<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>LSDI &#187; La pubblicità</title>
	<atom:link href="http://www.lsdi.it/category/la-pubblicita/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.lsdi.it</link>
	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	
		<item>
		<title>Pubblicità: in Usa il 31% degli internauti totalmente ‘’cieco’’ rispetto agli annunci</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-in-usa-il-31-degli-internauti-totalmente-cieco-rispetto-agli-annunci/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-in-usa-il-31-degli-internauti-totalmente-cieco-rispetto-agli-annunci/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:57:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[banner blindness]]></category>
		<category><![CDATA[comScore]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
		<category><![CDATA[web advertising]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11664</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/delete.jpeg"></a>Solo il 69% degli americani su internet ‘’vedono’’ le inserzioni pubblicitarie. Dove ‘’vedono’’ significa che dedicano loro almeno un secondo di attenzione. Segno che più di 3 internauti su 10 le inserzioni non le vedono nemmeno.
E’ uno dei dati di una nuova ricerca <a href="http://www.comscore.com/Press_Events/Press_Releases/2012/1/comScore_Introduces_Validated_Campaign_Essentials">nuova ricerca in tema di pubblicità web</a> realizzata da comScore, che ha esaminato 381.000 domini statunitensi e 1,7 miliardi di impression di advertising online.</p>
<p>
Come si spiega la totale disattenzione del 31% degli utenti nei confronti di banner ecc.?
Secondo <a href="http://comunicaresulweb.altervista.org/web-marketing/web-advertising-annunci-pubblicitari">Comunicare sul web</a>, forse gli utenti scrollano la pagina prima che l’ annuncio pubblicitario sia caricato e quindi lo saltano. Oppure non scrollano la pagina abbastanza per arrivare all’annuncio pubblicitario, che sta più sotto.</p>
<p>Queste almeno sono le ipotesi di comScore. Forse però – ribatte il sito &#8211; il risultato potrebbe essere  dovuto all’ effetto della cosiddetta <strong>‘’banner blindness’’</strong>, cioè al fenomeno della cecità ai banner pubblicitari.</p>
<p>Lo studio ha inoltre mostrato che:</p>
<p style="padding-left: 30px;">-   Le percentuali di visualizzazione degli annunci pubblicitari variano in modo considerevole da sito a sito: vanno dal 7% fino al 91%.</p>
<p style="padding-left: 30px;">-   Una media del 4% degli annunci pubblicitari – ma si arriva anche al 15% in alcuni casi – è visualizzata in mercati dove il prodotto o il servizio non viene venduto. Questi banner sono pertanto inefficaci: si tratta cioè di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/delete.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11667" title="delete" src="http://www.lsdi.it/assets/delete-300x235.jpg" alt="" width="300" height="235" /></a>Solo il 69% degli americani su internet ‘’vedono’’ le inserzioni pubblicitarie. Dove ‘’vedono’’ significa che dedicano loro almeno un secondo di attenzione. Segno che più di 3 internauti su 10 le inserzioni non le vedono nemmeno.<br />
E’ uno dei dati di una nuova ricerca <a href="http://www.comscore.com/Press_Events/Press_Releases/2012/1/comScore_Introduces_Validated_Campaign_Essentials">nuova ricerca in tema di pubblicità web</a> realizzata da <em>comScore</em>, che ha esaminato 381.000 domini statunitensi e 1,7 miliardi di impression di advertising online.</p>
<p><span id="more-11664"></span><br />
Come si spiega la totale disattenzione del 31% degli utenti nei confronti di banner ecc.?<br />
Secondo <a href="http://comunicaresulweb.altervista.org/web-marketing/web-advertising-annunci-pubblicitari">Comunicare sul web</a>, forse gli utenti scrollano la pagina prima che l’ annuncio pubblicitario sia caricato e quindi lo saltano. Oppure non scrollano la pagina abbastanza per arrivare all’annuncio pubblicitario, che sta più sotto.</p>
<p>Queste almeno sono le ipotesi di comScore. Forse però – ribatte il sito &#8211; il risultato potrebbe essere  dovuto all’ effetto della cosiddetta <strong>‘’banner blindness’’</strong>, cioè al fenomeno della cecità ai banner pubblicitari.</p>
<p>Lo studio ha inoltre mostrato che:</p>
<p style="padding-left: 30px;">-   Le percentuali di visualizzazione degli annunci pubblicitari variano in modo considerevole da sito a sito: vanno dal 7% fino al 91%.</p>
<p style="padding-left: 30px;">-   Una media del 4% degli annunci pubblicitari – ma si arriva anche al 15% in alcuni casi – è visualizzata in mercati dove il prodotto o il servizio non viene venduto. Questi banner sono pertanto inefficaci: si tratta cioè di web advertising sprecata.</p>
<p style="padding-left: 30px;">-    Il 72% delle campagne di web advertising analizzate ha indicato che alcuni annunci o banner erano pubblicati accanto a contenuti sgraditi all’inserzionista. Perché sgraditi? Secondo l’ ottica dell’ inserzionista, il contenuto che circondava queste pubblicità danneggiava in qualche modo il brand. Pertanto, il web advertising in questione non ha avuto l’ efficacia che ci si aspettava.</p>
<p>I dati della ricerca – conclude Comunicare sul web &#8211; sono impietosi. Il mondo del web advertising è ancora ben lontano dal trovare un modello che funzioni in modo soddisfacente.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-in-usa-il-31-degli-internauti-totalmente-cieco-rispetto-agli-annunci/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Un difensore civico dell&#8217; informazione</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/un-difensore-civico-dell-informazione-a-garanzia-dei-cittadini/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/un-difensore-civico-dell-informazione-a-garanzia-dei-cittadini/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 21:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[difensore civico]]></category>
		<category><![CDATA[Fnsi]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Ghirra]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Ordine dei giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Natale]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11617</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/pane.gif"></a>La proposta lanciata in occasione della presentazione a Milano della Ricerca su informazione e pubblicità realizzata da Ordine e Università di Urbino &#8211; Il ‘’difensore dell’ informazione’’ potrebbe svolgere un ruolo da pm, segnalando ai futuri Consigli di disciplina casi di violazione delle norme deontologiche e commistioni fra messaggio pubblicitario e informazione </p>
<p></p>
<p> Un difensore dell’ informazione, è stato detto, può essere utile solo se esterno, realmente indipendente. Modello difensore civico &#8211; D&#8217; accordo il presidente della Fnsi, Roberto Natale, e il segretario nazionale dell&#8217; Ordine dei giornalisti, Giancarlo Ghirra &#8211; Proposto anche l’ avvio di un ”monitoraggio del cambiamento”, attraverso la creazione di strutture dell’ Ordine, a livello nazionale e regionale, in grado di tenere costantemente sotto controllo il flusso dell’ informazione giornalistica &#8211; Un nuovo corso per l&#8217; Ordine
</p>
<p>&#8212;&#8211;
(da  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/28/un-difensore-civico-per-una-informazione-corretta/">qualinfo.it</a>)</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un <strong>difensore dell’  informazione</strong> a garanzia dei cittadini, sul modello del difensore civico.</p>
<p>&#160;</p>
<p>E’ una delle  proposte emerse nel corso dell’ incontro su ‘’Informazione e pubblicità, relazioni pericolose?’’ che si è tenuto venerdì mattina al Circolo della stampa di Milano in occasione della presentazione della  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">Ricerca</a> realizzata dal gruppo di lavoro su ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’ del Consiglio nazionale dell’ ordine dei giornalisti insieme all’ équipe di ricercatori dell’ Università di Urbino guidata da Giovanni Boccia Artieri.</p>
<p>&#160;</p>
<p>La proposta, avanzata da <strong>Michele Urbano</strong> nella sua relazione su ’’Deontologia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/assets/pane.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11623" title="pane" src="http://www.lsdi.it/assets/pane-300x200.gif" alt="" width="300" height="200" /></a>La proposta lanciata in occasione della presentazione a Milano della Ricerca su informazione e pubblicità realizzata da Ordine e Università di Urbino &#8211; Il ‘’difensore dell’ informazione’’ potrebbe svolgere un ruolo da pm, segnalando ai futuri Consigli di disciplina casi di violazione delle norme deontologiche e commistioni fra messaggio pubblicitario e informazione </em></p>
<p><span id="more-11617"></span></p>
<p><em> Un difensore dell’ informazione, è stato detto, può essere utile solo se esterno, realmente indipendente. Modello difensore civico &#8211; D&#8217; accordo il presidente della Fnsi, Roberto Natale, e il segretario nazionale dell&#8217; Ordine dei giornalisti, Giancarlo Ghirra &#8211; Proposto anche l’ avvio di un ”monitoraggio del cambiamento”, attraverso la creazione di strutture dell’ Ordine, a livello nazionale e regionale, in grado di tenere costantemente sotto controllo il flusso dell’ informazione giornalistica &#8211; Un nuovo corso per l&#8217; Ordine<br />
</em></p>
<p>&#8212;&#8211;<br />
(da  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/28/un-difensore-civico-per-una-informazione-corretta/">qualinfo.it</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un <strong>difensore dell’  informazione</strong> a garanzia dei cittadini, sul modello del difensore civico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ una delle  proposte emerse nel corso dell’ incontro su <em>‘’Informazione e pubblicità, relazioni pericolose?’’</em> che si è tenuto venerdì mattina al Circolo della stampa di Milano in occasione della presentazione della  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">Ricerca</a> realizzata dal gruppo di lavoro su ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’ del Consiglio nazionale dell’ ordine dei giornalisti insieme all’ équipe di ricercatori dell’ Università di Urbino guidata da Giovanni Boccia Artieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La proposta, avanzata da <strong>Michele Urbano</strong> nella sua relazione su<em> ’’Deontologia e cambiamento’’</em>, è stata accolta pienamente da <strong>Giancarlo Ghirra</strong>, segretario dell’ Ordine nazionale dei giornalisti, che nel suo intervento, a conclusione del dibattito, ha ipotizzato che il ‘’difensore dell’ informazione’’ possa svolgere anche un ruolo da ‘’pubblico ministero’’, segnalando ai futuri Consigli di disciplina (previsti dalla Legge 148 per tutti gli ordini professionali) casi di violazione delle norme deontologiche da parte delle testate giornalistiche e, nel caso del rapporto informazione/pubblicità, commistioni e relazioni pericolose, a garanzia del diritto dei cittadini a una informazione corretta e alla massima lealtà da parte del giornalismo professionale.<br />
‘’ Un difensore dell’informazione può essere utile solo se esterno, realmente indipendente. Modello difensore civico’’ ha spiegato Urbano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una ipotesi su cui si è detto d’ accordo (‘’un sì convinto’’) anche <strong>Roberto Natale</strong>, presidente della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), secondo cui ‘’è importante che ci sia un soggetto esterno alla categoria, che rappresenti il punto di vista dei cittadini e abbia voce in capitolo sulle questioni deontologiche, di cui i rapporti informazione-pubblicità sono un segmento particolarmente delicato’’.</p>
<p>Una figura riconosciuta dagli Ordini regionali dei giornalisti – ha precisato Urbano – ma che sia ‘’espressione della collettività (del Comune o della Regione).  Che possa attivare dei procedimenti nei nuovi consigli di disciplina dell’Ordine ma anche attivarsi presso le varie testate  per dare risposte rapide ai problemi posti dai cittadini-lettori  o ascoltatori’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Monitoraggio del cambiamento</em></p>
<p>L’ istituzione del difensore dell’ informazione, secondo Urbano, deve essere collegata all’ avvio di un <strong>monitoraggio del cambiamento</strong>, attraverso la realizzazione di una strutture a livello nazionale e regionale, in grado di tenere costantemente sotto controllo il flusso dell’ informazione giornalistica.<br />
‘’Sia chiaro – spiega Urbano -: non commissioni di censura ma sentinelle a guardia di una professione che cambia, capaci di segnalare i  pericoli, gli errori e, magari di intervenire per correggere’’.</p>
<p>‘’Non attrezzarsi per capire dove stiamo andando così come non attrezzarsi per difendere la credibilità dell’informazione è un peccato di indolenza che i giornalisti potrebbero pagare molto caro attraverso una travolgente crisi d’identità che peraltro è già in atto. E peggio, la potrebbero pagare ancora più cara i cittadini, privati di una informazione pulita, onesta, professionale su cui formarsi opinioni frutto della realtà e non di interessi’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Relazioni pericolose?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella sua relazione <strong>Giovanni Boccia Artieri</strong>  ha illustrato i risultati della Ricerca (<a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">consultabile qui</a>) , realizzata attraverso un sondaggio effettuato fra un campione di  giornalisti di un ventaglio di redazioni (carta, online di testate tradizionali, testate online ‘’native’’) rappresentativo del panorama editoriale italiano, mettendo in rilievo le criticità principali emerse:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- metà dei giornalisti ritiene che la pubblicità condizioni la linea editoriale delle testate;<br />
- il 54% ritengono che le norme deontologiche su informazione e pubblicità vadano riviste<br />
-  allarme maggiore nelle generazioni intermedie, rispetto a quelle più giovani, e nella carta rispetto all’ online<br />
-scarsa conoscenza delle norme e/o scarsa percezione del loro valore nella realtà quotidiana<br />
- problemi di comunicazione verso i più giovani, che sembrano dare meno importanza al sistema di autoregolazione che regge la professione<br />
- forte disincanto in alcuni nei confronti di una soluzione del problema, ritenuto per molti aspetti irrisolvibile<br />
- ma anche ‘’sogno’’ di un mondo in cui il giornalismo possa sostenersi esclusivamente attraverso le proprie forze e quindi facendo a meno della pubblicità</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Non demonizzare</em></p>
<p>Secondo Boccia Artieri la Ricerca – che verrà approfondita nei prossimi mesi – ha comunque dimostrato anche la presenza all’ interno del giornalismo professionale di un pregiudizio nei confronti della pubblicità.  Che comunque, bene o male, rappresenta una delle risorse fondamentali per il giornalismo presente e futuro (almeno a medio termine).<br />
Come ha mostrato, con una serie di slide, <strong>Nicolò Michetti</strong>, Ceo di Digital Pr, una nota azienda milanese  di pubbliche relazioni specializzata nel campo dei social network.<br />
Paradossalmente – almeno in apparenza – anche le aziende procedono in maniera decisa verso una ‘’deontologia’’ che punta sulla trasparenza come valore centrale e privilegia – ha spiegato Michetti – il dialogo e la conversazione  con i cittadini-internauti rispetto allo spot diretto ai consumatori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La demonizzazione può venire anche dalla scarsa conoscenza dei meccanismi e dell’ evoluzione del  mondo della pubblicità? <strong>Raffaele Fiengo</strong>,  ex redattore del Corriere della Sera e docente all’ Università di Padova, ne è convito: il giornalismo italiano conosce poco la pubblicità, non ne vede i contorni e le tensioni, non lo racconta e quindi alla fine non lo conosce, non ne  fa conoscenza e lo considera solo astrattamente una cosa da contrastare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un invito a un atteggiamento laico nei confronti del problema è venuto anche da Ghirra, secondo cui ‘’la chiave è la correttezza, il gioco pulito, da entrambe le parti’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La qualità </em></p>
<p>Segnali di una maturazione in questo senso comincerebbero ad emergere anche dal fronte degli editori (la cui voce – è stato sottolineato più volte – è spesso assente dal dibattito sull’ evoluzione del giornalismo e la qualità dell’ informazione.</p>
<p>Lo ha rilevato <strong>Letizia Gonzales</strong> , presidente dell’ Ordine dei giornalisti della Lombardia, ricordando come in un recente incontro sulla deontologia a Milano Pier Gaetano Marchetti, presidente di Rcs Mediagroup, aveva <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Ds7G4eF_y7M">segnalato i pericoli</a>, anche per il Corriere, di ‘’relazioni pericolose’’ fra informazione e pubblicità e indicando un futuro virtuoso in una progressiva distinzione  fra’’ giornali di qualità e pubblicità di qualità’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La Fnsi, il prossimo contratto e la nuova legge sui contributi all’ editoria</em></p>
<p>Un discorso che potrebbe essere ripreso in occasione della scadenza del prossimo Contratto nazionale di lavoro. Roberto Natale, presidente Fnsi,  annuncia l’ impegno a rivedere le regole contenute dal Contratto sul rapporto delle testate con il messaggio pubblicitario.</p>
<p>‘’Dovremo rivedere le regole – ha detto Natale – senza farsi schiacciare dalla crisi, ma alla nell’ ambito dell’ evoluzione del quadro editoriale. Dobbiamo ricominciare a ragionare sulla questione, senza demonizzazioni ma puntando al riconoscimento della diversità dei linguaggi e degli obbiettivi: da un lato l’ informazione, dall’ altro la vendita’’.</p>
<p>Quanto al ‘’sogno’’ di un giornalismo che si possa reggere senza pubblicità, secondo Natale, nella ridefinizione delle regole per il sostegno pubblico all’ editoria si dovrebbero prevedere contributi più consistenti per quelle testate (sia su carta che online) che vogliono parlare solo ai cittadini e non ai consumatori’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’  Ordine e la formazione</em></p>
<p>Il nuovo Ordine dei giornalisti, che comincia in qualche modo a profilarsi, dovrà mettere al centro della propria attività la formazione. Per Giancarlo Ghirra può essere la leva fondamentale per innescare un processo di cambiamento assolutamente indispensabile.</p>
<p>‘’Cambiare è indispensabile – ha detto il segretario dell’ Ordine –.  Non tanto i codici deontologici, quanto i comportamenti’’. E la formazione è un grande strumento. Che può essere utilizzato anche in maniera più ampia, nei confronti dei futuri cittadini, andando sempre di più nelle scuole, dove il giornalismo e l’ informazione sono argomenti sempre più seducenti’’.</p>
<p>E’ uno dei canali attraverso cui potrebbe passare una sorta di ‘’egemonia del buon giornalismo’’ su tutto il mondo dell’ informazione,  come aveva auspicato <strong>Pino Rea</strong>, che ha coordinato il dibattito.</p>
<p>Una ‘’egemonia’’ che presuppone, appunto, un radicale cambiamento di punti di vista e di pratiche professionali.<br />
Ecco, per Ghirra, ‘’un nuovo Ordine dei giornalisti potrà avere un senso solo se si avvierà un realmente un nuovo corso’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/un-difensore-civico-dell-informazione-a-garanzia-dei-cittadini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>4</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pubblicità: nel 2012 negli Usa l’ online supererà la carta</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-nel-2012-negli-usa-l-online-superera-la-carta/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-nel-2012-negli-usa-l-online-superera-la-carta/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 13:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[eMarketer]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità online]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11573</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/eMarketer1.jpeg"></a>Nel 2012, per la prima volta, gli investimenti pubblicitari nell’ online negli Stati Uniti supereranno quelli su carta. La previsione di <a href="http://adage.com/article/mediaworks/emarketer-online-ad-spending-pass-print-time/232221/">eMarketer</a> è illustrata da questa tabella. Secondo la società,  il fatturato dell’ advertising digitale è cresciuto nel 2011 del 23% (toccando i 32,03 miliardi di dollari) e dovrebbe crescere allo stesso ritmo (+23,3%) nel corso del 2012 toccando i 39,5 miliardi di dollari.</p>
<p>&#160;</p>
<p>La pubblicità su carta (quotidiani e magazine) dovrebbe scendere dai 36 ai 33,8 mld di dollari, seguendo un lento calo che dovrebbe portare nel 2016 gli investimenti complessivi a 32,3 miliardi.
Al contrario, il fatturato della pubblicità digitale dovrebbe crescere a 46,5 mld nel 2013 e toccare i 62 miliardi nel 2016, un livello pari a quasi il doppio di quello della carta stampata.
Nel 2012 la spesa pubblicitaria totale negli Usa dovrebbe crescere del 6,7%, a 169,5 miliardi, con un incremento quasi doppio a quello registrato nel 2011 (+3,4%), soprattutto grazie alle Olimpiadi estive.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/eMarketer1.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-11606" title="eMarketer" src="http://www.lsdi.it/assets/eMarketer1.jpeg" alt="" width="331" height="269" /></a>Nel 2012, per la prima volta, gli investimenti pubblicitari nell’ online negli Stati Uniti supereranno quelli su carta. La previsione di <a href="http://adage.com/article/mediaworks/emarketer-online-ad-spending-pass-print-time/232221/">eMarketer</a> è illustrata da questa tabella. Secondo la società,  il fatturato dell’ advertising digitale è cresciuto nel 2011 del 23% (toccando i 32,03 miliardi di dollari) e dovrebbe crescere allo stesso ritmo (+23,3%) nel corso del 2012 toccando i 39,5 miliardi di dollari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11573"></span>La pubblicità su carta (quotidiani e magazine) dovrebbe scendere dai 36 ai 33,8 mld di dollari, seguendo un lento calo che dovrebbe portare nel 2016 gli investimenti complessivi a 32,3 miliardi.<br />
Al contrario, il fatturato della pubblicità digitale dovrebbe crescere a 46,5 mld nel 2013 e toccare i 62 miliardi nel 2016, un livello pari a quasi il doppio di quello della carta stampata.<br />
Nel 2012 la spesa pubblicitaria totale negli Usa dovrebbe crescere del 6,7%, a 169,5 miliardi, con un incremento quasi doppio a quello registrato nel 2011 (+3,4%), soprattutto grazie alle Olimpiadi estive.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-nel-2012-negli-usa-l-online-superera-la-carta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pubblicità: ‘’Bill’’, una rivista in nome di uno dei maestri dell’ advertising</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-bill-una-rivista-in-nome-di-uno-dei-maestri-dell-advertising/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-bill-una-rivista-in-nome-di-uno-dei-maestri-dell-advertising/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 21:57:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Bernbach]]></category>
		<category><![CDATA[Bill]]></category>
		<category><![CDATA[Mazza]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11560</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Bill.jpg"></a>Si chiama <strong>Bill</strong>, dal nome di William &#8216;Bill&#8217; Bernbach, pubblicitario di fama mondiale che ha influenzato generazioni di creativi, ed è stata <a href="http://www.pubblicitaitalia.it/news/Media-e-Multimedia/Stampa-periodica/tita-presenta-bill-ciliegina-sulla-torta-di-un-2011-di-crescita-_23010153.aspx">presentata lunedì a Milano</a> .
E&#8217; una rivista trimestrale sulla pubblicità, fatta dai pubblicitari, con una forte attenzione per i temi internazionali, e sarà distribuita all&#8217; interno delle librerie Feltrinelli e in alcune librerie specializzate.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Presto la rivista sarà presto anche online,  all&#8217; indirizzo<a href="http://www.billmagazine.com"> billmagazine.com</a>. ‘’Uno spazio web, aperto a contenuti multimediali, con estratti del giornale cartaceo, ma anche con argomenti di attualità aggiornati settimanalmente’’, spiega Giuseppe Mazza, direttore creativo e cofondatore dell’ agenzia pubblicitaria milanese  &#8221;Tita&#8221;.</p>
<p>&#160;
“Bill – osserva Mazza &#8211; non vuole essere una rivista su tutta la pubblicità. Ma un giornale che parla di un&#8217;idea di pubblicità e di un mestiere che ha l&#8217; esigenza di essere preso e riportato nella vita reale”.</p>
<p>&#160;
Quanto a ‘’Bill’’ Bernbach – considerato  la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/William_Bernbach ">figura più influente nella storia della pubblicità del XX secolo</a> &#8211; , il suo messaggio,  ‘’che mette al centro l&#8217; assoluta identità fra estetica ed etica – ha sottolineato Pasquale Barbella, uno dei collaboratori della rivista – non è ancora stato messo in pratica. Siamo di fronte al più amato, ma anche al più tradito dei maestri dell&#8217;advertising”.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Bill.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11563" title="Bill" src="http://www.lsdi.it/assets/Bill.jpg" alt="" width="270" height="330" /></a>Si chiama <strong>Bill</strong>, dal nome di William &#8216;Bill&#8217; Bernbach, pubblicitario di fama mondiale che ha influenzato generazioni di creativi, ed è stata <a href="http://www.pubblicitaitalia.it/news/Media-e-Multimedia/Stampa-periodica/tita-presenta-bill-ciliegina-sulla-torta-di-un-2011-di-crescita-_23010153.aspx">presentata lunedì a Milano</a> .<br />
E&#8217; una rivista trimestrale sulla pubblicità, fatta dai pubblicitari, con una forte attenzione per i temi internazionali, e sarà distribuita all&#8217; interno delle librerie Feltrinelli e in alcune librerie specializzate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11560"></span>Presto la rivista sarà presto anche online,  all&#8217; indirizzo<a href="http://www.billmagazine.com"> billmagazine.com</a>. ‘’Uno spazio web, aperto a contenuti multimediali, con estratti del giornale cartaceo, ma anche con argomenti di attualità aggiornati settimanalmente’’, spiega Giuseppe Mazza, direttore creativo e cofondatore dell’ agenzia pubblicitaria milanese  &#8221;Tita&#8221;.</p>
<p>&nbsp;<br />
“<em>Bill</em> – osserva Mazza &#8211; non vuole essere una rivista su tutta la pubblicità. Ma un giornale che parla di un&#8217;idea di pubblicità e di un mestiere che ha l&#8217; esigenza di essere preso e riportato nella vita reale”.</p>
<p>&nbsp;<br />
Quanto a ‘’Bill’’ Bernbach – considerato  la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/William_Bernbach ">figura più influente nella storia della pubblicità del XX secolo</a> &#8211; , il suo messaggio,  ‘’che mette al centro l&#8217; assoluta identità fra estetica ed etica – ha sottolineato Pasquale Barbella, uno dei collaboratori della rivista – non è ancora stato messo in pratica. Siamo di fronte al più amato, ma anche al più tradito dei maestri dell&#8217;advertising”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-bill-una-rivista-in-nome-di-uno-dei-maestri-dell-advertising/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La pubblicità condiziona la linea editoriale delle testate, secondo un giornalista su due</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/la-pubblicita-condiziona-la-linea-editoriale-delle-testate-secondo-un-giornalista-su-due/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/la-pubblicita-condiziona-la-linea-editoriale-delle-testate-secondo-un-giornalista-su-due/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 13:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[online]]></category>
		<category><![CDATA[Ordine]]></category>
		<category><![CDATA[professione]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità online]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11538</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Qualinfo1.gif"></a>Metà dei giornalisti italiani ritengono che la pubblicità condizioni la linea editoriale delle testate e il 54% di essi sono convinti che debbano essere riviste le norme deontologiche che regolano il rapporto fra informazione giornalistica e pubblicità.</p>
<p>Sono alcuni dei risultati di <strong>‘’Informazione e pubblicità, relazioni pericolose’’</strong> un’ analisi sull’ evoluzione dei rapporti fra giornalismo e pubblicità compiuta dal Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti e da una équipe del LaRiCA (Laboratorio di Ricerca sulla Comunicazione avanzata, dell’ Università di Urbino).</p>
<p></p>
<p>&#160;</p>
<p>Lo studio, appena <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/-">pubblicato su qualinfo.it</a> , il blog del Gruppo di lavoro ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’  dell’ Ordine, sarà presentato il 27 gennaio al Circolo della Stampa di Milano, nel corso di un incontro-dibattito fra gli autori della ricerca ed esponenti del mondo del marketing e dei nuovi media.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Questo il programma:</p>
<p>&#160;</p>
<p><strong>INFORMAZIONE E PUBBLICITA&#8217;, RELAZIONI PERICOLOSE?</strong></p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align: left;">Incontro sulla Ricerca realizzata dal Gruppo di lavoro ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’ dell’ Odg e dal Laboratorio di ricerca sulla Comunicazione avanzata (LaRiCA) dell’ Università di Urbino.</p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Circolo della Stampa- Milano (Corso Venezia 48, Sala Bracco, ore 10,30-13,30)</strong></p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align: left;">Relazioni</p>
<p>&#160;</p>
<p style="text-align: left;">-          <strong>Giornalisti sotto auto-osservazione: una inchiesta nelle redazioni</strong> ; Giovanni Boccia Artieri (presidente del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione, Urbino)
-         <strong>Rivedere le norme etiche</strong>? Michele Urbano (consigliere nazionale dell’ Ordine)
-         <strong>Relazioni pericolose?</strong>; Nicolo&#8217; Michetti (Ceo di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Qualinfo1.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11541" title="Qualinfo1" src="http://www.lsdi.it/assets/Qualinfo1-300x258.gif" alt="" width="300" height="258" /></a><em>Metà dei giornalisti italiani ritengono che la pubblicità condizioni la linea editoriale delle testate e il 54% di essi sono convinti che debbano essere riviste le norme deontologiche che regolano il rapporto fra informazione giornalistica e pubblicità.</em></p>
<p><em>Sono alcuni dei risultati di <strong>‘’Informazione e pubblicità, relazioni pericolose’’</strong> un’ analisi sull’ evoluzione dei rapporti fra giornalismo e pubblicità compiuta dal Consiglio nazionale dell’ Ordine dei giornalisti e da una équipe del LaRiCA (Laboratorio di Ricerca sulla Comunicazione avanzata, dell’ Università di Urbino).</em></p>
<p><span id="more-11538"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo studio, appena <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/-">pubblicato su qualinfo.it</a> , il blog del Gruppo di lavoro <em>‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’</em>  dell’ Ordine, sarà presentato il 27 gennaio al Circolo della Stampa di Milano, nel corso di un incontro-dibattito fra gli autori della ricerca ed esponenti del mondo del marketing e dei nuovi media.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo il programma:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>INFORMAZIONE E PUBBLICITA&#8217;, RELAZIONI PERICOLOSE?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Incontro sulla Ricerca realizzata dal Gruppo di lavoro ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’ dell’ Odg e dal Laboratorio di ricerca sulla Comunicazione avanzata (LaRiCA) dell’ Università di Urbino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Circolo della Stampa- Milano (Corso Venezia 48, Sala Bracco, ore 10,30-13,30)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><em>Relazioni</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">-          <strong>Giornalisti sotto auto-osservazione: una inchiesta nelle redazioni</strong> ; Giovanni Boccia Artieri (presidente del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione, Urbino)<br />
-         <strong>Rivedere le norme etiche</strong>? Michele Urbano (consigliere nazionale dell’ Ordine)<br />
-         <strong>Relazioni pericolose?</strong>; Nicolo&#8217; Michetti (Ceo di Digital Pr)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;"><em> -     Interventi e dibattito</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">-     <strong>Conclusioni</strong>: Giancarlo Ghirra (Segretario del Consiglio nazionale dell’ Odg).</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/la-pubblicita-condiziona-la-linea-editoriale-delle-testate-secondo-un-giornalista-su-due/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pubblicità: Facebook verso il 5% del mercato mondiale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-facebook-verso-il-5-del-mercato-mondiale/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-facebook-verso-il-5-del-mercato-mondiale/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 10:31:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità online]]></category>
		<category><![CDATA[Sole24ore]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11529</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Fb.jpg"></a>Facebook guadagna terreno nella gara con altri colossi di internet. Tanto che, oltre a raggiungere il tetto di <a href="http://www.lsdi.it/2012/un-miliardo-di-utenti-per-facebook-in-agosto-grazie-ai-paesi-emergenti/">un miliardo di utenti</a>  , durante il 2012 dovrebbe coprire il 5% degli investimenti in pubblicità online. Lo prevede la società di analisi Efficient Frontier, secondo quanto<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-15/facebook-miliardo-utenti-pubblicita-170046.shtml?uuid=Aa3tkPe "> riporta il Sole24ore.</a></p>
<p>&#160;</p>
<p>
‘’È una gara aperta con Google, Yahoo e Microsoft – spiega il quotidiano economico -. Alcuni ingranaggi della macchina da soldi del socialnetwork sono i messaggi promozionali grandi quanto un francobollo che appaiono ai lati delle pagine, gli accordi commerciali, le campagne promozionali capaci di raggiungere in poco tempo milioni di persone.
Ma la sua espansione, sottolinea la ricerca, non sottrarrà risorse ad altre piattaforme digitali: sarà alimentata soprattutto da incrementi di budget delle aziende per l&#8217;area social. Sono interessate a un pubblico globale e con ramificazioni capillari sul territorio’’.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Fb.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11532" title="Fb" src="http://www.lsdi.it/assets/Fb.jpg" alt="" width="225" height="225" /></a>Facebook guadagna terreno nella gara con altri colossi di internet. Tanto che, oltre a raggiungere il tetto di <a href="http://www.lsdi.it/2012/un-miliardo-di-utenti-per-facebook-in-agosto-grazie-ai-paesi-emergenti/">un miliardo di utenti</a>  , durante il 2012 dovrebbe coprire il 5% degli investimenti in pubblicità online. Lo prevede la società di analisi Efficient Frontier, secondo quanto<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2012-01-15/facebook-miliardo-utenti-pubblicita-170046.shtml?uuid=Aa3tkPe "> riporta il Sole24ore.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11529"></span><br />
‘’È una gara aperta con Google, Yahoo e Microsoft – spiega il quotidiano economico -. Alcuni ingranaggi della macchina da soldi del socialnetwork sono i messaggi promozionali grandi quanto un francobollo che appaiono ai lati delle pagine, gli accordi commerciali, le campagne promozionali capaci di raggiungere in poco tempo milioni di persone.<br />
Ma la sua espansione, sottolinea la ricerca, non sottrarrà risorse ad altre piattaforme digitali: sarà alimentata soprattutto da incrementi di budget delle aziende per l&#8217;area social. Sono interessate a un pubblico globale e con ramificazioni capillari sul territorio’’.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/pubblicita-facebook-verso-il-5-del-mercato-mondiale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il gaming journalism, una nuova piattaforma per l’ informazione online</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/il-gaming-journalism/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/il-gaming-journalism/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:23:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[attivismo]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[Darfr]]></category>
		<category><![CDATA[Fast company]]></category>
		<category><![CDATA[Fox News]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
		<category><![CDATA[partigianeria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11454</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Farmville2.jpg"></a>In una intervista a <strong>Fast company</strong>, Nick Kristof, editorialista del New York Times e primo blogger del quotidiano, parla del futuro del giornalismo nel mondo digitale e del filo sottile che separa le opinioni dall’ attivismo – Secondo Kristof i lettori vorrebbero dai giornalisti, oltre alle interpretazioni, anche delle indicazioni sul da fare per impegnarsi direttamente e racconta come, insieme alla moglie, stia lavorando a un gioco tipo FarmVille per parlare dei problemi di paesi in via di sviluppo e far impegnare col gioco i cittadini in campagne di solidarietà e beneficenza &#8211; Da sei anni, conduce i lettori direttamente dentro il suo lavoro, con l’annuale concorso <strong>“Vinci un viaggio”</strong>. Lo studente vincitore accompagna Kristof  in un viaggio di lavoro per la realizzazione di un reportage in un paese in via di sviluppo e quindi lo descrive nel blog.
</p>
<p></p>
<p>&#160;</p>
<p><a href="http://www.fastcompany.com/1806749/nicholas-kristof-new-york-times-half-the-sky">THE NEW YORK TIMES&#8217;S NICK KRISTOF ON JOURNALISM IN A DIGITAL WORLD AND THE AGE OF ACTIVISM</a></p>
<p>&#160;</p>
<p>di <a href="http://www.fastcompany.com/user/david">David D. Burstein* </a></p>
<p>&#160;</p>
<p>(traduzione a cura di Elena Baù)</p>
<p>&#160;</p>
<p>Nicholas Kristof ha scritto per il New York Times per oltre un quarto di secolo ed ha cominciato a pubblicare anche sulla pagina degli editoriali a partire dal 2001, scrivendo spesso sulle ’’battaglie’’ condotte da cittadini in parti lontane del mondo. E’ anche considerato la “coscienza morale” della sua generazione di giornalisti. Meno noto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/assets/Farmville2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11465" title="Farmville" src="http://www.lsdi.it/assets/Farmville2-300x249.jpg" alt="" width="300" height="249" /></a>In una intervista a <strong>Fast company</strong>, Nick Kristof, editorialista del New York Times e primo blogger del quotidiano, parla del futuro del giornalismo nel mondo digitale e del filo sottile che separa le opinioni dall’ attivismo – Secondo Kristof i lettori vorrebbero dai giornalisti, oltre alle interpretazioni, anche delle indicazioni sul da fare per impegnarsi direttamente e racconta come, insieme alla moglie, stia lavorando a un gioco tipo FarmVille per parlare dei problemi di paesi in via di sviluppo e far impegnare col gioco i cittadini in campagne di solidarietà e beneficenza &#8211; Da sei anni, conduce i lettori direttamente dentro il suo lavoro, con l’annuale concorso <strong>“Vinci un viaggio”</strong>. Lo studente vincitore accompagna Kristof  in un viaggio di lavoro per la realizzazione di un reportage in un paese in via di sviluppo e quindi lo descrive nel blog.<br />
</em></p>
<p><span id="more-11454"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.fastcompany.com/1806749/nicholas-kristof-new-york-times-half-the-sky">THE NEW YORK TIMES&#8217;S NICK KRISTOF ON JOURNALISM IN A DIGITAL WORLD AND THE AGE OF ACTIVISM</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <a href="http://www.fastcompany.com/user/david">David D. Burstein* </a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(traduzione a cura di Elena Baù)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nicholas Kristof ha scritto per il New York Times per oltre un quarto di secolo ed ha cominciato a pubblicare anche sulla pagina degli editoriali a partire dal 2001, scrivendo spesso sulle ’’battaglie’’ condotte da cittadini in parti lontane del mondo. E’ anche considerato la “coscienza morale” della sua generazione di giornalisti. Meno noto è il suo ruolo di innovatore nella professione. Nel 2003, è stato <a href="http://topics.nytimes.com/top/opinion/editorialsandoped/oped/columnists/nicholasdkristof/index.html">il primo blogger sul sito del The New York Times</a>. Da allora, Kristof  è stato un pioniere tra i giornalisti nel mondo digitale. E’ attivo su Twitter e Facebook. Nel 2012, ha anche in programma di avventurarsi nel territorio del gaming-journalism, i giochi online applicati alla narrazione giornalistica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Kristof ha creato il suo ‘’marchio’’ coprendo le crisi dei diritti umani di tutto il mondo: dalle proteste in corso in Bahrain ( lì si è beccato i gas lacrimogeni il mese scorso), alla guerra in Congo, al genocidio in Darfur (copertura che gli è valsa un premio Pulitzer). E, insieme alla moglie, la giornalista Sheryl WuDunn, ha vinto un altro Pulitzer per i loro reportage sulle dimostrazioni di Piazza Tiananmen in Cina, nel 1989. Nonostante il suo curriculum giornalistico, Kristof non ha paura di tuffarsi nei social media e sperimentare pubblicamente. Da sei anni, conduce i lettori direttamente dentro il suo lavoro, con l’annuale concorso <strong>“Vinci un viaggio”</strong>. Lo studente vincitore accompagna Kristof  in un viaggio di lavoro per la realizzazione di un reportage in un paese in via di sviluppo e quindi lo descrive nel blog.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con Kristof  Fast company ha parlato di come il giornalismo si sta evolvendo nel mondo digitale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="/assets/Kristof.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-11458" title="Kristof" src="http://www.lsdi.it/assets/Kristof-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Fast Company: Nei tuoi commenti e sui tuoi post online incoraggi il lettore al dialogo e alla comunicazione. Che tipo di risposte ottieni?</strong></p>
<p>Nicholas Kristof: Una delle lamentele maggiori che ricevo dai lettori è che non gli dico abbastanza spesso che cosa possono fare. Io credo che questa sia un errore in cui il giornalismo a volte cade facilmente. Descriviamo una situazione molto triste ma non spieghiamo in realtà alla gente cosa può fare al riguardo. Così, qualche anno fa ho iniziato a compilare a fine anno un lista di buone azioni efficaci da fare. La prima volta ero molto in ansia e mi chiedevo se fosse davvero opportuno. Ma la risposta è stata così schiacciante, che sembrava quasi di aver fatto un vero e proprio servizio per i lettori e quindi ho continuato a pubblicarlo. Succede anche quando non incoraggio particolarmente le persone a donare. Per esempio, alcuni mesi fa ho parlato di un’ associazione chiamata “Room to Read” e dopo ho saputo che avevano raggiunto 700.000 dollari, dopo che la gente l’ aveva conosciuta dai miei articoli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E’ un impatto piuttosto forte.</strong></p>
<p>E’ piuttosto sorprendente, mi ha veramente colto di sorpresa. E mi ha reso un po’ nervoso perché non è ciò che noi giornalisti facciamo o dovremmo fare tradizionalmente, ma, di nuovo, questo evidentemente risponde al desiderio del lettore di fare qualcosa di più oltre a leggere l’ articolo, alla voglia di essere coinvolto. Noi giornalisti dobbiamo riconoscere che abbiamo bisogno di un reale confronto e di un dialogo a più voci con i lettori. Credo che siamo davvero in ritardo con i social networks. Avevamo una grande rete già predisposta in termini di lettori e non siamo riusciti a capitalizzarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Eppure sei stato uno dei primi ad adottare i social media al New York Times.</strong></p>
<p>Sono stato il primo blogger sul sito web del Times. Era in corso la guerra in Iraq, e volevo uno sbocco per tutte le cose che vedevo ogni giorno e che non potevo inserire in due soli articoli a settimana. Poi mi sono interessato all’uso delle applicazioni multimediali, in particolare come strumento per coinvolgere i giovani. Tutti noi del mondo dell’ informazione ci stiamo chiedendo come sarà il futuro. A me è sembrato che i social networks siano parte della risposta a questo, perciò ho voluto sperimentare e vedere come potrebbero essere utilizzati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cosa ne pensi della tua interazione con i social media?</strong></p>
<p>Tendo a considerarli come strumenti molto informali, ma imparo molto da loro, soprattutto da Twitter. Durante la Primavera araba ho saputo un sacco di cose da Twitter. Non è che credessi a priori a quelle informazioni, ma mi hanno dato idee sulle domande da porre. Si possono davvero imparare delle cose dal buon senso delle folle. Quando stavo andando ad Haiti ero alla ricerca di cose interessanti di cui scrivere, così ho chiesto alla gente su Twitter e Facebook ed ho ottenuto delle grandi risposte, che poi ho utilizzato nel mio lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Si tratta di un cambiamento rivoluzionario nel giornalismo o di uno sviluppo più naturale?</strong></p>
<p>Per certi versi è solo un adattamento dei tradizionali parametri di approccio giornalistico. Prima solitamente sentivo un gruppo di esperti per sapere chi avrei dovuto intervistare ad Haiti. Lo faccio ancora, ma ora invio richieste anche tramite i social media. Un cambiamento che è in incremento. Stiamo passando da un formato in cui noi “proclamiamo le notizie” al mondo su una tabella fissa ad uno dove conversiamo con il mondo su base 24/7. E’ un cambiamento significativo. Non credo che quello che faremo fra 20 anni sarà molto simile a quello che stiamo facendo oggi. Non penso che gli opinionisti si dovranno limitare a due articoli da 780 parole a settimana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>C’è un grosso dibattito sul ruolo dei social media nel giornalismo, specialmente da parte delle maggiori testate della carta stampata. Mentre il Times stava sviluppando strategie e politiche, lei ha immediatamente iniziato a metterle in pratica. Perché?</strong><br />
<a href="http://www.lsdi.it/assets/Halfthesky.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-11459" title="Halfthesky" src="http://www.lsdi.it/assets/Halfthesky.gif" alt="" width="298" height="192" /></a>Nella storia del processo di industrializzazione, le persone che padroneggiavano una tecnologia tendenzialmente non erano le stesse che avrebbero dominato la tecnologia successiva. I costruttori di diligenze non hanno prodotto le automobili. Quelli dei veicoli a motore non erano gli stessi che hanno sviluppato i treni. E questi ultimi non erano quelli delle compagnie aeree e così via. Questa è una cosa a cui penso con preoccupazione per quanto riguarda le piattaforme giornalistiche. E questa è la ragione per la quale sono disposto a fare sperimentazioni con i nuovi media e le piattaforme così come via via si presentano. Alcuni di essi sembrano vicoli ciechi, spesso non sono molto bravo a riconoscerli. Credo ci sia una naturale tendenza ad essere molto orgogliosi della propria piattaforma esistente e ad essere un po’ scettici verso le nuove tecnologie. Ma penso sia utile respingere lo scetticismo e provare cose nuove. A volte funzionano e a volte no. Penso che il gaming online possa essere la prossima grande piattaforma per le redazioni, anche se c’ è ancora un po’ di snobismo: il gioco? ‘’Ma è quella roba che fanno i ragazzini’’, pensano molti di noi, o sono troppo divertenti per essere degni della nostra attenzione. Ma ci sono un sacco di persone che passano parecchio tempo a giocare online, quindi noi dell’industria dell’informazione faremmo bene a pensare a come possiamo utilizzare i giochi per attirare l’ attenzione. Mia moglie ed io stiamo facendo un documentario televisivo del nostro libro <a href="http://www.halftheskymovement.org/">Half the Sky</a>, ma stiamo anche creando un gioco su Facebook come parte di questo lavoro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come funzionerà il gioco?</strong></p>
<p>Ci stanno lavorando in un’ azienda chiamata Games for Charge. Per certi versi sarà analogo a Farmville. Ci sarà un villaggio e per tenerlo in cita bisognerà prendersi cura delle donne e ragazze della comunità. Le azioni nel gioco avranno anche degli effetti nel mondo reale. In altre parole, ci saranno scuole e campi profughi che beneficeranno dei buoni risultati ottenuti giocando. Andrà in diretta quando il documentario debutterà alla fine di quest’ anno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>C’è un lato più problematico del giornalismo nell’era digitale? Ti preoccupa il fatto che il giornalismo partecipativo possa diminuirne la credibilità complessiva, ad esempio?</strong></p>
<p>Credo ci sarà sempre una gerarchia di credibilità. Noi del mondo dell’ informazione ne siamo stati storicamente i custodi. Ora penso che tale funzione sia andata in gran parte perduta, e questo è uno svantaggio. Ma poter avere gente che fa delle riprese video ovunque garantisce un buon livello di attendibilità. Un sacco di persone, me compreso, sono rimasti davvero sbigottiti vedendo i video sulla violenza della polizia durante Occupy Wall Street. Un decennio fa nessuno avrebbe saputo di ciò, perché non ci sarebbe stato un giornalista lì e anche se qualcuno avesse scritto di questo non avrebbe potuto rendere lo stesso dramma. Allo stesso modo in Siria, i video procurano qualche imbarazzo al governo che, se massacra le persone sa anche che ci sarà probabilmente un video che lo testimonierà. Loro possono comunque decidere di massacrare la gente, ma il prezzo di questa azione aumenterà notevolmente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un altro dei grandi cambiamenti che abbiamo visto negli ultimi anni nel mondo del giornalismo è l’aumento dell’ informazione di parte. Una cosa diversa da quello che fai tu. Prendi Fox News ad esempio.</strong></p>
<p>Gli ospiti di Fox News hanno tutto il diritto di essere partigiani e dogmatici. Nel caso di Fox News è un po’ sgradevole perché sono tutti molto vicini al partito repubblicano. In modo minore forse Bill O’Reilly &#8211; sono in disaccordo con lui su qualsiasi cosa possibile -, ma penso sia più indipendente.  Non mi sembra un problema se i commentatori sono così ostinatamente di parte, sia che si tratti di Bill O’Reilly che di Keith Olbermann. Ma vorrei che una parte di quella passione ed energia fossero dedicate anche a far luce su altre questioni. Penso a quelle cose su cui il giornalismo potrebbe modificare le menti e dove possiamo avere un impatto. Una volta ho invitato Bill O’Reilly ad un viaggio in Darfur con me. In quel periodo era concentrato sulla terribile ingiustizia della “Guerra al Natale”. Scrissi un articolo dicendogli che, se voleva vedere ingiustizie e soprusi, chiudesse con quella storia venisse con me in Darfur.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>E’ venuto?</strong></p>
<p>No.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ma ti sei portato dietro varie altre persone per raccontare quelle vicende, tramite il concorso ‘’Vinci un Viaggio’’. Come ti è venuta l’idea?</strong></p>
<p>L’ impulso mi è venuto mentre stavo scrivendo sul Darfur. Ero molto frustrato perché stavo scrivevo questi articoli ma mi sembrava che stessero sparendo nel nulla. Stavo cercando di capire come coinvolgere i giovani e introdurli nel mondo del giornalismo d’ opinione. Così ho avuto l’ idea di scegliere uno studente da far venire con me in viaggio in Darfur e che poi ne avrebbe scritto nel blog. L’ho proposto ai consulenti legali del Times e loro hanno detto qualcosa del tipo “Hmm. Così si vuole portare uno studente in una zona di guerra?!” Allora ho rettificato il tiro e ho pensato di portare uno studente con me in un viaggio di reportage in un paese in via di sviluppo. E’ stato un grande successo. Ho incoraggiato fortemente gli studenti ad adottare diverse prospettive e a scrivere tutto quello che vogliono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Una volta ti sei descritto come una sorta di ‘’frode’’ nell’ industria delle opinioni.</strong></p>
<p>Quando mi dettero il mio spazio ero entusiasta, ma anche un po’ inorridito. Non sono una persona particolarmente supponente, e qui mi veniva chiesto di scrivere commenti ‘’pesanti’’ per due volte alla settimana. Ma sono entrato nel giornalismo perché volevo fare la differenza nel mondo. La piccola luce che portiamo con gli articoli di opinione può realmente avere un effetto potente sull’ agenda delle priorità nel campo di argomenti che sento con passione: giustizia sociale, uguaglianza e opportunità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Come fai a negoziare il confine tra giornalismo e attivismo?</strong></p>
<p>Ogni tanto qualcuno continuerà a venire da me e mi dirà “Oh, sei un meraviglioso crociato” e trasalirò. Sono scettico sul concetto di essere un attivista o un crociato. Certo sono un uomo di parte quando scrivo un editoriale, ma c’ è una sottile, quasi impalpabile linea di demarcazione tra la partigianeria e l’ attivismo. Uno dei pericoli dell’ attivismo è che si diventa così tanto parte di una causa che si perde la propria obiettività. Ci può essere la tendenza di iniziare a parlare per una causa piuttosto che per se stessi. Io cerco di muovermi in questi territori, ma francamente ci sono un sacco di linee sfocate.</p>
<p>Specialmente quando stavo scrivendo parecchio sul Darfur, a volte ero preoccupato a proposito di dove mi trovassi io in rapporto a quella linea. Rispettando le regole di condotta del New York Times io non parlo di raccolte fondi o riunioni a porte chiuse di organizzazioni specifiche. Questo è un modo per cercare di mantenere una certa distanza giornalistica. D’ altra parte, quando si sente che ci sono un sacco di vite in gioco, è dura non poter fare tutto il possibile per salvare quelle vite. Esistono delle difficoltà oggettive nel cercare di capire quando è opportuno per i giornalisti tuffarsi nell’arena. Ma a volte è quello che si deve fare.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/il-gaming-journalism/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Giochi di parole, un’ infografica disegna l’ anatomia di uno slogan</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/giochi-di-parole-un-infografica-disegna-l-anatomia-di-uno-slogan/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/giochi-di-parole-un-infografica-disegna-l-anatomia-di-uno-slogan/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 15 Jan 2012 10:56:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[brand]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità online]]></category>
		<category><![CDATA[slogan]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11371</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Viralblog.png"></a><a href="http://viralblog.viralbeat.com/2012/01/advertising-ecco-lanatomia-di-uno-slogan-e-i-termini-piu-usati-nel-mondo-della-pubblicita-infografica/">Viralblog pubblica una bella infografica</a> che racconta quali sono i termini più usati nel mondo della pubblicità e qual è l’ anatomia di uno slogan (in inglese).</p>
<p>Sottolineando che, secondo uno studio condotto dalla società <a href="http://www.linguarama.com/" target="_blank">Linguarama</a> in collaborazione con l’<a href="http://www.olemiss.edu/" target="_blank">Università del Missisipi</a>, in media un individuo è esposto a messaggi provenienti da 3.000 a 10.000 brand nell’ arco di un giorno.</p>
<p>Tramite l’uso delle parole – aggiunge Viralblog – i marchi comunicano con la propria audience con messaggi di tipo emozionale, frasi ad effetto e slogan suggestivi, con l’intento di innescare attraverso questo tipo di input l’acquisto di un determinato bene o servizio.</p>
<p>L’ infografica di oggi non a caso titolata <strong>Wordplay</strong> (Giochi di Parole) raccoglie gli aggettivi e i termini più diffusi nel mondo della pubblicità on e off-line e mostra tramite 6 semplici regole il modo con cui si dovrebbe generare uno ‘’slogan perfetto’’ e i claim (gli stili di suggestione) più diffusi nel mondo dell’advertising, dal Retorical Claim fino allo Scientific Claim, pieno di percentuali in bella mostra.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Wordplay.png"></a></p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Viralblog.png"><img class="alignleft size-full wp-image-11372" title="Viralblog" src="http://www.lsdi.it/assets/Viralblog.png" alt="" width="300" height="271" /></a><a href="http://viralblog.viralbeat.com/2012/01/advertising-ecco-lanatomia-di-uno-slogan-e-i-termini-piu-usati-nel-mondo-della-pubblicita-infografica/">Viralblog pubblica una bella infografica</a> che racconta quali sono i termini più usati nel mondo della pubblicità e qual è l’ anatomia di uno slogan (in inglese).</p>
<p>Sottolineando che, secondo uno studio condotto dalla società <a href="http://www.linguarama.com/" target="_blank">Linguarama</a> in collaborazione con l’<a href="http://www.olemiss.edu/" target="_blank">Università del Missisipi</a>, in media un individuo è esposto a messaggi provenienti da 3.000 a 10.000 brand nell’ arco di un giorno.</p>
<p><span id="more-11371"></span>Tramite l’uso delle parole – aggiunge Viralblog – i marchi comunicano con la propria audience con messaggi di tipo emozionale, frasi ad effetto e slogan suggestivi, con l’intento di innescare attraverso questo tipo di input l’acquisto di un determinato bene o servizio.</p>
<p>L’ infografica di oggi non a caso titolata <strong>Wordplay</strong> (Giochi di Parole) raccoglie gli aggettivi e i termini più diffusi nel mondo della pubblicità on e off-line e mostra tramite 6 semplici regole il modo con cui si dovrebbe generare uno ‘’slogan perfetto’’ e i claim (gli stili di suggestione) più diffusi nel mondo dell’advertising, dal Retorical Claim fino allo Scientific Claim, pieno di percentuali in bella mostra.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Wordplay.png"><img class="alignleft size-full wp-image-11373" title="Wordplay" src="http://www.lsdi.it/assets/Wordplay.png" alt="" width="570" height="2565" /></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/giochi-di-parole-un-infografica-disegna-l-anatomia-di-uno-slogan/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pubblicità, la macchina del riciclaggio e della &#8216;normalizzazione&#8217;</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/pubblicita-la-macchina-del-riciclaggio/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/pubblicita-la-macchina-del-riciclaggio/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 11:05:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[macchina]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[riciclaggio]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=10680</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit.gif"></a></p>
<p>Esprit, un noto marchio di abbigliamento,  cerca di utilizzare la forza dirompente e i codici di comunicazione degli  Indignati e del movimento di Occupy per una campagna giocata sul tema dei desideri, ma, come spiega Culture Visuelle, non fa altro che un recupero freddo e levigato – E il tentativo di usare anche il discorso partecipativo finisce per ridurre l’ indignazione individuale e una vera rivolta collettiva in sorta di banale lotteria natalizia</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Ogni volta che nasce qualche nuovo movimento di massa che scuote il potere e, insieme a nuovi discorsi, porta anche nuovi stili di comunicazione, l’ apparato pubblicitario scatta nell’ operazione recupero.</p>
<p>Un sito molto attento all’ universo dell’ immagine come <a href="http://culturevisuelle.org/dejavu/1086">Culture Visuelle</a> descrive un nuovo capitolo di questo processo di appropriazione dei codici della rivolta da parte del marketing e dell’ invenzione pubblicitaria e della loro ‘’normalizzazione’’ all’ interno del discorso commerciale. Si tratta di una campagna (<a href="http://www.esprit.com/facehunter/fr/about/" target="_blank">Make Your Wish</a>) di <strong>Esprit</strong>, noto marchio di abbigliamento, che si è richiamato al movimento degli indignati e di Occupy Wall Street. E l’ articolo di Culture Visuelle ha come titolo, appunto, Esprit de récupération.</p>
<p>L’ équipe del fotografo svizzero Yvan Rodic ha percorso in sei settimane sei diverse città – Berlino, Shanghai, Sydney, Los Angeles, New York e Londra – realizzando <a href="http://www.esprit.com/facehunter/fr/gallery/" target="_blank">60 foto</a> e 18 videoclip]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10681" title="Lsdi-Esprit" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit-300x211.gif" alt="" width="300" height="211" /></a></p>
<p><em>Esprit, un noto marchio di abbigliamento,  cerca di utilizzare la forza dirompente e i codici di comunicazione degli  Indignati e del movimento di Occupy per una campagna giocata sul tema dei desideri, ma, come spiega Culture Visuelle, non fa altro che un recupero freddo e levigato – E il tentativo di usare anche il discorso partecipativo finisce per ridurre l’ indignazione individuale e una vera rivolta collettiva in sorta di banale lotteria natalizia</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Ogni volta che nasce qualche nuovo movimento di massa che scuote il potere e, insieme a nuovi discorsi, porta anche nuovi stili di comunicazione, l’ apparato pubblicitario scatta nell’ operazione recupero.</p>
<p>Un sito molto attento all’ universo dell’ immagine come <a href="http://culturevisuelle.org/dejavu/1086">Culture Visuelle</a> descrive un nuovo capitolo di questo processo di appropriazione dei codici della rivolta da parte del marketing e dell’ invenzione pubblicitaria e della loro ‘’normalizzazione’’ all’ interno del discorso commerciale. Si tratta di una campagna (<a href="http://www.esprit.com/facehunter/fr/about/" target="_blank">Make Your Wish</a>) di <strong>Esprit</strong>, noto marchio di abbigliamento, che si è richiamato al movimento degli indignati e di Occupy Wall Street. E l’ articolo di Culture Visuelle ha come titolo, appunto, <em>Esprit de récupération.</em></p>
<p><span id="more-10680"></span>L’ équipe del fotografo svizzero Yvan Rodic ha percorso in sei settimane sei diverse città – Berlino, Shanghai, Sydney, Los Angeles, New York e Londra – realizzando <a href="http://www.esprit.com/facehunter/fr/gallery/" target="_blank">60 foto</a> e 18 videoclip in cui un modello improvvisato regge un cartello che esprime un desiderio in occasione delle feste di fine d’ anno:</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit2.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-10682" title="Lsdi-Esprit2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit2.gif" alt="" width="500" /></a>L’ espressione visuale collettiva generata dal movimento <a href="http://www.occupywallst.org/" target="_blank">Occupy Wall Streat</a> – osserva Patrick Peccatte &#8211; ha probabilmente ispirato il progetto pubblicitario di <em>Esprit.</em></p>
<p><em>Ma questa appropriazione commerciale è diventata totalmente levigata, asettica. Non contesta e non denuncia niente. Le persone che figurano in queste foto sono tutte giovani, belle, sorridenti. Le immagini danno una impressione di grande uniformità. I cartelli dovrebbero essere personalizzati ma sono scritti tutti in modo molto leggibile e regolare. Grafie impersonali, molto diverse da quelle che si potevano leggere o solo a stento intuire su <em>We are the 99 percent</em>.</em></p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit-Occupy.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-10683" title="Lsdi-Esprit-Occupy" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Lsdi-Esprit-Occupy.gif" alt="" width="500" /></a></p>
<p>Esprit ha aggiunto alla campagna anche un effetto crowdsourcing, chiedendo agli internauti  di partecipare formulando sul sito dei desideri. L’ azienda, a conclusione del concorso,  si impegna a selezionarne cinque e a realizzarli.</p>
<p><em>Se alcuni desideri generali e disinteressati formulati dai visitatori ricordano quelli della campagna pubblicitaria</em> – commenta Peccatte -, <em>la promessa di una realizzazione di cinque proposte spinge  piuttosto a esprimere delle scelte concretamente realizzabili – una casa, un lavoro, un nuovo guardaroba, ecc. Il gioco partecipativo viene quindi percepito come un concorso. </em></p>
<p><em>L’ effetto visuale di questo muro di aspirazioni e desideri è certo più elegante di quello del <em>We are the 99 percent</em>. Si è ben lontani quindi dalla ‘’<em>potente opera collettiva’’</em> – per riprendere l’ espressione di André Gunthert – che costituisce l’ iniziativa dei militanti del movimento <em>Occupy</em>.</em></p>
<p><em>Così, questa appropriazione formale testimonia la capacità della pubblicità di riciclare l’ espressione di indignazione individuale e una vera rivolta collettiva in sorta di lotteria natalizia.</em></p>
<p><em>Il marketing virale in atto nel movimento politico diventa totalmente mercantile. Il recupero opportunista del dispositivo avviato dagli ‘’indignati’’ di Wall Street sfocia in un lavoro collettivo edulcorato e molto ben inquadrato. </em></p>
<p><em>Tra l’ altro, secondo i </em><a href="http://www.esprit.com/termsofuse" target="_blank">terms of use</a><em>, il materiale pubblicato dai partecipanti diventa di fatto proprietà di Esprit che si riserva il diritto di utilizzarlo nei rodotti o contenuti derivati.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/pubblicita-la-macchina-del-riciclaggio/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pubblicità, alla carta stampata in Usa il 24,7% degli investimenti contro il 6,8% del tempo</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/pubblicita-alla-carta-stampata-in-usa-il-247-degli-investimenti-contro-il-68-del-tempo/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/pubblicita-alla-carta-stampata-in-usa-il-247-degli-investimenti-contro-il-68-del-tempo/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 20:33:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[La pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=10539</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/emarketer12.gif"></a> Gli ultimi dati di e-Marketer – I dispositivi mobili crescono del 30% (superando  quotidiani e periodici nella quantità di tempo che attirano) ma per ora registrano solo lo 0,9% della spesa pubblicitaria globale – Stabile la tv: 42,2% di pubblicità contro 42,5% di tempo</p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Nonostante che il tempo dedicato dagli americani a quotidiani e riviste sia solo il 6,8% del tempo globale di consumo dei media, la carta attira ancora il 24,7%  della spesa pubblicitaria.</p>
<p>Al contrario, i dispositivi mobili registrano solo lo 0,9% degli investimenti pubblicitari di fronte a un 10,1% del totale del tempo mediatico.</p>
<p>Sono alcuni dei dati raccolti da  <a href="http://www.emarketer.com/Article.aspx?R=1008728">e-Marketer</a> in una recente ricerca secondo cui il tempo di attenzione complessivo che i media raccolgono da parte dei cittadini Usa è, in media, di 11 ore e 33 minuti*.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/emarketer22.gif"></a>Il dato più &#8221;equilibrato&#8221; sul piano tempo/investimenti pubblicitari è quello relativo alla televisione: 42,2% dela spesa pubblicitaria per il 42,5% del tempo che gli americani le continuano a dedicare.</p>
<p>D&#8217; altronde, come rileva l’ analisi di e-marketer (vedi le due tabelle), gli americani continuano a guardare sempre più tv,  con 4 ore e 34 minuti del loro tempo, e cioè 10 minuti al giorno in più dell&#8217; anno scorso.</p>
<p>Il tempo dedicato ad internet cresce del 7,7% e aumenta del 30% rispetto all’ anno precedente quello relativo agli apparecchi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/emarketer12.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10541" title="emarketer1" src="http://www.lsdi.it/wp-content/emarketer12-300x264.gif" alt="emarketer1" width="300" height="264" /></a> <em>Gli ultimi dati di e-Marketer – I dispositivi mobili crescono del 30% (superando  quotidiani e periodici nella quantità di tempo che attirano) ma per ora registrano solo lo 0,9% della spesa pubblicitaria globale – Stabile la tv: 42,2% di pubblicità contro 42,5% di tempo</em></p>
<p>&#8212;&#8211;</p>
<p>Nonostante che il tempo dedicato dagli americani a quotidiani e riviste sia solo il 6,8% del tempo globale di consumo dei media, la carta attira ancora il 24,7%  della spesa pubblicitaria.</p>
<p>Al contrario, i dispositivi mobili registrano solo lo 0,9% degli investimenti pubblicitari di fronte a un 10,1% del totale del tempo mediatico.</p>
<p>Sono alcuni dei dati raccolti da  <a href="http://www.emarketer.com/Article.aspx?R=1008728">e-Marketer</a> in una recente ricerca secondo cui il tempo di attenzione complessivo che i media raccolgono da parte dei cittadini Usa è, in media, di 11 ore e 33 minuti*.</p>
<p><span id="more-10539"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/emarketer22.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-10542" title="emarketer2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/emarketer22-230x300.gif" alt="emarketer2" width="230" height="300" /></a>Il dato più &#8221;equilibrato&#8221; sul piano tempo/investimenti pubblicitari è quello relativo alla televisione: 42,2% dela spesa pubblicitaria per il 42,5% del tempo che gli americani le continuano a dedicare.</p>
<p>D&#8217; altronde, come rileva l’ analisi di e-marketer (vedi le due tabelle), gli americani continuano a guardare sempre più tv,  con 4 ore e 34 minuti del loro tempo, e cioè 10 minuti al giorno in più dell&#8217; anno scorso.</p>
<p>Il tempo dedicato ad internet cresce del 7,7% e aumenta del 30% rispetto all’ anno precedente quello relativo agli apparecchi mobili, che superano quello dedicato complessivamente a quotidiani e riviste:  1 ora e 5 minuti contro 44 minuti.<br />
&#8212;</p>
<p><em>*Attenzione: il dato può essere nettamente superiore al tempo  effettivo dedicato al consumo dei media in quanto esso comprende anche  il multitasking (se vedo un’ ora di tv lavorando contemporaneamente al  computer, le ore calcolate sono 2.</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/pubblicita-alla-carta-stampata-in-usa-il-247-degli-investimenti-contro-il-68-del-tempo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

