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	<title>LSDI &#187; Giornali</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
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		<title>Quotidiani, anche in Svizzera arriva il paywall</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="/assets/NZZ.gif"></a>Un’ unica redazione per tutti i tipi di piattaforma,  un paywall per l’ online, un direttore commerciale:  molti i cambiamenti in vista alla Neue Zürcher Zeitung, il quotidiano che  potrebbe fare da apripista in Svizzera per un  nuovo modello di giornale online.</p>
<p></p>
<p>Lo segnala  Bettina Buesser sull’ <a href="http://it.ejo.ch/5848/nuovi-media/la-nzz-a-passo-spedito-verso-il-paywall">Osservatorio europeo di giornalismo</a>, sottolineando i movimenti che da alcuni mesi stanno agitando la redazione della testata zurighese, delineando una imminente<strong> </strong>“strategia di convergenza” redazionale e di instaurazione di un  sistema di pagamento dell’ informazione online.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Secondo Peter Hogenkamp, responsabile della sezione media digitali NZZ,  non si può parlare di sorpresa – riporta l’ Ejo -. “Da quando sono in carica, è sempre stato chiaro che la strategia della NZZ è rivolta alla convergenza e che avremmo introdotto un paywall.” La strategia è stata decisa in maggio e ora il consiglio di amministrazione ha solo confermato il calendario per metterla in atto. “Tra l’altro, questa scadenza è solo indicativa, abbiamo visto altri impiegano due anni per portare a termine un simile progetto.“</p>
<p>&#160;</p>
<p>Hogenkamp si tratterà di un “metered paywall”, in stiel New York Times, che determinerà la quantità di contenuti che l’utente potrà scaricare gratuitamente. “Il cliente che in un arco di tempo definito, per esempio un mese, vorrà scaricare più articoli di quanto stabilito dovrà registrarsi. Per esempio dopo dieci o quindici articoli, il]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/assets/NZZ.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11898" title="NZZ" src="http://www.lsdi.it/assets/NZZ-300x117.gif" alt="" width="300" height="117" /></a>Un’ unica redazione per tutti i tipi di piattaforma,  un paywall per l’ online, un direttore commerciale:  molti i cambiamenti in vista alla <em>Neue Zürcher Zeitung</em>, il quotidiano che <em> </em>potrebbe fare da apripista in Svizzera per un  nuovo modello di giornale online.</p>
<p><span id="more-11895"></span></p>
<p>Lo segnala  Bettina Buesser sull’ <a href="http://it.ejo.ch/5848/nuovi-media/la-nzz-a-passo-spedito-verso-il-paywall">Osservatorio europeo di giornalismo</a>, sottolineando i movimenti che da alcuni mesi stanno agitando la redazione della testata zurighese, delineando una imminente<strong> </strong>“strategia di convergenza” redazionale e di instaurazione di un  sistema di pagamento dell’ informazione online.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo Peter Hogenkamp, responsabile della sezione media digitali <em>NZZ</em>,  non si può parlare di sorpresa – riporta l’ Ejo -. “Da quando sono in carica, è sempre stato chiaro che la strategia della NZZ è rivolta alla convergenza e che avremmo introdotto un paywall.” La strategia è stata decisa in maggio e ora il consiglio di amministrazione ha solo confermato il calendario per metterla in atto. “Tra l’altro, questa scadenza è solo indicativa, abbiamo visto altri impiegano due anni per portare a termine un simile progetto.“</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Hogenkamp si tratterà di un “<em>metered paywall</em>”, in stiel New York Times, che determinerà la quantità di contenuti che l’utente potrà scaricare gratuitamente. “Il cliente che in un arco di tempo definito, per esempio un mese, vorrà scaricare più articoli di quanto stabilito dovrà registrarsi. Per esempio dopo dieci o quindici articoli, il numero non è stato ancora deciso. Se, poniamo,  l’utente scaricherà più di 20 articoli in totale, gli si chiederà di sottoscrivere un abbonamento per un certo  periodo di tempo. Saranno esclusi i possessori di un abbonamento al giornale stampato o online.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gabriele Siegert, professoressa di Economia e Management dei media  all’Università di Zurigo, valuta positivamente il concetto paywall della <em>NZZ </em>e ritiene sensata l’introduzione a tappe del pagamento: “Sino ad ora i contenuti online erano gratuiti, e non si può dunque costringere di punto in bianco l’utente a rinunciare a ciò di cui poteva disporre gratuitamente: è necessario “svezzarlo” a poco a poco.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche la strategia di pagamento è avveduta: “È sicuramente un vantaggio non dover pagare ogni singolo download, bensì pagare un abbonamento quando si è raggiunta una soglia prefissata. Una volta pagato l’abbonamento, l’utente non soffre più”. Nel corso del 2012 si vedrà quanti utenti dell’offerta online della <em>NZZ</em> accetteranno la “sofferenza” che il pagamento di un canone comporta e rimarranno fedeli a <em>nzz.ch</em>.</p>
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		<title>Il New York Times? &#8221;Giornalismo canaglia&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 13:37:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Primo piano]]></category>
		<category><![CDATA[giornali Usa]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/NYT.jpg"></a>Stephen Lendman, giornalista del ProgressiveRadioNetwork e ricercatore della sinistra radicale Usa, attacca duramente il quotidiano newyorkese &#8211; Il giornale, sostiene, per sua natura ‘’rifiuta la verità e la completezza dell’ informazione’’ ed è ‘’schierato, ipocrita e irresponsabile’’, soprattutto nel campo della strategia militare – </p>
<p></p>
<p>Un attacco pesante dopo le posizioni ‘’filo-imperiali’’ assunte di fronte alla crisi siriana e alle difficoltà della missione di pace messa a punto dalle Nazioni Unite
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<p><strong>NEW YORK TIMES-STYLE JOURNALISM </strong></p>
<p>by <strong>Stephen Lendman</strong>*</p>
<p>(traduzione a cura di Elena Baù)</p>
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<p>Come altre  grandi canaglie del mondo dei media, anche i giornalisti, i commentatori e gli editorialisti del New York Times non superano l’ esame. Sono schierati, ipocriti ed irresponsabili, in particolare per quanto riguarda le tematiche legate alla politica militare.</p>
<p>Questa linea di condotta risale al 1896, quando la famiglia Ochs-Sulzberger prese il controllo del giornale. Da quel momento, il Times si è impegnato nel censurare, manipolare e reprimere l’  autenticità e l’ integrità dell’ informazione.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un primato vergognoso, che include:</p>
<p>&#160;</p>
<p>-          sostegno agli interessi delle classi ricche e del potere;</p>
<p>-          appoggio privilegiato agli interessi delle multinazionali a scapito delle esigenze dei cittadini;</p>
<p>-          incoraggiamento delle guerre imperiali;</p>
<p>-          insabbiamento di temi scottanti come crimini governativi e aziendali, elezioni truccate, influenza del sistema duopolistico americano, crescita senza precedenti del divario esistente tra classi abbienti e indigenti, peggioramento dello stato dei diritti civili e]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/NYT.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11861" title="NYT" src="http://www.lsdi.it/assets/NYT-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><em>Stephen Lendman, giornalista del ProgressiveRadioNetwork e ricercatore della sinistra radicale Usa, attacca duramente il quotidiano newyorkese &#8211; Il giornale, sostiene, per sua natura ‘’rifiuta la verità e la completezza dell’ informazione’’ ed è ‘’schierato, ipocrita e irresponsabile’’, soprattutto nel campo della strategia militare – </em></p>
<p><span id="more-11858"></span></p>
<p><em>Un attacco pesante dopo le posizioni ‘’filo-imperiali’’ assunte di fronte alla crisi siriana e alle difficoltà della missione di pace messa a punto dalle Nazioni Unite<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>&#8212;&#8211; </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NEW YORK TIMES-STYLE JOURNALISM </strong></p>
<p>by <strong>Stephen Lendman</strong>*</p>
<p>(traduzione a cura di <em>Elena Baù</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come altre  grandi canaglie del mondo dei media, anche i giornalisti, i commentatori e gli editorialisti del New York Times non superano l’ esame. Sono schierati, ipocriti ed irresponsabili, in particolare per quanto riguarda le tematiche legate alla politica militare.</p>
<p>Questa linea di condotta risale al 1896, quando la famiglia Ochs-Sulzberger prese il controllo del giornale. Da quel momento, il Times si è impegnato nel censurare, manipolare e reprimere l’  autenticità e l’ integrità dell’ informazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un primato vergognoso, che include:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>-          sostegno agli interessi delle classi ricche e del potere;</p>
<p>-          appoggio privilegiato agli interessi delle multinazionali a scapito delle esigenze dei cittadini;</p>
<p>-          incoraggiamento delle guerre imperiali;</p>
<p>-          insabbiamento di temi scottanti come crimini governativi e aziendali, elezioni truccate, influenza del sistema duopolistico americano, crescita senza precedenti del divario esistente tra classi abbienti e indigenti, peggioramento dello stato dei diritti civili e dei servizi sociali;</p>
<p>-          sostegno al cambio di regime in paesi come Afghanistan, Iraq, Libia, Iran, e Siria, alla faccia della legislazione internazionale che lo proibisce esplicitamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il record del “giornale dei record” è produrre disinformazione mascherata da informazione corretta, stile <strong>fatti ed opinioni</strong>. Il suo slogan &#8211; “<em>Tutta l’informazione degna di essere stampata</em>” &#8211; delude sotto il profilo della verità e della completezza.</p>
<p>Ad esempio, la guerra del <em>Times</em> contro l’ Iran è di lunga data. Quella contro la Siria, invece, è più recente, ma in entrambi i casi il quotidiano si è schierato a favore del cambio di regime. Il 31 gennaio, un suo commentatore, <a href="http://www.nytimes.com/2012/02/01/world/middleeast/syria-and-iran-feel-pressure-of-sanctions.html">Rick Gladstone</a>, in un articolo intitolato &#8220;As Syria Wobbles Under Pressure, Iran Feels the Weight of an Alliance&#8221;, lanciava un attacco contro i due paesi affermando:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli insorti filo-occidentali e anti-Assad hanno intensificato “le pressioni (su di lui) perché si dimetta…” Di conseguenza, “anche il suo principale sostenitore in Medio Oriente si trova sotto assedio, il che va a minare un’alleanza una volta potente e da diverso tempo anti-americana”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se Assad cadesse, “Tehran perderebbe il suo canale per fornire supporto militare, finanziario e logistico a Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza”. Entrambi i gruppi dell’opposizione israeliana, “considerati da Washington quali organizzazioni terroristiche, possiedono vasti arsenali di missili e altre armi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non ci sono prove a convalida delle accuse contro Iran, Siria, Hezbollah e Hamas. Intanto, vengono calpestati i diritti di cui un paese sovrano dovrebbe godere, la normativa internazionale, la guida legittima del governo libanese da parte di Hezbollah e l’ elezione democratica di Hamas in Palestina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nessuno dei due paesi sposa la causa del terrorismo. Né l’Iran, né la Siria. Al contrario, Washington e Israele costituiscono gravi minacce sul piano del terrore: entrambi possiedono rischiosi armamenti nucleari e minacciano attacchi preventivi contro pericoli immaginari, dato che quelli reali non si trovano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma non secondo quello che pensa il Times, che alimenta la paura allo scopo di favorire i conflitti e un cambio di regime al di fuori della legalità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vari servizi ed articoli d’opinione promuovono “l’agenda imperiale” di Washington: nel 2011, essa vedeva al primo posto la Libia.  Prima c’erano stati Afghanistan ed Iraq. Ora è il turno di Siria ed Iran.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 31 gennaio, un articolo di <a href="http://www.nytimes.com/2012/02/01/world/middleeast/battle-over-possible-united-nations-resolution-on-syria-intensifies.html?ref=todayspaper">Neil MacFarquhar</a>, giornalista del Times, era intitolato: “Onu,  pressione concentrata sulla Russia per il suo rifiuto di condannare la Siria”. In esso, si sosteneva che:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Entrambe le parti “si sono bloccate sulla bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza proposta dal Marocco (che appoggia Washington) e che chiedeva (ad Assad) di lasciare il potere come primo passo di una transizione verso la democrazia’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Venivano quindi del tutto ignorate le questioni legate al diritto internazionale. Tra l’altro, la Convenzione di Montevideo del 1933 proibisce esplicitamente di interferire negli affari interni di altri paesi. E così pure la Carta delle Nazioni Unite. Gli stati che adottano tale condotta sono penalmente perseguibili. E nessuno è più colpevole in questo campo di Washington, Israele, e i loro intriganti alleati della NATO. Al contrario, la Siria e  l’ Iran non minacciano nessuno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Eppure MacFarquhar ha accusato la Russia di bloccare le azioni del Consiglio di Sicurezza, mentre la risoluzione di Mosca contro Washington replicava il modello già visto nel caso libico. Molte accortezze linguistiche lasciano un ampio margine di interpretazione in relazione all’opzione militare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Russia è determinata ad impedire ogni azione bellica. Il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha affermato che “la Russia non sosterrà nessuna imposizione sulla Siria”. Egli si oppone fermamente alle risoluzioni anti-Assad, definendole “un&#8217; altra replica del disastro libico”. La visione della Cina è simile. Entrambe hanno il potere di veto nel Consiglio di Sicurezza, e Lavrov ha promesso di servirsene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lui ed altri hanno fortemente criticato le insurrezioni aizzate dall’esterno in Siria. Il Primo Ministro del Qatar Sheik Hamad bin Jabr-al Thani ha falsamente accusato Assad  di aver “fallito nel compiere qualsiasi sforzo serio di collaborazione con noi”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il resoconto  <a href="http://www.foreignpolicy.com/files/fp_uploaded_documents/120131_1306_001.pdf">Report</a> degli osservatori siriani contraddice al Thani, che aveva invitato a far parte della missione membri troppo vecchi e/o troppo malati per eseguire il compito prefissato. Il capo della missione, Mohammed Ahmed Mustafa al-Dabi, ha invece dato atto ad Assad della collaborazione fornita, dicendo fra l’ altro:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Purtroppo, alcuni degli osservatori credevano che in Siria la loro fosse una visita di cortesia. In alcuni casi, gli esperti incaricati non erano qualificati per il lavoro richiesto, mancavano di esperienza, e non erano in grado di compiere il loro dovere responsabilmente”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 18 gennaio, il Segretario Generale della Lega Araba, il Generale Nabil Elaraby, ha sospeso la missione, sostenendo che la violenza era stata sradicata e archiviando così sia la questione della competenza sollevata da Al-Dabi, sia i resoconti relativi alla cooperazione di Assad.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E ha ignorato anche “un documento riservato della missione’’, che era stato invece rivelato dal sito <a href="http://turtlebay.foreignpolicy.com/">Turtle Bay</a> e che sottolineava la carenza di osservatori e l’inadeguatezza di staff ed equipaggiamenti. Che di fatto rendeva la missione fallace sin dal principio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il 30 gennaio, il vice ministro degli Esteri russo Gennady Gatilov ha insistito sul fatto che i membri del Consiglio di Sicurezza dovrebbero essere informati dei risultati conseguiti. Washington e i suoi alleati faccendieri hanno rispedito il messaggio al mittente. E hanno definito a priori un fallimento gli sforzi della Lega Araba, sostenendo che il loro Rapporto non aggiungeva nulla di nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle conclusioni si raccomanda comunque ai governi arabi di continuare la mediazione per la risoluzione pacifica del conflitti. Ha scritto Al-Dabi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La missione…rileva la forte oppressione, l’ ingiustizia e l’ oppressione patita dai cittadini siriani. Eppure sono convinto che la crisi siriana debba essere risolta pacificamente, nel contesto arabo, e non internazionalizzata, in modo che i siriani possano vivere una pace sicura e stabile e realizzare le riforme e i cambiamenti desiderati”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al-Dabi ha anche fortemente criticato l’ inettitudine e l’ indifferenza degli osservatori della missione, dopo che aveva raccomandato di rafforzarne la composizione con l’aggiunta di altri 100 membri, “preferibilmente giovani con una formazione militare, 30 veicoli blindati, giubbotti antiproiettile, veicoli provvisti di fotocamera incorporata e binocoli dotati di visori notturni”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma ha aggiunto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Va sottolineato che le carenze di prestazioni saranno affrontate e risolte con ulteriore pratica e addestramento, se Dio vuole”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed ha chiarito che nessuna missione può pensare di affrontare un conflitto in espansione armando fino ai denti gli insorti contro il governo di Assad. A Homs e Daraa, ad esempio, i componenti dell’opposizione utilizzano “bombe termiche e mezzi corazzati anti-missili” procurati da governi stranieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al-Dabi ha poi dichiarato: “La missione è stata testimone di atti di violenza contro le forze governative e i cittadini, che hanno portato alla morte e al ferimento di molte persone. Fra questi attacchi, quello sferrato ad un autobus di civili col bilancio di otto persone uccise e vari feriti, tra i quali donne e bambini”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I responsabili erano i ribelli stranieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Times e altre canaglie del mondo dei media occidentali hanno citato le motivazioni che avevano spinto Anwar Malek, uno degli osservatori, ad abbandonare la missione. E l’ ha definita una “farsa”, dicendo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Quello che ho visto è stato un disastro umanitario. Il regime non sta commettendo solo un solo crimine di guerra, ma una serie di delitti contro il suo popolo. I cecchini sono ovunque e sparano sui civili. Le persone vengono sequestrate, i prigionieri torturati e nessuno viene rilasciato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma Al-Dabi ha replicato affermando che “Malek non ha lasciato l’hotel per sei giorni e non è sceso sul terreno con il resto della squadra, con la scusa che era malato”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In altre parole, non ha visto nulla e ha mentito. Ma le canaglie mediatiche questo l’ hanno ignorato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ ormai prassi consolidata dare sostegno all’ imperialismo illegale americano a scapito dei paesi non belligeranti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Washington e i suoi alleati opportunisti accusano Assad di manipolare la missione di monitoraggio per guadagnare il tempo necessario a schiacciare i ribelli armati. Al-Dabi ha dissentito, affermando che la missione è di vitale importanza per la stabilità della Siria, aggiungendo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Qualsiasi interruzione dei lavori della missione dopo un inizio così breve rischia di minare i risultati positivi – anche se incompleti &#8211; realizzati finora. E potrebbe provocare il caos generale se le parti non si dimostreranno qualificate e pronte a imboccare il processo politico predisposto per la soluzione della crisi siriana”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lui, Assad, e la maggior parte dei siriani vogliono una soluzione pacifica. Washington, gli alleati calcolatori e i principali furfanti mediatici promuovono la guerra e il cambio di regime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I civili, ovviamente, sono quelli che soffrono maggiormente e in modo angoscioso fin dai primi mesi del 2011. Washington e gli alleati complici se ne dividono la colpa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Assad è stato ingiustamente condannato per i loro crimini. Non aspettiamoci spiegazioni dai giornalisti, editorialisti ed opinionisti del New York Times. La verità e la completezza dell’ informazione non sono il loro pane quotidiano.</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p><em>*Stephen Lendman vive a Chicago.  Ricercatore al Centre for Reserch on Globalization, autore di alcuni libri su questioni internazionali, ha vinto nel 2008 il Project Censored Award, dell’ University of California a Sonoma. Collabora con il “<a href="http://www.progressiveradionetwork.com/the-progressive-news-hour">Progressive Radio Network</a>’’</em>.</p>
<p>Il suo blog è <a href="http://sjlendman.blogspot.com/">http://sjlendman.blogspot.com</a>.</p>
<p>Può essere raggiunto via mail a <a href="mailto:lendmanstephen@sbcglobal.net">lendmanstephen@sbcglobal.net</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Una mappa della blogosfera politica francese</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/una-mappa-della-blogosfera-politica-francese/</link>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 09:19:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lemonde.fr/politique/visuel/2012/02/02/cartographie-de-la-blogosphere-politique-en-2012_1635269_823448.html">
</a> LeMonde.fr pubblica una bella <a href="http://www.lemonde.fr/politique/visuel/2012/02/02/cartographie-de-la-blogosphere-politique-en-2012_1635269_823448.html">cartografia della blogosfera politica francese</a>. Un documento molto ricco che fornisce una visione articolata della galassia dei principali siti e blog che si occupano di politica in Francia, disposti sulla base dei link che li collegano uno con l’ altro.</p>
<p></p>
<p>Si tratta di carte interamente navigabili, che consentono di zoomare per leggere meglio i nomi dei siti e dei blog (in tutto 1491) e di cliccare sui vari punti materializzando il sito per vedere le connessioni in entrata e in uscita.</p>
<p>&#160;</p>
<p>La prima carta presenta una vista d’ insieme della blogosfera classificata in funzione dell’ area politica di riferimento (sinistra, destra, centro, estrema destra, ecologisti, ecc.).</p>
<p>&#160;</p>
<p>La seconda si propone di differenziare nell’ ambito delle varie aree i blog dei militanti e quelli dei simpatizzanti.
Infine, la terza mappa presenta per ciascuna ‘’famiglia’’ politica il dettaglio dei partiti e dei movimenti che la compongono.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lemonde.fr/politique/visuel/2012/02/02/cartographie-de-la-blogosphere-politique-en-2012_1635269_823448.html"><br />
<img class="alignleft size-medium wp-image-11818" title="Blogosfera-politica-Francia" src="http://www.lsdi.it/assets/Blogosfera-politica-Francia-300x145.gif" alt="" width="300" height="145" /></a> <em>LeMonde.fr</em> pubblica una bella <a href="http://www.lemonde.fr/politique/visuel/2012/02/02/cartographie-de-la-blogosphere-politique-en-2012_1635269_823448.html">cartografia della blogosfera politica francese</a>. Un documento molto ricco che fornisce una visione articolata della galassia dei principali siti e blog che si occupano di politica in Francia, disposti sulla base dei link che li collegano uno con l’ altro.</p>
<p><span id="more-11815"></span></p>
<p>Si tratta di carte interamente navigabili, che consentono di zoomare per leggere meglio i nomi dei siti e dei blog (in tutto 1491) e di cliccare sui vari punti materializzando il sito per vedere le connessioni in entrata e in uscita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La prima carta presenta una vista d’ insieme della blogosfera classificata in funzione dell’ area politica di riferimento (sinistra, destra, centro, estrema destra, ecologisti, ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La seconda si propone di differenziare nell’ ambito delle varie aree i blog dei militanti e quelli dei simpatizzanti.<br />
Infine, la terza mappa presenta per ciascuna ‘’famiglia’’ politica il dettaglio dei partiti e dei movimenti che la compongono.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La Tribune abbandona la stampa, ma c’ è vita dopo la carta?</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/la-tribune-abbandona-la-stampa-ma-c-e-vita-dopo-la-carta/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/la-tribune-abbandona-la-stampa-ma-c-e-vita-dopo-la-carta/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 21:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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		<category><![CDATA[carta]]></category>
		<category><![CDATA[La Tribune]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribuna.gif"></a> C&#8217; è vita dopo la carta? Ogni volta che un giornale cartaceo si spegne riaffiora questa domanda.</p>
<p>L&#8217; ultimo è stato La Tribune, quotidiano economico-finanziario francese, che <a href="http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/ ">da lunedì vive solo sull&#8217; online</a>.</p>
<p>‘’Un giornale di carta che sparisce è sempre un momento tragico : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce. Ma dopo la carta bisogna che il futuro ci sia: più che il canto del cigno allora può essere il volo della fenice&#8221;</p>
<p>
Così scrive Benoit Raphael, sul suo blog <a href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">La social Newsroom</a>, un articolo di cui vi proponiamo la traduzione.</p>
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<h3><a title="“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?" href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?</a></h3>
<p>di Benoit Raphael</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un giornale di carta che sparisce <a href="http://tempsreel.nouvelobs.com/medias/20120130.OBS0089/la-tribune-vous-salue-bien.html" target="_blank">è sempre un momento tragico</a> : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Certo, anche più concretamente comporta <a href="http://leplus.nouvelobs.com/contribution/313424-fin-de-la-tribune-adieu-le-pluralisme-de-la-presse-economique.html" target="_blank">il licenziamento del 70% dei dipendenti</a>, che si sono ritrovati lunedì sera gettati sul mercato del lavoro. La morte di un giornale di carta è sempre triste. E’ un simbolo. Un legame sociale che per una intera generazioni di lettori è senz’ altro più tangibile di un sito internet. Per i più giovani, probabilmente, la sua scomparsa passerà quasi inosservata. Quella pagina lì l’ hanno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribuna.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11812" title="Tribuna" src="http://www.lsdi.it/assets/Tribuna-300x208.gif" alt="" width="300" height="208" /></a> <em>C&#8217; è vita dopo la carta? Ogni volta che un giornale cartaceo si spegne riaffiora questa domanda.</em></p>
<p><em>L&#8217; ultimo è stato La Tribune, quotidiano economico-finanziario francese, che <a href="http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/ ">da lunedì vive solo sull&#8217; online</a>.</em></p>
<p><em>‘’Un giornale di carta che sparisce è sempre un momento tragico : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce. Ma dopo la carta bisogna che il futuro ci sia: più che il canto del cigno allora può essere il volo della fenice&#8221;</em></p>
<p><span id="more-11792"></span><br />
Così scrive Benoit Raphael, sul suo blog <a href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">La social Newsroom</a>, un articolo di cui vi proponiamo la traduzione.</p>
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<h3><a title="“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?" href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?</a></h3>
<p>di Benoit Raphael</p>
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<p>Un giornale di carta che sparisce <a href="http://tempsreel.nouvelobs.com/medias/20120130.OBS0089/la-tribune-vous-salue-bien.html" target="_blank">è sempre un momento tragico</a> : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo, anche più concretamente comporta <a href="http://leplus.nouvelobs.com/contribution/313424-fin-de-la-tribune-adieu-le-pluralisme-de-la-presse-economique.html" target="_blank">il licenziamento del 70% dei dipendenti</a>, che si sono ritrovati lunedì sera gettati sul mercato del lavoro. La morte di un giornale di carta è sempre triste. E’ un simbolo. Un legame sociale che per una intera generazioni di lettori è senz’ altro più tangibile di un sito internet. Per i più giovani, probabilmente, la sua scomparsa passerà quasi inosservata. Quella pagina lì l’ hanno già girata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ ultima prima pagina della Tribune genera questa emozione ma anche l’ angoscia del nulla: carta che brucia. “<em>La Tribune vous salue bien</em>”. Non si sa se si tratta di un arrivederci. L’ immagine, con la sua atmosfera cupa, somiglia più a un addio. La carta che muore è un po’ come un corpo che muore. E’ già la morte, se si sta alle cronache che hanno scandito la fine del quotidiano cartaceo. Esse ne parlano già al passato, evocano la morte, la fine, il vuoto lasciato come una ferita nel pluralismo dell’ informazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’ è vita dopo la carta?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma sì. Bisogna che ci sia. Altrimenti è la democrazia che naufraga. Anche se è vero che la Tribune imbocca la sua nuova vita digitale con molti handicap: una redazione ridotta, una copertura finanziaria molto sottile. Di fronte al mastodonte degli Echos, che investe massicciamente sul digitale, la Tribune si appresta a riscrivere la storia di Davide contro Golia. Non è una condanna a morte. E’ una sfida. C’ è un po’, un molto anzi, di sovrumano in questa guerra. Perché non ci sono che svantaggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1) La Tribune è con le spalle al muro. Una situazione eccezionale che la obbliga a fare delle scelte dure e a concentrarsi sul digitale.</p>
<p>2) L’ acquisizione da parte del tandem France Economie Régions (FER) e Hi-Media è senza dubbio la migliore via d’ uscita: un ancoraggio nell’ informazione economica e una esperienza di monetizzazione digitale.</p>
<p>3) Il futuro si giocherà sul mobile: la possibilità di ripartire da zero può consentire di prendere poi il largo per bene. L’ audience a cui si rivolge la nuova Tribune è sicuramente una delle popolazioni meglio attrezzate in tecnologie da nomadi (mobile e tablet). Quel mondo attende ancora un organo di informazione economica interamente pensata per il consumo in mobilità. La Tribune dovrà <strong>pensare mobile</strong> prima ancora che web.</p>
<p>4) Questo nuovo medium dovrà adattarsi a dei nuovi ritmi e a dei nuovi formati, ma senza abbandonare l’ eccellenza giornalistica. Il futuro è il contenuto, prima che il digitale. E’ prima di tutto studiare valore aggiunto e valore d’ uso, impegno, analisi, qualità giornalistica, comunità, link (curation) e personalizzazione.</p>
<p>5) I modelli economici sono ancora fragile, anche se sperimentati, specialmente negli Stati Uniti: settimanale su carta, servizi a pagamento, pubblicità, operazioni speciali, eventi, e-book… Quando il marchio è forte e fa autorevolezza è più facile sviluppare un business attorno alla sua bandiera. Soprattutto nel settore dell’ informazione economica. Se il digitale viene immaginato come il cuore della macchina, può essere un potente strumento di marketing.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E quindi, <a href="http://www.latribune.fr/technos-medias/medias/20120129trib000681047/merci-.html" target="_blank">quando leggo varie testimonianze parlare della Tribune al passato</a>, come se la testata fosse morta, mi viene voglia di dire: ‘’Non ancora’’. Vorrei vedere di vedere nelle fiamme implacabili di quest’ ultima Prima pagina, il contorno della Fenice. E vorrei citare René Daumal, di cui per caso ho scoperto ieri questa citazione ammirevole, ritrovata da Mathieu Terence :</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Sono morto perché non desidero; non desidero perché credo di possedere; credo di possedere perché non ho voglia di dare; cercando di dare, vedo che non ricevo nulla; vedendo che non ricevo nulla, cerco di darmi; cercando di darmi vedo che non sono niente; vedendo di non essere niente, cerco di divenire; cercando di divenire, io vivo’’.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;">
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Prima pagina: la vittoria dell&#8217; immagine</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/</link>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[La Tribune]]></category>
		<category><![CDATA[leMonde]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune1.jpg"></a><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune2.jpg"></a><a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/3636">Culture visuelle</a>, un interessante sito di analisi del mondo dell’ immagine, riprende un inserto in cui il quotidiano francese la Tribune – che il 30 gennaio è uscito per l’ ultima volta su carta – pubblica una serie di prime pagine di edizioni uscite fra il 1987 e settembre scorso, ricostruendo simbolicamente la storia del giornale: “27 anni e 4.903 numeri’’.</p>
<p></p>
<p>Quattro prime pagine che danno una sintesi efficace delle modificazioni grafiche e strutturali subite dal quotidiano, commenta <a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/author/maresca">Sylvain Maresca.
</a></p>
<p>&#160;</p>
<p>L’ evoluzione è sconcertante: partita da una formula in cui il testo dominava senza alcuna concessione, sulla scia dei quotidiani ‘’seri’’ come leMonde, che continuava allora a rifiutare la fotografia, la prima della Tribune è passata progressivamente a una formula in parte illustrata e arricchita di grossi titoli in neretto, poi a una formula a colori (‘’Di colpo, tutta l’ economia e la finanza sembrano ringiovanire’’), per arrivare alla fine a una Prima iper-visuale in cui la fotografia occupa il posto principale.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Si nota l’ affermazione sempre più netta del modello visuale della televisione, in cui la copertura dell’ attualità passa per larga parte attraverso il dispositivo dell’ intervista: un attore o un testimone privilegiato dell’ attualità parla di quello che accade o di quello che bisogna capirne.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un esempio – conclude Culture visuelle – che non porta niente di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11774" title="Tribune1" src="http://www.lsdi.it/assets/Tribune1.jpg" alt="" width="166" height="300" /></a><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11775" title="Tribune2" src="http://www.lsdi.it/assets/Tribune2-168x300.jpg" alt="" width="168" height="300" /></a><a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/3636">Culture visuelle</a>, un interessante sito di analisi del mondo dell’ immagine, riprende un inserto in cui il quotidiano francese <em>la Tribune</em> – che il 30 gennaio è uscito per l’ ultima volta su carta – pubblica una serie di prime pagine di edizioni uscite fra il 1987 e settembre scorso, ricostruendo simbolicamente la storia del giornale: “27 anni e 4.903 numeri’’.</p>
<p><span id="more-11773"></span></p>
<p>Quattro prime pagine che danno una sintesi efficace delle modificazioni grafiche e strutturali subite dal quotidiano, commenta <a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/author/maresca">Sylvain Maresca.<br />
</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ evoluzione è sconcertante: partita da una formula in cui il testo dominava senza alcuna concessione, sulla scia dei quotidiani ‘’seri’’ come leMonde, che continuava allora a rifiutare la fotografia, la prima della Tribune è passata progressivamente a una formula in parte illustrata e arricchita di grossi titoli in neretto, poi a una formula a colori (‘’Di colpo, tutta l’ economia e la finanza sembrano ringiovanire’’), per arrivare alla fine a una Prima iper-visuale in cui la fotografia occupa il posto principale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si nota l’ affermazione sempre più netta del modello visuale della televisione, in cui la copertura dell’ attualità passa per larga parte attraverso il dispositivo dell’ intervista: un attore o un testimone privilegiato dell’ attualità parla di quello che accade o di quello che bisogna capirne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un esempio – conclude Culture visuelle – che non porta niente di più di quello che non sapessimo già. Semplicemente, offre una sintesi efficace di una evoluzione che ha colpito tutta la stampa quotidiana (non solo in Francia, aggiungiamo noi), segnata dalla presa crescente dell’ immagine, soprattutto della fotografia. Tanto che, nel frattempo, anche leMonde ha ceduto.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>iPad, molte applicazioni non sono ancora un granché</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/informazione-su-tablet-molte-applicazioni-non-sono-ancora-un-granche/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 20:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
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		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[ipad]]></category>
		<category><![CDATA[tablet]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/App23.png"></a>Gli editori sono riusciti a convincere molti utenti che il contenuto ha un valore che bisogna pagare, ma devono assicurare che la qualità dei prodotti giustifichi la spesa – Lo segnala su AdAge.com Rebecca McPheters,CEO della McPheters&#38;C (a cui fa capo il servizio iMonitor per analizzare e tracciare app  per tablet) in un articolo in cui fa il punto sul processo di migrazione delle edizioni online delle varie testate sui dispositivi mobili – iMonitor ha analizzato oltre 5.000 app editoriali, ma i risultati non portano buone notizie: il 30% di esse ha qualche difetto
</p>
<p>&#160;</p>
<p></p>
<a href="http://adage.com/article/mediaworks/viewpoint-magazines-newspapers-build-apps/232085/#author_bio_box"><strong>Magazines and Newspapers Need to Build Better Apps</strong></a>
<p>di Rebecca McPheters</p>
<p>(traduzione a cura di Claudia Dani)
Nonostante sia ancora presto per il completamento del processo di migrazione, pare che  iPad e gli altri tablet siano cosa molto positiva per il giornalismo e possano permettere agli editori di monetizzare i loro contenuti,  evitando i costi necessari per la stampa e la distribuzione dei media tradizionali. E si sono dimostrati ottimi anche per i lettori, offrendo la comodità di avere sempre con sé ciò che si vuole leggere, anche al buio.</p>
<p>Le migliori app forniscono servizi aggiuntivi ai loro lettori.  Rendeno semplice la condivisione di articoli attraverso e-mail e social media o permettono di trovare e acquistare prodotti personalizzati e alcune di esse, in caso di disabilità, offrono anche caratteri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/App23.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11604" title="App2" src="http://www.lsdi.it/assets/App23-300x180.png" alt="" width="300" height="180" /></a><em>Gli editori sono riusciti a convincere molti utenti che il contenuto ha un valore che bisogna pagare, ma devono assicurare che la qualità dei prodotti giustifichi la spesa – Lo segnala su AdAge.com Rebecca McPheters,CEO della McPheters&amp;C (a cui fa capo il servizio iMonitor per analizzare e tracciare app  per tablet) in un articolo in cui fa il punto sul processo di migrazione delle edizioni online delle varie testate sui dispositivi mobili – iMonitor ha analizzato oltre 5.000 app editoriali, ma i risultati non portano buone notizie: il 30% di esse ha qualche difetto<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11583"></span></p>
<h4><a href="http://adage.com/article/mediaworks/viewpoint-magazines-newspapers-build-apps/232085/#author_bio_box"><strong>Magazines and Newspapers Need to Build Better Apps</strong></a></h4>
<p>di <em>Rebecca McPheters</em></p>
<p>(traduzione a cura di Claudia Dani)<br />
Nonostante sia ancora presto per il completamento del processo di migrazione, pare che  iPad e gli altri tablet siano cosa molto positiva per il giornalismo e possano permettere agli editori di monetizzare i loro contenuti,  evitando i costi necessari per la stampa e la distribuzione dei media tradizionali. E si sono dimostrati ottimi anche per i lettori, offrendo la comodità di avere sempre con sé ciò che si vuole leggere, anche al buio.</p>
<p>Le migliori app forniscono servizi aggiuntivi ai loro lettori.  Rendeno semplice la condivisione di articoli attraverso e-mail e social media o permettono di trovare e acquistare prodotti personalizzati e alcune di esse, in caso di disabilità, offrono anche caratteri di grossa dimensione e l&#8217; ausilio dell&#8217; audio.</p>
<p>Ma esiste un grosso problema che minaccia di limitare le opportunità degli editori. Fra le oltre 5000 app per iPad analizzate dal servizio IMonitor di McPheters&amp;Co, fin da aprile 2010, molte, semplicemente,  non funzionano bene.<br />
Dall&#8217; estate del 2010 circa il 45% delle app che abbiamo analizzato hanno rivelato malfunzionamenti significativi. Questa percentuale sta diminuendo, ma non abbastanza velocemente,  i nostri studi mostrano che circa un terzo di tutte le app visionate ha ancora qualche serio difetto.</p>
<p>Il problema maggiore riguarda l&#8217; autenticazione degli abbonati alla versione cartacea.  Errori di login in cui l&#8217; app non riconosce abbonati già esistenti. Questi errori ricorrono per almeno metà delle pubblicazioni fra quelle che offrono la versione digitale gratuitamente a chi è già abbonato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma ci sono anche altre questioni. Pagine, video e audio possono non funzionare, i link possono essere sbagliati, l&#8217; audio in alcuni casi non si spegnerà lasciando agli utenti la sola scelta di chiudere la pagina o essere costretti ad ascoltare contro il loro volere. Crash inaspettati sono comuni. Il download continua ad essere un problema per molte app in particolar modo quando gli utenti vorrebbero scaricare tramite connessione 3G o senza connessione veloce.</p>
<p>Secondo Mike Haney, chief  product officer per Mag+, la responsabilità dei malfunzionamenti potrebbe essere attribuita alla fase della produzione editoriale: all’ origine, la piattaforma sviluppata o il dispositivo stesso, oppure la memoria  del device può essere intasata da troppe applicazioni attive nello stesso momento. Nel caso di problemi di login, è possibile che la colpa stia negli adempimenti che l’editore deve compiere per attivare un abbonamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qualsiasi siano i problemi, comunque, test sempre più approfonditi sono la via migliore per evidenziarli e risolverli. Gli editori possono evitare molti rischi, informandosi meglio, seguendo linee guida e testando le applicazioni a fondo. Colin Fleming, di Adobe, afferma: “i link errati e i problemi di visualizzazione dovrebbero essere scoperti durante i test, proprio come le correzioni di contenuto prima della pubblicazione”.</p>
<p>È anche importante fornire un servizio di customer service per le in-app, che fornisca un link al sito e alle FAQ,  aggiunge Fleming.</p>
<p>Migliorare i controlli di qualità e le performance è essenziale se gli editori vogliono assicurarsi guadagni ripetuti e massimizzare i profitti. È importante anche quando le edizioni devono competere contro altri tipi di applicazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le piattaforme mobili stanno trasformando rapidamente l&#8217; industria dei media e a McPheters&amp;Co abbiamo stimato che entro la fine del 2015, metà della distribuzione di riviste e quotidiani avverrà per via digitale. Gli editori sono riusciti a far comprendere a molti utenti che il contenuto è qualcosa di valore che devono pagare. Adesso, devono prestare massima attenzione in modo da assicurare che la qualità dei loro prodotti spieghi e giustifichi la spesa.</p>
<h4></h4>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Il Guardian, ex sostenitore dei contenuti gratuiti</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/il-guardian-ex-sostenitore-dei-contenuti-gratuiti/</link>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Guardian]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
		<category><![CDATA[paywall]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Guardian2.gif"></a>Proseguono in tutto il mondo sperimentazioni e rilanci degli editori per portare i lettori ad una partecipazione economica che cerca di non perdere di vista le entrate pubblicitarie &#8211; Alcuni, come il Guardian, differenziano l’ accesso mobile da quello a postazione fissa, con l’ evidente convincimento che i primi abbiano maggiore disponibilità economica dei secondo, mentre altri, come il New York Times, tentano di sedurre i propri lettori offrendo una certa quantità di contenuti gratuitamente
</p>
<p>&#160;</p>
<p>di Antonio Rossano</p>
<p>&#160;</p>
<p>Dal 13 gennaio il Guardian ha attivato l’ accesso a pagamento delle sue versioni Ipad dotate di sistema operativo IOS 5 che prevede un contributo mensile di 9,99 sterline (12 euro).
Lanciata come gratuita a <a href="http://paidcontent.co.uk/article/419-guardians-ipad-newspaper-edition-will-cost-9.99-per-month/ ">metà ottobre 2011</a>, grazie alla sponsorizzazione di Channel 4, l’ applicazione è stata scaricata fino ad oggi 500.000 volte, ma con un numero effettivo di utenti di poco sopra la metà (280.000) e rimarrà gratuita per gli abbonati alla versione cartacea (che pagano 27,38 sterline (33 euro/mese).
Se il Guardian riuscirà a convertire al pagamento anche solo un 17% di questi 280.000 utenti, pari a 47.600 utenti paganti, potrà realizzare un introito mensile di quasi 475.000 sterline (circa €570.000).
Gli utenti che avevano scaricato in passato l’applicazione su IOS5, riceveranno da subito la richiesta di pagamento, mentre per i nuovi utenti che scaricano l’ app, la “strategia” è di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Guardian2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11473" title="Guardian" src="http://www.lsdi.it/assets/Guardian2-300x182.gif" alt="" width="300" height="182" /></a><em>Proseguono in tutto il mondo sperimentazioni e rilanci degli editori per portare i lettori ad una partecipazione economica che cerca di non perdere di vista le entrate pubblicitarie &#8211; Alcuni, come il Guardian, differenziano l’ accesso mobile da quello a postazione fissa, con l’ evidente convincimento che i primi abbiano maggiore disponibilità economica dei secondo, mentre altri, come il New York Times, tentano di sedurre i propri lettori offrendo una certa quantità di contenuti gratuitamente</em><br />
<span id="more-11470"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Antonio Rossano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal 13 gennaio il Guardian ha attivato l’ accesso a pagamento delle sue versioni Ipad dotate di sistema operativo IOS 5 che prevede un contributo mensile di 9,99 sterline (12 euro).<br />
Lanciata come gratuita a <a href="http://paidcontent.co.uk/article/419-guardians-ipad-newspaper-edition-will-cost-9.99-per-month/ ">metà ottobre 2011</a>, grazie alla sponsorizzazione di Channel 4, l’ applicazione è stata scaricata fino ad oggi 500.000 volte, ma con un numero effettivo di utenti di poco sopra la metà (280.000) e rimarrà gratuita per gli abbonati alla versione cartacea (che pagano 27,38 sterline (33 euro/mese).<br />
Se il Guardian riuscirà a convertire al pagamento anche solo un 17% di questi 280.000 utenti, pari a 47.600 utenti paganti, potrà realizzare un introito mensile di quasi 475.000 sterline (circa €570.000).<br />
Gli utenti che avevano scaricato in passato l’applicazione su IOS5, riceveranno da subito la richiesta di pagamento, mentre per i nuovi utenti che scaricano l’ app, la “strategia” è di fornire un periodo di prova di sette giorni al termine dei quali  viene richiesta la sottoscrizione.<br />
Il Paywall per IOS5 è sostanzialmente diverso da quello che il Guardian ha introdotto sugli Iphone, che consente agli utenti di leggere liberamente tre articoli al giorno, prima che scatti la richiesta di abbonamento mensile (£ 2,99 per sei mesi, £ 4,99 per dodici e libero negli USA).<br />
Sembrano lontani i tempi in cui il Guardian descriveva il progetto di Murdoch di creare dei paywall per le principali testate del gruppo, come un progetto che poteva “violare la legge anti-trust”: i paywall a firma News Corp su Times e Sunday Times sono stati realizzati e dopo un avvio che aveva le caratteristiche del fallimento, con il passo della tartaruga ed i risultati della cicala, il progetto inizia a produrre dei risultati “incoraggianti”. Nessuna violazione della legge anti-trust quindi, bensì qualche problema di validità e di credibilità del progetto, come sostiene <a href="http://www.lsdi.it/2012/giornali-clay-shirky-la-crisi-e-una-questione-culturale-prima-che-economica/">Clay Shirky.</a><br />
Ovviamente non bisogna dimenticare che Guardian continua a sostenere la sua posizione di sostenitore di contenuti liberi (“stalwart of free content” come lo definisce paidContent )  per gli utenti internet da postazione fissa, ma la gloria della posizione ed il conseguente benefico effetto marketing-mediatico si riducono molto se ricordiamo che, come annunciato da Morgan Stanley nei suoi Internet Trends ad inizio del 2010, gli utenti internet su mobile supereranno entro il 2013 quelli su desktop.<br />
Nel frattempo però, anche le pubblicazioni digitali da postazione fissa, stanno selezionando e sperimentando modalità di accesso a pagamento.<br />
Lo scorso marzo il New York Times ha esordito con un modello di paywall “a soglia”, sul modello di giornali economici come il Financial Times, che prevede la lettura libera di 20 articoli mensili superati i quali, scatta la richiesta di pagamento. Questo tentativo sembra stia dando dei buoni risultati.<br />
A Settembre del 2010 anche il defunto News Of The World aveva lanciato un suo paywall per web e Ipad  (1,99 sterline/mese) “ma la sua prematura scomparsa ci ha lasciati orfani di dati sulla sua efficacia”,  ricorda Nick Bell, direttore dei prodotti digitali di News International. E questo perché il gruppo di Murdoch sta pensando di lanciare un paywall sul domenicale superstite, “The Sun”, ma con molte perplessità perché, dopo la ingloriosa fine del NOTW, il segmento dei periodici in Inghilterra ha subito <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2012/jan/13/news-of-the-world-abcs?fb=native">un forte ridimensionamento</a>.</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Giglio, rischio di naufragio per l&#8217; informazione professionale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/naufragio-al-giglio-brutti-messaggi-per-il-giornalismo-professionale/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 09:25:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Citizen journalism]]></category>
		<category><![CDATA[online]]></category>
		<category><![CDATA[professione]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>

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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Giglio-300x149.jpeg"></a>1)  Mentre Bbc e Cnn fanno le prime dirette, le redazioni dei media tradizionali sono ancora in letargo e qualche testata, compreso Il Tirreno – che essendo in duopolio con La Nazione nella zona dell’ Argentario e del Giglio avrebbe dovuto produrre un grande ‘’volume di fuoco’’ – si affidano nelle prime ore del naufragio alla Rete, delegando il compito informativo a Twitter.</p>
<p>2)      In rete viene diffuso un video semi-falso, attribuito alla concitazione e al panico fra passeggeri ed equipaggio all’ interno della ‘’Concordia’’ e relativo invece a un episodio analogo accaduto anni fa in Nuova Zelanda.</p>
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<p>Ci cadono tutti: anche blogger e uomini di Rete agguerriti ed esperti,  non solo i media mainstream, La Rete però si autocorregge presto (eliminando dai flussi informativi quel video, o comunque correggendone l’ attribuzione). Mentre le redazioni delle testate tradizionali se ne accorgono con fatica. Qualcuna addirittura non se ne accorge, tanto che il video ieri, domenica, – racconta <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/01/15/non-affondare-nellinformazione-quando-il-giornalismo-puo-imparare-da-twitter/">Giovanni Boccia Artieri sul suo Mediamondo</a> &#8211; è stato mostrato come autentico sia in un servizio del TG3 che delTG2  (ore 13) e anche dal TG Com 24 durante la mattinata.  Il TG1  lo ha messo in onda aggiungendo però (…)  “ecco come potrebbe essere andata la situazione”. Una furbata, aggiungiamo noi.</p>
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<p>3)      <strong>Costa Corciere </strong>fa la sua informazione ai clienti, saltando i giornalisti,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Giglio-300x149.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-11425" title="Giglio-300x149" src="http://www.lsdi.it/assets/Giglio-300x149.jpeg" alt="" width="300" height="149" /></a>1)  Mentre Bbc e Cnn fanno le prime dirette, le redazioni dei media tradizionali sono ancora in letargo e qualche testata, compreso Il Tirreno – che essendo in duopolio con La Nazione nella zona dell’ Argentario e del Giglio avrebbe dovuto produrre un grande ‘’volume di fuoco’’ – si affidano nelle prime ore del naufragio alla Rete, delegando il compito informativo a Twitter.</p>
<p>2)      In rete viene diffuso un video semi-falso, attribuito alla concitazione e al panico fra passeggeri ed equipaggio all’ interno della ‘’Concordia’’ e relativo invece a un episodio analogo accaduto anni fa in Nuova Zelanda.</p>
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<p><span id="more-11399"></span></p>
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<p>Ci cadono tutti: anche blogger e uomini di Rete agguerriti ed esperti,  non solo i media mainstream, La Rete però si autocorregge presto (eliminando dai flussi informativi quel video, o comunque correggendone l’ attribuzione). Mentre le redazioni delle testate tradizionali se ne accorgono con fatica. Qualcuna addirittura non se ne accorge, tanto che il video ieri, domenica, – racconta <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/01/15/non-affondare-nellinformazione-quando-il-giornalismo-puo-imparare-da-twitter/">Giovanni Boccia Artieri sul suo Mediamondo</a> &#8211; è stato mostrato come autentico sia in un servizio del TG3 che delTG2  (ore 13) e anche dal TG Com 24 durante la mattinata.  Il TG1  lo ha messo in onda aggiungendo però (…)  “ecco come potrebbe essere andata la situazione”. Una furbata, aggiungiamo noi.</p>
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<p>3)      <strong>Costa Corciere </strong>fa la sua informazione ai clienti, saltando i giornalisti, che dormono!!!</p>
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<p>Nella notte della tragedia – infatti -, quando nessuno fra i grandi siti web aveva notizie sull’incidente e la copertura dell’evento era molto modesta (se ne parlava su Twitter e su alcuni piccoli siti web di informazione locale) – ricorda <a href="http://www.mantellini.it/?p=17390">Massimo Mantellini</a> in un articolo per Punto Informatico di oggi &#8211; , Costa Crociere ha <a href="http://blog.costacrociere.it/">pubblicato</a> sul suo blog due comunicati, all’ una di notte il primo e alle 5 del mattino il secondo, con alcune sommarie informazioni sugli eventi. Si tratta di due post quasi formali e con pochi contenuti, tuttavia io – aggiunge Mantellini &#8211; non ricordo nessun caso simile italiano in passato, con una grande azienda che in un momento di enorme crisi considera così velocemente la necessità di informare direttamente la propria clientela utilizzando Internet.</p>
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<p>Questi per ora i primi ‘’insegnamenti’’ sul piano mediatico che la ‘’copertura’’ della tragedia del Giglio comincia a dare: lo smarrimento del giornalismo professionale di fronte alla vivacità e alla velocità della Rete; la mancanza di una cultura attenta e vivace di filtro e controllo; la decisione di grandi aziende di produrre direttamente informazione per i propri potenziali utenti scavalcando la mediazione tradizionale dei giornalisti, o affiancando a quelli tradizionale dei propri canali di informazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p><strong>Per quanto riguarda il primo punto</strong>, in particolare, Boccia Artieri segnala</p>
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<p style="padding-left: 30px;">‘’la scarsa copertura da parte dei media nazionali a ridosso dell’evento nella notte di venerdì 13 gennaio, per il continuo emergere del tema nei social media che hanno seguito in tempo reale cercando e diffondendo quelle informazioni che sui media mainstream non riuscivamo a trovare.</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Basta <a href="http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2012/01/14/news/la-concordia-si-incaglia-al-giglio-4mila-passeggeri-evacuati-1.3062281">leggere lo storify</a> che raccoglie “i tweet inviati dalle persone sul posto e da quelle che hanno seguito la diretta dell’evacuazione di 4mila persone dalla nave da crociera Concordia”, una vera e propria <em>delega informativa</em> che il Tirreno di Livorno mostra, con il crescere della consapevolezza circa la gravità dell’incidente che culmina con il tweet dell’una di notte di Costa Crociere che rimanda ad una “<a href="http://blog.costacrociere.it/post/Comunicazione-importante-Sabato-14-gennaio-0100.aspx">comunicazione importante</a>” circa le difficoltà delle procedure di soccorso a causa della posizione assunta dalla nave’’.</p>
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<p><iframe width="420" height="315" frameborder="0" src="http://www.youtube.com/embed/o-WZU1X--IM"></iframe></p>
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<p><strong>Sul secondo punto</strong>, sempre Boccia Artieri osserva:</p>
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<p style="padding-left: 30px;">Le difficoltà di “cura” dell’informazione in un ambiente caotico come Twitter o Facebook, in cui la dimensione emotiva e quella relazionale sono fortemente connesse, è nota. Ma, con un atteggiamento di <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/01/07/network-pragmatism-ed-ecosistema-dellinformazione/">network pragmatism</a>, sappiamo anche che esiste un modo di abitare informativamente questo ambiente. Ad esempio su Twitter ricostruendo come l’informazione è stata trattata – chi ha lanciato il tweet – cercando contenuti connessi – attraverso #hashtag – costruendosi una rete che ha reputazione e affidabilità – attraverso le liste.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Dai media mainstream mi aspetto, allora, almeno la stessa capacità di “cura”, quella di pescare a piene mani dall’emotività dei social network, di rincorrere la tempestività degli eventi cercando testimonianze, ad esempio via tweet, in tempo reale, ma mantenendo la capacità di un giornalismo attento alle fonti e dedito alla verifica. Tanto più che molte volte basterebbe googlare un contenuto per avere risposte o leggersi tutti i contenuti di un #hashtag.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda infine il terzo punto</strong>, Mantellini rileva:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"> Paradossalmente la comprensione delle dinamiche di comunicazione in rete sembra oggi essere maggiore nelle aziende che non negli ambienti giornalistici. Le prime semplicemente sostituiscono il soggetto della propria comunicazione (i clienti prima o contemporaneamente ai giornalisti), i secondi sono compressi all’interno di un cambiamento profondo che riguarda prima di tutto loro stessi, con tutte le frizioni e le difficoltà del caso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Globalmente comunque <strong>la morale</strong> può essere questa (ancora Mantellini):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;">Resta fondamentale una prassi giornalistica consolidata (che non è necessariamente esclusiva dei giornalisti professionisti) capace di separare i mille rumors di rete dalle notizie poi effettivamente pubblicate e di come questa sia oggi una necessità fortissima (e ancora non troppo frequentata) in primo luogo per i tanti lettori che non hanno voglia né tempo di spulciarsi l’archivio di Youtube per scoprire che quel video con i tavoli che corrono e le persone travolte, si riferisce ad una crociera in Nuova Zelanda nel 2008 e non al tragico naufragio della sera prima.</p>
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		<item>
		<title>Sovvenzioni alla stampa: in Danimarca vanno anche alle testate straniere (392 euro per il 2012 al Corsera)</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/sovvenzioni-alla-stampa-in-danimarca-vanno-anche-alle-testate-straniere-392-euro-per-il-2012-al-corsera/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 22:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della Sera]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[sovvenzioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>
<a href="http://www.lsdi.it/assets/Danimarca1.jpg"></a>In Danimarca, nel 2012, saranno 59 i giornali a ricevere fondi da parte del Danish Press Fund, per un ammontare di 47 milioni di euro (347 milioni di corone danesi).</p>
<p>Fra di essi – spiega L’ <a href="http://www.ejc.net/media_news/danish_press_subsidies_2012/">European Journalism Center</a> – ci sono 26 testate straniere, che riceveranno complessivamente 420.000 euro. L’ unico giornale italiano è il Corriere della Sera, che riceverà 392 euro di contributi sulla base delle copie diffuse.</p>
<p></p>
<p>Ma questo, secondo <a title="Go to the source website of this article" href="http://www.newspaperinnovation.com/index.php/2012/01/06/danish-press-subsidies-2012/" target="_blank">Newspaper Innovation</a>, potrebbe essere l’ ultimo anno in cui il Fondo verserà sovvenzioni anche a testate non danesi: nel parlamento di Copenhagen si sta sviluppando infatti una forte opposizione contro questa parte della legge.</p>
<p>Come si può vedere <a title="can be viewed here" href="http://www.ejc.net/?URL=http%3A%2F%2Fwww.bibliotekogmedier.dk%2Ffileadmin%2Fuser_upload%2Fdokumenter%2Fmedier%2Faviser_og_blade%2Fdagbladspuljen%2FForeloebigt_tilskud_2012.pdf">dall’ elenco ufficiale</a>, tra i giornali che riceveranno sussidi USA Today (180 euro), l’ Independent (390),  il Guardian (960), IHT (33.000), il Financial Times (95.000 euro).</p>
<p>Il sussidio più rilevante per i giornali ‘’stranieri’’ va però al Flensborg Avis, giornale tedesco in lingua danese, che raccoglierà 120.000 euro.</p>
<p>Il grosso dei fondi va ovviamente alle testate danesi.</p>
<p>Kristeligt Dagblad riceverà 3,8 milioni di euro, seguito da Information (3,5 m). Borsen, BT, Berlingske, Morgenavisen Jyllands-Posten, Politiken e i quotidiani gratuity metroXpress e 24timer (chef anno capo a Metro International) ricevranno ciascuno 2,6 milioni di euro.</p>
<p>L’ Iva sui giornali, in]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
<a href="http://www.lsdi.it/assets/Danimarca1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11327" title="Danimarca" src="http://www.lsdi.it/assets/Danimarca1.jpg" alt="" width="210" height="140" /></a>In Danimarca, nel 2012, saranno 59 i giornali a ricevere fondi da parte del Danish Press Fund, per un ammontare di 47 milioni di euro (347 milioni di corone danesi).</p>
<p>Fra di essi – spiega L’ <a href="http://www.ejc.net/media_news/danish_press_subsidies_2012/">European Journalism Center</a> – ci sono 26 testate straniere, che riceveranno complessivamente 420.000 euro. L’ unico giornale italiano è il Corriere della Sera, che riceverà 392 euro di contributi sulla base delle copie diffuse.</p>
<p><span id="more-11323"></span></p>
<p>Ma questo, secondo <a title="Go to the source website of this article" href="http://www.newspaperinnovation.com/index.php/2012/01/06/danish-press-subsidies-2012/" target="_blank">Newspaper Innovation</a>, potrebbe essere l’ ultimo anno in cui il Fondo verserà sovvenzioni anche a testate non danesi: nel parlamento di Copenhagen si sta sviluppando infatti una forte opposizione contro questa parte della legge.</p>
<p>Come si può vedere <a title="can be viewed here" href="http://www.ejc.net/?URL=http%3A%2F%2Fwww.bibliotekogmedier.dk%2Ffileadmin%2Fuser_upload%2Fdokumenter%2Fmedier%2Faviser_og_blade%2Fdagbladspuljen%2FForeloebigt_tilskud_2012.pdf">dall’ elenco ufficiale</a>, tra i giornali che riceveranno sussidi USA Today (180 euro), l’ Independent (390),  il Guardian (960), IHT (33.000), il Financial Times (95.000 euro).</p>
<p>Il sussidio più rilevante per i giornali ‘’stranieri’’ va però al Flensborg Avis, giornale tedesco in lingua danese, che raccoglierà 120.000 euro.</p>
<p>Il grosso dei fondi va ovviamente alle testate danesi.</p>
<p>Kristeligt Dagblad riceverà 3,8 milioni di euro, seguito da Information (3,5 m). Borsen, BT, Berlingske, Morgenavisen Jyllands-Posten, Politiken e i quotidiani gratuity metroXpress e 24timer (chef anno capo a Metro International) ricevranno ciascuno 2,6 milioni di euro.</p>
<p>L’ Iva sui giornali, in Danimarca, è allo zero per cento.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Giornali: Clay Shirky, la crisi è una questione culturale prima che economica</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/giornali-clay-shirky-la-crisi-e-una-questione-culturale-prima-che-economica/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 20:43:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
		<category><![CDATA[paywall]]></category>
		<category><![CDATA[Quotidiani]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11315</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Shirky.gif"></a>In una analisi di qualche giorno fa, di cui pubblichiamo la traduzione integrale, Clay Shirky entra a fondo nel discorso dei modelli di business per la stampa digitale, partendo dal fallimento del paywall integrale adottato dai londinesi <strong>Times</strong> e <strong>Sunday Times</strong>.</p>
<p>Sottraendo i contenuti al pubblico si sottraggono anche gli spazi per gli annunci pubblicitari e quindi vengono a mancare le due possibili fonti principali di entrata per un giornale: lettori e pubblicità. Tanto che, già dopo tre settimane dal lancio dei “muri” le due testate avevano perso quasi il 90% dei propri lettori.</p>
<p>Al contrario del paywall integrale, sembra funzionare il sistema a “soglia di accesso” dove il lettore può fruire di un certo numero di contenuti gratuitamente (attualmente sono mediamente 20 articoli mensili) come dimostra la positiva esperienza del <strong>New York Times</strong> e di altri giornali statunitensi.</p>
<p>La convinzione di Shirky è <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">da sempre</a> che una delle cause fondamentali della ormai endemica crisi dei giornali, sia l’incapacità degli editori in primo luogo, ma anche dei giornalisti, di staccarsi dal vecchio modello economico della carta stampata. I giornali online devono sviluppare un proprio modello di sostenibilità che prescinda dal passato.</p>
<p>Ma il problema è culturale prima che economico.</p>
<p>Non è più sostenibile la logica dei quotidiani che vedono il lettore come un cliente e le notizie come un prodotto,  concependo il giornale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Shirky.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11318" title="Shirky" src="http://www.lsdi.it/assets/Shirky-300x223.gif" alt="" width="300" height="223" /></a>I<em>n una analisi di qualche giorno fa, di cui pubblichiamo la traduzione integrale, Clay Shirky entra a fondo nel discorso dei modelli di business per la stampa digitale, partendo dal fallimento del paywall integrale adottato dai londinesi <strong>Times</strong> e <strong>Sunday Times</strong>.</em></p>
<p><em><span id="more-11315"></span>Sottraendo i contenuti al pubblico si sottraggono anche gli spazi per gli annunci pubblicitari e quindi vengono a mancare le due possibili fonti principali di entrata per un giornale: lettori e pubblicità. Tanto che, già dopo tre settimane dal lancio dei “muri” le due testate avevano perso quasi il 90% dei propri lettori.</em></p>
<p><em>Al contrario del paywall integrale, sembra funzionare il sistema a “soglia di accesso” dove il lettore può fruire di un certo numero di contenuti gratuitamente (attualmente sono mediamente 20 articoli mensili) come dimostra la positiva esperienza del <strong>New York Times</strong> e di altri giornali statunitensi.</em></p>
<p><em>La convinzione di Shirky è </em><a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/"><em>da sempre</em></a><em> che una delle cause fondamentali della ormai endemica crisi dei giornali, sia l’incapacità degli editori in primo luogo, ma anche dei giornalisti, di staccarsi dal vecchio modello economico della carta stampata. I giornali online devono sviluppare un proprio modello di sostenibilità che prescinda dal passato.</em></p>
<p><em>Ma il problema è culturale prima che economico.</em></p>
<p><em>Non è più sostenibile la logica dei quotidiani che vedono il lettore come un cliente e le notizie come un prodotto,  concependo il giornale come un “pacchetto” generalista che possa soddisfare qualsiasi tipo di esigenza. I giornali debbono puntare alla creazione dei contenuti originali e di qualità , ed a quei lettori che sono disposti a sostenerli.</em></p>
<p><em>Bisogna dare più importanza a motivazioni non-finanziare e non commerciali, come </em><em>la lealtà, la</em><em> </em><em>gratitudine</em><em>, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.shirky.com/weblog/2012/01/newspapers-paywalls-and-core-users/">NEWSPAPERS, PAYWALLS, AND CORE USERS</a></p>
<p>di<strong> Clay Shirky</strong></p>
<p>(a cura di <em>Antonio Rossano</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo potrebbe essere l’anno in cui i giornali finalmente abbandoneranno l’idea di trattare tutte le news come prodotti e tutti i lettori come clienti.</p>
<p>Un primo segno di questo cambiamento è stato il lancio, nel 2010, dei paywall integrali per i londinesi <em>Times</em> e <em>Sunday Times, </em>che però non hanno sviluppato nuove strategie; nel mondo dell’informazione sono stati comunque considerati come una verifica effettiva sull’ipotesi che  giornali generalisti (<a href="http://www.guardian.co.uk/media/2010/jul/20/times-paywall-readership">Non</a>) potessero indurre una massa critica di lettori a pagare.</p>
<p>Successivamente, in marzo, il New York Times ha introdotto un sistema di pagamento per i lettori che superavano una certa soglia di articoli letti (uno schema prelevato dalla stampa finanziaria ed in particolar modo dal Financial Times) che sta generando entrate cospicue. Finalmente e più recentemente lo scorso mese, due importanti annunci: il Chicago Sun-Times ha adottato <a href="http://www.suntimes.com/9284143-417/sun-times-media-online-sites-to-begin-metered-pay-plan.html">un sistema di pagamento a soglia</a> e il Minneapolis Star-Tribune ha affermato che <a href="http://www.myfoxtwincities.com/dpp/money/star-tribune-unveils-20-article-paywall-nov-1-2011">il proprio esistente paywall</a> (sempre a “soglia” N.d.T.)  funzionava in maniera soddisfacente.  Considerati tutti insieme questi eventi smentiscono la convinzione che le informazioni online possano essere trattate come un semplice prodotto da vendere, come lo sono stati i giornali cartacei.</p>
<p>Gli addetti ai lavori hanno spesso insistito, a volte con rabbia, che noi lettori dovessimo pagare per i contenuti ( una affermazione che era apparsa, <a href="http://www.shirky.com/writings/information_price.html">proprio in quella forma</a> già nel 1996). In quello stesso periodo, i contenuti disponibili gratuitamente sono cresciuti di dieci volte, non così il numero di quelli che invece li compravano. Infatti,  come Paul Graham ha sottolineato “I consumatori non pagavano mai per i contenuti e anche gli editori non stavano realmente vendendoli… Quasi tutte le pubblicazioni erano organizzate come se quello che doveva essere venduto fosse il contenitore ed il contenuto fosse irrilevante”.</p>
<p>La radio commerciale è sostenuta solo dalla pubblicità perché nessuno può immaginare un modo per impedire l’accesso alle onde radio; la TV via cavo raccoglie abbonamenti perché qualcuno ha inventato il modo per controllarne l’accesso. La logica della rete è che ognuno paga per l’infrastruttura, quindi ognuno la possa utilizzare. Questo è ovviamente incompatibile con l’economia della stampa, ma stranamente, il principio industriale che “ogni lettore è un cliente” non è stato mai abbandonato dagli editori nel passaggio dalla carta stampata al web.</p>
<p>Un giornale stampato è un “pacchetto”. Un lettore che vuole leggere solo sport o l’andamento della borsa compra lo stesso giornale di quello che vuole leggere la politica locale e nazionale, o ricette e oroscopi.  Online il “pacchetto” viene però “spacchettato” ogni giorno dai lettori che seguono singole notizie senza alcun riguardo per le prime pagine o le sezioni o i percorsi di navigazione impostati dalle redazioni.</p>
<p>Questo spacchettamento porta ad una nuova matematica dei lettori online: se si contano le pagine visitate dai lettori in un mese si vedrà che la gran parte di essi, tra un terzo e la metà, legge una sola pagina. Un gruppo più piccolo ne legge due al mese, uno ancora più piccolo tre e così via fino al lettore più attivo, anch’egli in un piccolo gruppo, che legge decine di pagine al giorno, centinaia al mese.</p>
<p>Contro questo comportamento ingestibile dei lettori, un paywall ha rappresentato l’alternativa del “tutto o niente”, con il risultato che “Se non vuoi darci soldi, non ti faremo vedere neanche la pubblicità!” (<em>meccanismo implicito di alcuni pay wall integrali come ad esempio quello del Times: ovviamente non potendo accedere ad alcun contenuto il lettore non viene neanche sottoposto a messaggi pubblicitari, privando di fatto l’editore di qualsiasi forma di entrata</em> N.d.T.); il giorno del lancio del suo paywall, il Times di Londra ha ridotto  il suo pubblico online, che era molto più grande di quello della versione cartacea, ad una piccola parte di quest’ultimo.</p>
<p>Questo non è un problema specifico dei paywall dei giornali generalisti, questo è “il” problema dei paywall! Questione che era stata largamente compresa alla fine del secolo scorso e per la quale i paywall non hanno mai rappresentato una alternativa convincente. <span style="text-decoration: underline;">Il risultato più semplice del trattare le notizie digitali come un “prodotto” è ottenere soldi dal 2% dei tuoi lettori. Il risultato peggiore è perderne il 98%, che rappresentano la tua base per la pubblicità</span>.</p>
<p>***</p>
<p>Per comprendere questi 15 anni di attaccamento dei giornali ai paywall, bisogna comprendere che “<em>Tutti debbono pagare!</em>” non è solo un principio economico, ma un paradigma culturale. Sebbene i giornalisti abbiano sempre saputo che il numero dei lettori sarebbe crollato se avessero trascurato i contenuti esterni come le curiosità o l’intrattenimento essi, al contrario,  non sono mai stati interessati a capire perché poche persone leggessero notizie sul consiglio comunale o sulla rottura della tubazione dell’acqua. Una parte del fascino dei paywall, anche a fronte della loro inefficacia economica, è consistito nel mantenere l’idea che un “cercatore di coupon” e un “drogato di notizie” fossero solo clienti, persone le cui motivazioni potessero essere soddisfatte in generale, senza doverle comprendere in particolare.</p>
<p>La soglia di accesso tipica di alcuni paywall è stata spesso discussa come se essa fosse semplicemente un modo per indurre i lettori a pagare, cosa alla quale si dovrebbe rispondere “non per la maggior parte di essi”. Definire la soglia di accesso come un paywall “crepato” o “poroso” sottovaluta l’enormità del cambiamento; la metafora di una crepa suggerisce un contenitore per la gran parte intatto che lascia fuori una minoranza dei propri contenuti e un giornale che condivide anche due pagine al mese non libera affatto la maggioranza degli utenti dal pagamento. Ma nel momento in cui la soglia giunge a 20 pagine (un numero che sta rapidamente diventando usuale) un giornale rinuncia praticamente a vendere ad una percentuale del suo pubblico tra l’85% ed il 95% (<em>come detto sopra la gran parte degli utenti legge poche pagine al mese</em> N.d.T.), e questo convincerà solo una parte della residua minoranza a pagare.</p>
<p>I giornali hanno due principali fonti di reddito, i lettori e la pubblicità, ed essi possono operare su queste in scala massiva o su nicchie. Un giornale metropolitano è un tipico prodotto di massa per i clienti (i molti lettori che comprano il giornale) e per i pubblicitari (poiché molti lettori leggono i loro annunci). Le Newsletter e i giornali a bassa diffusione, al contrario, servono un pubblico di nicchia e per questo anche pubblicitari di nicchia, come <a href="http://firechief.com/"><em>Fire Chief</em></a>, <em><a href="http://www.motherearthnews.com/">Mother Earth News</a> . (</em><em>Alcune newsletter sono prive di pubblicità, come </em><a href="http://www.cooksillustrated.com/"><em>Cooks’ Illustrated</em></a>, dove una parte di ciò che l&#8217;utente paga è la libertà dalle pubblicità, o meglio la libertà da un editore “grato” agli inserzionisti)</p>
<p>I paywall integrali hanno rappresentato un tentativo di mantenere il vecchio modello del “mass+mass” (<em>lettori+pubblicitari</em> N.d.T.) dopo il passaggio ad una distribuzione digitale.  Con così pochi lettori disposti a pagare e pertanto così pochi lettori a poter fruire della pubblicità, i paywall integrali portano invece i giornali in una dinamica di “niche+niche” (<em>nicchia+nicchia</em>). Quello che, al contrario le “soglie di accesso” creano, in modalità ibrida,  è un mercato di massa per i pubblicitari ed un mercato di nicchia per i lettori.<br />
Come ha evidenziato David Cohn questo è l’equivalente commerciale del modello della Radio Nazionale Pubblica, dove gli sponsor raggiungono tutti gli ascoltatori, ma il supporto diretto viene solo dai donatori. (per timore che la NPR possa sembrare una piccola realtà , vale la pena ricordare che il Times ‘ha convinto qualcosa come uno su cento dei suoi lettori a pagare, mentre i sostenitori della Radio Nazionale Pubblica sono quasi uno ogni dodici ascoltatori. I giornali con “soglia di accesso” aspirano a raggiungere i livelli di persuasione di NPR). I paywall incoraggiano un giornale a focalizzarsi sul valore dei contenuti, le “soglie di accesso” li incoraggiano a focalizzarsi sul valore dei propri utenti.</p>
<p>***</p>
<p>Le “soglie di accesso” sottopongono la logica del “pacchetto” del giornale cartaceo – un po’ di tutto per tutti,  riempito di annunci – a due nuove criticità: Cosa  vuole la maggior parte dei lettori abituali? E cosa può trasformare i lettori frequenti in lettori abituali? Queste alcune cose che non vogliono: più pubblicità. Più gossip. Più notizie d’agenzia. Questa è una nuova scommessa per i giornali mainstream, che hanno sempre contato i visitatori piuttosto che coinvolgerli, come principale metrica del loro business.</p>
<p>Le celebrità che si comportano male sono sempre al top delle pagine viste, ma quei lettori saranno tutto fuorchè abituali. Nel frattempo le persone che hanno raggiunto la “soglia di accesso” e che quindi pagano  sono, quasi per definizione, persone che considerano il giornale non solo come fonte occasionale di articoli interessanti, ma come istituzione essenziale, la cui sopravvivenza è di vitale importanza e a cui non interessa quali sono le offerte del giorno.</p>
<p>Nel discutere sul perchè i  lettori più fedeli pagherebbero per l’accesso al New York Times, Felix Salmon ha descritto <a href="http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2011/08/12/how-the-nyt-paywall-is-working/">alcune delle motivazioni</a> riportate dai lettori:  “mi piace il prodotto, comprendo le risorse coinvolte e vorrei che la sua produzione continuasse” e “Sento che mantenere un NYT di qualità sia immensamente importante per l’intero paese”. Ora, e presumibilmente d’ora in poi, i lettori che contano di più per i giornali hanno innumerevoli possibilità di raggiungere un alto punteggio nella lista dei “Pochi ma buoni“…</p>
<p>Le persone che ragionano in questo modo sono sempre state una minoranza, oscurata dai “pacchetti” della carta stampata, ma resi dolorosamente visibili dai paywalls.  Quando un giornale abbandona il modello del paywall integrale, rinuncia a vendere la notizia come una semplice transazione.</p>
<p>Bisogna dare spazio a motivazioni non-finanziare e non-commerciali, come la lealtà, la gratitudine, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.</p>
<p>***</p>
<p>Le “soglie di accesso” sono maggiormente sperimentate nei giornali delle grandi città – New York, Chicago, Minneapolis. La maggior parte dei giornali però non sono come il Minneapolis Star-Tribune, piuttosto sono come lo Springfield Reporter, con un numero di copie distribuite sul cartaceo pari o inferiore a 20mila ed i cui contenuti sono in gran parte acquistati da Associated Press e United Media. Questi giornali non andranno mai bene per la lista dei “Pochi ma buoni”, perché producono pochi contenuti originali e non potranno percorrere la via finanziaria delle “soglie di accesso”  perché la quantità dei lettori maggiormente coinvolti (e quindi disponibile  a pagare) è insufficiente.</p>
<p>D’altra parte la cronaca locale è la sola forma di contenuto che il giornale locale produce, così è anche possibile immaginare un circolo virtuoso almeno per alcuni piccoli giornali, dove un nucleo di cittadini dalla mentalità civica interviene per finanziare il giornale in sostegno di una maggiore copertura locale, sia relativa alla politica che alla comunità.</p>
<p>è troppo presto per sapere che tipo di comportamenti i nuovi “core users” richiederanno ai loro giornali. Potrebbero iniziare col chiedere minori o meno intrusivi annunci pubblicitari rispetto ai lettori non paganti. Potrebbero richiedere ai giornali di rendere le proprie sezioni di commento più conversazionali (come il <a href="http://www.nytimes.com/2011/12/01/business/media/the-times-to-change-policy-for-comments-on-web-site.html?_r=1">NYT ha appena fatto</a>). Tuttavia il più importante cambiamento è che i lettori paganti sono piuttosto convinti di essere più coinvolti politicamente dei lettori medi.</p>
<p>Non vi è mai stato un mercato di massa per il buon giornalismo in questo paese. Quello che è stato creato è un mercato di massa per la pubblicità, insieme con un mercato di massa per l’intrattenimento, l’opinione e l’informazione; questi erano legati ad un impegno istituzionale di fornire una modica quantità di vero giornalismo. In quel mercato di massa, le opinioni dei lettori coinvolti politicamente non avevano molta influenza, essendo in inferiorità numerica rispetto a quelli che leggevano solo gli oroscopi.  Questo tipo di lettore andava bene per gli inserzionisti pubblicitari che hanno sempre preferito un profilo centrista e distante dalla politica per non allontanare i potenziali clienti. Quando i lettori politicamente impegnati sono anche gli unici lettori paganti la loro opinione dovrà contare maggiormente e in un modo che potrà contraddire il desiderio degli inserzionisti pubblicitari di avere una copertura leggera.</p>
<p>Ci vorrà del tempo prima che il peso di quei lettori potrà influenzare i giornali ma, lentamente, la forma dei giornali seguirà le richieste di chi li finanzia. Almeno per il momento, il più promettente esperimento in supporto degli utenti consiste nel rinunciare alla massa in favore della passione; questo potrà essere l’anno in cui vedremo in che modo i giornali premieranno le persone più impegnate per la loro sopravvivenza a lungo termine.</p>
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