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	<title>LSDI &#187; La pubblicità</title>
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		<title>Lo tsunami mediatico: quando il quanto diventa troppo</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 21:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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Possiamo produrre quanto vogliamo, contenuti a iosa, e anche buoni, ma viene il momento in cui ci troveremo di fronte alla scoperta che…Nessuno ci sta ascoltando… - La strada per salvarsi da questa inondazione di contenuti, osserva Tom Forensky, è capire che sarà il contenuto interessante a scovarci e non il contrario – “Se crei [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Nessuno-ascolta.JPG"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5896" title="Nessuno-ascolta" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Nessuno-ascolta-150x150.jpg" alt="Nessuno-ascolta" width="150" height="150" /></a></p>
<p><em>Possiamo produrre quanto vogliamo, contenuti a iosa, e anche buoni, ma viene il momento in cui ci troveremo di fronte alla scoperta che…<strong>Nessuno ci sta ascoltando… </strong><strong>-</strong> La strada per salvarsi da questa inondazione di contenuti, osserva Tom Forensky, è capire che sarà il contenuto interessante a scovarci e non il contrario – “Se crei dei contenuti interessanti, di rilievo, saranno loro a trovare la strada per raggiungere le persone interessate &#8211; Conterà poco l’ intervento della SEO o la diffusione su Twitter, Google Buzz, Facebook, ecc. Se il contesto non è rilevante quesi contenuti non arriveranno mai fino a me”</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;-</em></p>
<p>Tom Forensky, ex redattore di <em>Financial Times</em>, riporta su <a href="http://www.siliconvalleywatcher.com/mt/archives/2010/08/media_tsunami_h.php?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=Feed%3A+SVWatcher+%28Silicon+Valley+Watcher%29">Siliconvalleywatcher.com</a> un episodio raccontato da Leo Laporte, un popolare protagonista della tv Usa.</p>
<p>Un giorno Laporte – racconta Forensky &#8211; si è accorto che Twitter non  diffondeva più i suoi post su Google Buzz. Gli ci sono volute più di due settimane per rendersene conto ed è <a href="http://leoville.com/buzz-kill">rimasto sconvolto dal fatto che nessuno lo aveva avvertito.</a></p>
<p><em>Mi sono sentito come se tutto quello che io avevo ‘postato’ negli ultimo quattro anni su Twitter, Jaiku, Friendfeed, Plurk, Pownce, e, sì, Google Buzz, fosse stata una immensa perdita di tempo. Stavo urlando in una immensa camera in cui nessuno poteva sentirmi has been an immense waste of time. I was shouting into a vaperché tutti erano troppo occupati a urlare loro stessi. In tutto questo tempo avevo pompato contenuti nel Vuoto come un chiacchierone onanista. Che umiliazione. Che demoralizzazione!</em></p>
<p>Questo incidente – commenta Forensky &#8211; descrive perfettamente il problema dello ‘tsunami mediatico’.</p>
<p><span id="more-5894"></span></p>
<p><strong>Il quanto, il quando e il troppo</strong><br />
Quanti contenuti giornalistici dovrei produrre?, si chiede Forensky.</p>
<p>Come giornalista professionista questa è stata la questione principale che mi sono trovato a dover affrontare negli ultimi 5 anni, dopo aver lasciato il <em>Financial Times</em>.</p>
<p>Io posso produrre una determinata quantità di contenuti, e, spero, tutti di qualità. Ma la mia preoccupazione è che se produco troppo questo potrebbe spingere i miei lettori e abbonati a fuggire via, perché si troverebbero di fronte troppe cose per una fonte sola.</p>
<p>Io lo so che se qualcuna delle mie fonti è troppo chiassosa su Twitter o su Facebook, sul suo blog o sul sito web, la spegnerò perché è esagerata – anche se tutti i suoi contenmuti fossero buoni. E non voglio che i miei lettori facciano lo stesso con me.</p>
<p>La questione del quando il quanto diventi troppo non è solo la mia preoccuopazione, dovrebbe essere un problema per tutti, soprattutto per le aziende. Ho scritto più volte di come ogni azienda sia alla fine una azienda mediatica (<a href="http://www.everycompanyisamediacompany.com/">EC=MC &#8211; the transformative equation for business</a>), di come ogni azienda debba migliorare il suo modo di produrre, diffondere e interagire con i contenuti mediatici.</p>
<p>Il campo mediatico è importante per stabilizzare un’ azienda nel proprio campo e determinare la sua leadership. Se i tuoi potenziali utenti non ti vedono allora non esisti.</p>
<p><strong>Se il più diventa meno</strong></p>
<p>Ora abbiamo un <a href="http://www.siliconvalleywatcher.com/mt/archives/2010/01/2010_prediction.php">media tsunami</a> che ci inonda e che sta diventando tanto grande quante più persone e aziende scoprono come produrre sempre più media. Come avere un buon rilievo quando un grande tsunami mediatico impazza in continuazione schiacciando tutto quello che abbiamo intorno?</p>
<p>Produci ancora altri media? Li aggiungi allo tsunami sperando che la tua voce venga sentita perché opposta a quella dei tuoi concorrenti?</p>
<p>La stessa questione si può applicare alla pubblicità online. Dove il principio di base sembra essere che il più è meglio del meno. Ed è per questo che siamo inondati da inserzioni che brulicano sul nostro schermo bloccando quello che vogliamo vedere; inserzioni che prendono sempre più spazio sul nostro monitor; inserzioni infilate nei link.</p>
<p>Ma da tutto questo una lezione si può trarre. Più pubblicità porterà a meno valore per inserzione. Più pubblicità sta riducendo le entrate per molti editori online perché ci sono molti posti dove investire. Il più diventa meno.</p>
<p>Questo principio si applica anche ai contenuti? Più media equivale a meno valore? Se un’ azienda produce troppa informazione finirà per stancare e allontanare i potenziali utenti? Ci sono 87 video degli Old Spices in un solo giorno. Troppo? Non abbastanza?</p>
<p>Io penso che sia troppo. Anche se ogni segmento di questi media fosse di qualità, io penso che affrontare questo media tsunami con un fuoco di sbarramento dei propri media sia un approccio sbagliato.</p>
<p><strong>Urlare? Non è la soluzione</strong></p>
<p>Ecco, dice Foremsky, che torna il problema di Laporte.</p>
<p>Louis Gray, diventato recentemente vicepresidente di My6Sense, una startup israeliana, sostiene che si tratta di un problema di <a href="http://blog.louisgray.com/2010/08/social-me-me-me-me-me-media.html">impegno</a>.</p>
<p>Uno che urla più forte può richiamare l’ attenzione per un po’ di tempo, ma è difficile starlo a sentire a lungo, ed è difficile anche farlo. Non puoi sostituire l’ impegno, la conversazione reale, lo scambio di idee che si ottiene con una comunità reale.</p>
<p>Sono d’ accordo che l’ impegno è importante se riesci a sostenerlo. Ma questo media tsunami provoca un annacquamento dell’ impegno.</p>
<p>Louis Gray ha osservato che “molti post sui blog ricevono pochi o nessun commento. Twitter non registra un granché di interazioni. La condivisione su <a href="http://www.friendfeed.com/" target="new">FriendFeed</a> e <a href="http://buzz.google.com/" target="new">Google Buzz</a>, che una volta innescava delle fitte conversazioni sul piano di una concreta consapevolezza, ora è praticamente inattiva. Le foto su <a href="http://www.smugmug.com/" target="new">SmugMug</a> e <a href="http://www.flickr.com/" target="new">Flickr</a> registrano meno visitatori”.</p>
<p><strong>Sarà il contenuto interessante a scovarci e non il contrario</strong></p>
<p>Io penso che la risposta sta davanti a Louis Gray e tutti noi. Penso che sarà il contenuto interessante a scovarci e non il contrario. Se crei dei contenuti interessanti, di rilievo, saranno loro a trovare la strada per raggiungere le persone interessate.</p>
<p>Loren Feldman, di <a href="http://www.1938media.com/about/">1938Media</a>, colpisce nel giusto in questo suo breve video,  che si intitola, appunto, “Nessuno sta ascoltando” (<a href="http://www.1938media.com/nobody-is-listening/">Nobody Is Listening &#8211; 1938 Media</a>).</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/iC1G3iBHsjs?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/iC1G3iBHsjs?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
Se ti concentri sulla creazione di contenuti che siano rilevanti, questi ultimi troveranno la strada per raggiungere le persone giuste. E questo andrà bene anche per la pubblicità.</p>
<p>E sarà veramente difficile giocare con i contenuti. Conterà poco l’ intervento dei SEO o la diffusione su Twitter, Google Buzz, Facebook, ecc. Se il contesto non è rilevante quesi contenuti non arriveranno mai fino a me.</p>
<p>La stessa cosa vale per la pubblicità. Immagina un mondo in cui il tuo ad copy individua ogni volta il target giusto ma tu non hai la possibilità di pagare costi di inserzione troppo alti. Questo ridurrà drasticamente i costi di marketing dell’ azienda,  che dovrà quindi concetrarsi nel  realizzare prodotti e servizi rilevanti per i suoi utenti invece di preoccuparsi di rincorrere altri potenziali clienti.</p>
<p>Questo significa la fine del marketing e delle PR? Probabilmente no, ma riduce la loro importanza.</p>
<p>La tecnologia fa quello che è già possibile fare e che è disponibile:  <a href="http://www.my6sense.com/website/a/MainPage">My6sense</a>, <a href="http://www.genieo.com/">Genieo</a>, ecc. Si tratta di filtri auto-organizzati, di curatori autorganizzati di contenuti che ti forniranno il contenuto giusto nel momento giusto.</p>
<p>Siamo ancora all’ inizio ma queste tecnologie arriveranno perché possono arribvare e perché è l’ unico modo di confrontarsi con questo media tsunami.</p>



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		<title>L’ esplosione dell’ informazione locale in Usa vanifica i progetti di pay wall sull’ online</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 10:15:59 +0000</pubDate>
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Mentre i manager dei quotidiani si sono tormentati  per quasi due anni per capire se e come applicare l’ accesso a pagamento ai loro contenuti online, ora, secondo Alan Mutter (Reflexions of a Newsosaur), tutto sta ad indicare che i grandi portali, le emittenti radiotelevisive e le altre aziende di media non hanno nessuna intenzione [...]


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<p><em>Mentre i manager dei quotidiani si sono tormentati  per quasi due anni per capire se e come applicare l’ accesso a pagamento ai loro contenuti online, ora, secondo Alan Mutter (<strong>Reflexions of a Newsosaur</strong>), tutto sta ad indicare che i grandi portali, le emittenti radiotelevisive e le altre aziende di media non hanno nessuna intenzione di chiedere ai lettori di pagare per accedere ai siti locali sempre più ambiziosi</em> <em>che stanno costruendo</em></p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<h3><a href="http://newsosaur.blogspot.com/2010/08/local-news-rivals-doom-publisher-pay.html">Local news rivals doom publisher pay walls</a></h3>
<p>di <em>Alan D. Mutter</em></p>
<p>I siti di informazione locale che stanno realizzando Yahoo, AOL, Huffington Post e un numero crescente di altri protagonisti del web sono destinati a distruggere le speranze di molti editori di giornali di far pagare l’ accesso ai propri contenuti online.</p>
<p>Mentre i manager dei quotidiani si sono tormentati  per quasi due anni per capire se e come applicare l’ accesso a pagamento, tutto sta ad indicare che i portali, le emittenti radiotelevisive locali e le altre aziende di media non hanno nessuna intenzione di chiedere a chicchessia di pagare per accedere ai siti locali sempre più ambiziosi che stanno costruendo.</p>
<p>Con un numero sempre più ampio di rispettabili siti locali che diffondono informazioni per costruire traffico destinato agli inserzionisti, i quotidiani semoplicemente non potranno essere in grado di far pagare l’ accesso – specialmente quando i loro articoli nel giro di pochi minuti si potranno consultare gratuitamente su un gran numero di siti concorrenti.</p>
<p><span id="more-5851"></span>La corsa all’ informazione locale ha guadagnato in questi giorni un nuovo protagonista quando è diventato chiaro che Yahoo si sta preparando a lanciare un grande sito locale a San Francisco. Come detto <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2010/08/yahoo-readies-san-francisco-news-site.html">qui</a> e <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2010/06/yahoo-signals-major-challenge-to.html">qui</a>, Yahoo ha investito circa 90 milioni di dollari per rilevare Associated Content in modo da riempire i suoi siti locali con tonnellate di contenuti prodotti senza spese.</p>
<p>Yahoo si aggiunge agli sforzi che stano facendo AOL con <a href="http://www.patch.com/">Patch.Com</a>, MSNBC  con <a href="http://www.everyblock.com/">Everyblock.Com</a>, Huffington Post (per esempio, <a href="http://www.huffingtonpost.com/new-york/">HuffPost-New York</a>) e varie emittenti radiotelevisive (fra cui  <a href="http://www.nbcphiladelphia.com/news/local-beat/">NBC Philadelphia</a>).</p>
<p>Per non parlare delle centinaia di siti locali gestiti da singoli (<a href="http://westseattleblog.com/wsb-faq">West Seattle Blog</a>), finanziati da filantropi (<a href="http://www.minnpost.com/">MinnPost</a>) o sostenuti da venture capital (<a href="http://www.crunchbase.com/company/outside-in">Outside.In</a>). Nella sola area di San Francisco la Graduate School of Journalism di Berkeley ha identificato più di <a href="http://baynewsnetwork.org/">250 siti locali</a>.</p>
<p>Anche i succosi scoop pubblicati dai giornali su carta od onloine non potranno restare esclusivi per molto tempo. Ci vorranno solo pochi minuti per mettere in moto  la macchina che controlla ogni articolo comparso sui giornali locali. La tecnica del “QuickRead” sviluppata dall’ Huffington Post è solo un esempio di come sia facile rubacchiare i contenuti .</p>
<p>Oltre a setacciare gli articoli dei quotidiani, AOL e Yahoo puntano a spingere i citizen journalist a riempire i loro siti con contenuti originali prodotti senza costi. Nelle sue mail di ricerca di collaboratori a San Francisco Associated Content promette 10 dollari per il primo articolo.</p>
<p>Schiere di ‘giornalisti’ sottopagati potranno fare come quello che ha raccolto  <a href="http://brookfield.patch.com/articles/federal-agents-at-brookfield-home-thursday">storie come questa</a>, producendo contenuti locali in quantità tale da soddisfare anche i più voraci e attenti consumatori di notizie.</p>
<p>Con la pubblicità sui giornali che dovrebbe raggiungere quest’ anno  <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2010/05/newspapers-now-have-lost-half-of-core.html">meno della metà</a> della cifra record di 49,4 miliardi di dollari raccolti nel 2005, gli editori si sono trastullati con l’ idea di far pagare per l’ accesso ai loro siti web.</p>
<p>Dato che anche i quotidiani più parsimoniosi pagano più di 10 dollari ad articolo, non si possono rimproverare gli editori se vogliono recuperare i costi della creazione dei contenuti facendo pagare le notizie online che gran parte di loro ha diffuso gratuitamente per un decennio e mezzo.</p>
<p>Tuttavia, i pochi editori coraggiosi che hanno cercato di far pagare i contenuti hanno ottenuto risultati meno che incoraggianti.</p>
<p>Newsday è diventato famoso per essere riuscito a convincere solo 35 persone quando inizialmente decise di imporre una tassa per entrare nel suo sito(…)</p>
<p>Il Valley Morning Star di Harlingen, Texas, ha operso quasi la metà del suo traffic web quando ha cominciato a imporre I pagamenti, nel luglio 2009, secondo <a href="http://www.quantcast.com/valleymorningstar.com">i dati</a> pubblicati da Quantcast.Com. E sebbene il giornale sia tornato all’ accesso gratuito sul suo sito web nell’ aprile scorso, il suo traffico solo reecentemente ha recuperato.</p>
<p>E’ stata ampiamente dimostrata la resistenza degli utenti a pagare in presenza di una pletora di possibili alternative gratuite e non ci sono dubbi che far pagare la copertura giornaliera dell’ informazione – anche quella locale – non è una via fruttuosa per la maggioranza dei quotidiani generalisti.</p>
<p>Invece di perdersi in esercizi come <a href="http://stevebuttry.wordpress.com/2010/07/12/newspaper-charges-for-obits-double-dipping-on-death/">mettere a pagamento  l’ accesso ai necrologi</a>, gli editori hanno bisogno di di concentrarsi sul loro potere di mercato, sulle loro risorse per la creazione di contenuti e sulle loro capacità di vendere pubblicità, sviluppando prodotti unici per stampa, web e mobile che possano essere giudicati validi dagli utenti e dagli inserzionisti.</p>
<p>Per qualsiasi altro editore che non si occupi di economia o di governo, come il Wall Street Journal e per certi versi il New York Times, I opay wall non funzioneranno. Per tutti gli altri è tempo di muoversi su dei programmi più produttivi.</p>



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		<title>Vendite sotto i 5 milioni (come nel 1939) per i quotidiani italiani</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 20:55:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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Nel 2009 la diffusione dei quotidiani è scesa al di sotto dei 5 milioni di copie giornaliere, cioè ai livelli del 1939, quando l’Italia era un paese prevalentemente rurale.
Il dato emerge dal “Rapporto 2010 sull’industria italiana dei quotidiani”, elaborato dall’Osservatorio Tecnico per i Quotidiani e le Agenzie di informazione “Carlo Lombardi”, che nei prossimi giorni [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ifra-Italia.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-5446" title="Ifra-Italia" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Ifra-Italia.JPG" alt="Ifra-Italia" width="320" height="275" /></a></p>
<p>Nel 2009 la <strong>diffusione dei quotidiani</strong> è scesa al di sotto dei 5 milioni di copie giornaliere, cioè ai livelli del 1939, quando l’Italia era un paese prevalentemente rurale.</p>
<p>Il dato emerge dal “Rapporto 2010 sull’industria italiana dei quotidiani”, elaborato dall’Osservatorio Tecnico per i Quotidiani e le Agenzie di informazione “Carlo Lombardi”, che nei prossimi giorni verrà diffuso in forma completa, ma le cui linee sono state presentate in occasione della della XIII edizione di<strong> WAN-IFRA Italia</strong>, la conferenza internazionale per l’industria dell’editoria e della stampa quotidiana, organizzata da WAN-IFRA, in collaborazione con FIEG e ASIG, e dedicata alla stampa industriale e alle nuove frontiere della stampa digitale.</p>
<p>Gli investimenti pubblicitari sui quotidiani nel 2009 – <a href="http://www.key4biz.it/News/2010/06/24/Contenuti/WANIFRA_Italia_alberto_di_giovanni_fieg_carlo_malinconico.html">anticipa Key4biz.it</a> &#8211; sono diminuiti del 16%. Dal 2000 al 2009 – sottolinea il Rapporto &#8211; la stampa quotidiana ha perso il 40% del fatturato pubblicitario, mentre i ricavi complessivi, nello stesso periodo, sono scesi del 20%.</p>
<p><span id="more-5445"></span>In sostanza, ha sottolineato il Presidente dell’ Osservatorio, <strong>Alberto Di Giovanni</strong> , i nodi strutturali del mercato &#8211; la scarsa propensione alla lettura di ampi strati della popolazione, le distorsioni del mercato pubblicitario, la rigidità del sistema distributivo, la scarsa efficienza dei servizi postali &#8211; sono stati ulteriormente amplificati dalla crisi economica.</p>
<p>Secondo Di Giovanni, che ha lanciato un appello alle autorità pubbliche chiedendo un <em>“intervento organico e profondo di ridefinizione dei nuovi equilibri dell’industria editoriale”, </em>gli <strong>Stati Generali dell’editoria</strong>, più volte annunciati dal Governo (il sottosegretario Bonaiuti, proprio alla Conferenza Ifra, ne ha annunciato la convocazione per ottobre), costituirebbero <em>“una occasione unica per intervenire su nodi quali la lettura, la diffusione, la formazione &#8211; ma anche per rivedere e semplificare un quadro normativo oggi disperso e contraddittorio, compartimentato in settori sempre più permeabili tra loro: ha senso oggi per esempio avere una regolamentazione separata per carta stampata e televisione? Ha senso fare distinzione tra prodotto editoriale cartaceo e online?”</em></p>
<p><em>“Non può essere rimandato oltre</em> &#8211; ha concluso Di Giovanni &#8211; <em>un intervento che punti a preservare l’informazione di qualità quale presidio insostituibile dei valori di libertà e pluralismo, anche attraverso un’ equa redistribuzione di costi e ricavi tra i vari attori del processo di produzione-distribuzione delle notizie, in un’ ottica di sostegno e riequilibrio del sistema”.</em></p>
<p>Una posizione in piena sintonia con la linea della Fieg, come Key4biz.it sottolinea ricordando le affermazioni espresse dal presidente FIEG, <strong>Carlo Malinconico, </strong>in un suo intervento alla Camera dell’aprile scorso. “<em>…E’ un dato assodato – </em>aveva rilevato il presidente degli editori di giornali -<em> che parte significativa del traffico online deriva dalla ricerca di notizie di vario contenuto, fornite essenzialmente dal mondo dei giornali. [...] Il beneficio di tale traffico, tuttavia, va ai motori di ricerca e alle imprese che forniscono servizi di connessione alla rete [...] nessun introito proveniente da queste attività va a coprire, neppure in minima parte, i costi di produzione dei contenuti offerti dagli editori”.</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Slide: <a href="http://www.key4biz.it/files/000141/00014162.pdf">http://www.key4biz.it/files/000141/00014162.pdf</a></p>



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		<title>Giornali: previsioni nere in Usa, ricavi in calo anche nel 2012</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 20:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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La pubblicità e gli abbonamenti per i quotidiani Usa continueranno a calare anche nel 2012. Lo sostiene una nuova analisi realizzata da PricewaterhouseCoopers.
L’ analisi – spiega l’ AP &#8211; indica che i quotidiani si troveranno a dover affrontare nuove sofferenze dopo aver passato gli ultimi due anni a tagliare furiosamente i costi per cercare di [...]


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<li><a href='http://www.lsdi.it/2010/03/25/pubblicita-i-ricavi-2009-crollati-in-usa-al-livello-del-1986/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Pubblicità: i ricavi dei giornali nel 2009 crollati in Usa al livello del 1986'>Pubblicità: i ricavi dei giornali nel 2009 crollati in Usa al livello del 1986</a></li>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Pricewater.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-5398" title="Pricewater" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Pricewater.JPG" alt="Pricewater" width="230" height="171" /></a></p>
<p>La pubblicità e gli abbonamenti per i quotidiani Usa continueranno a calare anche nel 2012. Lo sostiene una nuova analisi realizzata da PricewaterhouseCoopers.</p>
<p>L’ analisi – spiega l’ <a href="http://www.google.com/hostednews/ap/article/ALeqM5hqCPz9VuLKCxvvUMhUkR1U5Q56QQD9GBFMIG2">AP</a> &#8211; indica che i quotidiani si troveranno a dover affrontare nuove sofferenze dopo aver passato gli ultimi due anni a tagliare furiosamente i costi per cercare di tenere testa alla riduzione dei ricavi.</p>
<p>&#8220;Stiamo ancora continuando ad assistere alla costante migrazione di lettori verso internet”, commenta in una intervista Bob Barrette, uno dei soci di PricewaterhouseCoopers. E, anche se sui siti online dei giornali la pubblicità continua a crescere, queste inserzioni vengono pagate molto meno di quelle sulle edizioni cartacee.</p>
<p><span id="more-5397"></span>La ricerca, diffusa martedì, segnala che la pubblicità sulle edizioni cartacee dei giornali Usa è caduta di circa il 47% dal 2005 al 2009, passando da 49,7 a 26,4 miliardi di dollari. Ma, anche se nello stesso periodo la pubblicità online è cresciuta del 33%, il fatturato l’ anno scorso era pari a solo 2,7 miliardi di dollari.</p>
<p>Ora, Pricewaterhouse prevede un ulteriore calo del 19% nella pubblicità cartacea e una diminuzione del 9% nei ricavi dalle vendite nel corso del 2012, prima che un modello economico più sano riesca a stabilizzare il settore,</p>
<p>Per quanto riguarda la pubblicità online, Pricewaterhouse prevede un calo dell’ 8% fra 2009 e 2011 e un’ avvio di ripresa nel 2012, con una indicazione su una percentuale globale dell’ 11% per il 2014.</p>
<p>Mentre in alcune zone del mondo internet non ha ancora tolto spazio alla pubblicità su carta, come in America Latina, dove le inserzioni continuano ancora a crescere dal 2005, negli Stati Uniti gli effetti del web – secondo l’ AP – sono devastanti. La American Society of News Editors calcola che i giornali Usa  hanno tagliato circa un quarto dell’ organic redazionale a partire dal 2001, con una perdita generale di 41.500 persone.</p>



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		<title>Brand e utenti: quale interazione sui social network?</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2010/06/15/brand-e-utenti-quale-interazione-sui-social-network/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 10:46:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

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		<description><![CDATA[I consumatori sono inclini a stabilire una relazione con i brand. È quanto emerge da alcuni studi pubblicati da eMarketer. Se si pensa che nei soli Stati Uniti il 57,5% degli utenti di Internet (127 milioni di persone) utilizzerà un social network nel corso del 2010, il bacino di utenza delle aziende si fa davvero [...]


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<li><a href='http://www.lsdi.it/2008/11/01/un-social-network-per-le-ricerche-sul-giornalismo/' rel='bookmark' title='Permanent Link: Un social network per le ricerche sul giornalismo'>Un social network per le ricerche sul giornalismo</a></li>
<li><a href='http://www.lsdi.it/2010/02/27/news-dots-i-fatti-del-giorno-come-un-gigantesco-social-network/' rel='bookmark' title='Permanent Link: News Dots: i fatti del giorno come un gigantesco social network'>News Dots: i fatti del giorno come un gigantesco social network</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Brand.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5391" title="Brand" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Brand-300x213.jpg" alt="Brand" width="300" height="213" /></a><em>I consumatori sono inclini a stabilire una relazione con i brand. È quanto emerge da alcuni studi pubblicati da eMarketer. Se si pensa che nei soli Stati Uniti il 57,5% degli utenti di Internet (127 milioni di persone) utilizzerà un social network nel corso del 2010, il bacino di utenza delle aziende si fa davvero interessante.</em><br />
&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p><em>(a cura di Andrea Fama) </em></p>
<p>Negli USA l’utenza dei social network ha oggi raggiunto un punto di massa critica. Secondo le stime di eMarketer, nel corso del 2010 il 57,5% degli utenti internet statunitensi (pari a 127 milioni di persone) utilizzerà un social network almeno una volta al mese. Entro il 2014 la percentuale salirà a circa due terzi.</p>
<p>Gli operatori di mercato hanno inseguito per anni una simile utenza, ma la questione rimane: gli utenti notano le loro manovre di avvicinamento? E gli importa qualcosa?</p>
<p>“Coloro che pensano che gli utenti dei social network siano troppo presi dalle attività con i propri amici online per notare l’azione dei ‘<em>marchettari’</em> devono ricredersi”, sostiene Debra Aho Williamson, analista senior di eMarketer e autrice dello studio <a href="http://www.emarketer.com/Report.aspx?code=emarketer_2000694">Brand Interactions on Social Networks</a>. “”Le interazioni create dai <em>brand</em> sono reali, hanno un valore ed un margine di crescita”.</p>
<p><span id="more-5390"></span></p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Brand1.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5393" title="Brand1" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Brand1-300x218.jpg" alt="Brand1" width="300" height="218" /></a></p>
<p>Secondo un sondaggio realizzato nel febbraio 2010 da <a href="http://www.cmbinfo.com/" target="blank">Chadwick Martin Bailey</a>, una società che si occupa di ricerche in campo di marketing, il 33% degli utenti di Facebook aderisce alle pagine che i <em>brand</em> hanno aperto sul popolare social network.</p>
<p>Un altro sondaggio, questa volta condotto da <a href="http://www.edisonresearch.com/" target="blank">Edison Research,</a> rileva che il <a href="http://www.emarketer.com/Article.aspx?R=1007674">16% degli utenti di social network ha stretto amicizia con qualche brand</a>. E la metà (51%) ha fatto lo stesso su Twitter.</p>
<p>I coupon promozionali rimangono una delle spinte principali verso la cosiddetta ‘<em>brand interaction</em>’ sui social network. Un altro fattore che spinge l’utenza ha interagire con le società sui social network è la possibilità di apprendere nuove cose sulle vendite e sui nuovi prodotti. Oltre ad elementi tangibili come i coupon, attraverso l’interazione i consumatori portano a casa anche un <em>feeling</em> positivo riguardo i marchi in questione.</p>
<p>Tuttavia, al momento di fare acquisti, i consumatori non considerano i social network quali fonti di ricerca primarie. Sebbene le persone siano inclini ad accettare consigli da amici e  familiari in merito a prodotti cui sono interessati, lo stesso non è traslabile online, dove le reti di amici vengono di rado consultate per gli acquisti.</p>
<p>Socondo uno studio realizzato da <a href="http://www.powerreviews.com/" target="blank">PowerReviews</a> e dal gruppo <a href="http://www.e-tailing.com/" target="blank">e-tailing</a>, solo il 3% degli acquirenti online sostiene di aver cercato in primo luogo consigli da amici online, rispetto al 57% che ha consultato i motori di ricerca come prima fonte di informazione.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Brand2.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5392" title="Brand2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Brand2-280x300.jpg" alt="Brand2" width="280" height="300" /></a></p>
<p>“Oltre la metà degli utenti Internet attualmente utilizza i social network, e la percentuale di coloro che parlano di brand, sia in conversazioni in rete che attraverso le pagine dei marchi stessi, è in crescita”, sostiene la Williamson. “I consumatori prestano attenzione e avviano con le società interazioni positive”. Tuttavia, mentre le persone si fidano dei propri amici per un consiglio ed utilizzano i social network come parte di un processo di ricerca, i network stessi sono ben lontani dal sostituire la ricerca come fonte di informazione per un acquisto, posto che mai lo faranno”.</p>
<p style="text-align: center;">**********</p>
<p>L’intero studio “<a href="http://www.emarketer.com/Report.aspx?code=emarketer_2000694">Brand Interactions on Social Networks</a> affronta anche i seguenti argomenti:</p>
<ul>
<li>Social network: che uso ne fanno i consumatori per condividere informazioni sui brand di maggior gradimento?</li>
<li>I consumatori fanno ricerche sui prodotti attraverso i social network?</li>
<li>Perchè le persone interagiscono o apprezzano I brand sui social network?</li>
<li>Gli utenti dei social network sono consapevoli dell’uso che il marketing fa delle loro informazioni personali?Gli interessa?</li>
</ul>
<p><a href="http://www.emarketer.com/Report.aspx?code=emarketer_2000694"></a></p>



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		<title>Pubblicità: continua a crescere la quota dell’ online in Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 07:55:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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		<description><![CDATA[  Secondo un recente rapporto anche l’ e-advertising è stata toccata dalla crisi, ma leggermente, registrando “solo” un +4% di incremento – Nel Regno unito ha raggiunto una quota di mercato del 30%, contro il 18-19% di media dei 23 paesi europei presi in esame 
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Nonostante il rallentamento generale, la quota della pubblicità online [...]


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Iab.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5369" title="Iab" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Iab-300x166.jpg" alt="Iab" width="300" height="166" /></a> <em> Secondo un recente rapporto anche l’ e-advertising è stata toccata dalla crisi, ma leggermente, registrando “solo” un +4% di incremento – Nel Regno unito ha raggiunto una quota di mercato del 30%, contro il 18-19% di media dei 23 paesi europei presi in esame </em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Nonostante il rallentamento generale, la quota della pubblicità online sul totale del mercato pubblicitario ha continuato a crescere in modo significativo in tutta Europa. Nel Regno Unito, internet detiene la fetta più grande e si attesta sul 30%, a seguire, i paesi Nordici (Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia), con una quota tra il 20% e il 25%. Francia e Germania sono invece in linea con la media Europea del 18-19%.</p>
<p>Sono dati dell’ ultimo Rapporto annuale sull’ advertising online in Europa elaborato dagli dagli analisti della società di ricerca <a href="http://www.screendigest.com/">Screen Digest</a> e diffusi da <a href="http://www.iabeurope.eu/">IAB Europe</a>, associazione internazionale dedicata allo sviluppo della comunicazione pubblicitaria.</p>
<p>Ventitre i paesi presi in esame – spiega <a href="http://iab.blogosfere.it/2010/06/iab-europe-il-mercato-delladvertising-online-europeo-continua-a-crescere-nonostante-la-recessione.html">IAB Italia</a> -, dai mercati più evoluti dell’Europa nord-occidentale a quelli emergenti di Sud e Est Europa, ai nuovi e per la prima volta inseriti nel rapporto 2009, Russia, Bulgaria, Svizzera e Slovacchia.</p>
<p><span id="more-5368"></span>Dall’ analisi emerge anche che il settore digitale è l’unico a far registrare una crescita in tutto il settore pubblicitario, anche se il tasso di crescita del 4,5% rappresenta un significativo rallentamento rispetto agli anni passati, 2007 e 2008 in particolare, quando gli aumenti erano stati  rispettivamente del 40% e del 20%.</p>
<p>Gli investimenti sulla pubblicità online sono aumentati in quasi tutti i 23 paesi presi in considerazione, raggiungendo un valore totale di 14,7 miliardi di euro (nello stesso periodo, il valore dell’intero mercato statunitense ha raggiunto invece i 16,3 miliardi di euro).</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Iab21.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5371" title="Iab2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Iab21-300x166.jpg" alt="Iab2" width="300" height="166" /></a>Come si vede dal grafico, resiste il search advertising. Gli investimenti sui motori di ricerca hanno confermato anche nel 2009 il trend positivo, con un aumento del 10,8%, dato molto consistente anche se inferiore a quello dello scorso anno (+26%). Al contrario, il display advertising rimane sostanzialmente stabile (+0,3%) se non per una flessione in quasi tutti i mercati più maturi quali la Francia (-6%), il Regno Unito e la Svezia (-5%).</p>
<p>Per quanto riguarda le quote di mercato, i sei maggiori mercati d’Europa che rappresentano da soli il 76% dell’online advertising del vecchio continente, hanno tutti fatto registrare un dato in crescita, sebbene a una sola cifra: Regno Unito +4,6%, Francia +1,7%, Germania +5,2%, Olanda +1,9%, Spagna +7,7%, Italia +6,5%. Il tasso di crescita risulta più elevato in paesi come Italia e Spagna, che partivano però da una base di investimenti inferiore.</p>
<p>Di quelli analizzati, solo quattro mercati fanno registrare una crescita a doppia cifra: Polonia, Turchia, Austria e Grecia, tutte nazioni emergenti che partivano da un bassissimo livello di investimenti.</p>



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		<title>Le PR il futuro del Giornalismo? Qualcuno dice ‘forse’</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 12:33:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il matrimonio fra giornalismo e pubbliche relazioni, che qualcuno auspica, riuscirebbe forse ad alleviare qualche problema economico, ma  potrebbe avere delle conseguenze tragiche straordinarie sulla correttezza e l’ autonomia del giornalismo – Un articolo dell’ Independent
&#8212;&#8212;&#8212;-
Qualcuno sta cominciando a pensare che le agenzie di pubbliche relazioni potrebbero diventare in futuro una nuova, inattesa fonte giornalistica. [...]


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<li><a href='http://www.lsdi.it/2010/08/08/huffpost-un-modello-per-il-giornalismo-del-futuro/' rel='bookmark' title='Permanent Link: HuffPost: un modello per il giornalismo del futuro'>HuffPost: un modello per il giornalismo del futuro</a></li>
</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Pubbliche-relazioni.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5297" title="Pubbliche-relazioni" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Pubbliche-relazioni-221x300.jpg" alt="Pubbliche-relazioni" width="221" height="300" /></a><em>Il matrimonio fra giornalismo e pubbliche relazioni, che qualcuno auspica, riuscirebbe forse ad alleviare qualche problema economico, ma  potrebbe avere delle conseguenze tragiche straordinarie sulla correttezza e l’ autonomia del giornalismo – Un articolo dell’ <strong>Independent</strong></em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Qualcuno sta cominciando a pensare che le agenzie di pubbliche relazioni potrebbero diventare in futuro una nuova, inattesa fonte giornalistica. Un articolo sull’ <em><a href="http://www.independent.co.uk/news/media/press/pr-stunt-or-the-new-journalism-the-titans-of-public-relations-are-going-direct-to-viewers-and-readers-1989936.html"> Independent</a></em> di ieri delinea l’ ipotesi che le grosse agenzie di PR stiano lavorando a una nuova strategia che vede grossi nomi del giornalismo strappati al loro mestiere e messi in posizioni chiave nelle agenzie di relazioni pubbliche.</p>
<p>L’ articolo – segnala <a href="http://www.editorsweblog.org/newsrooms_and_journalism/2010/06/could_public_relations_be_the_future_of.php">Editorsweblog</a> – cita in particolare l’ assunzione da parte di <em>Edelman</em>, una grossa azienda Usa di pubbliche relazioni, di <strong>Richard Sambrook</strong>, ex capo redattore di <em>BBC News</em>, nella posizione di responsabile della sezione contenuti. E sottolinea l’ arrivo di <strong>Stefan Stern</strong> al <em>Financial Times</em> come nuovo capo della strategia della testata.</p>
<p><span id="more-5296"></span>Mentre fino ad ora i mondi delle PR e del giornalismo a volte si sovrapponevano, ora – osserva Editor’s Weblog &#8211; queste nuove decisioni profilano dei cambiamenti. L’ invito di Sambroock, secondo cui “ogni azienda dovrebbe essere una media company nel suo settore”,  suggerisce l’ idea che le aziende dovrebbero bypassare le tradizionali fonti di informazioni e parlare direttamente ai consumatori. In più, come asserisce Sambrook stesso, il paesaggio giornalistico attuale, con i suoi mutamenti, presenterebbe delle grosse opportunità per l’ espansione delle PR.</p>
<p>E dunque, questa mossa di Edelman fa presagire un future ibrido Giornalismo/Pubbliche Relazioni? Qualcuno dice forse. <strong>Richard Gillis</strong>, direttore di <em>Platform Magazine</em>, sostiene che &#8220;la fiacchezza della pubblicità tradizionale sta incoraggiando il mondo economico a chiedere un profilo più alto all’ interno del settore dei contenuti editoriali”. E quindi muoversi attraverso le fonti di Informazione tradizionali potrebbero non essere sufficiente per le agenzie di Pubbliche relazioni, che sperano di toccare il pubblico in maniera più efficace assumendo un ruolo psudo-giornalistico.</p>
<p>Dunque, mentre Edelman spinge per raggiungere una maggiore qualità giornalistica, <strong>Mike Morgan</strong>, CEO di <em>The Red Consultancy,</em> ipotizza che le agenzie di PR non dovrebbero mai svolgere il ruolo dei media perché ciò comporterebbe “dei problemi di fiducia con i consumatori”. Mentre la presenza di una terza parte può rendere i consumatori più sicuri, e non farli sentire come se queste grandi aziende incombessero su di loro con i loro prodotti.  Certo, le agenzie di PR dovrebbero essere prudenti sul modo con cui affrontare il pubblico, ma l’ irrompere di un mezzo non tradizionale da una fonte inattesa potrebbe essere troppo pesante da digerire per i consumatori.</p>
<p>Mentre al momento può sembrare impossibile, considerando i tanti problemi che il giornalismo oggi si trova di fronte un giornalismo ibridato con le PR non è del tutto furoi orizzonte. Connettere i saperi  giornalistici con i ricavi pubblicitari delle aziende di pubbliche relazioni potrebbe produrre contributi economici  essenziali al mondo giornalistico.</p>
<p>A quel punto – osserva ancora Editor’s weblog – diventerebbe se i tentativi e gli sforzi del giornalismo in questo senso garantirebbero ancora, o meno, un certo grado di indipendenza e di integrità. Se fosse collegato direttamente con le grandi corporation, i giornalisti potrebbero infatti sentirsi fortemente spinti a sottoscrivere il punto di vista politico dei clienti delle agenzie di PR. E in questo modo se alcuni problemi verrebbero risolti, il matrimonio fra giornalismo e PR potrebbe avere delle conseguenze tragiche straordinarie sulla correttezza e l’ autonomia del giornalismo.</p>
<p>In ogni caso solo il tempo dirà se le PR rappresentano il future del Giornalismo. E, se questodovesse essere il future, se si troverà qualche strada per proteggere l’ indipendenza e l’ onestà di un Giornalismo che però è inestricabilmente legato a interessi economici giganteschi.</p>



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		<title>Informazione locale e pubblicità: la grande sfida di Yahoo ai quotidiani</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jun 2010 12:18:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
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		<description><![CDATA[Alan D. Mutter, su Reflections of a Newsosaur, analizza i segnali secondo cui il grande portale sarebbe pronto a produrre dei siti web locali da riempire con contenuti originali in grado di competere con quelli dei giornali, lanciando una sfida particolare alle centinaia di editori che attualmente vendono pubblicità per il potente portale attraverso il [...]


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Yahoo2.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5293" title="Yahoo2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Yahoo2-300x214.jpg" alt="Yahoo2" width="300" height="214" /></a><em>Alan D. Mutter, su <strong>Reflections of a Newsosau</strong>r, analizza i segnali secondo cui il grande portale sarebbe pronto a produrre dei siti web locali da riempire con contenuti originali in grado di competere con quelli dei giornali, lanciando una sfida particolare alle centinaia di editori che attualmente vendono pubblicità per il potente portale attraverso il Newspaper Consortium – L’ acquisto di Associated Content una tappa chiave delle scorrerie nell’ informazione locale che il gigante del web si appresta a lanciare</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;- </em><br />
<strong> Yahoo signals major challenge to newspapers</strong><br />
<em>(di Alan D. Mutter<br />
da <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2010/06/yahoo-signals-major-challenge-to.html">Reflections of a Newsosaur</a>)</em></p>
<p>Yahoo sembra fortemente intenzionto a produrre dei siti web locali da riempire con contenuti originali in grado di competere con i giornali, lanciando una sfida particolare alle centinaia di editori che attualmente vendono pubblicità per il potente portale.</p>
<p>L’ intenzione di puntare in prima persona verso il settore degli spot pubblicitari tanto apprezzati dagli editori era venuta alla luce il mese scorso, quando Yahoo <a href="../2010/05/20/yahoo-compra-associated-content-per-90-mln-di-dollari/">aveva annunciato</a> l’ acquisto di Associated Content per 100 milioni di dollari, dando accesso a qualcosa come 380.000 persone che aspirano a scrivere articoli, fare foto o produrre video dietro compensi che partono da un minimo di <a href="http://www.associatedcontent.com/earning_money.html">2 dollari</a> a prodotto.</p>
<p>Fonti interne al mondo di Silicon Valley sostengono che una buona parte di questi materiali verranno utilizzati per coprire l’ Informazione locale nella speranza di riuscire a raccogliere una audience sempre più ampia per le inserzioni pubblicitarie ‘premium’ che Yahoo vende attraverso il ricchissimo database che ha accumulato col passare degli anni.</p>
<p><span id="more-5292"></span>Se i prodotti raccolti via Associated Content saranno sufficientemente rispettabili per attrarre e conservare delle audience sostanziose, l’ abilità di Yahoo nel vendere inserzioni personalizzate – combinata con la sua enorme presenza di mercato sul web – gli garantirà un vantaggio significativo nei confronti dei giornali concorrenti che operano in molte zone.</p>
<p>Tutto questo potrebbe fare di Yahoo il più temibile concorrente che i giornali possano avere.</p>
<p>Perché? Essendo uno dei più grandi e antichi portal sul web, Yahoo conosce qualcosa di tutti quelli che sono andati online e usando quelle informazioni può personalizzare la sua pubblicità non solo attraverso la zona in cui vive ma soprattutto attraverso il suo comportamento sul web.</p>
<p>Gli editori conoscono molto bene la grande potenza di Yahoo, tanto che <a href="http://www.npconsortium.com/members.php">circa 800 di essi</a> hanno stretto con la società degli accordi attraverso il Newspaper Consortium per vendere pubblicità mirata che consentiva loro di farsi pagare 15 dollari per mille pagine viste per ciascun banner che, senza personalizzazione, non varrebbe più di uno o 2 dollari per mille pagine.</p>
<p>Yahoo, a sua volta, aveva dei benefici non solo attraverso la possibilità di accedere a delle abbondanti quanrtità di siti locali ma anche influenzando le migliaia di persone messe in campo dalle centinaia di editori che partecipano al consorzio.</p>
<p>La natura di questa relazione reciprocamente vantaggiosa potrebbe cambiare – non necessariamente in bene per i giornali –se Yahoo comincerà  a realizzare direttamente i siti web locali.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Ac.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5294" title="Ac" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Ac-300x108.jpg" alt="Ac" width="300" height="108" /></a>Dopo aver arruolato la Redazione di Associated Content per produrre servizi e articoli locali a costi molto più bassi rispetto a qualsiasi altro giornale, Yahoo potrà usare questa ampia ricchezza sul web indirizzando gli utenti verso i suoi siti web.</p>
<p>Yahoo è  fra le 5 principali destinazioni iniziali degli internauti e i suoi 70 miliardi di pagine viste al mese sono più di 100 volte maggiori del  NYTimes.Com, il più popolare sito web fra quelli dei giornali.</p>
<p>E ora la scorreria di Yahoo nell’ informazione locale potrebbe mettere in forte difficoltà i membri del Newspaper Consortium.</p>
<p>Se gli editori lasciano le proprie agenzie di vendita di inserzioni per i siti locali di Yahoo, i giornali potrebbero  potenzialmente beneficiare di un nuovo flusso di ricavi. Ma facendo così, tuttavia, rischierebbero di vedere una gran parte del traffico che attualmente passa per i loro siti dirottato verso Yahoo.</p>
<p>Visto che i media digitali sono il futuro per le concessionarie locali dei giornali, il rafforzamento di Yahoo come concorrente per l’ informazione online e sul mobile sarebbe strategicamente suicida per i quotidiani.</p>
<p>E anche se gli editori decidessero che è un loro interesse a breve termine continuare a vendere pubblicità per Yahoo, la natura di questa relazione potrebbe venire deformata, se non cambiare del tutto. Con Yahoo in grado di produrre e promuovere siti web locali in maniera autonoma, l’ equilibrio di potere attuale verrebbe spezzato a tutto favore di Yahoo.</p>



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</ol></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Pubblicità: dal 2005 i giornali Usa hanno perso metà dei ricavi su carta</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2010/05/29/pubblicita-dal-2005-i-giornali-usa-hanno-perso-meta-dei-ricavi-su-carta/</link>
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		<pubDate>Sat, 29 May 2010 13:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[
Nel primo trimestre di quest’ anno la pubblicità sul cartaceo è calata dell’ 11,4% (contro il 29,7% dello stesso periodo del 2009), ma il fatturato è solo di 5,2 miliardi di dollari, contro i 10,3 miliardi dello stesso periodo del 2005 – Il fatturato nell’ online è invece cresciuto del 4,9%
&#8212;&#8212;&#8212;- 
Newspapers now have lost [...]


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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Pubblicità1.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5265" title="Pubblicità1" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Pubblicità1-286x300.jpg" alt="Pubblicità1" width="286" height="300" /></a></p>
<p><em>Nel primo trimestre di quest’ anno la pubblicità sul cartaceo è calata dell’ 11,4% (contro il 29,7% dello stesso periodo del 2009), ma il fatturato è solo di 5,2 miliardi di dollari, contro i 10,3 miliardi dello stesso periodo del 2005 – Il fatturato nell’ online è invece cresciuto del 4,9%</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;- </em><br />
<strong>Newspapers now have lost half of core sales </strong></p>
<p>di <em>Alan D. Mutter</em><br />
(da <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2010/05/newspapers-now-have-lost-half-of-core.html">Reflections of a Newsosaur</a>)</p>
<p>Il declino della pubblicità sui giornali si sarà pure attutito nel primo trimestre di quest’ anno, ma il settore esce da questo periodo con meno della metà dei ricavi di base che aveva nello stesso periodo del 2005.</p>
<p>I ricavi pubblicitari nel settore sono calati dell’ 11,4% nei primi tre mesi del 2010, raggiungendo i 5,2 miliardi di dollari, secondo i dati appena diffusi dalla Newspaper Association of America. Ma comparando questo dato con i 10,3 miliardi di dollari dello stesso periodo del 2005 si ottiene una perdita del 55,3%.</p>
<p>Anche se il calo delle vendite di inserzioni è risultato meno severo rispetto al 29,7% dello stesso periodo dell’ anno scorso, tuttavia si tratta del terzo peggior risultato trimestrale da segnare sul libro nero.</p>
<p><span id="more-5264"></span>L’ unico sprazzo di luce nei dati di questo quadrimestre è che il fatturato pubblicitario nell’ online è cresciuto del 4,9%, raggiungendo i 730,4 milioni di dollari: la prima volta in due anni che il settore segna un andamento positivo nelle vendite di pubblicità. Ma il fatturato nell’ online è ben lontano dagli 846,9 milioni di dollari registrati nel quarto trimester del 2007.</p>
<p>I dati nel campo del cartaceo rappresenta il 16/o risultato negative consecutive, una tendenza cominciata, significativamente, nell’ aprile del 2006, prima che l’ economia globale cominciasse ad andare in frantumi.</p>
<p>La pubblicità su carta è importante perché tradizionalmente pesa per I tre-quarti dei ricavi di base di molti quotidiani, mentre vendite e pubblicità online coprono il resto.</p>
<p>Le dimensioni dell’ ampio declino della pubblicità su carta – il core business di ogni quotidiano – può essere illustrato comparando le vendite nel primo trimester di quest’ anno con quelle dello stesso periodo del 2005, quando il settore aveva raggiunto un tetto di fatturato di 49,4 milioni di dollari.</p>
<p>Ecco i dati:</p>
<p><a href="http://1.bp.blogspot.com/_EkLOPCrR0fc/S_81ADvT7pI/AAAAAAAAA9U/5AZew5ZKPEg/s1600/0001OJ.jpeg"> </a><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Pubblicità21.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-5267" title="Pubblicità2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Pubblicità21-300x168.jpg" alt="Pubblicità2" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Come si vede nella tabella qui accanto, le tre principali categorie pubblicitarie sono state colpite nel modo più duro: auto, immobiliare e lavoro. Mentre questi tre settori colavano a picco a causa della tempesta economica,  è improbabile che le tre categorie possano riprendersi in futuro, visto che gli inserzionisti si sono spostati verso i siti web gratuiti o poco costosi come Craig’s List o Zillow o Cars.Com.</p>
<p>Anche se un po’ meno delle alter, anche la pubblicità commerciale al dettaglio  e quella nazionale hanno registrato una contrazione notevole.</p>
<p>Con metà del proprio reddito di base volatilizzato, i quotidiani sono in corsa contro il tempo per sviluppare prodotti convincenti e di nicchia che possano assicurare un futuro.</p>
<p>Anche se la stampa per il momento è lontana dalla fine, più della metà dei suoi lettori hanno superato i 50 anni. Poiché i giornali non sono riusciti ad attrarre lettori giovani come storicamente li avevano sempre attratto in passato,  ora sono costretti a cambiare quasi tutto del loro modello economico se vogliono sperare di reggere.</p>
<p>Il calo meno appariscente di questi primi mesi dell’ anno ha regalato agli editori un po’ più di tempo per riposizionare strategicamente il loro modello. Ma non c’ è nulla nei risultati di questo trimestre che possa suggerire che la tempesta per i giornali stia finendo.</p>



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		<title>Pubblicità: Usa, torna la ripresa ma non nella carta stampata</title>
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		<pubDate>Fri, 28 May 2010 20:33:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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Secondo l’ analisi, realizzata per Kantar Media, il fatturato pubblicitario è cresciuto in 13 dei 19 [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Advertising.JPG"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-5251" title="Advertising" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Advertising-150x150.jpg" alt="Advertising" width="150" height="150" /></a>Gli investimenti pubblicitari negli Stati Uniti sono cresciuti del 5,1% nel primo trimestre di quest’ anno rispetto allo stesso periodo dell’ anno scorso, ma la crescita non ha toccato la carta stampata, che continua a mostrare prevalentemente segni di declino.</p>
<p>Secondo l’ analisi, realizzata per Kantar Media, il fatturato pubblicitario è cresciuto in 13 dei 19 settori editoriali analizzati, raggiungendo il tetto del 22% di incremento nel campo degli spot televisivi.</p>
<p>Complessivamente i ricavi del settore nel primo trimestre 2010 ammontano a 1,5 miliardi di dollari.</p>
<p>Nel settore della carta stampata, i ricavi dei giornali locali sono calati del 5,6% (per i giornali nazionali il dato parla di un +9,1% ma solo perché, secondo  <a href="http://www.followthemedia.com/spots/happy27052010.htm">Followthemedia</a>, il <em>Wall Street Journal</em> ha messo insieme anche i dati dell’ online). Le riviste registrano ancora un declino, con la strana eccezione dei giornali della domenica in cui le inserzioni sono aumentate del 13,7%.</p>
<p>La pubblicità su internet è cresciuta del 5%.</p>
<p>Sul piano degli inserzionisti, i dati dimostrano, in particolare, una forte ripresa dell’ industria automobilistica, con la General Motors, che ha investito nel trimestre 118,2 milioni di dollari (il 28,5% in più rispetto allo stesso periodo dell’ anno scorso). Al secondo posto la Procter &amp; Gamble, che ha investito 116,1 milioni di dollari(+17.7%).</p>



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