<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>LSDI &#187; Fotogiornalismo</title>
	<atom:link href="http://www.lsdi.it/category/fotogiornalismo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.lsdi.it</link>
	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	
		<item>
		<title>Prima pagina: la vittoria dell&#8217; immagine</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 15:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[La Tribune]]></category>
		<category><![CDATA[leMonde]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11773</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune1.jpg"></a><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune2.jpg"></a><a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/3636">Culture visuelle</a>, un interessante sito di analisi del mondo dell’ immagine, riprende un inserto in cui il quotidiano francese la Tribune – che il 30 gennaio è uscito per l’ ultima volta su carta – pubblica una serie di prime pagine di edizioni uscite fra il 1987 e settembre scorso, ricostruendo simbolicamente la storia del giornale: “27 anni e 4.903 numeri’’.</p>
<p></p>
<p>Quattro prime pagine che danno una sintesi efficace delle modificazioni grafiche e strutturali subite dal quotidiano, commenta <a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/author/maresca">Sylvain Maresca.
</a></p>
<p>&#160;</p>
<p>L’ evoluzione è sconcertante: partita da una formula in cui il testo dominava senza alcuna concessione, sulla scia dei quotidiani ‘’seri’’ come leMonde, che continuava allora a rifiutare la fotografia, la prima della Tribune è passata progressivamente a una formula in parte illustrata e arricchita di grossi titoli in neretto, poi a una formula a colori (‘’Di colpo, tutta l’ economia e la finanza sembrano ringiovanire’’), per arrivare alla fine a una Prima iper-visuale in cui la fotografia occupa il posto principale.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Si nota l’ affermazione sempre più netta del modello visuale della televisione, in cui la copertura dell’ attualità passa per larga parte attraverso il dispositivo dell’ intervista: un attore o un testimone privilegiato dell’ attualità parla di quello che accade o di quello che bisogna capirne.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un esempio – conclude Culture visuelle – che non porta niente di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11774" title="Tribune1" src="http://www.lsdi.it/assets/Tribune1.jpg" alt="" width="166" height="300" /></a><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribune2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11775" title="Tribune2" src="http://www.lsdi.it/assets/Tribune2-168x300.jpg" alt="" width="168" height="300" /></a><a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/3636">Culture visuelle</a>, un interessante sito di analisi del mondo dell’ immagine, riprende un inserto in cui il quotidiano francese <em>la Tribune</em> – che il 30 gennaio è uscito per l’ ultima volta su carta – pubblica una serie di prime pagine di edizioni uscite fra il 1987 e settembre scorso, ricostruendo simbolicamente la storia del giornale: “27 anni e 4.903 numeri’’.</p>
<p><span id="more-11773"></span></p>
<p>Quattro prime pagine che danno una sintesi efficace delle modificazioni grafiche e strutturali subite dal quotidiano, commenta <a href="http://culturevisuelle.org/viesociale/author/maresca">Sylvain Maresca.<br />
</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ evoluzione è sconcertante: partita da una formula in cui il testo dominava senza alcuna concessione, sulla scia dei quotidiani ‘’seri’’ come leMonde, che continuava allora a rifiutare la fotografia, la prima della Tribune è passata progressivamente a una formula in parte illustrata e arricchita di grossi titoli in neretto, poi a una formula a colori (‘’Di colpo, tutta l’ economia e la finanza sembrano ringiovanire’’), per arrivare alla fine a una Prima iper-visuale in cui la fotografia occupa il posto principale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si nota l’ affermazione sempre più netta del modello visuale della televisione, in cui la copertura dell’ attualità passa per larga parte attraverso il dispositivo dell’ intervista: un attore o un testimone privilegiato dell’ attualità parla di quello che accade o di quello che bisogna capirne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un esempio – conclude Culture visuelle – che non porta niente di più di quello che non sapessimo già. Semplicemente, offre una sintesi efficace di una evoluzione che ha colpito tutta la stampa quotidiana (non solo in Francia, aggiungiamo noi), segnata dalla presa crescente dell’ immagine, soprattutto della fotografia. Tanto che, nel frattempo, anche leMonde ha ceduto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fotogiornalismo, i fatti visti dall&#8217;alto</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/fotogiornalismo-i-fatti-visti-dallalto/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2012/fotogiornalismo-i-fatti-visti-dallalto/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 20:58:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Globe]]></category>
		<category><![CDATA[satellite]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11548</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="/assets/Concordia.jpg"></a>La Costa Concordia vista dal satellite subito dopo il naufragio.</p>
<p>E’ una delle foto pubblicate dal sito spagnolo <a href="http://233grados.lainformacion.com/blog/2012/01/las-noticias-vistas-desde-el-espacio.html ">233grados.com</a> in un &#8221;intervento&#8221; sulla  impressionante resa giornalistica delle immagini scattate in alta quota in determinate circostanze.
Le foto sono diffuse da  <a href="http://www.digitalglobe.com/">Digital Globe</a>, un’ azienda che è diventata famosa per le immagini della Centrale nucleare di Fukushima  dopo lo tsunami dell’ anno scorso.
Il ricorso alle immagini satellitari – racconta 233grados.com – è utile per  visualizzare grandi avvenimenti, come il <a href="http://fotos.lainformacion.com/religion-y-credos/islamistas/la-peregrinacion-a-la-meca-vive-su-dia-grande-marcada-por-la-primavera-arabe_UFx1IDs0SSU8sCGgNWQvp3/">pellegrinaggio alla Mecca</a>,  l’ impatto di grandi disastri naturali (<a href="http://fotos.lainformacion.com/catastrofes-y-accidentes/inundaciones/las-inundaciones-en-tailandia-ya-afectan-a-varios-distritos-de-bangkok_ySnkMhzKWjg9myOfoWGHu2/">Tailandia</a>)   o ambientali come quello che si è verificato un anno fa nel <a href="http://fotos.lainformacion.com/medio-ambiente/desechos/desastre-ambiental-por-vertido-en-el-golfo-de-mexico_F_AsrROkNgTW1LrXW5icbXI3/10/">Golfo del Messico</a>.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/assets/Concordia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11551" title="Concordia" src="http://www.lsdi.it/assets/Concordia.jpg" alt="" width="800" height="801" /></a>La Costa Concordia vista dal satellite subito dopo il naufragio.</p>
<p>E’ una delle foto pubblicate dal sito spagnolo <a href="http://233grados.lainformacion.com/blog/2012/01/las-noticias-vistas-desde-el-espacio.html ">233grados.com</a> in un &#8221;intervento&#8221; sulla  impressionante resa giornalistica delle immagini scattate in alta quota in determinate circostanze.<br />
Le foto sono diffuse da  <a href="http://www.digitalglobe.com/">Digital Globe</a>, un’ azienda che è diventata famosa per le immagini della Centrale nucleare di Fukushima  dopo lo tsunami dell’ anno scorso.<br />
Il ricorso alle immagini satellitari – racconta 233grados.com – è utile per  visualizzare grandi avvenimenti, come il <a href="http://fotos.lainformacion.com/religion-y-credos/islamistas/la-peregrinacion-a-la-meca-vive-su-dia-grande-marcada-por-la-primavera-arabe_UFx1IDs0SSU8sCGgNWQvp3/">pellegrinaggio alla Mecca</a>,  l’ impatto di grandi disastri naturali (<a href="http://fotos.lainformacion.com/catastrofes-y-accidentes/inundaciones/las-inundaciones-en-tailandia-ya-afectan-a-varios-distritos-de-bangkok_ySnkMhzKWjg9myOfoWGHu2/">Tailandia</a>)   o ambientali come quello che si è verificato un anno fa nel <a href="http://fotos.lainformacion.com/medio-ambiente/desechos/desastre-ambiental-por-vertido-en-el-golfo-de-mexico_F_AsrROkNgTW1LrXW5icbXI3/10/">Golfo del Messico</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2012/fotogiornalismo-i-fatti-visti-dallalto/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Perché l&#8217; iPhone è un apparecchio fotografico &#8216;migliore&#8217;</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/perche-l-iphonee-un-apparecchio-fotografico-migliore/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/perche-l-iphonee-un-apparecchio-fotografico-migliore/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 Dec 2011 08:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=10581</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Foto1.jpg"></a>Il  <a href="http://6mois.fr/L-IPhotojournalisme-une-nouvelle" target="_blank">successo dell’ iPhone</a>, anche <a href="http://www.iphoneographie.fr/2011/02/le-new-york-times-equipe-ses-journalistes-de-terrain-en-iphone-4/" target="_blank">sul terreno del fotogiornalismo</a>, fa digrignare i denti ai puristi, che non capiscono che cosa ci si possa trovare in uno strumento ‘’mediocre’’ e ci vedono solo l’ effetto della moda. Io, invece, quello che non capisco è come i fabbricanti di macchine fotografiche osino oggi proporre degli apparecchi che non comunicano. La foto ha cambiato era. Sarebbe ora che se ne accorgessero.</p>
<p>E’ così che André Gunthert, sul suo <a href="http://culturevisuelle.org/totem/1574">Totem</a> (un interessante blog di cultura visuale), racconta il momento in cui ha scattato la foto qui sopra, che rappresenta una banda di Maubeuge, una cittadina nel nord della Francia.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Partito per fare delle spese in città incontro una fanfara che ci dà dentro con entusiasmo. Dilemma. Ho in tasca una eccellente <a href="http://theonlinephotographer.typepad.com/the_online_photographer/2011/12/fujifilm-finepix-x10-impressions.html" target="_blank">compact Fujifilm X10</a>, che scatta delle immagini magnifiche. Sì, però questa vorrei condividerla con la mia compagna, che è rimasta a casa. Un piccolo orologio a cucù istantaneo mi fa pensare, ‘’io penso a te, guarda quello che anche io sto guardando’’. </p>
<p style="padding-left: 30px;">E quindi abbandono il superbo apparecchio e mi avvento sull’ iPhone, che mi permette di trasmettere la foto dal campo di osservazione. </p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Foto1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-10586" title="Foto" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Foto1-300x224.jpg" alt="Foto" width="300" height="224" /></a>Il  <a href="http://6mois.fr/L-IPhotojournalisme-une-nouvelle" target="_blank">successo dell’ iPhone</a>, anche <a href="http://www.iphoneographie.fr/2011/02/le-new-york-times-equipe-ses-journalistes-de-terrain-en-iphone-4/" target="_blank">sul terreno del fotogiornalismo</a>, fa digrignare i denti ai puristi, che non capiscono che cosa ci si possa trovare in uno strumento ‘’mediocre’’ e ci vedono solo l’ effetto della moda. Io, invece, quello che non capisco è come i fabbricanti di macchine fotografiche osino oggi proporre degli apparecchi che non comunicano. La foto ha cambiato era. Sarebbe ora che se ne accorgessero.</em></p>
<p>E’ così che André Gunthert, sul suo <a href="http://culturevisuelle.org/totem/1574">Totem</a> (un interessante blog di cultura visuale), racconta il momento in cui ha scattato la foto qui sopra, che rappresenta una banda di Maubeuge, una cittadina nel nord della Francia.</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Partito per fare delle spese in città incontro una fanfara che ci dà dentro con entusiasmo. Dilemma. Ho in tasca una eccellente <a href="http://theonlinephotographer.typepad.com/the_online_photographer/2011/12/fujifilm-finepix-x10-impressions.html" target="_blank">compact Fujifilm X10</a>, che scatta delle immagini magnifiche. Sì, però questa vorrei condividerla con la mia compagna, che è rimasta a casa. Un piccolo orologio a cucù istantaneo mi fa pensare, ‘’io penso a te, guarda quello che anche io sto guardando’’. </em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>E quindi abbandono il superbo apparecchio e mi avvento sull’ iPhone, che mi permette di trasmettere la foto dal campo di osservazione. </em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/perche-l-iphonee-un-apparecchio-fotografico-migliore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Editare è un po’ censurare: ideologia ed emozioni dietro i processi di trattamento delle immagini</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/editare-e-un-po%e2%80%99-censurare-ideologia-ed-emozioni-dietro-i-processi-di-trattamento-delle-immagini/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/editare-e-un-po%e2%80%99-censurare-ideologia-ed-emozioni-dietro-i-processi-di-trattamento-delle-immagini/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 22:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=10048</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte13.jpg"></a>Su <strong>Culture Visuelle</strong> Patrick Peccatte analizza i meccanismi di elaborazione che ha subito una foto di guerra, scoprendo che una una vera e propria operazione di &#8221;censura&#8221; a fini di propaganda e di  &#8221;costruzione&#8221; scenografica somiglia fortemente al procedimento tipico del lavoro redazionale sulle immagini</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>La foto qui sopra è stata pubblicata nel giugno 2010, in occasione del 66/o anniversario dello Sbarco in Normandia, da <a href="http://www.boston.com/bigpicture/" target="_blank">The Big Picture</a>, un sito creato nel maggio del 2008 da Alan Taylor, allora redattore del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Boston_Globe" target="_blank">The Boston Globe</a>, e diventato rapidamente un riferimento importante per i <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Photoblog" target="_blank">fotoblog</a> dei giornali.</p>
<p>La foto raffigura una <a href="http://www.boston.com/bigpicture/2010/06/remembering_d-day_66_years_ago.html">coppia in raccoglimento davanti al cadavere di un soldato americano</a>. L’ uomo ha in mano un mazzo di fiori e si fa il segno della croce mentre la donna è dietro di lui, con le mani giunte, in una espresiìsione di grande rispetto.</p>
<p>In un ampio <a href="http://culturevisuelle.org/dejavu/1011">articolo su Culture visuelle</a>, <a title="Articles par Patrick Peccatte" href="http://culturevisuelle.org/dejavu/author/peccatte/">Patrick Peccatte</a> mostra il processo di elaborazione editoriale e ideologico che ha subito l&#8217; immagine, attraverso una vera e propria operazione di &#8221;censura&#8221;  a fini di propaganda e di &#8221;costruzione&#8221; scenografica.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte2.jpg"></a>L&#8217; immagine – ben conosciuta e spesso riprodotta, sia sul Web che nei libri o nelle riviste &#8211; è stata riquadrata per stringere il campo sulla coppia e,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte13.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10049" title="Peccatte1" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte13.jpg" alt="Peccatte1" width="500" /></a>Su <strong>Culture Visuelle</strong> Patrick Peccatte analizz</em><em>a i</em><em> meccanismi </em><em>di elaborazione che ha subito</em><em> una foto di guerra, scoprendo che una </em><em>una vera e propria operazione di &#8221;censura&#8221; a fini di propaganda e di</em><em> </em><em> &#8221;costruzione&#8221; scenografica</em><em> somiglia fortemente al procedimento tipico del lavoro redazionale sulle immagini</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;-</em></p>
<p>La foto qui sopra è stata pubblicata nel giugno 2010, in occasione del 66/o anniversario dello Sbarco in Normandia, da <em><a href="http://www.boston.com/bigpicture/" target="_blank">The Big Picture</a>, </em><em>un sito</em> creato nel maggio del 2008 da Alan Taylor, allora redattore del <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Boston_Globe" target="_blank">The Boston Globe</a>, </em>e diventato rapidamente un riferimento importante per i <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Photoblog" target="_blank">fotoblog</a> dei giornali.</p>
<p>La foto raffigura una <a href="http://www.boston.com/bigpicture/2010/06/remembering_d-day_66_years_ago.html">coppia in raccoglimento davanti al cadavere di un soldato americano</a>. L’ uomo ha in mano un mazzo di fiori e si fa il segno della croce mentre la donna è dietro di lui, con le mani giunte, in una espresiìsione di grande rispetto.</p>
<p>In un ampio <a href="http://culturevisuelle.org/dejavu/1011">articolo su Culture visuelle</a>, <a title="Articles par Patrick Peccatte" href="http://culturevisuelle.org/dejavu/author/peccatte/">Patrick Peccatte</a> mostra il processo di elaborazione editoriale e ideologico che ha subito l&#8217; immagine, attraverso una vera e propria operazione di &#8221;censura&#8221;  a fini di propaganda e di &#8221;costruzione&#8221; scenografica.</p>
<p><span id="more-10048"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10050" title="Peccatte2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte2.jpg" alt="Peccatte2" width="500" /></a>L&#8217; immagine – ben conosciuta e spesso riprodotta, sia sul Web che nei libri o nelle riviste &#8211; è stata riquadrata per stringere il campo sulla coppia e, soprattutto, per sopprimere un grosso segno di censura sulla destra del cliché originale.</p>
<p>Le sezioni mobili dell&#8217; <em>Army Pictorial Service</em> (<em>Signal Corps</em>) erano composte da un fotografo e un cameraman che lavoravano in coppia, accompagnati per la logistica da un autista e un segretario. Sulla foto in questione la censura ha cancellato un cameraman che impugna la sua camera.</p>
<p>Le indicazioni di censura sono ben note sulle foto americane di questa collezione. Venivano effettuate per impedire delle identificazioni, soprattutto cancellando le scritte sui materiali, le insegne di riconoscimento dei soldati o le iscrizioni temporanee sui luoghi:</p>
<p>A volte le indicazioni di inquadratura (<em>cropping</em>) figurano sul cliché per eliminare del tutto delle parti indesiderabili dell&#8217;  immagine sui bordi destro o sinistro – un tratto verticale e un segno di &#8216;v&#8217; inclinato sul lato:</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10051" title="Peccatte3" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte3.jpg" alt="Peccatte3" width="500" /></a></p>
<p>Qui si ritrovano queste indicazioni di censura relative all&#8217; esclusione del cameraman dalla foto, funzionando quindi come delle istruzione specifiche per l&#8217; inquadratura. Istruzioni imperative d&#8217; altronde perché anche la figura del cameraman era stata ‘’cancellata’’ a mano.</p>
<p>La sua cancellazione totale, desiderata dal censore, non risponde però a nessuna ragione militare che invece si ritrova abitualmente reperibile in caso di interventi analoghi riscontrati su queste foto.</p>
<p>In realtà, se l’ obbiettivo fosse stato di tipo militare, sarebbe stata sufficiente la semplice eliminazione delle insegne di riconoscimento del soldato.</p>
<p>Il censore aveva probabilmente un&#8217; altra intenzione invece, quella di rafforzare l&#8217; aspetto emozionale dell&#8217; immagine e sopprimere l&#8217; impressione di messa in scena propagandistica. Il cameraman si vedeva &#8216;troppo&#8217;, l’ apparato per la registrazione della scena appariva troppo intrusivo e rischiava di introdurre una certa artificiosità della scena ripresa. L&#8217; omaggio degli abitanti della zona al soldato morto sarebbe sembrata meno spontanea, quasi artificiale.</p>
<p>Sembra che non ci sia una copia non censurata di questa foto. La pubblicazione dell&#8217; immagine mette   il redattore contemporaneo di fronte a una alternativa semplice: riquadrarla oppure presentarla come essa è. La seconda soluzione impone al redattore di fornire una spiegazione relativa all&#8217; origine dei segni sulla destra. Se non lo facesse lo sguardo verrebbe evidentemente attirata da questi segni e l&#8217; effetto prodotto dall&#8217; immagine sarebbe molto meno forte. Lo spettatore verrebbe quasi distolto da una scena che invece si desiderava presentare come &#8216;forte&#8217; e sincera.</p>
<p>Stringendo l&#8217; inquadratura per far sparire il cameraman, i redattori di ora, come Taylor e la sua équipe di <em>The Big Picture</em><em>,</em><em> </em>continuano a <em>c</em>onformarsi nettamente alle prescrizioni del censore di più di 60 anni fa.</p>
<p>E&#8217; possibile che essi non avrebbero agito divesamente se avessero potuto disporre di una immagine non censurata. Il tipo di inquadratura effettuata ricorda in effetti il modo con cui venne inizialmente pubblicata una immagine famosissima scatta in Vietnam nel 1972,quella della piccola <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Phan_Th%E1%BB%8B_Kim_Ph%C3%BAc">Kim Phuc</a> , ustionata dal napalm, nuda  e urlante di dolore.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte4.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10052" title="Peccatte4" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte4.jpg" alt="Peccatte4" width="500" /></a></p>
<p>La foto di Nick Ut è apparsa sul <em>New York Times</em> divesi giorni dopo la sua realizzazione, tagliata in modo da far sparire la sagoma di un fotografo che compariva a destra.</p>
<p>Un procedimento che aveva lo scopo di mascherare gli addetti alla registrazione visiva, fotografi e cameraman che erano presenti in quel momento.</p>
<p>Si trattava di far credere che la foto era stata un atto di registrazione della scena assolutamente privilegiato, che essa possedeva un carattere eccezionale o unico che sarebbe stato immediatamente annullato dalla presenza di altri operatori, spostando l&#8217; attenzione sull&#8217; apparato piuttosto che sul fatto, come nel  <em>making-of</em> di una fiction.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte5.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10053" title="Peccatte5" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte5.jpg" alt="Peccatte5" width="344" height="512" /></a></p>
<p>La foto de Nick Ut è stata tagliata in modo molto simile a quella del 1944. Che si tratti in un caso di un lavoro editoriale e nell&#8217; altro di un episodio di censura non cambia niente dal punto di vista formale. La censura opera qui come un obbligo di riquadratura, il censore agisce come un redattore. In entrambi i casi bisogna fabbricare una immagine epurata da qualsiasi apparato, una immagine a campo pieno a partire da una scena che invece presenta una parte di controcampo.</p>
<p>Qualcuno – prosegue Peccatte &#8211; potrebbe obbiettare che nulla ci garantisce che effettivamente la foto del 1944 non sia una messa in scena e che la censura volesse nascondere la presenza di un cameraman così vicino da far pensare che effettivamente la scena non poteva essere stata del tutto spontanea. Ma non è così. Esiste un breve filmato girato quasi certamente da quel cameraman in cui la coppia appare costantemente in raccoglimento e depone dei fiori sul corpo del soldato.</p>
<p>Inoltre abbiamo ritrovato un nipote di questa coppia che conosceva bene quella foto. Ci ha confermato che, secondo il racconto dei familiari, non si trattava di una messa in scena e che i suoi due nonni si erano raccolti vicino a quel corpo in modo spontanea. M. Lecanu, l’ uomo, era un ex combattente della Prima guerra mondiale, era stato molto provato da quella sua esperienza e rendeva così omaggio ai soldati di allora.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte6.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-10054" title="Peccatte6" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Peccatte6.jpg" alt="Peccatte6" width="500" /></a>Per concludere, esaminiamo gli atti fondamentali di un processo di edizione di immagini in una redazione qualunque:</p>
<p>•          selezione delle immagini fra le varie proposte; operazione ben descritta dal luogo comune secondo cui scegliere è eliminare;</p>
<p>•          taglio ed eventuale ritocco;</p>
<p>•          definizione delle dimensioni, gerarchizzazione;</p>
<p>•          descrizione e costruzione della didascalia; assegnazione a un testo;</p>
<p>•          disposizione e costruzione grafica, assemblaggio.</p>
<p>Una buona parte delle operazioni di messa a punto di una immagine per la sua pubblicazione, in particolare le prime di questo elenco, sono le stesse che si osservano nel processo di cancellazione.</p>
<p>Il lavoro editoriale e la censura alla fine costituiscono &#8211; conclude Peccatte &#8211; due facce di uno stesso processo formale in cui cambiano solo l’ intenzione e l’ effetto.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/editare-e-un-po%e2%80%99-censurare-ideologia-ed-emozioni-dietro-i-processi-di-trattamento-delle-immagini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Giornalismo partecipativo: YouReporter, una redazione di 16.500 cittadini</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/giornalismo-partecipativo-youreporter-una-redazione-di-16-500-cittadini/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/giornalismo-partecipativo-youreporter-una-redazione-di-16-500-cittadini/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 21:12:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalisti digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[La Tv e le tv]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>
		<category><![CDATA[youreporter]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=9882</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter.GIF"></a>130.000 contributi fra video e foto, 4 milioni pagine viste e un milione di utenti unici nell&#8217; ultimo mese. Questi i numeri  della piattaforma web italiana di video giornalismo partecipativo, on line dal 2008 – In una intervista a Lsdi Angelo Cimarosti, uno dei suoi fondatori, racconta l’ esperienza che ha portato YouReporter a diventare uno dei più grossi centri di giornalismo partecipativo in Europa, bacino di materiali anche per le grandi testate, come è avvenuto in occasione di avvenimenti drammatici come il terremoto in Abruzzo, la strage di Viareggio, l’  alluvione in Veneto – Una piattaforma di condivisione di materiali audio e video in cui il cittadino è realmente l’ editore di se stesso – Materiali che, osserva Cimarosti,  possono integrare, non certo sostituire il lavoro giornalistico: giornalismo &#8220;partecipativo&#8221; è la giusta definizione del servizio offerto da YouReporter, in caso contrario si tratterebbe di &#8220;giornalismo suppletivo&#8221;. Non è la stessa cosa.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>﻿di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>130.000 contributi fra video e foto, 16.500 utenti iscritti, 4 milioni pagine viste e un milione di utenti unici nell&#8217;ultimo mese. Questi i numeri di <a href="http://www.youreporter.it/">YouReporter</a> la piattaforma web italiana di video giornalismo partecipativo on line dal 2008.</p>
<p>Nonostante l&#8217; incredibile successo, se cercate fra i contenuti di Google news non troverete traccia del portale italiano. Come mai?</p>
<p>L&#8217; abbiamo chiesto ad uno dei suoi fondatori, il]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9892" title="Youreporter" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter-300x220.GIF" alt="Youreporter" width="300" height="220" /></a>130.000 contributi fra video e foto, 4 milioni pagine viste e un milione di utenti unici nell&#8217; ultimo mese. Questi i numeri  della piattaforma web italiana di video giornalismo partecipativo, on line dal 2008 – In una intervista a Lsdi Angelo Cimarosti, uno dei suoi fondatori, racconta l’ esperienza che ha portato YouReporter a diventare uno dei più grossi centri di giornalismo partecipativo in Europa, bacino di materiali anche per le grandi testate, come è avvenuto in occasione di avvenimenti drammatici come il terremoto in Abruzzo, la strage di Viareggio, l’  alluvione in Veneto – Una piattaforma di condivisione di materiali audio e video in cui il cittadino è realmente l’ editore di se stesso – Materiali che, osserva Cimarosti,  possono integrare, non certo sostituire il lavoro giornalistico: giornalismo &#8220;partecipativo&#8221; è la giusta definizione del servizio offerto da YouReporter, in caso contrario si tratterebbe di &#8220;giornalismo suppletivo&#8221;. Non è la stessa cosa.</em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>﻿di <strong>Marco Renzi</strong></p>
<p>130.000 contributi fra video e foto, 16.500 utenti iscritti, 4 milioni pagine viste e un milione di utenti unici nell&#8217;ultimo mese. Questi i numeri di <a href="http://www.youreporter.it/">YouReporter</a> la piattaforma web italiana di video giornalismo partecipativo on line dal 2008.</p>
<p>Nonostante l&#8217; incredibile successo, se cercate fra i contenuti di Google news non troverete traccia del portale italiano. Come mai?</p>
<p>L&#8217; abbiamo chiesto ad uno dei suoi fondatori, il giornalista <a href="http://www.youtube.com/watch?v=TJ5ssshhkJc">Angelo Cimarosti</a>:</p>
<p><span id="more-9882"></span><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter3.GIF"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-9900" title="Youreporter3" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter3-150x150.GIF" alt="Youreporter3" width="150" height="150" /></a>- Misteri. Che sia perché ritengono che , pur così piccoli, possiamo fare concorrenza a You Tube? Fossi in loro non mi cruccerei e applicherei alla lettera il motto dei Malatesta: “<a href="http://www.zavagli.it/malatestiana2.htm">Elephas Indus culices non timet</a>”  l&#8217; elefante indiano non teme le zanzare. A mio avviso è impossibile fare concorrenza a YT, inoltre non è il nostro &#8220;mestiere&#8221;!</p>
<p>D: Come sei arrivato a fare il giornalista e cosa fai adesso, a parte YouReporter?</p>
<p>R: Ho iniziato in televisione, sono stato anche al <a href="http://www.gazzettino.it/">Gazzettino</a>. Per lungo tempo ho diretto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sei_Milano">Sei Milano</a>, la tv all-news milanese fatta da videogiornalisti (quella fondata da Benetton, su modello <a href="http://www.ny1.com/">NewYork One</a>). E&#8217; proprio da quella esperienza molto formativa, per me e per gli altri, che l&#8217; avventura di YouReporter è stata quasi uno sbocco naturale. Attualmente dirigo un piccolo telegiornale di una syndication Tg,  <a href="http://www.canaleitalia.it/n_default.asp">Canale Italia</a>. Poi nella primavera 2007 abbiamo iniziato, io, Stefano De Nicolo, Luca Bauccio e Alessandro Coscia a progettare YouReporter, che è online dal 28 aprile 2008.</p>
<p>D: Una vita in tv e quindi non troppo improvvisamente arriva un&#8217; idea, a dir poco rivoluzionaria&#8230;.</p>
<p>R: In realtà è rivoluzionaria perchè i mezzi ora lo permettono. Prima internet, poi la diffusione dei device. Però è la strada che mi ha sempre affascinato, quella dell&#8217; allargamento delle fonti del giornalismo e una partecipazione allargata ai processi di produzione delle news. Perchè è bene dirlo subito, per quanto riguarda il nostro punto di vista di partenza, ed anche per l&#8217;idea che ci siamo formati passo passo: il citizen journalism, o meglio il &#8220;giornalismo partecipativo&#8221; (nella sua valenza etimologica del &#8220;prendere parte&#8221;) non è un altro giornalismo. Per esserlo gli mancano alcune tappe della filiera, come per esempio la verifica e la gerarchizzazione editoriale. E&#8217; proprio l&#8217;allargamento del panorama, la possibilità di avere più fonti. E, da parte dell&#8217;utente, quello di raccontare in modo più efficace le proprie storie e il proprio punto di vista. E&#8217; una grande occasione di comunicazione, con qualche ovvio rischio. Quello che se i giornalisti e i media mainstream non fanno poi il proprio lavoro, quello di verifica e di correlazione delle notizie, si rischia il fake, o peggio l&#8217;infortunio giornalistico.</p>
<p>D: Dunque come nasce l&#8217;idea e poi come è stato possibile realizzare il progetto e infine chi sono i tuoi compagni di strada?</p>
<p>R: L&#8217;idea nasce dalla constatazione che in giro c&#8217;era molto materiale amatoriale, ma nessun luogo in rete per farlo arrivare. Con l&#8217;esperienza giornalistica sul campo, magari ti trovavi sul luogo di un fatto, c&#8217;era una persona che aveva un filmato su una telecamera, ma poi non sapeva come inviarlo. La scommessa è stata realizzare un portale di condivisione di foto e video che potessero avere interesse giornalistico ma mandate dagli utenti, a libero accesso per le testate, seguendo le regole di citazione. Per far questo non bastavano due giornalisti, io e Stefano De Nicolo, ma c&#8217;è stato bisogno di aggiungere un informatico Alessandro Coscia, e un avvocato Luca Bauccio. In questo modo eravamo un team equilibrato per la start up: abbiamo fatto tutto da soli, nessun finanziamento, nessuna partnership esterna e anche, volutamente, nessun modello di business. Ce lo potevamo permettere: niente banche, niente soci occulti di maggioranza, niente padroni, niente debiti</p>
<p>D: Sul modello di business vorrei eccepire che il modo di far soldi più in voga in rete, forse l&#8217;unico valido e usato dalla stragrande maggioranza delle imprese on line, è implicito nel vostro portale: ovvero generare grandi flussi di traffico che a loro volta attraggono pubblicità e quindi si traducono, o dovrebbero tradursi in denaro&#8230;</p>
<p>R: Certo, ma questo dei volumi è uno scenario che si è aperto molto dopo. La prima sfida era avere risorse per poter gestire e mandare online quelli che, attualmente, sono 130.000 contributi presenti sul sito, e poi crescere, incrementare le funzioni (in tre anni e mezzo tre cambiamenti totali di grafica con quello che ne consegue). Diventare molto più &#8220;solidi&#8221; come infrastruttura, per poter reggere, ad esempio, una sorta di ruolo quasi pubblico in &#8220;grandi eventi di cronaca&#8221; come l&#8217; alluvione della Liguria, o, un anno fa, in Veneto. Dove forse l&#8217;80% delle immagini amatoriali girate passa su YouReporter o anche attraverso YouReporter. Poi, certo, crescere.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter2.png"><img class="alignleft size-full wp-image-9897" title="Youreporter2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Youreporter2.png" alt="Youreporter2" width="240" height="180" /></a>D: Gli spunti sono molteplici ogni riflessione che fai meriterebbe un approfondimento, a mio modo di vedere. Cominciamo dall&#8217; assetto attuale e se vuoi dalle spese iniziali. Ovvero economicamente quanto vi è costato mettere su il portale (non importano le cifre se non vuoi, ma facci capire il tipo di impegno), quanto lavoro, e poi lo stato attuale, quanti server e costi di gestione.</p>
<p>R: L&#8217; assetto attuale è lo stesso di quello di partenza. Il capitale di investimento, a parte le ovvie spese di legge, registrazioni, brevetti etc, è stato solo il nostro lavoro. Sia chiaro che per dei privati che vivono del loro stipendio, le spese di impianto di un&#8217; attività in una paese “burocratizzato” come il nostro non sono indifferenti, ma stiamo parlando di migliaia di euro, non di decine di migliaia, sarebbe costato immensamente di più se ognuno non fosse stato un esperto nel suo campo e non avesse investito nottate di impegno. Questo è stato l&#8217; investimento: nottate di lavoro per tutti!<br />
Seguire gli attuali costi di gestione è molto complicato: cifre, server, necessità di banda, aumentano e variano in continuazione, posso dire che il bilancio 2010 era in sostanziale pareggio. Siamo rimasti noi 4 affiancati da un gruppo di amici che ci aiuta dall&#8217;esterno.</p>
<p>D: All&#8217; inizio vi siete ispirati a You Tube oppure avete pensato da subito di privilegiare l&#8217; aspetto giornalistico?</p>
<p>R: La definizione dell&#8217;Ansa appena lanciata YouReporter era stata &#8220;lo YouTube dei giornalisti&#8221;. In realtà l&#8217; ispirazione guardava siti di citizen journalism all&#8217;estero, come <a href="http://ireport.cnn.com/">iReport</a>. Declinata all&#8217; italiana, quindi permettere, ad esempio, anche l&#8217; invio di foto. YT è solo un imprescindibile riferimento tecnologico per qualsiasi sito di videosharing. Per noi fu subito chiaro il campo operativo: &#8220;news from you&#8221;.</p>
<p>D: Il successo è stato immediato? Inteso come afflusso di video e foto?</p>
<p>R: In cinque mesi avevamo già toccato le 500 mila pagine visitate/mese.</p>
<p>D: Quando vi sieti resi conto che avevate fatto centro.</p>
<p>R: Questo mese (ottobre 2011) sorpassa nettamente i 4 milioni di pagine visitate e per la prima volta tocca un milione di utenti. Credo che ci si renda conto che la cosa funziona non appena viene ripresa dai Tg e dai media mainstream,<a href="http://www.repubblica.it/"> Repubblica.it.</a> <a href="http://www.corriere.it/">Corriere.it</a> etc. E questo avveniva giù nel maggio 2008, ad un mese dalla partenza. Poi ci siamo resi conto che la cosa si era radicata con il terremoto in Abruzzo, la tragedia di Viareggio e i molti disastri naturali. Il grande salto è avvenuto un anno fa con l&#8217;alluvione in Veneto. Gli abitanti dei luoghi colpiti erano senza le notizie e grazie al nostro lavoro hanno potuto diventare repoter. I video dalle zone della sciagura sono diventati spesso anche materiale di denuncia per sollecitare interventi pubblici nelle aree colpite dal disastro. Attualmente gli utenti iscritti che inviano contributi sono circa 16.500.</p>
<p>D: YouRepoter è relativamente giovane, ma in questi tre anni la diffusione sempre maggiore di telefonini multifunzione per non parlare poi dei tablet e degli smartphone avrà fatto decollare definitivamente l&#8217;afflusso contributi sul vs. portale?</p>
<p>R: Questo allarga ulteriormente le possibilità. Un solo dato: dall&#8217; app di YouReporter per Iphone in meno di due mesi sono arrivati 7 mila tra video e foto.</p>
<p>D: E veniamo all&#8217; aspetto giornalistico, YouReporter fa da collettore e basta?</p>
<p>R: YouReporterRit è solo un portale. Non fa filtro e non fa interventi editoriali, è tutto automatizzato. Abbiamo poi un sito a parte, YouReporter News, una testata giornalistica registrata, i cui contenuti vengono redatti da noi e da alcuni giornalisti collaboratori. Per il momento è online, serve soprattutto per le dirette degli eventi più grandi e pubblica solo alcune notizie. In questo spazio vorremmo approfondire dal punto di vista giornalistico spunti e segnalazioni che riceviamo attraverso YouReporteRit o altrove. E&#8217; uno sviluppo che ci interessa molto per il futuro, ma va fatto un passo alla volta e con una copertura di risorse adeguate. Ci sono troppe iniziative lanciate con rullare di tamburi che diventano un bagno di sangue per gli investitori e per chi le crea.</p>
<p>Dal punto di vista tecnico YouReporteRit è una piattaforma di condivisione di video e foto di citizen journalism. Chi si iscrive invia i propri contributi per condividerli con altri e diffonderli. E&#8217; programmaticamente chiaro, e gli utenti dimostrano di saperlo molto bene, che si richiedono per quanto possibile contenuti di interesse pubblico, dalla via sotto casa al grande evento. Ma il sito non è regolato se non dalle sue condizioni d&#8217;uso: non fa selezione, non censura, rimuove solo su richiesta motivata e se viene segnalata una violazione di copyright. L&#8217; utente titola la notizia, ne scrive la descrizione, la data e la localizza in uno degli 8.000 comuni italiani o in un paese estero. E&#8217; lui l&#8217;editore di se stesso. Con tutti i pregi ma, ovviamente, con le eventuali responsabilità a suo carico se diffama qualcuno o se racconta cose false.</p>
<p>D: Quindi dal punto di vista giornalistico voi non intervenite in alcun modo oppure avete messo a punto un filtro tecnologico per limitare i danni?</p>
<p>R: Noi non interveniamo sulla notizia inviata e nella sua pubblicazione. Come YT e gli altri siti di videosharing del resto. E&#8217; poi responsabilità dei giornalisti che utilizzano queste immagini se di loro interesse, fare le opportune verifiche. Devo dire che la percentuale utilizzata di storie &#8220;raccontate&#8221; si è rivelata quasi sempre affidabile , con le ovvie possibili eccezioni dovute ai grandi numeri.</p>
<p>D: L&#8217;essere diventati una, se non in molti casi l&#8217;unica fonte giornalistica per le notizie di punta della cronaca della maggior parte dei Tg nazionali vi lusinga? E&#8217; corretto che sia così?</p>
<p>R: Non siamo assolutamente l&#8217;unica fonte. Se da un lato potremmo dire &#8220;magari&#8221;, dall&#8217;altro ci atterrirebbe. Le &#8220;fonti uniche&#8221; non portano a nulla di buono. Ma a parte che questo pericolo non lo vedo, credo che sia una cosa positiva che le redazioni di news possano accedere a materiale anche non professionistico e ampliare le loro fonti. Si tratta di materiale che può solo integrare, non certo sostituire il lavoro giornalistico. Se un editore pensasse di &#8220;sostituire&#8221; il materiale amatoriale a quello professionale farebbe un pessimo servizio ai suoi lettori e anche a se stesso. La qualità nel giornalismo è essenziale, e la maggior parte dei 16.500 iscritti di YouReporter sono cittadini che, con alcune interessanti eccezioni, non fanno il mestiere di cronista. Non è una &#8220;sfida&#8221; al giornalismo, è un aiuto. Sta ai giornalisti saperlo cogliere e riuscire a guidare questo nuovo fiume di notizie nell&#8217;alveo della verifica e della selezione. Giornalismo &#8220;partecipativo&#8221; è la giusta definizione del servizio offerto da YouReporter. In caso contrario si tratterebbe di &#8220;giornalismo suppletivo&#8221;. Non è la stessa cosa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/giornalismo-partecipativo-youreporter-una-redazione-di-16-500-cittadini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Amedeo Vergani, lo scatto che racconta</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/amedeo-vergani-lo-scatto-che-racconta/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/amedeo-vergani-lo-scatto-che-racconta/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 08:39:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=9844</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo.jpg"></a> Lo scatto che racconta: è intitolata così una mostra sul lavoro fotogiornalistico di Amedeo Vergani, uno dei fondatori di Lsdi, morto la notte del primo maggio 2010 nella sua casa di Merone, nel cuore della Brianza.</p>
<p>La mostra si apre sabato prossimo (29 ottobre) nelle sale del Palazzo Civico ‘’Zaffiro Isacco’’, a Merone, e resterà aperta fino al 6 novembre.</p>
<p>Sono foto di viaggio soprattutto, scatti che raccontano quello che a volte le parole non riescono a raccontare. Il grande fotogiornalismo.
 <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo1.jpg"></a>Storie che – scrive Laura Magni in una nota &#8211; si intuiscono nella luce talcata di un tè nel deserto la mattina presto, nella grinta acerba di bambini guatemaltechi precocemente armati, nella nebbia di una Sicilia inconsueta e ovattata, nel volto attento di una donna seminascosto dietro un velo nero, negli arabeschi di due mani tatuate, nelle maschere di un carnevale veneziano, nel lampo colto al volo di un pugnale yemenita.</p>
<p>Storie che parlano di gente che sforna pani rotondi come la luna, che raccoglie olive, benedizioni, foglie di tè e fatiche con la stessa concentrazione. La silenziosa compostezza di un monastero copto. La lattina rossa di una Coca Cola bevuta su un’intatta spiaggia atlantica. Lo scroscio di una cascata di Dominica. Fino al meraviglioso controluce di un agnello sollevato e offerto a Sant’Antonio in una chiesa della Brianza,]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9845" title="Amedeo" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo.jpg" alt="Amedeo" width="500" /></a> Lo scatto che racconta: è intitolata così una mostra sul lavoro fotogiornalistico di Amedeo Vergani, uno dei fondatori di Lsdi, morto la notte del primo maggio 2010 nella sua casa di Merone, nel cuore della Brianza.</p>
<p>La mostra si apre sabato prossimo (29 ottobre) nelle sale del Palazzo Civico ‘’Zaffiro Isacco’’, a Merone, e resterà aperta fino al 6 novembre.</p>
<p>Sono foto di viaggio soprattutto, scatti che raccontano quello che a volte le parole non riescono a raccontare. Il grande fotogiornalismo.<br />
<span id="more-9844"></span> <a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-9846" title="Amedeo1" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo1-150x150.jpg" alt="Amedeo1" width="150" height="150" /></a>Storie che – scrive Laura Magni in una nota &#8211; si intuiscono nella luce talcata di un tè nel deserto la mattina presto, nella grinta acerba di bambini guatemaltechi precocemente armati, nella nebbia di una Sicilia inconsueta e ovattata, nel volto attento di una donna seminascosto dietro un velo nero, negli arabeschi di due mani tatuate, nelle maschere di un carnevale veneziano, nel lampo colto al volo di un pugnale yemenita.</p>
<p>Storie che parlano di gente che sforna pani rotondi come la luna, che raccoglie olive, benedizioni, foglie di tè e fatiche con la stessa concentrazione. La silenziosa compostezza di un monastero copto. La lattina rossa di una Coca Cola bevuta su un’intatta spiaggia atlantica. Lo scroscio di una cascata di Dominica. Fino al meraviglioso controluce di un agnello sollevato e offerto a Sant’Antonio in una chiesa della Brianza, in bilico tra benedizione cristiana e rito pagano.</p>
<p>Inquadrature diventate grandi servizi e copertine delle più prestigiose riviste di viaggio italiane ed europee.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9847" title="Amedeo2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Amedeo2.jpg" alt="Amedeo2" width="500" /></a></p>
<p>&#8212;&#8211;<br />
<a href="www.loscattocheracconta.it">www.loscattocheracconta.it</a><br />
<a href="http://www.facebook.com/loscattocheracconta">http://www.facebook.com/loscattocheracconta</a><br />
bibliomerone@virgilio.it</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/amedeo-vergani-lo-scatto-che-racconta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fotogiornalismo: il confine etico dell’ uso della camera oscura digitale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-il-confine-etico-dell%e2%80%99-uso-della-camera-oscura-digitale/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-il-confine-etico-dell%e2%80%99-uso-della-camera-oscura-digitale/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 15 Sep 2011 09:59:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=9409</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Fotogiornalismo2.GIF"></a>Un fotogiornalista danese è stato escluso da uno dei principali premi mondiali per aver esagerato nei ritocchi ai colori e al contrasto di tre scatti di un reportage su Haiti – Un fotografo  italiano, Matteo Bazzi, riprende questo episodio pe riproporre in un breve saggio il problema sull ‘’veridicità della fotografia e  la legittimità della manipolazione digitale’’, invitando ad essere vigili perché l’ utilizzo delle tecniche di manipolazione digitale ci ricorda che è facile alterare la realtà’’ e ha ‘’inevitabilmente conseguenze sul modo in cui rappresentiamo e percepiamo il mondo”</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;- </p>
<p>I confini etici nella pratica della camera oscura digitale: un problema che ricorre ciclicamente e che è ora al centro di un breve saggio realizzato da Matteo Bazzi, giornalista professionista, fotoreporter milanese dell’ Ansa, pubblicato integralmente da Pino Bruno <a href="http://www.pinobruno.it/2011/09/giornalismi-etica-e-fotogiornalismo/">sul suo blog</a> e corredato da una interessante serie di confronti fotografici.</p>
<p>Bazzi prende spunto dall’ eclusione di un fotografo danese, Klaus Bo Christensen,  dall’ edizione 2009 del Premio nazionale “Picture of the Year”  organizzato dalla più antica associazione  di fotogiornalisti del mondo, la Presse Fotograf Forbundet. Esclusione che la giuria ha deciso ritenendo ‘’esagerati i ritocchi alle caratteristiche cromatiche e al contrasto di almeno tre degli scatti’’ di un reportage su Haiti da lui presentato alla manifestazione’’.</p>
<p>Il fotoreporter danese, pur ammettendo di aver utilizzato in maniera intensiva alcuni strumenti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Fotogiornalismo2.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9414" title="Fotogiornalismo2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Fotogiornalismo2.GIF" alt="Fotogiornalismo2" width="314" height="206" /></a><em>Un fotogiornalista danese è stato escluso da uno dei principali premi mondiali per aver esagerato nei ritocchi ai colori e al contrasto di tre scatti di un reportage su Haiti – Un fotografo  italiano, Matteo Bazzi, riprende questo episodio pe riproporre in un breve saggio il problema sull ‘’</em><em>veridicità della fotografia e  la legittimità della manipolazione digitale’’, invitando ad essere vigili perché l’ utilizzo delle tecniche di manipolazione digitale ci ricorda che è facile alterare la realtà’’ e ha ‘’inevitabilmente conseguenze sul modo in cui rappresentiamo e percepiamo il mondo”</em></p>
<p><em>&#8212;&#8212;&#8212;- </em></p>
<p>I confini etici nella pratica della camera oscura digitale: un problema che ricorre ciclicamente e che è ora al centro di un breve saggio realizzato da Matteo Bazzi, giornalista professionista, fotoreporter milanese dell’ Ansa, pubblicato integralmente da Pino Bruno <a href="http://www.pinobruno.it/2011/09/giornalismi-etica-e-fotogiornalismo/">sul suo blog</a> e corredato da una interessante serie di confronti fotografici.</p>
<p>Bazzi prende spunto dall’ eclusione di un fotografo danese, Klaus Bo Christensen,  dall’ edizione 2009 del Premio nazionale “Picture of the Year”  organizzato dalla più antica associazione  di fotogiornalisti del mondo, la Presse Fotograf Forbundet. Esclusione che la giuria ha deciso ritenendo ‘’esagerati i ritocchi alle caratteristiche cromatiche e al contrasto di almeno tre degli scatti’’ di un reportage su Haiti da lui presentato alla manifestazione’’.</p>
<p><span id="more-9409"></span>Il fotoreporter danese, pur ammettendo di aver utilizzato in maniera intensiva alcuni strumenti di Photoshop, non è per nulla d’accordo sul fatto che i suoi interventi abbiano stravolto il valore rigorosamente fotogiornalistico del suo racconto. Dalla sua parte – racconta Bazzi &#8211; si sono schierati molti suoi colleghi che basano la loro “assoluzione” fondamentalmente sul fatto che Christensen non ha manipolato la realtà: le scene ritratte, contrasti e rafforzamento dei colori a parte, sono infatti rimaste esattamente quelle riprese in origine. Insomma: nessuna manipolazione dei contenuti informativi.</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Fotogiornalismo.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9411" title="Fotogiornalismo" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Fotogiornalismo.GIF" alt="Fotogiornalismo" width="500"/></a>Bazzi analizza una serie di episodi famosi di presunta ‘’manipolazione’’ della foto , osservando che ‘’ secondo molti, Photoshop ha solo reso meno difficile e, soprattutto molto più rapido ed economico, quello che è sempre avvenuto nelle camere oscure tra ingranditori, carte sensibili e acidi. Molte delle foto famose della storia del fotogiornalismo, se sono diventate tali, lo devono spesso in parte anche alla capacità di abilissimi stampatori che le hanno valorizzate tecnicamente al massimo.</p>
<p>Resta però aperto, ovviamente &#8211; prosegue il giornalista -, il problema se “il rispetto della verità sostanziale dei fatti” – principio etico, per esempio, imposto ai giornalisti italiani direttamente dalla legge sull’ordinamento professionale – può essere messo a rischio da un eventuale uso eccessivo di Photoshop nello schiarire o scurire, nel contrastare, nell’”imbottire” sovraesposizioni e colori e in tutte le altre fasi di trattamento delle immagini che non intaccano il rispetto sostanziale degli elementi informativi presenti nella scena ritratta.</p>
<p>Su questo le scuole di pensiero che hanno determinato i variegati codici di comportamento  che regolano la materia nel mondo del giornalismo occidentale lasciano più o meno tutte larghi margini all’interpretazione del principio che i fotoreporter – come indica per esempio l’agenzia americana Black Star – non devono alterare le foto “oltre il limite dettato dal miglioramento tecnico della qualità dell’immagine”. Qual è però esattamente la linea di confine di questo limite da non superare nel miglioramento tecnico resta un fatto piuttosto vago e soggettivo. Così includendo anche qualche caso come quello dell’agenzia internazionale Associated Press che nel regolamento interno di comportamento per  suoi dipendenti, dopo aver specificato l’accettabilità dei miglioramenti tecnici generici di “stampa” già ammessi prima dell’avvento del digitale, stabilisce molto blandamente che nel ritocco “l’aggiustamento dei colori dovrebbe essere effettuato al minimo”.</p>
<p>La veridicità della fotografia, la legittimità della manipolazione digitale. E’ una discussione senza fine, ma della quale è importante essere consapevoli se parliamo di fotogiornalismo ed informazione. L’utilizzo delle tecniche di manipolazione digitale ci dicono molto del nostro mondo, della rappresentazione della realtà al giorno d’oggi. Ci ricordano che è facile alterare la realtà.</p>
<p>Bisogna essere vigili: l’avvento di nuove tecnologie ha inevitabilmente conseguenze sul modo in cui rappresentiamo e percepiamo il mondo”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-il-confine-etico-dell%e2%80%99-uso-della-camera-oscura-digitale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Uk: forti pressioni della polizia anche sui media tradizionali</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/uk-forti-pressioni-della-polizia-anche-sui-media-tradizionali/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/uk-forti-pressioni-della-polizia-anche-sui-media-tradizionali/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 19:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Censura e sangue]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[La Tv e le tv]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>
		<category><![CDATA[Nuovi giornalismi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=9271</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.GIF"></a></p>
<p>Dopo i social network, la polizia preme anche sulle testate giornalistiche  per ottenere il materiale raccolto durante gli scontri &#8211; Giornali ed emittenti non vogliono passare per il ‘braccio probatorio’ delle forze dell’ ordine e annunciano battaglia – La BBC in particolare ha fatto sapere che non consegnerà alcun materiale se non dietro ordine del tribunale. “Per noi si tratta di una questione di principio”</p>
<p>&#8212;&#8211; </p>
<p>(a.f) &#8211; Oltre alla <a href="../2011/08/31/%e2%80%98%e2%80%99arrestiamo-i-social-network%e2%80%99%e2%80%99-domani-a-londra-incontro-governo-web-companies/">volontà di controllare i social network</a>, la Metropolitan Police inglese sta premendo affinché <a href="http://www.guardian.co.uk/media/newspapers">giornali</a> ed emittenti, inclusi Sky News e il Guardian, consegnino alle autorità tutti i video e le fotografie relative alle recenti rivolte londinesi. <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/30/uk-riots-met-police">Lo racconta lo stesso Guardian</a>, spiegando che <a title="More from guardian.co.uk on ITN" href="http://www.guardian.co.uk/media/itn">ITN</a> (che produce ITV News e Channel 4 News), il Times e anche la <a title="More from guardian.co.uk on BBC" href="http://www.guardian.co.uk/media/bbc">BBC</a> sono tra le testate che resistono alle pressioni di Scotland Yard, volte ad ottenere il materiale che “potrebbe mostrare il perpetrarsi del crimine”.</p>
<p>Le autorità si sono mosse sulla scorta dell’appello del Premier David Cameron ad una maggiore assunzione di  &#8221;<a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/11/broadcasters-cameron-riots-footage-police">responsibilità</a>&#8221; da parte dei media, cui è stato appunto richiesto di consegnare immediatamente tutto il materiale che potrebbe aiutare le forze di polizia a rintracciare e punire i sospetti rivoltosi e saccheggiatori.</p>
<p>Le richieste sono partite circa quindici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots.GIF"><img class="alignleft size-medium wp-image-9272" title="Riots" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Riots-300x206.GIF" alt="Riots" width="300" height="206" /></a></p>
<p><em>Dopo i social network, la polizia preme anche sulle testate giornalistiche  per ottenere il materiale raccolto durante gli scontri &#8211; Giornali ed emittenti non vogliono passare per il ‘braccio probatorio’ delle forze dell’ ordine e annunciano battaglia – La BBC in particolare ha fatto sapere che non consegnerà alcun materiale se non dietro ordine del tribunale. “Per noi si tratta di una questione di principio”</em></p>
<p><em>&#8212;&#8211; </em></p>
<p>(a.f) &#8211; Oltre alla <a href="../2011/08/31/%e2%80%98%e2%80%99arrestiamo-i-social-network%e2%80%99%e2%80%99-domani-a-londra-incontro-governo-web-companies/">volontà di controllare i social network</a>, la <em>Metropolitan Police</em> inglese sta premendo affinché <a href="http://www.guardian.co.uk/media/newspapers">giornali</a> ed emittenti, inclusi Sky News e il Guardian, consegnino alle autorità tutti i video e le fotografie relative alle recenti rivolte londinesi. <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/30/uk-riots-met-police">Lo racconta lo stesso Guardian</a>, spiegando che <a title="More from guardian.co.uk on ITN" href="http://www.guardian.co.uk/media/itn">ITN</a> (che produce ITV News e Channel 4 News), il Times e anche la <a title="More from guardian.co.uk on BBC" href="http://www.guardian.co.uk/media/bbc">BBC</a> sono tra le testate che resistono alle pressioni di Scotland Yard, volte ad ottenere il materiale che “potrebbe mostrare il perpetrarsi del crimine”.</p>
<p>Le autorità si sono mosse sulla scorta dell’appello del Premier David Cameron ad una maggiore assunzione di  &#8221;<a href="http://www.guardian.co.uk/media/2011/aug/11/broadcasters-cameron-riots-footage-police">responsibilità</a>&#8221; da parte dei media, cui è stato appunto richiesto di consegnare immediatamente tutto il materiale che potrebbe aiutare le forze di polizia a rintracciare e punire i sospetti rivoltosi e saccheggiatori.</p>
<p><span id="more-9271"></span>Le richieste sono partite circa quindici giorni fa, in maniera informale, quando le prime testate sono state invitate a consegnare volontariamente tutto il materiale in loro possesso. A questo primo passo ha fatto seguito la richiesta della <em>Metropolitan Police</em> ed il successivo annuncio di Scotland Yard, secondo cui avrebbe ottenuto un mandato del tribunale per obbligare i media alla divulgazione – coatta, se necessario – del materiale giornalistico.</p>
<p>Tutti i media coinvolti (tra cui anche l’editore del Telegraph) hanno annunciato una strenua opposizione a tali richieste, al fine di evitare di essere additati come il ‘braccio probatorio’ della polizia.</p>
<p>Tuttavia, la legge nota come <em>Police and Criminal Evidence Act 1984</em> imporrebbe ai media di consegnare il materiale non utilizzato, ponendo un eventuale giudice quale ago della bilancia tra la necessità della polizia di ottenere delle prove e l’interesse pubblico per una stampa libera.</p>
<p>Alla luce di ciò, la BBC ha fatto sapere che non consegnerà alcun materiale se non dietro ordine del tribunale. “Per noi si tratta di una questione di principio”, <a href="http://www.bbc.co.uk/iplayer/episode/b0132l70/The_Media_Show_Reporting_the_Riots/">ha dichiarato Fran Unsworth nel corso di un’intervista radiofonica</a>. “Non consegniamo il nostro materiale grezzo alla polizia senza seguire un iter appropriato, a prescindere dalla natura del crimine commesso – anche perché un tale discernimento da parte nostra comprometterebbe i nostri standard editoriali”.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/uk-forti-pressioni-della-polizia-anche-sui-media-tradizionali/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fotogiornalismo: il caso DSK, le immagini come strumenti di rappresentazione allegorica</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-il-caso-dsk-le-immagini-come-strumenti-di-rappresentazione-allegorica/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-il-caso-dsk-le-immagini-come-strumenti-di-rappresentazione-allegorica/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Aug 2011 11:50:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[La professione]]></category>
		<category><![CDATA[Media e potere]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=9201</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Dsk.GIF"></a>Su <strong>Culturevisuelle</strong> un’ analisi delle foto utilizzate a commento della vicenda dell’ ex direttore del Fmi mostra come la scelta delle immagini corrisponda sempre in modo preciso – e a volte sottile – alle opzioni editoriali e alle scelte ‘narrative’ e diventi quindi uno strumento di pura <strong>illustrazione</strong> invece che di documentazione dell’ attualità- In questo caso l&#8217; AFP, che difende la tradizione del fotogiornalismo, viene  sorpresa, in piena flagranza, con le dita nella marmellata dell’  illustrazione</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p>Si può far dire quello che si vuole a una copertina? Secondo alcuni i tentativi di decrittaggio dei messaggi visuali sarebbero degli esercizi del tutto vani. Come tutti sanno, le fotografie non fanno che riflettere in assoluta trasparenza la visione dell’ attualità.</p>
<p>Ma una sintesi per immagini della vicenda Strauss-Kahn a partire dal 14 maggio procura una sensazione del tutto differente (qui sopra), commenta <a title="Articles par André Gunthert" href="http://culturevisuelle.org/icones/author/gunthert/">André Gunthert</a> su <a href="http://culturevisuelle.org/icones/1947">Culturevisuelle</a>. E per quanto si ampliasse il numero delle foto non si annullerebbe l’ impressione che la scelta delle immagini corrisponda sempre in modo preciso – e a volte sottile – alle opzioni editoriali e alle scelte ‘narrative’.</p>
<p>Quello di mostrare un DSK sorridente dopo l’ annuncio della richiesta di archiviazione da parte della Procura, come ha fatto La Montagne (la copertina a destra, in alto), fornisce un buon esempio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/Dsk.GIF"><img class="alignleft size-full wp-image-9202" title="Dsk" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Dsk.GIF" alt="Dsk" width="500" /></a><em>Su <strong>Culturevisuelle</strong> un’ analisi delle foto utilizzate a commento della vicenda dell’ ex direttore del Fmi mostra come la scelta delle immagini corrisponda sempre in modo preciso – e a volte sottile – alle opzioni editoriali e alle scelte ‘narrative’ e diventi quindi uno strumento di pura <strong>illustrazione</strong> invece che di documentazione dell’ attualità- In questo caso l&#8217; AFP,</em> <em>che difende la tradizione del fotogiornalismo, viene  sorpresa, in piena flagranza, con le dita nella marmellata dell’  illustrazione</em></p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p>Si può far dire quello che si vuole a una copertina? Secondo alcuni i tentativi di decrittaggio dei messaggi visuali sarebbero degli esercizi del tutto vani. Come tutti sanno, le fotografie non fanno che riflettere in assoluta trasparenza la visione dell’ attualità.</p>
<p>Ma una sintesi per immagini della vicenda Strauss-Kahn a partire dal 14 maggio procura una sensazione del tutto differente (qui sopra), commenta <a title="Articles par André Gunthert" href="http://culturevisuelle.org/icones/author/gunthert/">André Gunthert</a> su <a href="http://culturevisuelle.org/icones/1947">Culturevisuelle</a>. E per quanto si ampliasse il numero delle foto non si annullerebbe l’ impressione che la scelta delle immagini corrisponda sempre in modo preciso – e a volte sottile – alle opzioni editoriali e alle scelte ‘narrative’.</p>
<p>Quello di mostrare un DSK sorridente dopo l’ annuncio della richiesta di archiviazione da parte della Procura, come ha fatto <em>La Montagne</em> (la copertina a destra, in alto), fornisce un buon esempio di manipolazione dell’ immagine.</p>
<p><span id="more-9201"></span>Perché la foto in cui si vede l’ ex direttore del FMI uscire da un’ auto con l’ aria contenta è vecchia di più di un mese e mezzo: è stata realizzata infatti il 6 luglio scorso, subito dopo che il giudice ne aveva decretato la scarcerazione su cauzione.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-9203" href="http://www.lsdi.it/2011/08/25/fotogiornalismo-il-caso-dsk-le-immagini-come-strumenti-di-rappresentazione-allegorica/dsk2/"><img class="alignleft size-full wp-image-9203" title="Dsk2" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Dsk2.GIF" alt="Dsk2" width="224" height="340" /></a>Che quella foto (AFP/David Karp) sia stata scelta per illustrare l’ ultimo sviluppo del processo è comprensibile. La propensione mediatica ad <a href="http://culturevisuelle.org/icones/1147" target="_blank">utilizzare l’ immagine a fini di rappresentazione allegorica</a> non è che una ulteriore manifestazione del gusto per la sintesi shockante che si esprime anche nei titoli o nei caratteri, la cui funzione è proprio quella di orientare l’ interpretazione dei lettori.</p>
<p>In campo iconografico questa tecnica – continua Gunthert –  ha un nome preciso: si tratta di <strong>illustrazione</strong>. L’ immagine non viene scelta in ragione di un rapporto documentale con l’ attualità, ma perché Dominique Strauss-Kahn sfodera un sorriso sincero: una espressione che aderisce perfettamente al senso della giornata. La foto non viene utilizzata per rappresentare un fatto, ma per tradurre una idea: quella di un momento di ‘’felicità’’, di una storia che finisce bene per l’ ex accusato. A giudicare da una ricerca fatta con Google Image quella immagine non aveva avuto nessuna utilizzazione sui media fino ad ora.</p>
<p>E’ interessante – conclude Gunthert – constatare che è l’ AFP stessa che ha ripescato quella foto e che l’ ha riproposta ora all’ attenzione dei media inserendola tra l’ altro <a href="http://www.flickr.com/photos/gunthert/6072292847/in/photostream/#/photos/gunthert/6072292847/in/photostream/lightbox/" target="_blank">ai primi posti della sua selezione</a>. L’ agenzia, che difende la tradizione del fotogiornalismo, viene sorpresa qui, in piena flagranza, con le dita nella marmellata dell’ illustrazione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-il-caso-dsk-le-immagini-come-strumenti-di-rappresentazione-allegorica/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Fotogiornalismo: la multimedialità è una grande frontiera, ma per ora è ancora la foto che scandisce la Storia</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-la-multimedialita-e-una-grande-frontiera-ma-per-ora-e-ancora-la-foto-che-scandisce-la-storia/</link>
		<comments>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-la-multimedialita-e-una-grande-frontiera-ma-per-ora-e-ancora-la-foto-che-scandisce-la-storia/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 14 Apr 2011 12:42:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Fotogiornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Internet e il web]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=7709</guid>
		<description><![CDATA[<p class="wp-caption-text">(foto di Mustafa Najafizada/Ap; da http://lens.blogs.nytimes.com)</p>
<p>‘’La multimedialità è ricca di sviluppi e potenzialità, se accortamente usata e finanziata, ma non bisogna confondere la tv con il web: quello che con la prima funziona non è detto che sia immediatamente applicabile a questo. Basti pensare alla soglia di attenzione:  un documentario di mezz&#8217;ora va bene su un canale tv, di certo non si può pensare allo stesso prodotto sul web dove, dopo i tre/quattro minuti già ci si stanca e si perde la concentrazione. Ergo, quel che va sul web va prodotto per il web (o quantomeno fortemente editato per esso)’’.</p>
<p>Marco Vacca, vicepresidente dell’ Associazione italiana giornalisti dell&#8217; immagine, ha affidato a <a href="http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=1462">Fotografia&#38;informazione</a> una interessante riflessione sul peso e lo ‘’spessore’’ delle immagini, attraverso un confronto fra video e fotografie. Ne riprendiamo qui alcuni passaggi chiave.</p>
<p> ‘’ L&#8217; eterno background di Piazza Tahrir inquadrato da Al Jazeera quando in piazza la situazione si è fatta incandescente – osserva Vacca &#8211; non aggiungeva niente all&#8217;informazione visiva, era soltanto un telone dietro le notizie spesso anche reiterate dello speaker. Il background diceva il dove e il quando, non certo il come il cosa ed il perché.</p>
<p>Le tv in questo ambito hanno una grande importanza, come è sempre stato. Non vedo però ridondanze tra questi ultimi eventi e il conflitto in Kosovo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_7710" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-full wp-image-7710" title="Lens" src="http://www.lsdi.it/wp-content/Lens.jpg" alt="(foto di Mustafa Najafizada/Ap; da http://lens.blogs.nytimes.com)" width="300" height="182" /><p class="wp-caption-text">(foto di Mustafa Najafizada/Ap; da http://lens.blogs.nytimes.com)</p></div>
<p><em>‘’La multimedialità è ricca di sviluppi e potenzialità, se accortamente usata e finanziata, ma non bisogna confondere la tv con il web: quello che con la prima funziona non è detto che sia immediatamente applicabile a questo. Basti pensare alla soglia di attenzione:  un documentario di mezz&#8217;ora va bene su un canale tv, di certo non si può pensare allo stesso prodotto sul web dove, dopo i tre/quattro minuti già ci si stanca e si perde la concentrazione. Ergo, quel che va sul web va prodotto per il web (o quantomeno fortemente editato per esso)’’.</em></p>
<p>Marco Vacca, vicepresidente dell’ Associazione italiana giornalisti dell&#8217; immagine, ha affidato a <a href="http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=1462">Fotografia&amp;informazione</a> una interessante riflessione sul peso e lo ‘’spessore’’ delle immagini, attraverso un confronto fra video e fotografie. Ne riprendiamo qui alcuni passaggi chiave.</p>
<p><span id="more-7709"></span> <em>‘’ L&#8217; eterno background di Piazza Tahrir inquadrato da Al Jazeera quando in piazza la situazione si è fatta incandescente </em>– osserva Vacca &#8211; <em>non aggiungeva niente all&#8217;informazione visiva, era soltanto un telone dietro le notizie spesso anche reiterate dello speaker. Il background diceva il dove e il quando, non certo il come il cosa ed il perché.</em></p>
<p><em>Le tv in questo ambito hanno una grande importanza, come è sempre stato. Non vedo però ridondanze tra questi ultimi eventi e il conflitto in Kosovo o la l&#8217; invasione in Iraq. Le piattaforme si sono espanse, fuori di dubbio, io stesso ho seguito le notizie dell&#8217; Egitto guardando Al Jazeera e la BBC in diretta sull&#8217; Iphone, ma da questo a dire che tutto lo spazio è stato occupato dalla multimedialità e che quello dedicato alla fotografia si è ristretto ad un angolo del ring mi pare esagerato.</em></p>
<p><em>In genere guardando i siti on line della stampa anglosassone troviamo molti contributi audio e video ma nella sostanza niente ha sostituito l&#8217;importanza della fotografia’’.</em></p>
<p><em>In qualche modo</em> &#8211; prosegue Vacca -,  <em>quel fantastico laboratorio che é <a title="mediastorm" href="http://mediastorm.org/">Mediastorm</a> ci conferma la peculiarità dell&#8217; apparato multimediale, che può essere bello, interessante ed innovativo nell&#8217;informazione, ma deve un po&#8217; avere le caratteristiche di un film, e come questo deve essere pensato e finanziato opportunamente. Non è la sommatoria di fotografia più testi o più colonna sonora.Altrimenti diventa soltanto un giochino per aumentare il traffico. Nulla più.</em></p>
<p><em>Ho la netta sensazione che i nuovi supporti attraverso i quali passa l&#8217;informazione abbiano fatto altro che aumentare la necessità di fotografia, per il semplice motivo che il web di certo si legge ma sopratutto si guarda. Il minimo che si possa dire é che Il mondo serio dell&#8217;informazione ha un atteggiamento discreto rispetto ai video ed alla multimedialità in generale per il semplice fatto che quella fatta bene costa e necessita di risorse che spesso non si hanno: mi pare che il giornalismo serio, al contrario dei nostri giornali, sulla qualità non faccia sconti: Con la fotografia invece si va sul sicuro. Una galleria fotografica contiene ancora tutta la sua immediatezza e velocità di comunicazione; in più, se prima difficilmente si potevano pubblicare 15 immagini su un quotidiano, adesso invece diciamo che si può “approfondire”. E poi mi sembra venga presa come una vecchia compagna di strada affidabile e non estranea al giornalismo scritto’’.</em></p>
<p>Conclude Vacca:</p>
<p><em>Per quel che può valere, continuo a ritenere l&#8217;immagine fissa superiore a qualsiasi altro tipo di supporto narrativo. In termini di riflessione, in termini di tempo e nei confronti della storia.</em></p>
<p><em>Continuo a ritenere che sarà una foto a rammentarci i fatti salienti dell&#8217;umanità attraverso cui siamo passati.</em></p>
<p><em>L&#8217;immagine in movimento è come se invecchiasse precocemente e avesse insita nel suo scorrere la difficoltà ad instillare riflessione, a sommarizzare tutto quello che invece un fermo immagine può raccogliere. Come se pagasse la mancanza di autorevolezza della carta, attraverso la quale  in fin dei conti è passato  il progresso dell&#8217;essere umano. Questo almeno fin quando non saranno sostituiti i libri di storia con l&#8217;ipad .</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.lsdi.it/2011/fotogiornalismo-la-multimedialita-e-una-grande-frontiera-ma-per-ora-e-ancora-la-foto-che-scandisce-la-storia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>

