Archivio di Media e potere

I server di WikiLeaks in un bunker nucleare della guerra fredda

di Redazione | 2 settembre 2010 

Bahnof
Una società svedese ospiterà parte delle ‘macchine’ che tengono in vita il sito di Julian Assange a trenta metri di profondità sotto una collina di Stoccolma (nella foto) – L’ appoggio del “Partito pirata” e la prospettiva di una protezione istituzionale in Svezia dopo le prossime elezioni

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Una parte dei server di Wikileaks verranno ospitati in un bunker nucleare dell’ epoca della guerra fredda, che fa capo alla società svedese Bahnof, che garantirà la integrità e la sicurezza del portale.

I server del sito di Julian Assange – racconta lainformacion.com – sono disseminati in località diverse per evidenti motivi di sicurezza, visto il numero di nemici crescente che si sta guadagnando con la sua attività.

Il bunker è scavato a una trentina di metri di profondità in una collina nel centro di Stoccolma. Ha un solo ingresso, è protetto da porte metalliche di mezzo metro di spessore e contiene dei generatori di copie di sicurezza provenienti da sottomarini tedeschi.

“Siamo orgogliosi di avere rapporti con clienti come Wikileaks – ha spiegato a Forbes il direttore esecutivo di Bahnof, Jon Karlung -. Internet deve essere una onte aperta per la libertà di espressione e il ruolo di un Internet provider deve essere neutro, solo uno strumento tecnologico di accesso, non un sistema per raccogliere informazioni dai clienti”.

Wikileaks sta trovando in Svezia appoggi importanti. Oltre alla protezione professionale, Assange può contare sull’ appoggio del Partito Pirata svedese, che, se riuscisse ad entrare in Parlamento alle prossime elezioni (19 settembre), potrebbe utilizzare l’ immunità parlamentare per ospitare il sito in maniera istituzionale, impedendo così qualsiasi tentativo di blocco della sua attività.

A meno di qualche presunto passo falso, come l’ accusa di stupro, ritirata comicamente e poi di nuovo rilanciata dalla magistratura inquirente svedese contro il fondatore del sito.

La stampa svela la corruzione ma in alcuni paesi le denunce vengono ‘sterilizzate’

di Redazione | 25 agosto 2010 

Cafèbabel

Una inchiesta su ‘Truffe, crimini e giornalismo in Europa’ condotta da CafèBabel – E’ merito dell’intraprendenza della stampa se i casi di corruzione entrano a far parte della sfera pubblica, ma l’ impatto dei media in Europa cambia da paese a paese: se in Gran Bretagna, Germania e Polonia, infatti, le inchieste mediatiche spingono i governi a dimettersi, in Francia e in Italia, l’ informazione è praticamente sterile, “anche se qualcosa comincia a muoversi”.

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La corruzione politica in Europa è (ri)diventata il tormentone dell’estate. Di fronte alle rivelazioni divulgate dalla stampa, i governi della “vecchia Europa”, castigano, o meglio, imbavagliano uno spazio mediatico quando ne temono l’intraprendenza. Comunque, non c’è un’unica tendenza. Se in Gran Bretagna, Germania e Polonia, infatti, le inchieste mediatiche spingono i governi a dimettersi, in Francia e in Italia, l’informazione è praticamente sterile.

Questo il quadro emerso da una inchiesta su crimini e giornalismo pubblicata da CafèBabel

L’ autore dell’ inchiesta, Matthieu Amaré, passa in rassegna i vari episodi di corruzione e di impasto politica-crimine denunciati dalla stampa europea e sottolinea come sia “merito dell’intraprendenza della stampa se i casi di corruzione entrano a far parte della sfera pubblica. Ma l’impatto dei media in Europa – osserva – cambia da paese a paese.

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Putin, Medvedev e la ‘guerra’ dei blog

di Redazione | 25 agosto 2010 

Putin

In un clima già acceso in vista delle elezioni presidenziali del 2012, la Russia registra la novità dell’ ingresso di Putin a tutti gli effetti nel mondo della comunicazione virtuale – Sebbene il primo ministro già da anni sia presente in internet attraverso i canali ufficiali del governo, fino a questo momento si era limitato ad un tipo di comunicazione standard: immagini, testo e video ma senza interazione – Ma la durissima campagna contro il governo da parte di molti blog russi per l’ inefficienza dimostrata di fronte agli incendi, lo ha spinto a scendere in campo, rispondendo personalmente a uno dei blogger più accesi – Medvedev invece è sempre stato attento al mondo della Rete, essendo egli stesso un blogger molto attivo, ma secondo alcuni osservatori ne uscirebbe l’immagine di un impiego goffo ed encomiastico del mezzo

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di Valentina Barbieri

Alle elezioni presidenziali del 2012 saranno probabilmente concorrenti.

La campagna elettorale, per alcuni aspetti, è già in atto e Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin, attuali presidente e primo ministro russo, stanno mirando ad una differenziazione sempre più chiara delle loro proposte.

Questo avviene anche attraverso le varie tipologie di media: mentre Medvedev è molto attento alle nuove tecnologie (ad esempio è un blogger molto attivo), Putin è maggiormente rivolto ai canali tradizionali (televisione in primis).

In questo contesto si inserisce un recente fatto di cronaca che ha visto Vladimir Putin confrontarsi con il mondo a lui poco conosciuto del web.

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Quotidiani Usa: 100.000 dollari al mese per fare lobbying sul governo

di Redazione | 24 agosto 2010 

NaaNel secondo trimestre di quest’ anno, la Newspaper Association of America (l’ organismo che rappresenta circa 2.000 quotidiani Usa) ha speso 290.000 dollari (228.781 euro) per azioni di lobby nei confronti del governo federale su questioni come il futuro dei media, la privacy e la legislazione diretta a rendere pubbliche le informazioni governative. Lo annuncia un  articolo dell’ Associated Press article pubblicato da Business Week, secondo quanto riporta Sfnblog.

Nel trimestre precedente la spesa era stata di 250.000 dollari, mentre nello stesso trimestre del 2009 la NAA aveva investito 278.000 dollari.

L’ Associazione, in particolare, ha fatto azioni di lobby sul Senato e sulla Camera Usa in relazione a una proposta di legge chiamata “Free Flow of Information Act”, che dovrebbe proteggere i giornalisti in alcuni casi, esentandoli in particolare dall’ obbligo di rivelare le proprie fonti confidenziali, una misura che dovrebbe incoraggiare segnalazioni e denunce alle redazioni.

La NAA  ha ‘lavorato’ anche nei confronti del Future of Media Project, che fa capo alla Federal Communications Commission, che potrebbe influenzare la politica federale sulla proprietà dei media.

Intanto la News Corp. di Rupert Murdoch – secondo la  ricostruzione di Politico – avrebbe versato quest’ anno 1 milione di dollari alla Republican Governors Association di Haley Barbour: un contributo che potrebbe rappresentare un ulteriore passo verso una aperta identificazione fra la News Corp.  e i repubblicani.

Alla ricerca di una Arianna Huffington italiana

di Redazione | 20 agosto 2010 

Huffington

(da Vittorio Pasteris)

Una analisi delle dinamiche che hanno portato a questo risultato, non potrebbe prescindere da un’analisi della figura che lo ha propiziato. Arianna Huffington, nata Arianna Stassinopoulos, non era infatti una novizia quando ha cominciato ad interessarsi di giornalismo online, quanto piuttosto una figura giornalistica di successo, che aveva già tentato finanche una sua personale discesa nell’arena politica. Come non bastasse, le “necessità” informative della politica la signora in questione le conosceva bene anche indirettamente, in quanto moglie del miliardario repubblicano Michael Huffington.

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La Svezia protegge Assange (WikiLeaks) con un contratto da giornalista

di Redazione | 17 agosto 2010 

Assange

Pur avendo ammesso tranquillamente di non aver mai studiato per diventare giornalista, Julian Assange, il capo di Wikileaks, è stato ‘costretto’ a diventarlo. Lo rileva Foxnews.com annunciando che un noto tabloid svedese, l’ Aftonbladet, gli ha offerto una collaborazione come editorialista per assicurargli una copertura giuridica e consentirgli di invocare le protezioni legali riservate ai giornalisti. Protezioni che il sito da lui fondato non poteva fino ad ora invocare. E che invece sarebbero estremamente utili dopo il clamore scatenato dalla pubblicazione dei cosiddetti “diari di guerra afghani”.

“Non è una coincidenza che io cominci a scrivere per un giornale svedese: la cultura editoriale e la legge di questo paese ci hanno sostenuto fin dall’ inizio”, ha raccontato Assange  in una intervista, spiegando che i suoi articoli mensili verteranno sui problemi della stampa e dell’ informazione e che il quotidiano potrebbe cominciare presto a lavorare in maniera molto stretta con Wikileaks.

“Collaborando con le tradizionali fonti di informazioni  - ha detto ancora Assange – saremo in grado di assicurare la massima valorizzazione del loro materiale”. E nello stesso tempo Wikileaks potrà coprirsi dietro le norme che assicurano ai giornalisti una salvaguardia contro l’ obbligo di rivelare le loro fonti.

Solo un americano su 4 ha fiducia nell’ informazione dei quotidiani e della tv

di Redazione | 17 agosto 2010 

Gallup1

Secondo un sondaggio della Gallup, sorprendentemente il giudizio più positivo sull’ affidabilità dei giornali viene dalla fascia d’ età fra i 18 e i 29 anni dove il 49% degli interpellati dice di avere “grande” o “molta” fiducia nelle notizie pubblicate dai giornali

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Rimane molto bassa la fiducia degli americani nei confronti dell’ informazione fornita da  giornali e tv (rispettivamente il 25 e il 22% esprimono molta o abbastanza fiducia), ma  è sorprendente il fatto che questa percentuale, nel caso dei quotidiani, raddoppi nella fascia di età fra i 18 e i 29 anni: quasi un giovane americano su 2, infatti ha “grande” o “molta” fiducia nelle notizie pubblicate dai giornali.  La percentuale invece si dimezza nel giudizio sull’ informazione fornita dalle televisioni. 24% contro il 49% della carta stampata.

Sono alcuni dei risultati del sondaggio annuale condotto da Gallup sulla fiducia che gli americani ripongono nelle istituzioni (che quest’ anno ha visto al primo posto, fra le 16 istituzioni analizzate, le forze armate e all’ ultimo posto il Congresso).

Il livello di fiducia nei giornali e nella televisione è pari a quello che ottengono le banche,  leggermente migliore di quello registrato dal Servizio sanitario e dalle grandi aziende.

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Wikileaks/2: Ma per la prima volta è la fonte che controlla la notizia

di Redazione | 11 agosto 2010 

Afghanistan2Massimo Mantellini sottolinea una”inedita inversione delle parti”, segnalando come un piccolo sito web gestito da 5 persone e con un unico uomo copertina… non solo diventi il collettore di informazioni riservate  che giungono via Internet ma sia in grado di gestire il flusso informativo mantenendone il sostanziale controllo – Anche per questo “Wikileaks è fonte di preoccupazione da parte di quasi tutti i poteri forti, a partire dal governo americano, ed è nemmeno troppo nascostamente detestato da molta stampa mondiale (in Usa sia il Wall Street Journal che il Washington Post ne parlano malissimo) che, come spesso accade, sembra più sensibile alla invasione del proprio campo che non alle speranze di verità dei suoi lettori” – La collaborazione di progetti simili con il miglior giornalismo è una delle chiavi di volta ed è uno dei tanti meriti non detti della crescita della rete Internet – La rete collabora e diffonde informazioni: la stampa accetta di fare forse un passo indietro nel suo ruolo di essenziale megafono, ma assume una chiara ed inestimabile funzione di filtro per tutti noi

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La fonte controlla la notizia. Questo è l’aspetto più interessante della vicenda ‘diari afghani’, secondo Massimo Mantellini.

Fino a ieri accadeva il contrario – ricorda in una analisi su Punto Informatico -. Un piccolo sito web gestito da 5 persone e con un unico uomo copertina (l’attivista australiano Julian Assange, anima del progetto, in questo periodo intervistato dai media di tutto il mondo) non solo diventa il collettore di informazioni riservate (sono attesi per le prossime settimane documenti sullo scandalo BP) che giungono via Internet ma è in grado di gestire il flusso informativo mantenendone il sostanziale controllo.

In una sorta di inedita inversione delle parti Wikileaks (e dietro di lei l’azione collaborativa dei cittadini) detta l’agenda e il giornalismo segue. Nel caso del drammatico video girato a Baghdad la Reuters aveva chiesto per molto tempo che in base alla normativa USA vigente il materiale sull’attacco degli elicotteri Apache fosse reso pubblico, invano. Wikileaks lo ha semplicemente pubblicato in rete.

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Wikileaks/1: Dov’ è la partecipazione?

di Redazione | 11 agosto 2010 

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L’ operazione di selezione e di verifica dei documenti “non è affatto aperta agli internauti, né veramente partecipativa” , rileva Narvic su Novovision in una sorta di bilancio della vicenda dei 92.000 documenti segreti diffusi al mondo da Julian Assange – E più che di fonti collettive (‘crwodsourcing’) bisognerebbe parlare di informatori (‘wistleblowing’) – Quanto alla trasparenza è paradossale che Wikileaks la invochi dai governi mentre è essa stessa assolutamente impenetrabile agli sguardi esterni Questo neo-giornalismo digitale, partecipativo e libertario si rivela dunque molto opaco, chiuso e ambiguo, e non tanto “wiki” e nemmeno fondamentalmente innovatore quanto pretenderebbe di essere, osserva Narvic – Il principale apporto di Wikileaks al giornalismo sarebbe invece da ricercare sul versante delle tecnologie che esso mette in campo contro la censura e per la difesa della riservatezza delle fonti – Ma non parliamo di “rivoluzione nel giornalismo”: la storia suona come una sconfitta del modello della ‘saggezza delle folle’, visto che anche i suoi difensori passano la mano ai professionisti quando vogliono un lavoro il meno criticabile possibile!-  WikiLeaks si è ridotto ad essere nient’ altro che un banale strumento del giornalismo più classico, quello che continua a trattare le sue fonti con rigore e professionalità”- Semmai può essere una ibridazione di un nuovo germoglio sul vecchio tronco del giornalismo tradizionale – Come dice Julian Assange stesso, i diari afghani sono un caso di “partenariato”

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Il sito al centro della tempesta dei ‘diari afghani’ sin dal nome rivendica se stesso come un sito di giornalismo partecipativo, basato sui contributi degli internauti (che poi è il senso del concetto di ‘wiki’, come in Wikipedia), ma la realtà – osserva Narvic su Novovision – è un po’ diversa.

Si possono sottoporre dei documenti a Wikileaks, ma è l’ equipe del sito (anonima) l’ unica a decidere sull’ opportunità o meno della loro pubblicazione.

Non si sa che cosa ricevono e quindi non si sa quale parte delle cose ricevute pubblicano e quali no e sulla base di quali criteri; né con quali competenze e dopo quale lavoro di verifica lo fanno.

Questa operazione di selezione e verifica può darsi che sia collettiva,  ma viene fatta nei cortili interni della casa madre e noi non ne sappiamo niente: in ogni caso non è affatto aperta agli internauti, né veramente partecipativa.

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Aisha, una icona di guerra

di Redazione | 9 agosto 2010 

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Invece di una fotografia dal vivo, presa nel corso di un reportage, la foto sulla copertina di Time è un ritratto preparato accuratamente, come quello di una indossatrice o di una star, che rende più doloroso il contrasto fra la messa in scena della bellezza e la ferita aperta e serve alla fine per legittimare il proseguimento dell’ occupazione Usa in Afghanistan

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La foto che ritrae le mutilazioni di Aisha – la giovane donna afghana raffigurata sulla copertina dell’ ultimo numero di Time – sfugge completamente ai canoni dei reportage che puntano a denunciare l’ orrore delle guerre.

Mentre infatti, generalmente,  l’ immagine della donna vittima viene usata come simbolo per denunciare un conflitto, questa immagine serve invece per legittimare il proseguimento dell’ occupazione.

Lo osserva il sito di analisi dei media Owni.fr, rafforzando  l’ interpretazione che della vicenda aveva dato qualche giorno fa l’ Osservatorio europeo sul giornalismo (che ha parlato di un a sorta di ‘controspin’ dell’ amministrazione americana dopo la doccia fredda dei diari afghani di Wikileaks) e segnalando un’ altra differenza essenziale di questa icona:  invece di una fotografia dal vivo, presa nel corso di un reportage, si tratta di un ritratto preparato  accuratamente (lo ha realizzato Jodi Bieber), come quello di una indossatrice o di una star, che rende più doloroso il contrasto fra le messa in scena della bellezza e la ferita aperta.

“In questa foto – rileva André Gunthert – si può notare una eco paradossale di uno dei più celebri ritratti del XX° secolo, quello della giovane donna afghana raffigurata da Steve McCurry, pubblicata nel 1985 dal National Geographic. Al di là della vittimografia dei conflitti, stile gole tagliate, la copertina del Time racconta che il colmo della guerra è l’ aggressione contro la bellezza. Nel caso di Aisha non c’è da dubitare che fra qualche mese la rivista ci infliggerà una visione del dopo ‘ricostruzione’ del viso della donna, fornendo così l’ attestazione definitiva della giustezza dell’ invasione americana”.