare in maniera estremamente rapida indirizzando le informazioni in modo preciso cosa che per uno sport come il nostro dove le azioni durano  3 secondi e mezzo non era possibile fare con altri strumenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stanno nascendo fra i tifosi piattaforme di twitting  in tempo reale delle nostre partite in cui gli appassionati commentano punto a punto il nostro sport.</p>
<p>La prossima frontiera sarà quella di creare un osservatorio un po&#8217; più attento a quello che succede on line perchè attualmente tutti possono fare tutto e,  inevitabilmente, qualcuno dovrà intervenire a fare un poco d&#8217;ordine, non certo l&#8217;elenco dei buoni e dei cattivi, ma a distiguere con precisione l&#8217;informazione sportiva dal commento dell&#8217;amatore o del tifoso. Forse la professione giornalistica declinata ed esercitata in ambito digitale potrebbe essere uno degli strumenti da utilizzare per mettere ordine nel mare magno del web, senza per questo limitare in alcun modo l&#8217; uso e l&#8217; accesso alla rete da parte degli utenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Data journalism awards, i ‘’pulitzer’ per il giornalismo dei dati</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Data-Driven-Journalism.jpg"></a>Un ‘’Pulitzer’’ per il giornalismo dei dati. E’ il  <a href="http://datajournalismawards.org/" target="_blank"><strong>Data journalism awards</strong></a>, un concorso – racconta Guido Romeo su <a href="http://daily.wired.it/news/media/2012/01/27/premio-data-journalism-award-13756.html ">wired.it  </a>- lanciato dal <a href="http://www.globaleditorsnetwork.org/" target="_blank">Global Editors Network</a>, la rete che raccoglie direttori e giornalisti delle maggiori testate di tutto il mondo, con il supporto di Google e in collaborazione con lo <a href="http://www.ejc.net/" target="_blank">European journalism center</a>.</p>
<p>La competizione, di cui <strong>Wired Italia</strong> è media partner, premierà i sei migliori lavori provenienti con diverse borse, per un totale di <strong>45mila euro, </strong>e punta a diffondere le migliori pratiche di giornalismo dei dati dimostrando il valore di questo approccio,  nel quale si intrecciano fiuto giornalistico, savoir faire, innovazione tecnologica e capacità di analisi di grandi masse di dati.</p>
<p>La giuria è presieduta da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Steiger" target="_blank">Paul Steiger</a>, per 16 anni direttore del Wall Street Journal e dal 2008 a capo della testata non profit <a href="http://www.propublica.org/" target="_blank">ProPublica</a>, ed è composta da professionisti provenienti da alcune delle più importanti testate mondiali, tra cui il  New York Times, Reuters, e Les Echos.</p>
<p>&#8220;Come giornalisti stiamo utilizzando sempre più massicciamente dati numerici e banche date per produrre informazione ‘’, spiega Steiger, che con ProPublica ha fortemente investito nel datajournalism.</p>
<p>Attraverso il sito dei <a href="http://datajournalismawards.org/" target="_blank"><strong>Data journalism awards</strong></a> -, i concorrenti possono proporre fino al prossimo 10 aprile i loro lavori (pubblicati o]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Data-Driven-Journalism.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11765" title="Data-Driven-Journalism" src="http://www.lsdi.it/assets/Data-Driven-Journalism.jpg" alt="" width="240" height="208" /></a>Un ‘’Pulitzer’’ per il giornalismo dei dati. E’ il  <a href="http://datajournalismawards.org/" target="_blank"><strong>Data journalism awards</strong></a>, un concorso – racconta Guido Romeo su <a href="http://daily.wired.it/news/media/2012/01/27/premio-data-journalism-award-13756.html ">wired.it  </a>- lanciato dal <a href="http://www.globaleditorsnetwork.org/" target="_blank">Global Editors Network</a>, la rete che raccoglie direttori e giornalisti delle maggiori testate di tutto il mondo, con il supporto di Google e in collaborazione con lo <a href="http://www.ejc.net/" target="_blank">European journalism center</a>.</p>
<p><span id="more-11762"></span>La competizione, di cui <strong>Wired Italia</strong> è media partner, premierà i sei migliori lavori provenienti con diverse borse, per un totale di <strong>45mila euro, </strong>e punta a diffondere le migliori pratiche di giornalismo dei dati dimostrando il valore di questo approccio,  nel quale si intrecciano fiuto giornalistico, savoir faire, innovazione tecnologica e capacità di analisi di grandi masse di dati.</p>
<p>La giuria è presieduta da <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Paul_Steiger" target="_blank">Paul Steiger</a>, per 16 anni direttore del <em>Wall Street Journal</em> e dal 2008 a capo della testata non profit <a href="http://www.propublica.org/" target="_blank">ProPublica</a>, ed è composta da professionisti provenienti da alcune delle più importanti testate mondiali, tra cui il  <em>New York Times</em>, <em>Reuters</em>, e <em>Les Echos</em>.</p>
<p><em>&#8220;Come giornalisti stiamo utilizzando sempre più massicciamente dati numerici e banche date per produrre informazione</em> ‘’, spiega Steiger, che con ProPublica ha fortemente investito nel datajournalism.</p>
<p>Attraverso il sito dei <a href="http://datajournalismawards.org/" target="_blank"><strong>Data journalism awards</strong></a> -, i concorrenti possono proporre fino al prossimo 10 aprile i loro lavori (pubblicati o mandati in onda tra l&#8217;11 aprile 2011 e il 10 aprile 2012), in tre categorie distinte: <strong>giornalismo investigativo</strong> basato sui dati; <strong>visualizzazioni e storytelling</strong>; <strong>applicazioni </strong>basate sui dati.</p>
<p>I vincitori saranno premiati a Parigi tra il 30 maggio e l&#8217; 1 giugno durante il  <a href="http://www.news-worldsummit.org/" target="_blank">News World Summit</a>.</p>
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		<title>Ruskoff: come restare umani nell’ era del web</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/ruskoff-come-restare-umani-nell-era-del-web/</link>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 13:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
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		<category><![CDATA[media]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Programma.jpg"></a></p>
<p><strong>‘’Programma o sarai programmato. Dieci istruzioni per sopravvivere all&#8217;era digitale’’</strong><strong>. </strong></p>
<p>E’ il titolo &#8211; e il consiglio &#8211; di un Manuale elaborato da Douglas Rushkoff, uno dei più importanti teorici dei  media,  autore di una decina di libri &#8211; tra i quali &#8220;<a href="http://www.amazon.com/s?ie=UTF8&#38;keywords=B000GG4K68&#38;tag=postmediacontemp&#38;index=books&#38;Search=Go%21&#38;link_code=qs" target="_blank">Coercion</a>&#8221; (Marshall Mcluhan Award nel 2000 come miglior libro sui media) - che è stato appena pubblicato in Italia da<strong> Postmedia (</strong>128 pp., 10 illustrazioni),  con la traduzione e un intervento di<strong> Bernardo Parrella.</strong></p>
<p>Rushkoff – spiega una nota editoriale &#8211; comincia dal punto in cui aveva finito Marshall McLuhan, aiutando i lettori a riconoscere la programmazione come la nuova alfabetizzazione dell&#8217; era digitale, un modello attraverso il quale vedere oltre le convenzioni sociali e le strutture di potere che ci hanno tormentato per secoli.</p>
<p>
Il problema vero è: sappiamo gestire la tecnologia o è lei a stabilire cosa facciamo? Per Douglas Rushkoff è necessario scegliere la prima ipotesi &#8220;per avere accesso al pannello di controllo della civiltà&#8221;.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Il saggio è articolato in 10 capitoli. Dieci comandamenti utili sia ai ciber-entusiasti sia ai tecnofobi per navigare nel nuovo universo della comunicazione. Dopo aver lavorato come consulente per decine di aziende, Douglas Rushkoff è diventato una figura di culto della controcultura statunitense (frequenti le sue apparizioni nei talk show e le incursioni di documentari video dei suoi fan su YouTube): viene considerato tra i più importanti teorici dei media; studia (insegna e documenta) psicologia e antropologia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Programma.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11340" title="Programma" src="http://www.lsdi.it/assets/Programma.jpg" alt="" width="220" height="302" /></a></p>
<p><strong><em>‘’Programma o sarai programmato. Dieci istruzioni per sopravvivere all&#8217;era digitale’’</em></strong><strong>. </strong></p>
<p>E’ il titolo &#8211; e il consiglio &#8211; di un Manuale elaborato da <em>Douglas Rushkoff, </em>uno dei più importanti teorici dei  media,  autore di una decina di libri &#8211; tra i quali &#8220;<a href="http://www.amazon.com/s?ie=UTF8&amp;keywords=B000GG4K68&amp;tag=postmediacontemp&amp;index=books&amp;Search=Go%21&amp;link_code=qs" target="_blank">Coercion</a>&#8221; (Marshall Mcluhan Award nel 2000 come miglior libro sui media)<em> -</em> che è stato appena pubblicato in Italia da<strong> Postmedia (</strong>128 pp., 10 illustrazioni),  con la traduzione e un intervento di<strong> Bernardo Parrella.<span id="more-11337"></span></strong></p>
<p>Rushkoff – spiega una nota editoriale &#8211; comincia dal punto in cui aveva finito Marshall McLuhan, aiutando i lettori a riconoscere la programmazione come la nuova alfabetizzazione dell&#8217; era digitale, un modello attraverso il quale vedere oltre le convenzioni sociali e le strutture di potere che ci hanno tormentato per secoli.</p>
<p><em><br />
</em>Il problema vero è: sappiamo gestire la tecnologia o è lei a stabilire cosa facciamo? Per Douglas Rushkoff è necessario scegliere la prima ipotesi &#8220;per avere accesso al pannello di controllo della civiltà&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il saggio è articolato in 10 capitoli. Dieci comandamenti utili sia ai ciber-entusiasti sia ai tecnofobi per navigare nel nuovo universo della comunicazione. Dopo aver lavorato come consulente per decine di aziende, Douglas Rushkoff è diventato una figura di culto della controcultura statunitense (frequenti le sue apparizioni nei talk show e le incursioni di documentari video dei suoi fan su YouTube): viene considerato tra i più importanti teorici dei media; studia (insegna e documenta) psicologia e antropologia dei media, il modo in cui la gente, le culture e le istituzioni condividono e trasmettono i propri valori, il modo in cui bisogna operare dall&#8217;interno della cultura digitale senza soffrire le transizioni causate dai nuovi media, quelle che secondo lui hanno messo in &#8220;survival mode&#8221; buona parte delle aziende esistenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>‘’Internet – </em>spiega Rushkoff<em> &#8211; non è mai stata veramente libera, decentralizzata o caotica. Certo, venne programmata con molti nodi e ridondanze per poter resistere agli attacchi nucleari, ma è stata sempre e assolutamente sotto il diretto controllo delle autorità centrali. … Non si tratta certo di demoralizzare nessuno né di minimizzare le potenzialità del ‘fare network’. Voglio soltanto smitizzare l’idea fantasiosa per cui Internet sia qualcosa di incontrollabile, decentralizzato, libero e gratuito per tutti – in modo da consentire a tutti noi di procedere a creare qualcos’altro di diverso dall’attuale’’.</em></p>
<p><em> </em><em><br />
</em>Pessimismo galoppante? No, tutt’altro – commenta Parrella in un suo intervento -. Piuttosto un’incitazione a smascherare ogni illusione e a darci da fare in prima persona per cambiare la situazione. Un appello in sintonia con le stesse incursioni di WikiLeaks, che hanno dato linfa a una nutrita schiera di attivisti a sostegno della democrazia (con la d minuscola) e della trasparenza, oggi più che mai impegnati a rendere più aperte e responsabili le istituzioni governative e le corporation del pianeta, ricorrendo a strumenti e metodi inediti basati sulle tecnologie mobili e digitali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong><em>Ogni mezzo di comunicazione e ogni tecnologia – </em>rileva Rushkoff nell’ introduzione<em> &#8211; racchiude in sé degli orientamenti particolari. È vero che a uccidere non sono le pistole, bensì gli individui; però le pistole rappresentano una tecnologia con maggiori inclinazioni a uccidere qualcuno rispetto, per dirne una, alla radio-sveglia. La televisione suggerisce di sedersi sul divano per guardarla. Le automobili rivelano una propensione verso il movimento, l&#8217;individualismo e la vita nei quartieri residenziali. La cultura orale porta a comunicare sempre di persona, mentre quella scritta rivela un&#8217;inclinazione verso comunicazioni tra individui lontani tra loro nel tempo e nello spazio. La fotografia tradizionale e le sue costose procedure tecniche suggerivano una certa carenza, di mezzi, mentre la fotografia digitale è incline alla distribuzione immediata e diffusa. Oggi certe macchine fotografiche ci consentono perfino di caricare automaticamente le foto sul web, trasformando il clic dell&#8217;obiettivo in un gesto di editoria globale. </em></p>
<p><em><br />
</em><em>Per la maggioranza di noi, tuttavia, quel &#8220;clic&#8221; sembra rimasto lo stesso, pur se i risultati sono assai diversi. Non riusciamo a percepire questa diversità delle varie inclinazioni passando da una tecnologia all&#8217;altra, o da un compito all&#8217;altro. Scrivere una email non è l&#8217;equivalente di comporre una lettera, e inserire un messaggio su un social network non corrisponde a inviare una email. Non soltanto ciascuna di queste azioni porta a risultati differenti, ma ci richiede anche un quadro mentale e un approccio diversi tra loro. Così come pensiamo e ci comportiamo in maniera diversa in situazioni discordanti, analogamente pensiamo e ci comportiamo in maniera diversa quando usiamo tecnologie differenti tra loro. </em><em></em></p>
<p><em><br />
</em><em>Soltanto comprendendo appieno le inclinazioni insite nei mezzi di comunicazione tramite cui ci relazioniamo al mondo potremo renderci conto della differenza tra quel che intendiamo fare e quel che invece le macchine vorrebbero farci fare, prescindendo dal fatto che queste ultime o chi le ha programmate ne siano consapevoli.</em></p>
<p><em> </em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Giornalismo dei dati: una infografia teatrale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/giornalismo-dei-dati-una-infografia-teatrale/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 22:18:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
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		<category><![CDATA[visualizzazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Armi1.jpg"></a>Il data journalism, il giornalismo dei dati,  può passare anche attraverso la performance teatrale. L’ esperimento è di Isacco Chiaf, che ha realizzato in uno spazio tipicamente teatrale una visualizzazione di un argomento delicato e complesso come il commercio delle armi, di cui l’ Italia è uno dei principali protagonisti a livello mondiale.

Si tratta di una vera ‘’performance infografica’’ (come lui stesso la definisce) che spiega, tramite immagini e luci, i ruolo di primo piano del nostro paese.</p>
<p>Una sorta di ‘’spettacolo’’ giornalistico-teatrale, che ha per titolo &#8220;Made in Italy (behind the scene)&#8221; di cui si può vedere qui sotto un video di una dozzina di minuti tratto dal blog <a href="http://lightweapon.wordpress.com/">Lightweapon.wordpress.com</a>.</p>
<p>E’ un filmato un po’ sporco’’, come spiega lo stesso autore, che sta lavorando comunque a un nuovo video, girato a Milano, e più pulito.</p>
<p>&#160;</p>
<p style="padding-left: 30px;">Made in Italy (behind the scene) – spiega il blog -  è una performance che si sviluppa in 6 atti per raccontare il retroscena della manifattura italiana. Il tema trattato è la produzione di armi in Italia, attraverso un´analisi della ditta Beretta, una mappatura dei paesi di esportazione e dati riguardanti le relazioni tra questa industria e la politica italiana. Il luogo di esposizione assume le sembianze di un vecchio ripostiglio, per evidenziare quanto questo tema sia rimasto troppo a lungo nel dimenticatoio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Armi1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11303" title="Armi1" src="http://www.lsdi.it/assets/Armi1-300x288.jpg" alt="" width="300" height="288" /></a>Il data journalism, il giornalismo dei dati,  può passare anche attraverso la performance teatrale. L’ esperimento è di Isacco Chiaf, che ha realizzato in uno spazio tipicamente teatrale una visualizzazione di un argomento delicato e complesso come il commercio delle armi, di cui l’ Italia è uno dei principali protagonisti a livello mondiale.<br />
<span id="more-11300"></span><br />
Si tratta di una vera ‘’performance infografica’’ (come lui stesso la definisce) che spiega, tramite immagini e luci, i ruolo di primo piano del nostro paese.</p>
<p>Una sorta di ‘’spettacolo’’ giornalistico-teatrale, che ha per titolo &#8220;<em>Made in Italy (behind the scene)</em>&#8221; di cui si può vedere qui sotto un video di una dozzina di minuti tratto dal blog <a href="http://lightweapon.wordpress.com/">Lightweapon.wordpress.com</a>.</p>
<p>E’ un filmato un po’ sporco’’, come spiega lo stesso autore, che sta lavorando comunque a un nuovo video, girato a Milano, e più pulito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Made in Italy (behind the scene)</em> – spiega il blog -  è una performance che si sviluppa in 6 atti per raccontare il retroscena della manifattura italiana. Il tema trattato è la produzione di armi in Italia, attraverso un´analisi della ditta Beretta, una mappatura dei paesi di esportazione e dati riguardanti le relazioni tra questa industria e la politica italiana. Il luogo di esposizione assume le sembianze di un vecchio ripostiglio, per evidenziare quanto questo tema sia rimasto troppo a lungo nel dimenticatoio dell´informazione italiana.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Il progetto mira ad informare, attraverso marchingegni teatrali che prendono forma e significato davanti agli occhi del pubblico. Quello che inizialmente sembra un luogo di ammasso casuale di oggetti, si trasforma in una visualizzazione animata dove dati, parole, suoni e oggetti, interagiscono affinché l´attenzione dello spettatore sia sollecitata su più livelli.</p>
<p> <strong> </strong></p>
<p><strong>Isacco Chiaf ha 24 anni e si è d</strong>a poco laureato alla triennale di Design e Arte presso la Libera Università di Bolzano. ‘’Non sono un giornalista ma un Grafico – racconta -, e mi interesso di tematiche sociali e di visualizzazione di dati’’. Ma per questo progetto si è appoggiato a giornalisti italiani che lavorano a fianco  della rete disarmo (tutti i dati utilizzati, per chi sia interessato, si possono trovare qui:<a href="http://www.archiviodisarmo.it/"> http://www.archiviodisarmo.it/</a>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe width="400" height="225" frameborder="0" src="http://player.vimeo.com/video/29038967?title=0&amp;byline=0&amp;portrait=0"></iframe></p>
<p><a href="http://vimeo.com/29038967">Made in Italy (behind the scene)</a> from <a href="http://vimeo.com/user4412737">Is.cco</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Festival di Perugia 2012: proposte per il Journalism Lab</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/festival-di-perugia-2012-proposte-per-il-journalism-lab/</link>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 08:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Perugia.jpg"></a>Anche quest&#8217; anno al <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/" target="_blank">Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia</a> si terrà il Journalism Lab: un contenitore fisico e concettuale di persone, eventi ed incontri legati al mondo del giornalismo digitale, dei nuovi media, delle scuole di giornalismo, del citizen journalism, dei giornali universitari, delle webradio, delle webtv, di internet e del web 2.0.</p>
<p>In pratica di tutto quello che si muove di innovativo e in corso d&#8217;opera nel giornalismo.</p>
<p>In questi anni abbiamo toccato molti temi, incontrato molti amici ed oramai costruito una piccola comunità che auto alimenta con idee e proposte la progettazione del Journalism Lab successivo. Il piccolo tentativo di fare un laboratorio di idee e di persone sta riuscendo a realizzare il suo obiettivo dato che nel Lab sono nati progetti che stanno funzionando.</p>
<p>Quest&#8217; anno sarà Lsdi a occuparsi dell&#8217; organizzazione degli eventi, con il tradizionale coordinamento di <a href="http://www.pasteris.it/blog/" target="_blank">Vittorio Pasteris</a>. L&#8217;obiettivo è di realizzare degli incontri, workshop, approfondimenti più agili, con maggiore spazio per il contributo del pubblico, con tentativi di approfondire praticamente i temi per fornire strumenti operativi.</p>
<p>Dato che il Festival si svolgerà a fine aprile, dal 25 al 29, stiamo iniziando a tirare le somme di proposte ed idee per realizzare il programma. Se avete delle proposte da fornirci potete annotarle nel <a href="http://journalismlab.wikispaces.com/" target="_blank">Wiki dedicato</a>.</p>
<p>In ogni caso segnatevi le date]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Perugia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11262" title="Perugia" src="http://www.lsdi.it/assets/Perugia.jpg" alt="" width="116" height="128" /></a>Anche quest&#8217; anno al <a href="http://www.festivaldelgiornalismo.com/" target="_blank">Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia</a> si terrà il Journalism Lab: un contenitore fisico e concettuale di persone, eventi ed incontri legati al mondo del giornalismo digitale, dei nuovi media, delle scuole di giornalismo, del citizen journalism, dei giornali universitari, delle webradio, delle webtv, di internet e del web 2.0.</p>
<p>In pratica di tutto quello che si muove di innovativo e in corso d&#8217;opera nel giornalismo.</p>
<p>In questi anni abbiamo toccato molti temi, incontrato molti amici ed oramai costruito una piccola comunità che auto alimenta con idee e proposte la progettazione del Journalism Lab successivo. Il piccolo tentativo di fare un laboratorio di idee e di persone sta riuscendo a realizzare il suo obiettivo dato che nel Lab sono nati progetti che stanno funzionando.<span id="more-11253"></span></p>
<p>Quest&#8217; anno sarà Lsdi a occuparsi dell&#8217; organizzazione degli eventi, con il tradizionale coordinamento di <a href="http://www.pasteris.it/blog/" target="_blank">Vittorio Pasteris</a>. L&#8217;obiettivo è di realizzare degli incontri, workshop, approfondimenti più agili, con maggiore spazio per il contributo del pubblico, con tentativi di approfondire praticamente i temi per fornire strumenti operativi.</p>
<p>Dato che il Festival si svolgerà a fine aprile, dal 25 al 29, stiamo iniziando a tirare le somme di proposte ed idee per realizzare il programma. Se avete delle proposte da fornirci potete annotarle nel <a href="http://journalismlab.wikispaces.com/" target="_blank">Wiki dedicato</a>.</p>
<p>In ogni caso segnatevi le date del Festival per incontrarci a Perugia.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Giornalismo dei dati: la Macchina del Fungo lancia I(n)stat View</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 14:34:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[mappe]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/2012/giornalismo-dei-dati-la-macchina-del-fungo-lancia-instat-view/instat-300x108/" rel="attachment wp-att-11156"></a>Il sito  raccoglierà una serie di mappe realizzate sulla base dei dati raccolti dall’ Istat, il nostro istituto di statistica.
L’ ultima è una mappa sulla popolazione italiana, che si aggiunge a quelle sui reati denunciati  e sulla disoccupazione in Italia e a cui presto si aggiungerà una carta sugli incidenti stradali</p>
<p>&#8212;-</p>
<p>L’ ultima è una mappa sulla popolazione italiana, che si aggiunge a quelle sui reati denunciati  e sulla disoccupazione in Italia e a cui presto si aggiungerà una carta sugli incidenti stradali.</p>
<p>Il sito che le raccoglie si chiama <a href="http://www.lamacchinadelfungo.com/instatview/"><strong>&#8220;I(n)stat View&#8221;</strong></a> e punta a presentare le statistiche fornite dall&#8217;Istat attraverso numeri e tabelle, trasformando così la grande massa di dati del nostro istituto di statistica in  un&#8217; informazione visuale più espressiva, interattiva e di più intuitiva consultazione.</p>
<p>Il progetto &#8211; sviluppato con strumenti gratuiti e Open Data e rilasciato con licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – è stato messo a punto da ‘’La Macchina del Fungo’’, un laboratorio di idee, progetti e provocazioni giornalistiche curate da <a href="http://www.mauromunafo.it/">Mauro Munafò</a>.</p>
<p>Il progetto è assolutamente aperto.</p>
<p>Una pagina è dedicata all’ <a href="http://www.lamacchinadelfungo.com/instatview/dati/">aggiornamento dei dati</a>: qui verranno nel tempo raccolte le fonti dei dati utilizzati per realizzare le mappe e, per facilitare il lavoro di chi volesse cimentarsi in prima persona nella produzione di altre visualizzazioni, verranno inserite sia le fonti originali,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/2012/giornalismo-dei-dati-la-macchina-del-fungo-lancia-instat-view/instat-300x108/" rel="attachment wp-att-11156"><img class="alignleft size-full wp-image-11156" title="Instat-300x108" src="http://www.lsdi.it/assets/Instat-300x108.jpg" alt="" height="130" /></a><em>Il sito  raccoglierà una serie di mappe realizzate sulla base dei dati raccolti dall’ Istat, il nostro istituto di statistica.<br />
L’ ultima è una mappa sulla popolazione italiana, che si aggiunge a quelle sui reati denunciati  e sulla disoccupazione in Italia e a cui presto si aggiungerà una carta sugli incidenti stradali</em><span id="more-10852"></span></p>
<p>&#8212;-</p>
<p>L’ ultima è una mappa sulla popolazione italiana, che si aggiunge a quelle sui reati denunciati  e sulla disoccupazione in Italia e a cui presto si aggiungerà una carta sugli incidenti stradali.</p>
<p>Il sito che le raccoglie si chiama <a href="http://www.lamacchinadelfungo.com/instatview/"><strong>&#8220;I(n)stat View&#8221;</strong></a> e punta a presentare le statistiche fornite dall&#8217;Istat attraverso numeri e tabelle, trasformando così la grande massa di dati del nostro istituto di statistica in  un&#8217; informazione visuale più espressiva, interattiva e di più intuitiva consultazione.</p>
<p>Il progetto &#8211; sviluppato con strumenti gratuiti e Open Data e rilasciato con licenza Creative Commons 3.0 Attribuzione – è stato messo a punto da ‘’La Macchina del Fungo’’, un laboratorio di idee, progetti e provocazioni giornalistiche curate da <a href="http://www.mauromunafo.it/">Mauro Munafò</a>.</p>
<p>Il progetto è assolutamente aperto.</p>
<p>Una pagina è dedicata all’ <a href="http://www.lamacchinadelfungo.com/instatview/dati/">aggiornamento dei dati</a>: qui verranno nel tempo raccolte le fonti dei dati utilizzati per realizzare le mappe e, per facilitare il lavoro di chi volesse cimentarsi in prima persona nella produzione di altre visualizzazioni, verranno inserite sia le fonti originali, sia i dataset “lavorati” per poter generare le diverse visualizzazioni.</p>
<div style="padding-left: 1px; width: 1px; margin-right: 0pt;"></div>
]]></content:encoded>
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		<title>L’  Efe vieta ai suoi redattori di pubblicare notizie su Twitter</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/l-efe-vieta-ai-suoi-redattori-di-pubblicare-notizie-su-twitter/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/l-efe-vieta-ai-suoi-redattori-di-pubblicare-notizie-su-twitter/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 05 Jan 2012 21:45:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
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		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
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		<category><![CDATA[vieta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Efe.jpg"></a></p>
<p>I giornalisti dell’ agenzia spagnola potranno chiedere degli account ufficiali (@efe+nome), in cui non potranno però esprimere opinioni, perché la testata non ha una sua ‘’linea ideologica’’ &#8211; Le notizie, impone l&#8217; azienda, potranno essere diffuse soltanto ‘’nelle varie piattaforme informative che l’ Agenzia riserva ai suoi clienti’’</p>
<p>L’ Agenzia spagnola EFE ha <a href="http://www.abc.es/gestordocumental/uploads/Sociedad/guiaefe.pdf" target="_blank">diffuso ai suoi giornalisti una guida</a> sull’ uso delle reti sociali, in cui si vieta di pubblicare notizie di prima mano.</p>
<p>Il documento, riportato da <a href="http://www.abc.es/20120104/medios-redes/abci-guia-twitter-201201041516.html" target="_blank">ABC.es,</a> sottolinea che le notizie verranno diffuse solo attraverso ‘’le varie piattaforme informative che l’ Agenzia riserva ai suoi clienti’’.</p>
<p>L’ obbiettivo fondamentale della guida – precisa il documento – è ‘’stabilire una chiara distinzione fra gli account personali degli addetti dell’ agenzia, che dovranno essere autorizzati per iscritto, e quelli personali, di cui saranno responsabili in maniera esclusiva i loro titolari’’.</p>
<p>Ogni giornalista dovrà chiedere l’ autorizzazione per aprire un account personale, a cui verrà assegnato un username del tipo: @<a href="http://twitter.com/EFEnombreapellido">EFEnome</a>. I redattori non potranno esprimere opinioni, dal momento che l’ agenzia non ha una sua ‘’linea ideologica’’.</p>
<p>Potranno raccontare aneddoti o retroscena delle notizie che hanno coperto. Ma dovranno fare attenzione a condividere link esterni all’ Efe.</p>
<p>(via <a href="http://www.clasesdeperiodismo.com/2012/01/04/efe-prohibe-a-sus-periodistas-lanzar-alertas-en-twitter">Clasesdeperiodismo.com</a>)</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Efe.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10764" title="Efe" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Efe.jpg" alt="" width="180" /></a></p>
<p><em>I giornalisti dell’ agenzia spagnola potranno chiedere degli account ufficiali (@efe+nome), in cui non potranno però esprimere opinioni, perché la testata non ha una sua ‘’linea ideologica’’ &#8211; Le notizie, impone l&#8217; azienda, potranno essere diffuse soltanto ‘’nelle varie piattaforme informative che l’ Agenzia riserva ai suoi clienti’’</em></p>
<p>L’ Agenzia spagnola EFE ha <a href="http://www.abc.es/gestordocumental/uploads/Sociedad/guiaefe.pdf" target="_blank">diffuso ai suoi giornalisti una guida</a> sull’ uso delle reti sociali, in cui si vieta di pubblicare notizie di prima mano.<span id="more-10763"></span></p>
<p>Il documento, riportato da <a href="http://www.abc.es/20120104/medios-redes/abci-guia-twitter-201201041516.html" target="_blank">ABC.es,</a> sottolinea che le notizie verranno diffuse solo attraverso ‘’le varie piattaforme informative che l’ Agenzia riserva ai suoi clienti’’.</p>
<p>L’ obbiettivo fondamentale della guida – precisa il documento – è ‘’stabilire una chiara distinzione fra gli account personali degli addetti dell’ agenzia, che dovranno essere autorizzati per iscritto, e quelli personali, di cui saranno responsabili in maniera esclusiva i loro titolari’’.</p>
<p>Ogni giornalista dovrà chiedere l’ autorizzazione per aprire un account personale, a cui verrà assegnato un username del tipo: @<a href="http://twitter.com/EFEnombreapellido">EFEnome</a>. I redattori non potranno esprimere opinioni, dal momento che l’ agenzia non ha una sua ‘’linea ideologica’’.</p>
<p>Potranno raccontare aneddoti o retroscena delle notizie che hanno coperto. Ma dovranno fare attenzione a condividere link esterni all’ Efe.</p>
<p>(via <a href="http://www.clasesdeperiodismo.com/2012/01/04/efe-prohibe-a-sus-periodistas-lanzar-alertas-en-twitter">Clasesdeperiodismo.com</a>)</p>
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		<title>L’ Huffington Post sbarcherà in altri 10  paesi nei prossimi due anni</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 13:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/HuffPo.gif"></a>Il responsabile dell’ espansione internazionale del sito annuncia al <strong>Financial Times</strong> che entro la fine del 2013 il blog americano dovrebbe toccare i 40 milioni di visitatori unici al mese, raddoppiando la cifra attuale – Come ha fatto in Francia con l<strong>eMonde</strong>, l’ HuffPo si allargherà appoggiandosi a quotidiani tradizionali nei vari paesi &#8211;  Un mix di contenuti premium, aggregazione e syndication che sembra funzionare molto bene </p>
<p></p>
<p>L’ Huffington Post punta a raddoppiare in due anni i suoi lettori attraverso degli accordi con giornali che stanno ancora combattendo per capire il web. Lo segnala il <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e04d1a74-2d8d-11e1-b985-00144feabdc0.html#axzz1iOrJB22B">Financial Times</a> in un articolo di Tim Bradshaw e David Gelles, secondo cui Jimmy Maymann, responsabile dell’ espansione internazionale del sito, prevede che esso potrebbe raggiungere alla fine del 2013 il tetto dei 40 milioni di visitatori unici al mese.</p>
<p>La testata  – rilevata da <a href="http://markets.ft.com/tearsheets/performance.asp?s=us:AOL">AOL</a> nel febbraio scorso <a title="FT: AOL to buy Huffington Post for $315m" href="http://www.ft.com/cms/s/0/b217946c-3285-11e0-b323-00144feabdc0.html">per 315 milioni di dollari</a> – si espanderà in altri 10 mercati durante il 2012 appoggiandosi a giornali dei vari paesi.</p>
<p>‘’Abbiamo dimostrato in questi cinque anni di essere stati in grado di costruire un nuovo tipo di piattaforma con cui siamo riusciti a superare il principale quotidiano Usa, il New York Times &#8211; ha spiegato Maymann -. Abbiamo un grande bagaglio di esperienza e di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/HuffPo.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10743" title="HuffPo" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/HuffPo-300x55.gif" alt="" width="300" height="55" /></a><em>Il responsabile dell’ espansione internazionale del sito annuncia al <strong>Financial Times</strong> che entro la fine del 2013 il blog americano dovrebbe toccare i 40 milioni di visitatori unici al mese, raddoppiando la cifra attuale – Come ha fatto in Francia con l<strong>eMonde</strong>, l’ HuffPo si allargherà appoggiandosi a quotidiani tradizionali nei vari paesi &#8211;  Un mix di contenuti premium, aggregazione e syndication che sembra funzionare molto bene </em></p>
<p><span id="more-10742"></span></p>
<p>L’ Huffington Post punta a raddoppiare in due anni i suoi lettori attraverso degli accordi con giornali che stanno ancora combattendo per capire il web. Lo segnala il <a href="http://www.ft.com/intl/cms/s/0/e04d1a74-2d8d-11e1-b985-00144feabdc0.html#axzz1iOrJB22B">Financial Times</a> in un articolo di Tim Bradshaw e David Gelles, secondo cui Jimmy Maymann, responsabile dell’ espansione internazionale del sito, prevede che esso potrebbe raggiungere alla fine del 2013 il tetto dei 40 milioni di visitatori unici al mese.</p>
<p>La testata  – rilevata da <a href="http://markets.ft.com/tearsheets/performance.asp?s=us:AOL">AOL</a> nel febbraio scorso <a title="FT: AOL to buy Huffington Post for $315m" href="http://www.ft.com/cms/s/0/b217946c-3285-11e0-b323-00144feabdc0.html">per 315 milioni di dollari</a> – si espanderà in altri 10 mercati durante il 2012 appoggiandosi a giornali dei vari paesi.</p>
<p><!--more-->‘’Abbiamo dimostrato in questi cinque anni di essere stati in grado di costruire un nuovo tipo di piattaforma con cui siamo riusciti a superare il principale quotidiano Usa, il New York Times &#8211; ha spiegato Maymann -. Abbiamo un grande bagaglio di esperienza e di conoscenza che ci consentirà di arrivare a 40 milioni di lettori unici al mese. Aol d’ altra parte sa molto bene come monetizzare l’ online, cosa che invece molti quotidiani tradizionale devono ancora imparare a fare’’.</p>
<p>Huffington Post ha lanciato nel corso del 2011 una edizione in UK e una in Canada e ora si appresta a lanciare, insieme a leMonde, una <a href="../2012/01/huffington-post-e-i-blogger/">versione francese</a>.</p>
<p>Secondo FT, l’ HuffPo è ‘’un elemento chiave della strategia del Ceo di AOL, Tim Armstrong, relativa alla ‘produzione di contenuti premium’ che abbia più appeal per gli inserzionisti, nonostante sia chiaro che in gran parte la testata riscrive o aggrega articoli prodotti da altre testate’’.</p>
<p>Per me, sostiene però Maymann, ‘’premium significa qualcosa a cui noi dedichiamo tempo, soldi ed energia e che diventa perciò originale. Se guardiamo all’ Huffongton Post, il 25% dei suoi contenuti sono originali, una buona parte è aggregazione e un altro po’proviene da syndication. Penso che ce la possiamo fare se il mix che ne viene fuori è fatto bene e riesce a coinvolgere i lettori’’.</p>
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		<title>L&#8217; Huffington Post e i blogger, la gauche accusata di sostenere gli ‘’sfuttatori’’</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/huffington-post-e-i-blogger/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/huffington-post-e-i-blogger/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2012 08:55:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Blogger-Sinclair1.jpg"></a><p class="wp-caption-text">Ann Sinclair, direttore editoriale di HuffPo-Francia</p>
<p> Mentre in Italia si discute se il 2012 segnerà la rinascita del blog, in Francia ci si chiede se il blogger sia un mestiere e se ci si possa vivere – I responsabili della edizione d’ oltralpe dell’ HuffPO, di area socialista, sono sotto accusa per aver accolto in pieno i principi dell’ economia della gratitudine che regola i rapporti fra la grande testata Usa e i blogger – Ma c’ è chi dice che le polemiche sono solo ipocrisia, visto che in Francia, da tempo, tutte le testate avrebbero con i blogger lo stesso comportamento – E intanto c’ è anche chi ritiene il blog un’ arte da coltivare senza dover per forza ‘’reclamare uno status giuridico o fare corporazione’’, uno spazio di libertà: Il blogger e l’ autore non sanno se un giorno guadagneranno dei soldi, ma sono liberi – Da noi Pier Luca Santoro chiede però di fare un po’ di <strong>luce sui blog</strong>, citando una campagna sponsorizzata da Enel e il vezzo di alcuni blogger di non segnalare affatto di che cosa si tratta: insomma non sarebbe male, come Santoro da qualche tempo sta sottolineando, procedere all’elaborazione condivisa di un codice di autodisciplina per chi fa informazione attraverso blog e social network </p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Blog e blogger tornano al centro della]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_10730" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Blogger-Sinclair1.jpg"><img class="size-medium wp-image-10730" title="Blogger-Sinclair" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Blogger-Sinclair1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Ann Sinclair, direttore editoriale di HuffPo-Francia</p></div>
<p><em> Mentre in Italia si discute se il 2012 segnerà la rinascita del blog, in Francia ci si chiede se il blogger sia un mestiere e se ci si possa vivere – I responsabili della edizione d’ oltralpe dell’ HuffPO, di area socialista, sono sotto accusa per aver accolto in pieno i principi dell’ economia della gratitudine che regola i rapporti fra la grande testata Usa e i blogger – Ma c’ è chi dice che le polemiche sono solo ipocrisia, visto che in Francia, da tempo, tutte le testate avrebbero con i blogger lo stesso comportamento – E intanto c’ è anche chi ritiene il blog un’ arte da coltivare senza dover per forza ‘’reclamare uno status giuridico o fare corporazione’’, uno spazio di libertà: Il blogger e l’ autore non sanno se un giorno guadagneranno dei soldi, ma sono liberi – Da noi Pier Luca Santoro chiede però di fare un po’ di <strong>luce sui blog</strong>, citando una campagna sponsorizzata da Enel e il vezzo di alcuni blogger di non segnalare affatto di che cosa si tratta: insomma non sarebbe male, come Santoro da qualche tempo sta sottolineando, procedere all’elaborazione condivisa di un codice di autodisciplina per chi fa informazione attraverso blog e social network </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Blog e blogger tornano al centro della scena.  Mentre in Italia <a href="http://it.blogbabel.com/discussioni-blogosfera/16956151/risorgimento-blog/">si discute di morte e rinascita del blog</a>, in Francia si chiedono se bloggare sia un’ arte oppure un mestiere di cui si possa vivere.</p>
<p>Insomma se e come andare oltre la cosiddetta ‘’economia della gratitudine’’, che domina i rapporti fra testate e blogger.</p>
<p>La domanda non è peregrina perché è imminente il varo di una <a href="../2011/08/arianna-huffington-alla-conquista-dell%E2%80%99-europa-ma-rischia-la-sconfitta/" target="_self">edizione francese</a> dell’ Huffington Post.</p>
<p>Ma anche la blogosfera italiana dovrebbe rizzare le antenne perché presto Arianna Huffington potrebbe sbarcare anche in Italia e bisognerà fare i conti con la politica ‘’retributiva’’ del colosso americano. Ma intanto, come segnala Pier Luca Santoro sul suo Giornalaio, sarebbe il caso di cominciare a fare un po’ di <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/12/29/fare-luce-sui-blog/">luce sui blog</a></p>
<p><strong><span id="more-10729"></span></strong></p>
<p><strong>La visibilità e le bollette del gas</strong></p>
<p>Ma torniamo alla Francia.</p>
<p>L’ Huffington Post, come si ricorderà, è accusato di sfruttare i blogger che scrivono per la testata senza ricevere un centesimo di dollaro – in cambio solo di un po’ di visibilità e di prestigio -  ma contribuendo in modo sostanzioso alla fortuna della casa madre.</p>
<p><a href="../2011/04/blogger-in-rivolta-contro-l-economia-della-gratitudine/">I blogger Usa hanno aperto una vertenza</a> dopo l’ acquisto della testata da parte di AOL, chiedendo almeno un po’ dei 315 milioni di dollari incassati da Arianna Huffington e soci. E in Francia, alla vigilia del lancio, la blogosfera è in fermento. Il dibattito tra l’ altro si tinge anche di sfumature politiche visto che questa volta è la gauche ad essere accusata di stare dalla parte dei sfruttatori.</p>
<p>Al centro della polemica Anne Sinclair (ex giornalista televisiva e madame Strauss-Kahn) e Mathieu Pigasse, uno dei nuovi editori di leMonde, incaricati di gestire sul piano editoriale e su quello finanziario l’ edizione francese del blog Usa. Entrambi di area socialista, sono accusati di aver assimilato pienamente la politica di sfruttamento dei blogger praticata dalla casa madre.</p>
<p><em><a href="http://www.observatoiredesmedias.com/2011/12/21/huffpost-pourquoi-la-gauche-soutient-elle-la-non-remuneration-des-blogueurs/">Perché la sinistra sostiene la non remunerazione dei blogger?</a></em> Si chiede Anthony Rivat sull’ Observatoire des medias, citando una <a href="http://www.rue89.com/2011/12/14/anne-sinclair-cherche-des-blogueurs-pour-le-huffington-post-francais-227516?sort_by=thread&amp;sort_order=ASC&amp;items_per_page=50&amp;page=1" target="_blank">mail inviata qualche giorno fa da Anne Sinclair</a> per reclutare i blogger.</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>« Questi contributi non saranno remunerati e saranno l’ equivalente delle column pubblicate da altri media. Ma noi assicureremo la maggiore visibilità possibile, almeno lo speso, alla forza d’ urto dell’ Huffington»</em>, scriveva la giornalista.</p>
<p>Ma gli internauti non l’ hanno presa bene.</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>« Né EDF (in nostro Enel, ndr), né France télécom vi abbonano le bollette per la vostra notorietà, anche se ne avete tanta »</em>, ha risposto ad esempio Pierre Serisier, giornalista e blogger per lemonde.fr.</p>
<p style="padding-left: 30px;">E <a href="http://gauchedecombat.wordpress.com/2011/12/14/arianna-recherche-60-souteneurs-la-gourmande/" target="_blank">Roland Pavot (GdeC), blogger indipendente</a>, lamenta che i suoi colleghi siano <em>« attirati dal loro orgoglio e dal loro bisogno di riconoscenza »</em>. Il suo principale rammarico, oltre allo <em>« sfruttamento delle competenze a fini di arricchimento »</em> del sito, è la perdita della libertà di espressione degli autori.</p>
<p> <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Express.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10735" title="Express" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Express-300x240.gif" alt="" width="300" height="240" /></a>Ma – replica <a href="http://blogs.lexpress.fr/nouvelleformule/2011/12/21/ah-bon-blogueur-cest-un-metier/#comment-3842538">Eric Mettout su l&#8217; Express</a>  – è curioso vedere Anthony Rivat meravigliarsi perché due personalità della sinistra francese, ‘’avversari del profitto delle multinazionali’’, siano stati incaricati di mettere in piedi questo ‘’sfruttamento delle competenze a fini di arricchimento del sito’’, quando <strong>in Francia lo fanno già tutti</strong>. E non da poco tempo.</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Ecco – spiega Mettout -: i blogger fanno bene a protestare, a trattare. Ma la cosa si complica quando  qualcuno mi vuole convincere che</p>
<p style="padding-left: 30px;">1) Anne Sinclair e Mathieu Pigasse prestino le loro competenze di sinistra (!) a una volgare operazione di destra, contribuendo alla pauperizzazione di un nuovo lumpenproletariat proveniente dalla blogosfera; e</p>
<p style="padding-left: 30px;">2) che tutto ciò sia non solo intollerabile, ma una assoluta novità. Come se in Francia i siti di informazione non accogliessero già senza compenso dei blogger, quasi sempre volontari e soprattutto maggiorenni, vaccinati, coscienti e consenzienti.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Lo fanno tutti – spiega Mettout -, a cominciare dal suo giornale, L’ Express. E – continua – succede a leMonde, all’ Obs, a Libération, al Figaro, a 20Minutes, oltre che al Post, a Rue89, e succederà sicuramente anche a <a href="../2011/12/newsring-il-sito-che-vuole-%E2%80%98%E2%80%99inventare-il-dibattito-su-internet%E2%80%99%E2%80%99/">NewsRing</a>. Peggio (meglio?), con <a href="http://leplus.nouvelobs.com/">le Plus</a>, <a href="http://blogs.lexpress.fr/nouvelleformule/2011/11/15/express-yourself-expressez-vous-la-tribu/">Express Yourself</a>, <a href="http://you.leparisien.fr/">You</a>… lo sfruttamento si estende ormai a tutti gli internauti, chiamati ad arricchire spontaneamente l’ offerta editoriale con un punto di vista che si spera sia differente –, ma sempre non pagato.</p>
<p style="padding-left: 30px;">  In entrambi i casi i termini del ‘’contratto’’ sono identici (e ben riassunti dalla mail della Sinclair riprodotta prima).</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Provate a sostituire Huffington Post con le testate che abbiamo citato e vedrete – continua Mettout &#8211; quali sono le relazioni che le legano ai blogger: loro scrivono, noi pubblichiamo, loro forniscono contenuti originali, noi mettiamo loro a disposizione la nostra vetrina, la nostra rete, la nostra ‘’forza de frappe’’. E’ tutto chiaro, non ci sono clausole nascoste o trabocchetti, nessuno frega nessuno e, una volta che loro hanno accettato di stare al gioco, le due parti dovrebbero essere contente – e lo sono, da noi per lo meno, sempre. Non è un braccio di ferro, nessuno obbliga nessuno e io occupo una posizione che mi permette di sapere bene che quando un blogger non è d’ accordo il ‘’contratto’’ non si fa.</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Certo, poi tutto evolve. E niente impedisce a un blogger di disconnettersi, di traslocare, di riprendere la sua indipendenza, di cercare di meglio altrove o.. di trattare (…).</p>
<p style="padding-left: 30px;">Solo un’ altra considerazione. Come si fa a difendere il mondo della gratuità o a sputare sulla legge Hadopi attaccando gli artisti nei loro soldi e nei loro diritti e nello stesso tempo a incenerire quelli che spingono la logica fino all’ estremo proponendo ai blogger di esprimersi ‘’liberamente’’, e ancora una volta in piena coscienza, sul loro sito?</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Lo dico seriamente: per me la rivoluzione Web – specialmente per noi giornalisti – ribolle proprio qui, in queste parole nuove, diverse, emancipate, provocanti, fascinose… che ci obbligano a considerare il nostro lavoro, l’ informazione, i nostri media, i nostri lettori, in maniera diversa.</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Ma sarebbe la stessa cosa se li pagassero! ribatteranno i miei contraddittori – convinti che facendo questo discorso io difenda il mio pezzo di lesso e quello della mia corporazione di privilegiati.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Io, invece, non  credo affatto che sia così – conclude Mettout -. E chiudo con un aneddoto: quando <a href="http://www.cfpj.com/ecole-de-journalisme/actualites/actualites/2011/affluence-record-pour-arianna-huffington-au-cfj.html">Arianna Huffington è venuta a fare il suo show a Parigi</a>, qualche settimana fa, ha scoperto a Parigi, durante la sua cena al CFJ (il Centro di formazione al giornalismo), che i siti di informazione giornalistica francesi ospitavano dei blogger non retribuiti, mentre negli Usa questo accade solo per i siti partecipativi come il suo. Se ho ben capito, i blogger del New York Times, per esempio, sono esclusivamente giornalisti e le opinioni graziosamente concesse vengono relegate nelle pagine dei columnist, i commentatori, esperti esterni e non pagati.</p>
<p align="center">*  *  *  *  *</p>
<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Crouzet.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10731" title="Crouzet" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Crouzet.jpg" alt="" width="160" height="202" /></a>Bloggare è un’ arte e sa di libertà   </strong></p>
<p>Ma allora, quello del blogger è un mestiere? Certo, <a href="http://blog.tcrouzet.com/2011/12/26/bloguer-art-de-vivre">commenta Thierry Crouzet</a> , anche se tutto dipende da che cosa si intende per mestiere. E’ come chiedersi se scrittore, pittore, scultore, musicista, genitore.. lo sia. E’ possibile in ciascuno di questi casi e in determinate condizioni guadagnare dei soldi.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Bloggare – secondo Crouzet, autore di diverse ricerche e analisi sulla media sfera -, dovrebbe essere vista come un’ arte canonica, in cui ci si immerge per caso e in cui potremo incontrare la fama e, perché no?, anche la ricchezza.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Bloggare è un mestiere nobile, a cui tutti gli altri mestieri dovrebbero somigliare. E’ un mestiere da post-schiavitù. Un mestiere di donne e uomini liberi di dire quello che pensano e di reagire alle sciocchezze professate dagli altri esseri umani morti o vivi, e di premunirsi contro le assurdità future.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Questa libertà passa per una casa propria, un luogo nello spazio digitale che ci appartiene pienamente. Quella libertà non impedisce di andarsene in giro in altri luoghi versando <a href="http://www.scoop.it/t/les-vases-communicants">vasi comunicanti in vasi comunicanti</a> oppure scivolando in palazzi riccamente illuminati. Dobbiamo preservare questa libertà, entrare e uscire senza dover firmare nessun contratto. Non abbassarci mai a reclamare uno status giuridico o fare corporazione. Non ci somigliamo. E’ la nostra forza.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Ma non dobbiamo, come fanno gli insetti sciocchi, precipitarci ciecamente verso lampade troppo incandescenti. Ho conosciuto dei blogger che hanno chiuso casa, o, anzi, l’ hanno distrutta, per lavorare in qualcuno di quei palazzi in cambio di salari irrisori. Rifiutiamo ci farlo. Guardiamo altrove restando noi stessi. E quando questo ‘altrove’ non ci piace non esitiamo a farlo saltare in aria come  <a href="http://sebmusset.blogspot.com/2011/12/chere-anne-sinclair.html">ha fatto meravigliosamente Seb Musset</a>.</p>
<p style="padding-left: 30px;">La differenza fra un blogger e un giornalista è grande quanto quella fra un autore e un giornalista. Il blogger e l’ autore non sanno se un giorno guadagneranno dei soldi, ma sono liberi. Bloggare comunque paga sempre, perché ci procura una potente sensazione di vita. E’ per questo che noi continuiamo e che questa forma di espressione persisterà, anche se delle aziende tentano di inglobare i blogger nel loro seno.</p>
<p align="center">*  *  *  *  *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Santoro.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10732" title="Santoro" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Santoro.jpg" alt="" width="225" height="224" /></a>Un po’ di luce sui blog</strong></p>
<p>E’ proprio quello che denuncia PierLuca Santoro, impegnato da qualche settimana a costruire un progetto che porti all’elaborazione condivisa di un codice di autodisciplina per chi fa informazione  attraverso blog e social network.</p>
<p>Santoro pensa che sarebbe il caso di fare un po’ di <a href="http://giornalaio.wordpress.com/2011/12/29/fare-luce-sui-blog/">luce sui blog</a>. E cita un’ operazione lanciata da Enel, un <a title="“Enel Blogger Award 2012&quot;" href="http://www.enelbloggeraward.com/" target="_blank">concorso</a> che premierebbe i migliori blogger, a sostegno della quale un’agenzia [non vi sarà difficile scoprire quale] ha lanciato una campagna di “sponsored conversation”, di blog che parlano del concorso.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Pare che stia funzionando visto che – ricostruisce Santoro &#8211; Google restituisce quasi un milione di <a title="Risultati ricerca enel+concorso blogger" href="http://www.google.it/search?q=enel%2Bconcorso+blogger&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a#q=enel%2Bconcorso+blogger&amp;hl=it&amp;safe=off&amp;client=firefox-a&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;tbm=blg&amp;ei=Bl78TpfUJciesAapy737Dw&amp;start=20&amp;sa=N&amp;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_cp.,cf.osb&amp;fp=801449ae953b46ba&amp;biw=1600&amp;bih=730" target="_blank">risultati</a> per “enel+concorso blogger” e addirittura oltre due milioni di <a title="Risultati ricerca concorso blogger awards" href="http://www.google.it/search?q=concorso+blogger+awards&amp;ie=utf-8&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a" target="_blank">risultati</a> per “concorso blogger awards”.  Un successo che, da informazioni raccolte dal sottoscritto, sarebbe dovuto al compenso di alcune decine di euro [pare si tratti di 60€]  che vengono dati dall’agenzia che opera in nome e per conto della nota impresa di energia; un elargizione davvero generosa che supera i compensi che spesso i giornalisti di professione ricevono per un pezzo originale che, by the way, lascia immaginare quanto costi al committente.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Approfondendo si viene a scoprire che non tutti segnalano la dicitura “articolo sponsorizzato”, come dovrebbe essere, al termine del post e da una verifica a campione ne ho trovati almeno tre che non si curano di avvertire il lettore che in buona sostanza si tratta di comunicazione pubblicitaria [<a title="Partecipa al concorso “Enel Blogger Award” e vinci un IPad2 3G" href="http://mandicau.blog.tiscali.it/2011/12/25/2814/?doing_wp_cron" target="_blank">1</a> - <a title="Imperdibile: Enel premia i migliori blog con un iPad2 3G" href="http://elegitto.blog.kataweb.it/2011/12/28/imperdibile-enel-premia-i-migliori-blog-con-un-ipad2-3g/" target="_blank">2</a> - <a title="17-01-12 – Concorso “Enel Blogger Award 2012”" href="http://www.tafter.it/2011/12/17/17-01-12-concorso-%E2%80%9Cenel-blogger-award-2012%E2%80%9D/" target="_blank">3</a>].</p>
<p style="padding-left: 30px;">C’è una questione di <a title="Evidence casts doubt on claimed 'Cheetah' death" href="http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5jyLJW2HslZGPBp7WSVv8sWwX0ZcA?docId=e3e4e0fc60d647f49dcfa2e5271e535f" target="_blank">correttezza</a> e di trasparenza, che è poi alla base dell’idea di codice di autodisciplina precitato, verso le persone che leggono i nostri blog, le nostre segnalazioni sui diversi social network, [quasi sempre] in buona fede condividono ulteriormente quanto proposto poichè hanno fiducia in noi. E’ ora di assumersi la giusta responsabilità personale che la concessione di fiducia da sempre implica.</p>
<p style="padding-left: 30px;">C’è in questo caso, anche, una questione di efficacia. Sia perchè, come <a title="Too much buzz" href="http://www.economist.com/node/21542154?fsrc=nlw%7Chig%7C12-28-2011%7Ceditors_highlights" target="_blank">spiega</a> oggi «The Economist», l’eccesso di rumore annulla il valore dell’informazione, che di merito rispetto ad apparire in spazi che, letteralmente, fanno <a title="Buon Natale, disinformatore prezzemolato!" href="http://www.pallequadre.com/2011/12/enel-premia-i-blogger.html" target="_blank">due palle quadre</a> ai lettori, se ve ne sono, e all’azienda sponsor.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Come <a title="Un problema di fiducia &amp; responsabilità: le marchette lasciamole ad altri" href="http://www.pasteris.it/blog/2011/12/23/un-problema-di-fiducia-responsabilita-le-marchette-lasciamole-ad-altri/" target="_blank">dice</a> l’amico Vittorio Pasteris – conclude Santoro -: un problema di fiducia &amp; responsabilità, le marchette lasciamole ad altri. E’ davvero giunto il momento di fare luce sui blog.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Giornalismo dei dati, la storia del 2011 secondo il Guardian</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 12:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Guardian.gif"></a>
Il Datablog del Guardian riprende in un post molto interessante numeri, dati e infografiche che hanno scandito i momenti più rilevanti della storia del 2011 così come il blog del quotidiano li aveva riportati, dal movimento di Occupy alle tensioni nell’ eurozona, dalle sommosse in Inghilterra a Fukushima.</p>
<p>La rassegna mostra il grosso impegno e la fantasia che il giornale dedica al mondo dei dati e alla loro visualizzazione, sottolineando come, se i Fatti sono sacri (Facts are sacred, è il sottotitolo del blog), i dati sono l’ anima dei fatti.</p>
<p>30 – operai colpiti dalle radiazioni a Fukushima
48% &#8211; il tasso di disoccupazione giovanile in Spagna
52% &#8211; la crescita dei tassi di interesse dei bot in Italia
Ecc.</p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2011/dec/30/top-data-stories-2011">L’ articolo è qui</a>.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Guardian.gif"><img class="alignleft  wp-image-10702" title="Guardian" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Guardian-300x173.gif" alt="" width="300" height="173" /></a><br />
Il Datablog del Guardian riprende in un post molto interessante numeri, dati e infografiche che hanno scandito i momenti più rilevanti della storia del 2011 così come il blog del quotidiano li aveva riportati, dal movimento di Occupy alle tensioni nell’ eurozona, dalle sommosse in Inghilterra a Fukushima.</p>
<p>La rassegna mostra il grosso impegno e la fantasia che il giornale dedica al mondo dei dati e alla loro visualizzazione, sottolineando come, se i Fatti sono sacri (Facts are sacred, è il sottotitolo del blog), i dati sono l’ anima dei fatti.</p>
<p>30 – operai colpiti dalle radiazioni a Fukushima<br />
48% &#8211; il tasso di disoccupazione giovanile in Spagna<br />
52% &#8211; la crescita dei tassi di interesse dei bot in Italia<br />
Ecc.</p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/news/datablog/2011/dec/30/top-data-stories-2011">L’ articolo è qui</a>.</p>
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