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	<title>LSDI &#187; Editoria</title>
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	<description>Libertà di Stampa / Diritto all'Informazione</description>
	<lastBuildDate>Fri, 10 Feb 2012 14:31:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il New York Times sbarcherà anche su Pinterest (ma non sa ancora come)</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/il-new-york-times-sbarchera-anche-su-pinterest-ma-non-si-sa-ancora-come/</link>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 22:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[New York Times]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pinterest.gif"></a></p>
<p>Liz Heron, responsabile del settore dei social media per il New York Times, ha annunciato qualche giorno fa a Londra che la testata avrà presto una sua presenza su <a href="http://pinterest.com/">Pinterest</a>, la nuova piattaforma sociale che in appena nove mesi ha <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/?ref=post">superato i 10 milioni di visitatori</a>.</p>
<p>&#160;</p>
<p></p>
<p>‘’Stiamo ancora cercando di mettere a fuoco che cosa i cittadini vogliono trovare su Pinterest e di capire quindi come possiamo offrire qualcosa di nuovo’’, ha spiegato la dirigente del NYT, considerata la delle testate più ‘’social’’ del panorama editoriale Usa.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Pinterest, almeno nella sua fisionomia attuale, è una piattaforma di socializzazione intorno ad oggetti di consumo.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Anche se per ora il tempo che gli utenti (soprattutto in Usa) dedicano al nuovo servizio non è rilevante &#8211;  circa 90 minuti al mese, contro le 7 ore di Facebook -, Pinterest, secondo <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/#ixzz1lpTpMkmx">Webnews.it</a>,  <strong>‘’ha tutte le carte in regola per diventare un fenomeno di massa’’</strong>.</p>
<p>Per ora il bacino d’utenza è costituito soprattutto da una rappresentanza femminile di età compresa fra i 18 e i 34 anni, ma le caratteristiche commerciali del sito, secondo gli osservatori, dovrebbero far avvicinare presto anche il pubblico maschile.</p>
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pinterest.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11884" title="Pinterest" src="http://www.lsdi.it/assets/Pinterest-300x232.gif" alt="" width="300" height="232" /></a></p>
<p>Liz Heron, responsabile del settore dei social media per il <em>New York Times</em>, ha annunciato qualche giorno fa a Londra che la testata avrà presto una sua presenza su <a href="http://pinterest.com/">Pinterest</a>, la nuova piattaforma sociale che in appena nove mesi ha <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/?ref=post">superato i 10 milioni di visitatori</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11881"></span></p>
<p>‘’Stiamo ancora cercando di mettere a fuoco che cosa i cittadini vogliono trovare su Pinterest e di capire quindi come possiamo offrire qualcosa di nuovo’’, ha spiegato la dirigente del NYT, considerata la delle testate più ‘’social’’ del panorama editoriale Usa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pinterest, almeno nella sua fisionomia attuale, è una piattaforma di socializzazione intorno ad oggetti di consumo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche se per ora il tempo che gli utenti (soprattutto in Usa) dedicano al nuovo servizio non è rilevante &#8211;  circa 90 minuti al mese, contro le 7 ore di Facebook -, Pinterest, secondo <a href="http://www.webnews.it/2012/02/08/pinterest-10-milioni-utenti/#ixzz1lpTpMkmx">Webnews.it</a>,  <strong>‘’ha tutte le carte in regola per diventare un fenomeno di massa’’</strong>.</p>
<p>Per ora il bacino d’utenza è costituito soprattutto da una rappresentanza femminile di età compresa fra i 18 e i 34 anni, ma le caratteristiche commerciali del sito, secondo gli osservatori, dovrebbero far avvicinare presto anche il pubblico maschile.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La Tribune abbandona la stampa, ma c’ è vita dopo la carta?</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/la-tribune-abbandona-la-stampa-ma-c-e-vita-dopo-la-carta/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 21:30:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
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		<category><![CDATA[carta]]></category>
		<category><![CDATA[La Tribune]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribuna.gif"></a> C&#8217; è vita dopo la carta? Ogni volta che un giornale cartaceo si spegne riaffiora questa domanda.</p>
<p>L&#8217; ultimo è stato La Tribune, quotidiano economico-finanziario francese, che <a href="http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/ ">da lunedì vive solo sull&#8217; online</a>.</p>
<p>‘’Un giornale di carta che sparisce è sempre un momento tragico : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce. Ma dopo la carta bisogna che il futuro ci sia: più che il canto del cigno allora può essere il volo della fenice&#8221;</p>
<p>
Così scrive Benoit Raphael, sul suo blog <a href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">La social Newsroom</a>, un articolo di cui vi proponiamo la traduzione.</p>
<p>&#160;</p>
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<h3><a title="“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?" href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?</a></h3>
<p>di Benoit Raphael</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un giornale di carta che sparisce <a href="http://tempsreel.nouvelobs.com/medias/20120130.OBS0089/la-tribune-vous-salue-bien.html" target="_blank">è sempre un momento tragico</a> : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Certo, anche più concretamente comporta <a href="http://leplus.nouvelobs.com/contribution/313424-fin-de-la-tribune-adieu-le-pluralisme-de-la-presse-economique.html" target="_blank">il licenziamento del 70% dei dipendenti</a>, che si sono ritrovati lunedì sera gettati sul mercato del lavoro. La morte di un giornale di carta è sempre triste. E’ un simbolo. Un legame sociale che per una intera generazioni di lettori è senz’ altro più tangibile di un sito internet. Per i più giovani, probabilmente, la sua scomparsa passerà quasi inosservata. Quella pagina lì l’ hanno]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Tribuna.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11812" title="Tribuna" src="http://www.lsdi.it/assets/Tribuna-300x208.gif" alt="" width="300" height="208" /></a> <em>C&#8217; è vita dopo la carta? Ogni volta che un giornale cartaceo si spegne riaffiora questa domanda.</em></p>
<p><em>L&#8217; ultimo è stato La Tribune, quotidiano economico-finanziario francese, che <a href="http://www.lsdi.it/2012/prima-pagina-la-vittoria-dell-immagine/ ">da lunedì vive solo sull&#8217; online</a>.</em></p>
<p><em>‘’Un giornale di carta che sparisce è sempre un momento tragico : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce. Ma dopo la carta bisogna che il futuro ci sia: più che il canto del cigno allora può essere il volo della fenice&#8221;</em></p>
<p><span id="more-11792"></span><br />
Così scrive Benoit Raphael, sul suo blog <a href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">La social Newsroom</a>, un articolo di cui vi proponiamo la traduzione.</p>
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<h3><a title="“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?" href="http://benoitraphael.com/2012/01/31/la-tribune-vous-salue-bien-chant-du-cygne-ou-du-phenix/">“La Tribune vous salue bien”…chant du cygne ou du phénix ?</a></h3>
<p>di Benoit Raphael</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giornale di carta che sparisce <a href="http://tempsreel.nouvelobs.com/medias/20120130.OBS0089/la-tribune-vous-salue-bien.html" target="_blank">è sempre un momento tragico</a> : la fine di un mondo, la sensazione di un’ epoca che finisce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo, anche più concretamente comporta <a href="http://leplus.nouvelobs.com/contribution/313424-fin-de-la-tribune-adieu-le-pluralisme-de-la-presse-economique.html" target="_blank">il licenziamento del 70% dei dipendenti</a>, che si sono ritrovati lunedì sera gettati sul mercato del lavoro. La morte di un giornale di carta è sempre triste. E’ un simbolo. Un legame sociale che per una intera generazioni di lettori è senz’ altro più tangibile di un sito internet. Per i più giovani, probabilmente, la sua scomparsa passerà quasi inosservata. Quella pagina lì l’ hanno già girata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ ultima prima pagina della Tribune genera questa emozione ma anche l’ angoscia del nulla: carta che brucia. “<em>La Tribune vous salue bien</em>”. Non si sa se si tratta di un arrivederci. L’ immagine, con la sua atmosfera cupa, somiglia più a un addio. La carta che muore è un po’ come un corpo che muore. E’ già la morte, se si sta alle cronache che hanno scandito la fine del quotidiano cartaceo. Esse ne parlano già al passato, evocano la morte, la fine, il vuoto lasciato come una ferita nel pluralismo dell’ informazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’ è vita dopo la carta?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma sì. Bisogna che ci sia. Altrimenti è la democrazia che naufraga. Anche se è vero che la Tribune imbocca la sua nuova vita digitale con molti handicap: una redazione ridotta, una copertura finanziaria molto sottile. Di fronte al mastodonte degli Echos, che investe massicciamente sul digitale, la Tribune si appresta a riscrivere la storia di Davide contro Golia. Non è una condanna a morte. E’ una sfida. C’ è un po’, un molto anzi, di sovrumano in questa guerra. Perché non ci sono che svantaggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1) La Tribune è con le spalle al muro. Una situazione eccezionale che la obbliga a fare delle scelte dure e a concentrarsi sul digitale.</p>
<p>2) L’ acquisizione da parte del tandem France Economie Régions (FER) e Hi-Media è senza dubbio la migliore via d’ uscita: un ancoraggio nell’ informazione economica e una esperienza di monetizzazione digitale.</p>
<p>3) Il futuro si giocherà sul mobile: la possibilità di ripartire da zero può consentire di prendere poi il largo per bene. L’ audience a cui si rivolge la nuova Tribune è sicuramente una delle popolazioni meglio attrezzate in tecnologie da nomadi (mobile e tablet). Quel mondo attende ancora un organo di informazione economica interamente pensata per il consumo in mobilità. La Tribune dovrà <strong>pensare mobile</strong> prima ancora che web.</p>
<p>4) Questo nuovo medium dovrà adattarsi a dei nuovi ritmi e a dei nuovi formati, ma senza abbandonare l’ eccellenza giornalistica. Il futuro è il contenuto, prima che il digitale. E’ prima di tutto studiare valore aggiunto e valore d’ uso, impegno, analisi, qualità giornalistica, comunità, link (curation) e personalizzazione.</p>
<p>5) I modelli economici sono ancora fragile, anche se sperimentati, specialmente negli Stati Uniti: settimanale su carta, servizi a pagamento, pubblicità, operazioni speciali, eventi, e-book… Quando il marchio è forte e fa autorevolezza è più facile sviluppare un business attorno alla sua bandiera. Soprattutto nel settore dell’ informazione economica. Se il digitale viene immaginato come il cuore della macchina, può essere un potente strumento di marketing.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E quindi, <a href="http://www.latribune.fr/technos-medias/medias/20120129trib000681047/merci-.html" target="_blank">quando leggo varie testimonianze parlare della Tribune al passato</a>, come se la testata fosse morta, mi viene voglia di dire: ‘’Non ancora’’. Vorrei vedere di vedere nelle fiamme implacabili di quest’ ultima Prima pagina, il contorno della Fenice. E vorrei citare René Daumal, di cui per caso ho scoperto ieri questa citazione ammirevole, ritrovata da Mathieu Terence :</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>“Sono morto perché non desidero; non desidero perché credo di possedere; credo di possedere perché non ho voglia di dare; cercando di dare, vedo che non ricevo nulla; vedendo che non ricevo nulla, cerco di darmi; cercando di darmi vedo che non sono niente; vedendo di non essere niente, cerco di divenire; cercando di divenire, io vivo’’.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;">
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		</item>
		<item>
		<title>HuffPost lancerà in estate un suo canale video</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/huffpost-lancera-in-estate-un-suo-canale-video/</link>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:38:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Suoni e visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Arianna Huffington. Aol]]></category>
		<category><![CDATA[Huffington Post]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.beet.tv/2012/02/arianna.html"></a>L’ Huffington Post ha festeggiato giovedì scorso il primo anniversario della sua acquisizione da parte di AOL annunciando il lancio di un suo network per lo streaming di video.</p>
<p>L’ HuffPost Streaming Network verrà lanciato la prossima estate e offrirà 12 ore al giorno di programmazione originale, che passeranno a 16 dalla fine del 2013, ha spiegato Arianna Huffington   <a title="said in a blogpost" href="http://www.ejc.net/?URL=http%3A%2F%2Fwww.huffingtonpost.com%2Farianna-huffington%2Fhuffington-post-aol-first-year_b_1249497.html">in un post sul sito</a> in cui ha dato anche un bel po’ di numeri.</p>
<p></p>
<p>&#160;</p>
<p>La creatrice della ormai famosissima testata ha spiegato (vedi  <a href="http://www.beet.tv/2012/02/arianna.html">qui</a>) che il network funzionerà su ‘’tutte le piattaforme &#8211; computer, smartphone, tablet, Over-the-Top TV’’ e verrà realizzato con filmati relativi agli argomenti più importanti che il blog sta seguendo in quel determinato periodo’’.</p>
<p>&#160;</p>
<p>Lanciato nel maggio 2006, acquisito un anno fa da AOL per 315 milioni di dollari, il sito – secondo Arianna – ha registrato l’ anno scorso un incremento del 47% nei visitatori unici, raggiungendo il tetto di 36,2 milionni mensili.</p>
<p>&#160;</p>
<p>La testata ha lanciato anche sue edizioni in Canada, Regno Unito e Francia e si appresta a lanciare le versioni spagnola e italiana.</p>
<p>&#160;</p>
<p><strong>Qualche altro dato:</strong></p>
<p>&#160;</p>
<p>- Commenti in un singolo giorno: 253.331 ( 25 gennaio 2012)</p>
<p>- Nuovi commentator ogni giorno: 5.500</p>
<p>- Link o suggerimenti da social network in un mese: 21,6 milioni (dicembre 2011)</p>
<p>- Link o suggerimenti da Facebook in un]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.beet.tv/2012/02/arianna.html"><img class="alignleft size-medium wp-image-11787" title="Arianna" src="http://www.lsdi.it/assets/Arianna-300x189.gif" alt="" width="300" height="189" /></a>L’ Huffington Post ha festeggiato giovedì scorso il primo anniversario della sua acquisizione da parte di AOL annunciando il lancio di un suo network per lo streaming di video.</p>
<p>L’ HuffPost Streaming Network verrà lanciato la prossima estate e offrirà 12 ore al giorno di programmazione originale, che passeranno a 16 dalla fine del 2013, ha spiegato Arianna Huffington   <a title="said in a blogpost" href="http://www.ejc.net/?URL=http%3A%2F%2Fwww.huffingtonpost.com%2Farianna-huffington%2Fhuffington-post-aol-first-year_b_1249497.html">in un post sul sito</a> in cui ha dato anche un bel po’ di numeri.</p>
<p><span id="more-11784"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La creatrice della ormai famosissima testata ha spiegato (vedi  <a href="http://www.beet.tv/2012/02/arianna.html">qui</a>) che il network funzionerà su ‘’tutte le piattaforme &#8211; computer, smartphone, tablet, Over-the-Top TV’’ e verrà realizzato con filmati relativi agli argomenti più importanti che il blog sta seguendo in quel determinato periodo’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lanciato nel maggio 2006, acquisito un anno fa da AOL per 315 milioni di dollari, il sito – secondo Arianna – ha registrato l’ anno scorso un incremento del 47% nei visitatori unici, raggiungendo il tetto di 36,2 milionni mensili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La testata ha lanciato anche sue edizioni in Canada, Regno Unito e Francia e si appresta a lanciare le versioni spagnola e italiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Qualche altro dato:</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- Commenti in un singolo giorno: 253.331 ( 25 gennaio 2012)</p>
<p>- Nuovi commentator ogni giorno: 5.500</p>
<p>- Link o suggerimenti da social network in un mese: 21,6 milioni (dicembre 2011)</p>
<p>- Link o suggerimenti da Facebook in un giorno: 1,4 milioni (4 gennaio 2012)</p>
<p>- Redattori e cronisti nuovi: 170</p>
<p>- Nuovi bologger: 9.884</p>
<p>- Post pubblicati l’ anno scorso: 61.688</p>
<p>- Articoli pubblicati ogni giorno: oltre 1.000</p>
<p>- E-book pubblicati: 4</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>La pirateria è una parte integrante dell’ ecosistema digitale</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/la-pirateria-e-parte-dell-ecosistema-digitale/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 09:46:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pirateria.jpg"></a> La tolleranza dei contenuti scaricati illecitamente è stata parte degli ecosistemi di molti settori dell’ industria culturale, e in particolare della musica, anche perché consentiva in alcuni casi di essere uno strumento promozionale per l’ industria musicale</p>
<p></p>
<p></p>
<p>– In ogni caso la pirateria resterà fino a quando prodotti studiati attentamente per un pubblico globale impiegheranno mesi a raggiungere il mercato globale, spiega Frédéric Filloux in una delle sue ultime interessanti riflessioni su MondayNote, di cui pubblichiamo qui di seguito la traduzione integrale 
<strong><a href="http://www.mondaynote.com/2012/01/22/piracy-is-part-of-the-digital-ecosystem/">PIRACY IS PART OF THE DIGITAL ECOSYSTEM</a> </strong></p>
<p>di <a title="View all posts by Frédéric Filloux" href="http://www.mondaynote.com/author/ffilloux/">Frédéric Filloux</a></p>
<p><strong> </strong>(traduzione a caura di Elena Baù)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nell’estate del 2009 ero stato invitato ad una piccola festa in un vecchio appartamento borghese </strong>con vista mozzafiato sul Campo di Marte e la Torre Eiffel.</p>
<p>L’ incontro era stato pensato come una discussione informale tra esperti della comunicazione a proposito delle pressioni di Nicolas Sarkozy per l’ HADOPI, vale a dire il disegno di legge contro la pirateria informatica. Il rischio che si innescasse un acceso dibattito era molto limitato: tutti, in questa piccola folla di artisti, produttori e giornalisti erano sulla stessa posizione, e cioè contro la proposta di legge.</p>
<p>L’  HADOPI <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/HADOPI_law">HADOPI</a>  fa parte dello stesso filone degli americani &#8211; e ormai comatosi &#8211; PIPA <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/PROTECT_IP_Act">Protect Intellectual Property Act</a> ( la legge sulla Protezione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Pirateria.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-11626" title="Pirateria" src="http://www.lsdi.it/assets/Pirateria-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a> <em>La tolleranza dei contenuti scaricati illecitamente è stata parte degli ecosistemi di molti settori dell’ industria culturale, e in particolare della musica, anche perché consentiva in alcuni casi di essere uno strumento promozionale per l’ industria musicale</p>
<p></em></p>
<p><span id="more-11625"></span></p>
<p><em>– In ogni caso la pirateria resterà fino a quando prodotti studiati attentamente per un pubblico globale impiegheranno mesi a raggiungere il mercato globale, spiega Frédéric Filloux in una delle sue ultime interessanti riflessioni su MondayNote, di cui pubblichiamo qui di seguito la traduzione integrale </em><br />
<strong><a href="http://www.mondaynote.com/2012/01/22/piracy-is-part-of-the-digital-ecosystem/">PIRACY IS PART OF THE DIGITAL ECOSYSTEM</a> </strong></p>
<p>di <a title="View all posts by Frédéric Filloux" href="http://www.mondaynote.com/author/ffilloux/">Frédéric Filloux</a></p>
<p><strong> </strong>(traduzione a caura di <em>Elena Baù</em>)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nell’estate del 2009 ero stato invitato ad una piccola festa in un vecchio appartamento borghese </strong>con vista mozzafiato sul Campo di Marte e la Torre Eiffel.</p>
<p>L’ incontro era stato pensato come una discussione informale tra esperti della comunicazione a proposito delle pressioni di Nicolas Sarkozy per l’ HADOPI, vale a dire il disegno di legge contro la pirateria informatica. Il rischio che si innescasse un acceso dibattito era molto limitato: tutti, in questa piccola folla di artisti, produttori e giornalisti erano sulla stessa posizione, e cioè contro la proposta di legge.</p>
<p>L’  HADOPI <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/HADOPI_law">HADOPI</a>  fa parte dello stesso filone degli americani &#8211; e ormai comatosi &#8211; PIPA <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/PROTECT_IP_Act">Protect Intellectual Property Act</a> ( la legge sulla Protezione della Proprietà Intellettuale) e  Sopa <a href="http://livepage.apple.com/">Stop Online Piracy Act</a> ( legge sul Blocco della Pirateria in Rete). La legge francese era basata sul principio secondo cui “attacchi tre volte e sei disconnesso dal sistema”, quindi mirata a colpire i più attivi nei download illegali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito è iniziato con una breve tavola rotonda in cui ognuno ha spiegato il proprio punto di vista in merito alla legge. Io mi sono servito della classica presentazione che usano negli Alcolisti Anonimi: “Sono Frédéric, ed eseguo download da diversi anni. Ho iniziato con le sette stagioni di The West Wing, e continuo a scaricare instancabilmente. E il peggio è che i miei figli hanno ereditato la stessa riprovevole abitudine e io non riesco a tenerli a freno. Peggio ancora, non ho alcuna intenzione di smettere perché mi rifiuto di aspettare più di un anno per vedere su una rete francese la versione doppiata di Damages…Non si può sentire Glenn Close che parla francese, ecco…”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ne è venuto fuori che tutti hanno ammesso di scaricare copiosamente, il che faceva di questo piccolo campione elitario di anti-Sarkozy un potenziale bersaglio per i sostenitori dell’ HADOPI. (Da allora, comunque, l’ostruzionismo parlamentare è riuscito vanificare l’efficacia della legge.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da quando è cominciata la pirateria digitale, ha avuto inizio questo affare di estrema ipocrisia. </strong>In un modo o nell’altro, tutti ne sono coinvolti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per alcuni grandi operatori – dal punto di vista delle parti lese &#8211; la cosa può arrivare ad assumere proporzioni industriali. Basta prendere l’ industria musicale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nell’ottobre del 2003, Wired scrisse un  <a href="http://www.wired.com/wired/archive/11.10/fileshare.html">interessango articolo</a>  su una società specializzata nel monitoraggio di contenuti di intrattenimento su internet. </strong><a href="http://bcdash.bigchampagne.com/">BigChampagne</a>, che ha sede a Beverly Hills, rappresenta per l’era digitale ciò che la rivista Billboard è stata per il mondo analogico.</p>
<p>Con la differenza che BigChampagne punta  ai contenuti illegali che circolano sul web. E lo fa con incredibile precisione, combinando i numeri di IP dei ‘pirati’ con il codice di avviamento postale per scoprire cosa bolle in pentola sul fronte dei network di scambio peer-to-peer. Nel suo pezzo su Wired, Jeff Howe spiegava:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I clienti di BigChampagne possono attingere informazioni sulla popolarità e la quota di mercato (ossia la percentuale di condivisione che ha una data canzone). E possono anche penetrare in mercati specifici –per vedere, ad esempio, che il 38,35% dei file condivisi in Omaha, nel Nebraska, corrisponde ad una canzone del nuovo album del rapper <strong>50 Cent</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non c’è da stupirsi che alcuni clienti arrivino a pagare BigChampagne fino a 40.000 dollari al mese per avere questi dati. Essi utilizzano queste preziose informazioni per esercitare una velata pressione sulle stazioni radio locali perché passino le musiche preferite dai downloaders. Per lungo tempo, la condivisione illegale dei file ha costituito un potente mercato e uno strumento promozionale per l’ industria musicale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Anche per le industrie di software, la tolleranza dei contenuti pirata </strong>ha fatto per un po’ parte del loro ecosistema. Molti di noi ricordano di essersi affidati a versioni pirata di Photoshop, Illustrator o Quark Xpress per imparare ad utilizzare quei programmi. E’ opinione diffusa che le nuove versioni dei prodotti di Adobe e Quark siano state suggerite dal diffondersi del  passaparola tra gli utenti creativi. Ed ha funzionato molto bene. (Ora, ciascuno può contare su un sistema molto più efficace e controllato di versioni di test, prove gratuite, video di tutorial, ecc).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Non c’è dubbio però, che la pirateria sta infliggendo una grande quantità di danni all’ industria di software. </strong>Basta prendere Microsoft e il mercato cinese. Per l’azienda di Seattle, i mercati statunitense e cinese hanno approssimativamente la stessa dimensione: 75 milioni di vendite di PC negli Stati Uniti per il 2010, 68 milioni in Cina. Laggiù, il 78% dei software per PC è pirata, contro il 20% negli USA; di conseguenza, Microsoft ottiene dalla Cina gli stessi ricavi che le provengono dall’ Olanda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Più in generale, quanto è estesa oggi la pirateria? </strong>All’ultimo Consumer Electronic Show (una delle più importanti mostre di elettronica di consumo), una importante azienda inglese, la Envisional Ltd,  ha presentato un suo <em>Studio sullo Stato della Pirateria Digitale. </em>Ecco alcuni punti chiave:<br />
-          I contenuti pirata ammontano al <strong>24%</strong> del consumo mondiale della larghezza di banda internet.</p>
<p>-          La porzione maggiore è occupata da BitTorrent (il protocollo usato per la condivisione di file); questo pesa per circa il <strong>40%</strong> <strong>dei contenuti illeciti in Europa</strong> e per il <strong>20% negli Stati Uniti </strong>(compresi flussi maggiori e minori). In tutto il mondo, BitTorrent raccoglie <strong>250 milioni di visitatori reali </strong>ogni mese.</p>
<p>-          Al secondo livello si trovano i cosiddetti <strong>cyberlockers (5% della larghezza di banda globale), </strong>tra i quali il famigerato MegaUpload, soggetto qualche giorno fa ad un blitz dell’FBI e della polizia della Nuova Zelanda. Dai 500 milioni di visitatori reali al mese coperti da cyberlockers, MegaUpload sottrae ben 93 milioni di utenze. (Giusto per rendere l’idea, basti pensare che l’intera industria americana della carta stampata raccoglie circa 110 milioni di visitatori reali ogni mese). Il segmento dei cyberlockers ha il doppio degli utenti ma consuma una larghezza di banda che è otto volte inferiore rispetto a quella di cui si serve BitTorrent, e questo semplicemente perché i file, sul sistema peer-to-peer sono molto più grandi.</p>
<p>-          La terza quota significativa della pirateria è costituita dalla fruizione illegale di <strong>streaming video (1,4% della larghezza di banda globale).</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ci sono tre modi per combattere la pirateria: </strong>dando corso ad infinite azioni legali, bloccando legalmente gli accessi, oppure creando offerte alternative legittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il metodo basato sul “facciamogli causa prima che spariscano”, è principalmente americano. Ma non darà mai grandi risultati (oltre agli enormi costi per le spese legali), in virtù della natura decentrata di internet (non esistono server centrali di BitTorrent), e della tolleranza diffusa nei paesi che ospitano i cyberlockers.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E non funzionano nemmeno i sistemi di applicazione di leggi come la francese HADOPI o le americane SOPA e PIPA. L’HADOPI si è dimostrata fragile come il vetro, mentre i legislatori americani hanno dovuto cedere alle proteste pubbliche. Entrambi i decreti erano progettati male e perciò rivelatisi inefficienti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I dati raccolti da Envisional Ltd. costituiscono invece un invito all’ adozione della terza alternativa, vale a dire la creazione di offerte alternative legittime.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nei grafici sottostanti si può osservare come si articola la distribuzione della larghezza di banda tra USA ed Europa</strong>. Si può notare che la quota occupata dal servizio a pagamento di Netflix ottiene esattamente la stessa quantità di traffico che BitTorrent raggiunge in Europa!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Il consumo di banda negli USA e in Europa</p>
<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Filloux1.png"><img class="alignleft size-full wp-image-11627" title="Filloux1" src="http://www.lsdi.it/assets/Filloux1.png" alt="" width="350" /></a> <a href="http://www.lsdi.it/assets/Filloux2.png"><img class="alignleft size-full wp-image-11628" title="Filloux2" src="http://www.lsdi.it/assets/Filloux2.png" alt="" width="350" /></a></p>
<p>Fonte: <em>Envisional Ltd</em></p>
<p><strong>Queste statistiche offrono una prova convincente del fatto che la creazione di offerte commerciali alternative legittime è un buon modo per contenere la pirateria. </strong>La conclusione che se ne trae è una difficile verità. La scelta tra contenuti pirata o legali è data da una combinazione tra facilità d’uso, prezzi e disponibilità in un dato mercato. Per contenuti come musica, serie televisive e film, servizi come Netflix, iTunes o anche BBC iPlayer vanno nella giusta direzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma un ostacolo chiave resiste: la balcanizzazione di internet, (see a previous Monday Note <a href="http://www.mondaynote.com/2010/05/02/balkanizing-the-web/"><em>Balkanizing the Web</em></a>), ossia l’espandersi del regionalismo della rete. Suddividendo il pubblico globale in mercati regionali, sia le compagnie (come Apple ad esempio), che le amministrazioni locali trascurano un fatto fondamentale: il pubblico digitale odierno sta diventando sempre più multilingue o perlomeno più desideroso di fruire di contenuti in inglese originali, così come sono prodotti. Oggi disponiamo di prodotti di intrattenimento, studiati attentamente per adattarsi ad un pubblico globale ma  che si fanno attendere mesi prima di divenire disponibili sul mercato globale. Finché questa assurdità permane, la pirateria fiorirà. Per quanto riguarda il prezzo, questo deve corrispondere all’ ARPU (ricavi medi per utente) generato da una trasmissione sostenuta dalla pubblicità. Ma dubito che uno spettatore della serie Tv <em>Breaking Bad</em> possa mai arrivare a produrre un gettito pubblicitario corrispondente ai 34.99 dollari chiesti da Apple per l’ acquisto di una intersa serie della trasmissione. E quindi anche la persistenza di un tale divario va ad alimentare la pirateria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Voglio Netflix, BBC iPlayer e un iTunes libero e più economico ovunque, ora. Per favore. Nel frattempo, io continuo a scaricare il mio Vuze BitTorrent sul mio computer. Non si sa mai.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un difensore civico dell&#8217; informazione</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/un-difensore-civico-dell-informazione-a-garanzia-dei-cittadini/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 21:50:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La professione]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/pane.gif"></a>La proposta lanciata in occasione della presentazione a Milano della Ricerca su informazione e pubblicità realizzata da Ordine e Università di Urbino &#8211; Il ‘’difensore dell’ informazione’’ potrebbe svolgere un ruolo da pm, segnalando ai futuri Consigli di disciplina casi di violazione delle norme deontologiche e commistioni fra messaggio pubblicitario e informazione </p>
<p></p>
<p> Un difensore dell’ informazione, è stato detto, può essere utile solo se esterno, realmente indipendente. Modello difensore civico &#8211; D&#8217; accordo il presidente della Fnsi, Roberto Natale, e il segretario nazionale dell&#8217; Ordine dei giornalisti, Giancarlo Ghirra &#8211; Proposto anche l’ avvio di un ”monitoraggio del cambiamento”, attraverso la creazione di strutture dell’ Ordine, a livello nazionale e regionale, in grado di tenere costantemente sotto controllo il flusso dell’ informazione giornalistica &#8211; Un nuovo corso per l&#8217; Ordine
</p>
<p>&#8212;&#8211;
(da  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/28/un-difensore-civico-per-una-informazione-corretta/">qualinfo.it</a>)</p>
<p>&#160;</p>
<p>Un <strong>difensore dell’  informazione</strong> a garanzia dei cittadini, sul modello del difensore civico.</p>
<p>&#160;</p>
<p>E’ una delle  proposte emerse nel corso dell’ incontro su ‘’Informazione e pubblicità, relazioni pericolose?’’ che si è tenuto venerdì mattina al Circolo della stampa di Milano in occasione della presentazione della  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">Ricerca</a> realizzata dal gruppo di lavoro su ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’ del Consiglio nazionale dell’ ordine dei giornalisti insieme all’ équipe di ricercatori dell’ Università di Urbino guidata da Giovanni Boccia Artieri.</p>
<p>&#160;</p>
<p>La proposta, avanzata da <strong>Michele Urbano</strong> nella sua relazione su ’’Deontologia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.lsdi.it/assets/pane.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11623" title="pane" src="http://www.lsdi.it/assets/pane-300x200.gif" alt="" width="300" height="200" /></a>La proposta lanciata in occasione della presentazione a Milano della Ricerca su informazione e pubblicità realizzata da Ordine e Università di Urbino &#8211; Il ‘’difensore dell’ informazione’’ potrebbe svolgere un ruolo da pm, segnalando ai futuri Consigli di disciplina casi di violazione delle norme deontologiche e commistioni fra messaggio pubblicitario e informazione </em></p>
<p><span id="more-11617"></span></p>
<p><em> Un difensore dell’ informazione, è stato detto, può essere utile solo se esterno, realmente indipendente. Modello difensore civico &#8211; D&#8217; accordo il presidente della Fnsi, Roberto Natale, e il segretario nazionale dell&#8217; Ordine dei giornalisti, Giancarlo Ghirra &#8211; Proposto anche l’ avvio di un ”monitoraggio del cambiamento”, attraverso la creazione di strutture dell’ Ordine, a livello nazionale e regionale, in grado di tenere costantemente sotto controllo il flusso dell’ informazione giornalistica &#8211; Un nuovo corso per l&#8217; Ordine<br />
</em></p>
<p>&#8212;&#8211;<br />
(da  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/28/un-difensore-civico-per-una-informazione-corretta/">qualinfo.it</a>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un <strong>difensore dell’  informazione</strong> a garanzia dei cittadini, sul modello del difensore civico.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E’ una delle  proposte emerse nel corso dell’ incontro su <em>‘’Informazione e pubblicità, relazioni pericolose?’’</em> che si è tenuto venerdì mattina al Circolo della stampa di Milano in occasione della presentazione della  <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">Ricerca</a> realizzata dal gruppo di lavoro su ‘’Qualità dell’ informazione e pubblicità’’ del Consiglio nazionale dell’ ordine dei giornalisti insieme all’ équipe di ricercatori dell’ Università di Urbino guidata da Giovanni Boccia Artieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La proposta, avanzata da <strong>Michele Urbano</strong> nella sua relazione su<em> ’’Deontologia e cambiamento’’</em>, è stata accolta pienamente da <strong>Giancarlo Ghirra</strong>, segretario dell’ Ordine nazionale dei giornalisti, che nel suo intervento, a conclusione del dibattito, ha ipotizzato che il ‘’difensore dell’ informazione’’ possa svolgere anche un ruolo da ‘’pubblico ministero’’, segnalando ai futuri Consigli di disciplina (previsti dalla Legge 148 per tutti gli ordini professionali) casi di violazione delle norme deontologiche da parte delle testate giornalistiche e, nel caso del rapporto informazione/pubblicità, commistioni e relazioni pericolose, a garanzia del diritto dei cittadini a una informazione corretta e alla massima lealtà da parte del giornalismo professionale.<br />
‘’ Un difensore dell’informazione può essere utile solo se esterno, realmente indipendente. Modello difensore civico’’ ha spiegato Urbano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una ipotesi su cui si è detto d’ accordo (‘’un sì convinto’’) anche <strong>Roberto Natale</strong>, presidente della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), secondo cui ‘’è importante che ci sia un soggetto esterno alla categoria, che rappresenti il punto di vista dei cittadini e abbia voce in capitolo sulle questioni deontologiche, di cui i rapporti informazione-pubblicità sono un segmento particolarmente delicato’’.</p>
<p>Una figura riconosciuta dagli Ordini regionali dei giornalisti – ha precisato Urbano – ma che sia ‘’espressione della collettività (del Comune o della Regione).  Che possa attivare dei procedimenti nei nuovi consigli di disciplina dell’Ordine ma anche attivarsi presso le varie testate  per dare risposte rapide ai problemi posti dai cittadini-lettori  o ascoltatori’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Monitoraggio del cambiamento</em></p>
<p>L’ istituzione del difensore dell’ informazione, secondo Urbano, deve essere collegata all’ avvio di un <strong>monitoraggio del cambiamento</strong>, attraverso la realizzazione di una strutture a livello nazionale e regionale, in grado di tenere costantemente sotto controllo il flusso dell’ informazione giornalistica.<br />
‘’Sia chiaro – spiega Urbano -: non commissioni di censura ma sentinelle a guardia di una professione che cambia, capaci di segnalare i  pericoli, gli errori e, magari di intervenire per correggere’’.</p>
<p>‘’Non attrezzarsi per capire dove stiamo andando così come non attrezzarsi per difendere la credibilità dell’informazione è un peccato di indolenza che i giornalisti potrebbero pagare molto caro attraverso una travolgente crisi d’identità che peraltro è già in atto. E peggio, la potrebbero pagare ancora più cara i cittadini, privati di una informazione pulita, onesta, professionale su cui formarsi opinioni frutto della realtà e non di interessi’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Relazioni pericolose?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella sua relazione <strong>Giovanni Boccia Artieri</strong>  ha illustrato i risultati della Ricerca (<a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">consultabile qui</a>) , realizzata attraverso un sondaggio effettuato fra un campione di  giornalisti di un ventaglio di redazioni (carta, online di testate tradizionali, testate online ‘’native’’) rappresentativo del panorama editoriale italiano, mettendo in rilievo le criticità principali emerse:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- metà dei giornalisti ritiene che la pubblicità condizioni la linea editoriale delle testate;<br />
- il 54% ritengono che le norme deontologiche su informazione e pubblicità vadano riviste<br />
-  allarme maggiore nelle generazioni intermedie, rispetto a quelle più giovani, e nella carta rispetto all’ online<br />
-scarsa conoscenza delle norme e/o scarsa percezione del loro valore nella realtà quotidiana<br />
- problemi di comunicazione verso i più giovani, che sembrano dare meno importanza al sistema di autoregolazione che regge la professione<br />
- forte disincanto in alcuni nei confronti di una soluzione del problema, ritenuto per molti aspetti irrisolvibile<br />
- ma anche ‘’sogno’’ di un mondo in cui il giornalismo possa sostenersi esclusivamente attraverso le proprie forze e quindi facendo a meno della pubblicità</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Non demonizzare</em></p>
<p>Secondo Boccia Artieri la Ricerca – che verrà approfondita nei prossimi mesi – ha comunque dimostrato anche la presenza all’ interno del giornalismo professionale di un pregiudizio nei confronti della pubblicità.  Che comunque, bene o male, rappresenta una delle risorse fondamentali per il giornalismo presente e futuro (almeno a medio termine).<br />
Come ha mostrato, con una serie di slide, <strong>Nicolò Michetti</strong>, Ceo di Digital Pr, una nota azienda milanese  di pubbliche relazioni specializzata nel campo dei social network.<br />
Paradossalmente – almeno in apparenza – anche le aziende procedono in maniera decisa verso una ‘’deontologia’’ che punta sulla trasparenza come valore centrale e privilegia – ha spiegato Michetti – il dialogo e la conversazione  con i cittadini-internauti rispetto allo spot diretto ai consumatori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La demonizzazione può venire anche dalla scarsa conoscenza dei meccanismi e dell’ evoluzione del  mondo della pubblicità? <strong>Raffaele Fiengo</strong>,  ex redattore del Corriere della Sera e docente all’ Università di Padova, ne è convito: il giornalismo italiano conosce poco la pubblicità, non ne vede i contorni e le tensioni, non lo racconta e quindi alla fine non lo conosce, non ne  fa conoscenza e lo considera solo astrattamente una cosa da contrastare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un invito a un atteggiamento laico nei confronti del problema è venuto anche da Ghirra, secondo cui ‘’la chiave è la correttezza, il gioco pulito, da entrambe le parti’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La qualità </em></p>
<p>Segnali di una maturazione in questo senso comincerebbero ad emergere anche dal fronte degli editori (la cui voce – è stato sottolineato più volte – è spesso assente dal dibattito sull’ evoluzione del giornalismo e la qualità dell’ informazione.</p>
<p>Lo ha rilevato <strong>Letizia Gonzales</strong> , presidente dell’ Ordine dei giornalisti della Lombardia, ricordando come in un recente incontro sulla deontologia a Milano Pier Gaetano Marchetti, presidente di Rcs Mediagroup, aveva <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Ds7G4eF_y7M">segnalato i pericoli</a>, anche per il Corriere, di ‘’relazioni pericolose’’ fra informazione e pubblicità e indicando un futuro virtuoso in una progressiva distinzione  fra’’ giornali di qualità e pubblicità di qualità’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La Fnsi, il prossimo contratto e la nuova legge sui contributi all’ editoria</em></p>
<p>Un discorso che potrebbe essere ripreso in occasione della scadenza del prossimo Contratto nazionale di lavoro. Roberto Natale, presidente Fnsi,  annuncia l’ impegno a rivedere le regole contenute dal Contratto sul rapporto delle testate con il messaggio pubblicitario.</p>
<p>‘’Dovremo rivedere le regole – ha detto Natale – senza farsi schiacciare dalla crisi, ma alla nell’ ambito dell’ evoluzione del quadro editoriale. Dobbiamo ricominciare a ragionare sulla questione, senza demonizzazioni ma puntando al riconoscimento della diversità dei linguaggi e degli obbiettivi: da un lato l’ informazione, dall’ altro la vendita’’.</p>
<p>Quanto al ‘’sogno’’ di un giornalismo che si possa reggere senza pubblicità, secondo Natale, nella ridefinizione delle regole per il sostegno pubblico all’ editoria si dovrebbero prevedere contributi più consistenti per quelle testate (sia su carta che online) che vogliono parlare solo ai cittadini e non ai consumatori’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’  Ordine e la formazione</em></p>
<p>Il nuovo Ordine dei giornalisti, che comincia in qualche modo a profilarsi, dovrà mettere al centro della propria attività la formazione. Per Giancarlo Ghirra può essere la leva fondamentale per innescare un processo di cambiamento assolutamente indispensabile.</p>
<p>‘’Cambiare è indispensabile – ha detto il segretario dell’ Ordine –.  Non tanto i codici deontologici, quanto i comportamenti’’. E la formazione è un grande strumento. Che può essere utilizzato anche in maniera più ampia, nei confronti dei futuri cittadini, andando sempre di più nelle scuole, dove il giornalismo e l’ informazione sono argomenti sempre più seducenti’’.</p>
<p>E’ uno dei canali attraverso cui potrebbe passare una sorta di ‘’egemonia del buon giornalismo’’ su tutto il mondo dell’ informazione,  come aveva auspicato <strong>Pino Rea</strong>, che ha coordinato il dibattito.</p>
<p>Una ‘’egemonia’’ che presuppone, appunto, un radicale cambiamento di punti di vista e di pratiche professionali.<br />
Ecco, per Ghirra, ‘’un nuovo Ordine dei giornalisti potrà avere un senso solo se si avvierà un realmente un nuovo corso’’.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>iPad, molte applicazioni non sono ancora un granché</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/informazione-su-tablet-molte-applicazioni-non-sono-ancora-un-granche/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 20:32:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.lsdi.it/?p=11583</guid>
		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/App23.png"></a>Gli editori sono riusciti a convincere molti utenti che il contenuto ha un valore che bisogna pagare, ma devono assicurare che la qualità dei prodotti giustifichi la spesa – Lo segnala su AdAge.com Rebecca McPheters,CEO della McPheters&#38;C (a cui fa capo il servizio iMonitor per analizzare e tracciare app  per tablet) in un articolo in cui fa il punto sul processo di migrazione delle edizioni online delle varie testate sui dispositivi mobili – iMonitor ha analizzato oltre 5.000 app editoriali, ma i risultati non portano buone notizie: il 30% di esse ha qualche difetto
</p>
<p>&#160;</p>
<p></p>
<a href="http://adage.com/article/mediaworks/viewpoint-magazines-newspapers-build-apps/232085/#author_bio_box"><strong>Magazines and Newspapers Need to Build Better Apps</strong></a>
<p>di Rebecca McPheters</p>
<p>(traduzione a cura di Claudia Dani)
Nonostante sia ancora presto per il completamento del processo di migrazione, pare che  iPad e gli altri tablet siano cosa molto positiva per il giornalismo e possano permettere agli editori di monetizzare i loro contenuti,  evitando i costi necessari per la stampa e la distribuzione dei media tradizionali. E si sono dimostrati ottimi anche per i lettori, offrendo la comodità di avere sempre con sé ciò che si vuole leggere, anche al buio.</p>
<p>Le migliori app forniscono servizi aggiuntivi ai loro lettori.  Rendeno semplice la condivisione di articoli attraverso e-mail e social media o permettono di trovare e acquistare prodotti personalizzati e alcune di esse, in caso di disabilità, offrono anche caratteri]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/App23.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-11604" title="App2" src="http://www.lsdi.it/assets/App23-300x180.png" alt="" width="300" height="180" /></a><em>Gli editori sono riusciti a convincere molti utenti che il contenuto ha un valore che bisogna pagare, ma devono assicurare che la qualità dei prodotti giustifichi la spesa – Lo segnala su AdAge.com Rebecca McPheters,CEO della McPheters&amp;C (a cui fa capo il servizio iMonitor per analizzare e tracciare app  per tablet) in un articolo in cui fa il punto sul processo di migrazione delle edizioni online delle varie testate sui dispositivi mobili – iMonitor ha analizzato oltre 5.000 app editoriali, ma i risultati non portano buone notizie: il 30% di esse ha qualche difetto<br />
</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-11583"></span></p>
<h4><a href="http://adage.com/article/mediaworks/viewpoint-magazines-newspapers-build-apps/232085/#author_bio_box"><strong>Magazines and Newspapers Need to Build Better Apps</strong></a></h4>
<p>di <em>Rebecca McPheters</em></p>
<p>(traduzione a cura di Claudia Dani)<br />
Nonostante sia ancora presto per il completamento del processo di migrazione, pare che  iPad e gli altri tablet siano cosa molto positiva per il giornalismo e possano permettere agli editori di monetizzare i loro contenuti,  evitando i costi necessari per la stampa e la distribuzione dei media tradizionali. E si sono dimostrati ottimi anche per i lettori, offrendo la comodità di avere sempre con sé ciò che si vuole leggere, anche al buio.</p>
<p>Le migliori app forniscono servizi aggiuntivi ai loro lettori.  Rendeno semplice la condivisione di articoli attraverso e-mail e social media o permettono di trovare e acquistare prodotti personalizzati e alcune di esse, in caso di disabilità, offrono anche caratteri di grossa dimensione e l&#8217; ausilio dell&#8217; audio.</p>
<p>Ma esiste un grosso problema che minaccia di limitare le opportunità degli editori. Fra le oltre 5000 app per iPad analizzate dal servizio IMonitor di McPheters&amp;Co, fin da aprile 2010, molte, semplicemente,  non funzionano bene.<br />
Dall&#8217; estate del 2010 circa il 45% delle app che abbiamo analizzato hanno rivelato malfunzionamenti significativi. Questa percentuale sta diminuendo, ma non abbastanza velocemente,  i nostri studi mostrano che circa un terzo di tutte le app visionate ha ancora qualche serio difetto.</p>
<p>Il problema maggiore riguarda l&#8217; autenticazione degli abbonati alla versione cartacea.  Errori di login in cui l&#8217; app non riconosce abbonati già esistenti. Questi errori ricorrono per almeno metà delle pubblicazioni fra quelle che offrono la versione digitale gratuitamente a chi è già abbonato.</p>
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<p>Ma ci sono anche altre questioni. Pagine, video e audio possono non funzionare, i link possono essere sbagliati, l&#8217; audio in alcuni casi non si spegnerà lasciando agli utenti la sola scelta di chiudere la pagina o essere costretti ad ascoltare contro il loro volere. Crash inaspettati sono comuni. Il download continua ad essere un problema per molte app in particolar modo quando gli utenti vorrebbero scaricare tramite connessione 3G o senza connessione veloce.</p>
<p>Secondo Mike Haney, chief  product officer per Mag+, la responsabilità dei malfunzionamenti potrebbe essere attribuita alla fase della produzione editoriale: all’ origine, la piattaforma sviluppata o il dispositivo stesso, oppure la memoria  del device può essere intasata da troppe applicazioni attive nello stesso momento. Nel caso di problemi di login, è possibile che la colpa stia negli adempimenti che l’editore deve compiere per attivare un abbonamento.</p>
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<p>Qualsiasi siano i problemi, comunque, test sempre più approfonditi sono la via migliore per evidenziarli e risolverli. Gli editori possono evitare molti rischi, informandosi meglio, seguendo linee guida e testando le applicazioni a fondo. Colin Fleming, di Adobe, afferma: “i link errati e i problemi di visualizzazione dovrebbero essere scoperti durante i test, proprio come le correzioni di contenuto prima della pubblicazione”.</p>
<p>È anche importante fornire un servizio di customer service per le in-app, che fornisca un link al sito e alle FAQ,  aggiunge Fleming.</p>
<p>Migliorare i controlli di qualità e le performance è essenziale se gli editori vogliono assicurarsi guadagni ripetuti e massimizzare i profitti. È importante anche quando le edizioni devono competere contro altri tipi di applicazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le piattaforme mobili stanno trasformando rapidamente l&#8217; industria dei media e a McPheters&amp;Co abbiamo stimato che entro la fine del 2015, metà della distribuzione di riviste e quotidiani avverrà per via digitale. Gli editori sono riusciti a far comprendere a molti utenti che il contenuto è qualcosa di valore che devono pagare. Adesso, devono prestare massima attenzione in modo da assicurare che la qualità dei loro prodotti spieghi e giustifichi la spesa.</p>
<h4></h4>
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		<title>Il Guardian, ex sostenitore dei contenuti gratuiti</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Guardian2.gif"></a>Proseguono in tutto il mondo sperimentazioni e rilanci degli editori per portare i lettori ad una partecipazione economica che cerca di non perdere di vista le entrate pubblicitarie &#8211; Alcuni, come il Guardian, differenziano l’ accesso mobile da quello a postazione fissa, con l’ evidente convincimento che i primi abbiano maggiore disponibilità economica dei secondo, mentre altri, come il New York Times, tentano di sedurre i propri lettori offrendo una certa quantità di contenuti gratuitamente
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<p>di Antonio Rossano</p>
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<p>Dal 13 gennaio il Guardian ha attivato l’ accesso a pagamento delle sue versioni Ipad dotate di sistema operativo IOS 5 che prevede un contributo mensile di 9,99 sterline (12 euro).
Lanciata come gratuita a <a href="http://paidcontent.co.uk/article/419-guardians-ipad-newspaper-edition-will-cost-9.99-per-month/ ">metà ottobre 2011</a>, grazie alla sponsorizzazione di Channel 4, l’ applicazione è stata scaricata fino ad oggi 500.000 volte, ma con un numero effettivo di utenti di poco sopra la metà (280.000) e rimarrà gratuita per gli abbonati alla versione cartacea (che pagano 27,38 sterline (33 euro/mese).
Se il Guardian riuscirà a convertire al pagamento anche solo un 17% di questi 280.000 utenti, pari a 47.600 utenti paganti, potrà realizzare un introito mensile di quasi 475.000 sterline (circa €570.000).
Gli utenti che avevano scaricato in passato l’applicazione su IOS5, riceveranno da subito la richiesta di pagamento, mentre per i nuovi utenti che scaricano l’ app, la “strategia” è di]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Guardian2.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11473" title="Guardian" src="http://www.lsdi.it/assets/Guardian2-300x182.gif" alt="" width="300" height="182" /></a><em>Proseguono in tutto il mondo sperimentazioni e rilanci degli editori per portare i lettori ad una partecipazione economica che cerca di non perdere di vista le entrate pubblicitarie &#8211; Alcuni, come il Guardian, differenziano l’ accesso mobile da quello a postazione fissa, con l’ evidente convincimento che i primi abbiano maggiore disponibilità economica dei secondo, mentre altri, come il New York Times, tentano di sedurre i propri lettori offrendo una certa quantità di contenuti gratuitamente</em><br />
<span id="more-11470"></span></p>
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<p>di Antonio Rossano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal 13 gennaio il Guardian ha attivato l’ accesso a pagamento delle sue versioni Ipad dotate di sistema operativo IOS 5 che prevede un contributo mensile di 9,99 sterline (12 euro).<br />
Lanciata come gratuita a <a href="http://paidcontent.co.uk/article/419-guardians-ipad-newspaper-edition-will-cost-9.99-per-month/ ">metà ottobre 2011</a>, grazie alla sponsorizzazione di Channel 4, l’ applicazione è stata scaricata fino ad oggi 500.000 volte, ma con un numero effettivo di utenti di poco sopra la metà (280.000) e rimarrà gratuita per gli abbonati alla versione cartacea (che pagano 27,38 sterline (33 euro/mese).<br />
Se il Guardian riuscirà a convertire al pagamento anche solo un 17% di questi 280.000 utenti, pari a 47.600 utenti paganti, potrà realizzare un introito mensile di quasi 475.000 sterline (circa €570.000).<br />
Gli utenti che avevano scaricato in passato l’applicazione su IOS5, riceveranno da subito la richiesta di pagamento, mentre per i nuovi utenti che scaricano l’ app, la “strategia” è di fornire un periodo di prova di sette giorni al termine dei quali  viene richiesta la sottoscrizione.<br />
Il Paywall per IOS5 è sostanzialmente diverso da quello che il Guardian ha introdotto sugli Iphone, che consente agli utenti di leggere liberamente tre articoli al giorno, prima che scatti la richiesta di abbonamento mensile (£ 2,99 per sei mesi, £ 4,99 per dodici e libero negli USA).<br />
Sembrano lontani i tempi in cui il Guardian descriveva il progetto di Murdoch di creare dei paywall per le principali testate del gruppo, come un progetto che poteva “violare la legge anti-trust”: i paywall a firma News Corp su Times e Sunday Times sono stati realizzati e dopo un avvio che aveva le caratteristiche del fallimento, con il passo della tartaruga ed i risultati della cicala, il progetto inizia a produrre dei risultati “incoraggianti”. Nessuna violazione della legge anti-trust quindi, bensì qualche problema di validità e di credibilità del progetto, come sostiene <a href="http://www.lsdi.it/2012/giornali-clay-shirky-la-crisi-e-una-questione-culturale-prima-che-economica/">Clay Shirky.</a><br />
Ovviamente non bisogna dimenticare che Guardian continua a sostenere la sua posizione di sostenitore di contenuti liberi (“stalwart of free content” come lo definisce paidContent )  per gli utenti internet da postazione fissa, ma la gloria della posizione ed il conseguente benefico effetto marketing-mediatico si riducono molto se ricordiamo che, come annunciato da Morgan Stanley nei suoi Internet Trends ad inizio del 2010, gli utenti internet su mobile supereranno entro il 2013 quelli su desktop.<br />
Nel frattempo però, anche le pubblicazioni digitali da postazione fissa, stanno selezionando e sperimentando modalità di accesso a pagamento.<br />
Lo scorso marzo il New York Times ha esordito con un modello di paywall “a soglia”, sul modello di giornali economici come il Financial Times, che prevede la lettura libera di 20 articoli mensili superati i quali, scatta la richiesta di pagamento. Questo tentativo sembra stia dando dei buoni risultati.<br />
A Settembre del 2010 anche il defunto News Of The World aveva lanciato un suo paywall per web e Ipad  (1,99 sterline/mese) “ma la sua prematura scomparsa ci ha lasciati orfani di dati sulla sua efficacia”,  ricorda Nick Bell, direttore dei prodotti digitali di News International. E questo perché il gruppo di Murdoch sta pensando di lanciare un paywall sul domenicale superstite, “The Sun”, ma con molte perplessità perché, dopo la ingloriosa fine del NOTW, il segmento dei periodici in Inghilterra ha subito <a href="http://www.guardian.co.uk/media/2012/jan/13/news-of-the-world-abcs?fb=native">un forte ridimensionamento</a>.</p>
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		<title>Un paywall unico per 9 editori e 12 testate in Slovacchia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 21:26:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Slovacchia.jpg"></a></p>
<p>Giornali cartacei e siti online hanno raggiunto a Bratislava un inconsueto accordo editoriale che presto si allargherà alla Slovenia, mentre sarebbero in corso contatti per metterlo in pratica in altre 11 nazioni europee.</p>
<p>L’ accordo  – spiega Vittorio Sabadin su <a href="http://www.firstonline.info/a/2012/01/14/in-slovacchia-e-slovenia-un-interessante-caso-di-p/158b01c2-2589-4065-9684-a58b3bfff739">Firstonline.info</a> – prevede la costituzione di un paywall unico e la ripartizione dei ricavi secondo questi parametri: il 40% va al sito sul quale l&#8217;abbonamento è stato sottoscritto, il 30% va al sito sul quale il lettore legge le informazioni, il 30 per cento va alla struttura di Piano Media, la società slovacca che ha la gestione della struttura.</p>
<p>L&#8217; accordo è stato sottoscritto da nove editori e da 12 testate, otto quotidiani, un settimanale, due mensili e un website di gossip.<strong> </strong>Nel primo mese sono stati incassati 40 mila euro, ‘’non pochi – secondo Firstonline &#8211; in un paese di 5 milioni di abitanti.</p>
<p>&#160;</p>
<p>L’ idea è di Tomàs Bella, ex direttore di SME Online, l&#8217; edizione digitale del principale giornale slovacco, che è riuscito a convincere giornali in concorrenza fra di loro a collaborare per rendere più fruibili le proprie edizioni online<strong>.</strong> Il lettore non solo ha una maggiore facilità di accesso grazie ad un semplice sistema di pagamento (0,99 euro al giorno, 2,90 al mese, 29 all&#8217;anno) ma – osserva ancora Firstonline &#8211; è anche liberato dalla sgradevole]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Slovacchia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-11368" title="Slovacchia" src="http://www.lsdi.it/assets/Slovacchia.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a></p>
<p>Giornali cartacei e siti online hanno raggiunto a Bratislava un inconsueto accordo editoriale che presto si allargherà alla Slovenia, mentre sarebbero in corso contatti per metterlo in pratica in altre 11 nazioni europee.</p>
<p>L’ accordo  – spiega Vittorio Sabadin su <a href="http://www.firstonline.info/a/2012/01/14/in-slovacchia-e-slovenia-un-interessante-caso-di-p/158b01c2-2589-4065-9684-a58b3bfff739">Firstonline.info</a> – prevede la costituzione di un paywall unico e la ripartizione dei ricavi secondo questi parametri: il 40% va al sito sul quale l&#8217;abbonamento è stato sottoscritto, il 30% va al sito sul quale il lettore legge le informazioni, il 30 per cento va alla struttura di Piano Media, la società slovacca che ha la gestione della struttura.</p>
<p><span id="more-11365"></span>L&#8217; accordo è stato sottoscritto da nove editori e da 12 testate, otto quotidiani, un settimanale, due mensili e un website di gossip.<strong> </strong>Nel primo mese sono stati incassati 40 mila euro, ‘’non pochi – secondo Firstonline &#8211; in un paese di 5 milioni di abitanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’ idea è di Tomàs Bella, ex direttore di SME Online, l&#8217; edizione digitale del principale giornale slovacco, che è riuscito a convincere giornali in concorrenza fra di loro a collaborare per rendere più fruibili le proprie edizioni online<strong>.</strong> Il lettore non solo ha una maggiore facilità di accesso grazie ad un semplice sistema di pagamento (0,99 euro al giorno, 2,90 al mese, 29 all&#8217;anno) ma – osserva ancora Firstonline &#8211; è anche liberato dalla sgradevole sensazione di pagare una società editrice per contenuti che può facilmente trovare gratis nelle pubblicazioni di un&#8217; altra.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dalla prossima settimana,<strong> </strong>il progetto si estenderà a tutti i giornali della Slovenia<strong>,</strong> un paese con caratteristiche diverse e con una larga diffusione di giornali regionali. Ma poco importa: &#8220;Quello che unisce le due nazioni &#8211; ha commentato Bella &#8211; è il fatto che tutti i giornali sono in crisi e hanno un disperato bisogno di trovare nuovi canali di introito&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In Slovenia i lettori pagheranno di più che in Slovacchia (1,99 a settimana, 4,89 al mese, 48,90 all&#8217;anno) e i giornali dovranno trovare il modo di convivere in un mercato fortemente competitivo.</p>
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		<title>Giornali: Clay Shirky, la crisi è una questione culturale prima che economica</title>
		<link>http://www.lsdi.it/2012/giornali-clay-shirky-la-crisi-e-una-questione-culturale-prima-che-economica/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 20:43:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria]]></category>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Shirky.gif"></a>In una analisi di qualche giorno fa, di cui pubblichiamo la traduzione integrale, Clay Shirky entra a fondo nel discorso dei modelli di business per la stampa digitale, partendo dal fallimento del paywall integrale adottato dai londinesi <strong>Times</strong> e <strong>Sunday Times</strong>.</p>
<p>Sottraendo i contenuti al pubblico si sottraggono anche gli spazi per gli annunci pubblicitari e quindi vengono a mancare le due possibili fonti principali di entrata per un giornale: lettori e pubblicità. Tanto che, già dopo tre settimane dal lancio dei “muri” le due testate avevano perso quasi il 90% dei propri lettori.</p>
<p>Al contrario del paywall integrale, sembra funzionare il sistema a “soglia di accesso” dove il lettore può fruire di un certo numero di contenuti gratuitamente (attualmente sono mediamente 20 articoli mensili) come dimostra la positiva esperienza del <strong>New York Times</strong> e di altri giornali statunitensi.</p>
<p>La convinzione di Shirky è <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">da sempre</a> che una delle cause fondamentali della ormai endemica crisi dei giornali, sia l’incapacità degli editori in primo luogo, ma anche dei giornalisti, di staccarsi dal vecchio modello economico della carta stampata. I giornali online devono sviluppare un proprio modello di sostenibilità che prescinda dal passato.</p>
<p>Ma il problema è culturale prima che economico.</p>
<p>Non è più sostenibile la logica dei quotidiani che vedono il lettore come un cliente e le notizie come un prodotto,  concependo il giornale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/assets/Shirky.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-11318" title="Shirky" src="http://www.lsdi.it/assets/Shirky-300x223.gif" alt="" width="300" height="223" /></a>I<em>n una analisi di qualche giorno fa, di cui pubblichiamo la traduzione integrale, Clay Shirky entra a fondo nel discorso dei modelli di business per la stampa digitale, partendo dal fallimento del paywall integrale adottato dai londinesi <strong>Times</strong> e <strong>Sunday Times</strong>.</em></p>
<p><em><span id="more-11315"></span>Sottraendo i contenuti al pubblico si sottraggono anche gli spazi per gli annunci pubblicitari e quindi vengono a mancare le due possibili fonti principali di entrata per un giornale: lettori e pubblicità. Tanto che, già dopo tre settimane dal lancio dei “muri” le due testate avevano perso quasi il 90% dei propri lettori.</em></p>
<p><em>Al contrario del paywall integrale, sembra funzionare il sistema a “soglia di accesso” dove il lettore può fruire di un certo numero di contenuti gratuitamente (attualmente sono mediamente 20 articoli mensili) come dimostra la positiva esperienza del <strong>New York Times</strong> e di altri giornali statunitensi.</em></p>
<p><em>La convinzione di Shirky è </em><a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/"><em>da sempre</em></a><em> che una delle cause fondamentali della ormai endemica crisi dei giornali, sia l’incapacità degli editori in primo luogo, ma anche dei giornalisti, di staccarsi dal vecchio modello economico della carta stampata. I giornali online devono sviluppare un proprio modello di sostenibilità che prescinda dal passato.</em></p>
<p><em>Ma il problema è culturale prima che economico.</em></p>
<p><em>Non è più sostenibile la logica dei quotidiani che vedono il lettore come un cliente e le notizie come un prodotto,  concependo il giornale come un “pacchetto” generalista che possa soddisfare qualsiasi tipo di esigenza. I giornali debbono puntare alla creazione dei contenuti originali e di qualità , ed a quei lettori che sono disposti a sostenerli.</em></p>
<p><em>Bisogna dare più importanza a motivazioni non-finanziare e non commerciali, come </em><em>la lealtà, la</em><em> </em><em>gratitudine</em><em>, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">* * * * *</p>
<p><em> </em></p>
<p><a href="http://www.shirky.com/weblog/2012/01/newspapers-paywalls-and-core-users/">NEWSPAPERS, PAYWALLS, AND CORE USERS</a></p>
<p>di<strong> Clay Shirky</strong></p>
<p>(a cura di <em>Antonio Rossano</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo potrebbe essere l’anno in cui i giornali finalmente abbandoneranno l’idea di trattare tutte le news come prodotti e tutti i lettori come clienti.</p>
<p>Un primo segno di questo cambiamento è stato il lancio, nel 2010, dei paywall integrali per i londinesi <em>Times</em> e <em>Sunday Times, </em>che però non hanno sviluppato nuove strategie; nel mondo dell’informazione sono stati comunque considerati come una verifica effettiva sull’ipotesi che  giornali generalisti (<a href="http://www.guardian.co.uk/media/2010/jul/20/times-paywall-readership">Non</a>) potessero indurre una massa critica di lettori a pagare.</p>
<p>Successivamente, in marzo, il New York Times ha introdotto un sistema di pagamento per i lettori che superavano una certa soglia di articoli letti (uno schema prelevato dalla stampa finanziaria ed in particolar modo dal Financial Times) che sta generando entrate cospicue. Finalmente e più recentemente lo scorso mese, due importanti annunci: il Chicago Sun-Times ha adottato <a href="http://www.suntimes.com/9284143-417/sun-times-media-online-sites-to-begin-metered-pay-plan.html">un sistema di pagamento a soglia</a> e il Minneapolis Star-Tribune ha affermato che <a href="http://www.myfoxtwincities.com/dpp/money/star-tribune-unveils-20-article-paywall-nov-1-2011">il proprio esistente paywall</a> (sempre a “soglia” N.d.T.)  funzionava in maniera soddisfacente.  Considerati tutti insieme questi eventi smentiscono la convinzione che le informazioni online possano essere trattate come un semplice prodotto da vendere, come lo sono stati i giornali cartacei.</p>
<p>Gli addetti ai lavori hanno spesso insistito, a volte con rabbia, che noi lettori dovessimo pagare per i contenuti ( una affermazione che era apparsa, <a href="http://www.shirky.com/writings/information_price.html">proprio in quella forma</a> già nel 1996). In quello stesso periodo, i contenuti disponibili gratuitamente sono cresciuti di dieci volte, non così il numero di quelli che invece li compravano. Infatti,  come Paul Graham ha sottolineato “I consumatori non pagavano mai per i contenuti e anche gli editori non stavano realmente vendendoli… Quasi tutte le pubblicazioni erano organizzate come se quello che doveva essere venduto fosse il contenitore ed il contenuto fosse irrilevante”.</p>
<p>La radio commerciale è sostenuta solo dalla pubblicità perché nessuno può immaginare un modo per impedire l’accesso alle onde radio; la TV via cavo raccoglie abbonamenti perché qualcuno ha inventato il modo per controllarne l’accesso. La logica della rete è che ognuno paga per l’infrastruttura, quindi ognuno la possa utilizzare. Questo è ovviamente incompatibile con l’economia della stampa, ma stranamente, il principio industriale che “ogni lettore è un cliente” non è stato mai abbandonato dagli editori nel passaggio dalla carta stampata al web.</p>
<p>Un giornale stampato è un “pacchetto”. Un lettore che vuole leggere solo sport o l’andamento della borsa compra lo stesso giornale di quello che vuole leggere la politica locale e nazionale, o ricette e oroscopi.  Online il “pacchetto” viene però “spacchettato” ogni giorno dai lettori che seguono singole notizie senza alcun riguardo per le prime pagine o le sezioni o i percorsi di navigazione impostati dalle redazioni.</p>
<p>Questo spacchettamento porta ad una nuova matematica dei lettori online: se si contano le pagine visitate dai lettori in un mese si vedrà che la gran parte di essi, tra un terzo e la metà, legge una sola pagina. Un gruppo più piccolo ne legge due al mese, uno ancora più piccolo tre e così via fino al lettore più attivo, anch’egli in un piccolo gruppo, che legge decine di pagine al giorno, centinaia al mese.</p>
<p>Contro questo comportamento ingestibile dei lettori, un paywall ha rappresentato l’alternativa del “tutto o niente”, con il risultato che “Se non vuoi darci soldi, non ti faremo vedere neanche la pubblicità!” (<em>meccanismo implicito di alcuni pay wall integrali come ad esempio quello del Times: ovviamente non potendo accedere ad alcun contenuto il lettore non viene neanche sottoposto a messaggi pubblicitari, privando di fatto l’editore di qualsiasi forma di entrata</em> N.d.T.); il giorno del lancio del suo paywall, il Times di Londra ha ridotto  il suo pubblico online, che era molto più grande di quello della versione cartacea, ad una piccola parte di quest’ultimo.</p>
<p>Questo non è un problema specifico dei paywall dei giornali generalisti, questo è “il” problema dei paywall! Questione che era stata largamente compresa alla fine del secolo scorso e per la quale i paywall non hanno mai rappresentato una alternativa convincente. <span style="text-decoration: underline;">Il risultato più semplice del trattare le notizie digitali come un “prodotto” è ottenere soldi dal 2% dei tuoi lettori. Il risultato peggiore è perderne il 98%, che rappresentano la tua base per la pubblicità</span>.</p>
<p>***</p>
<p>Per comprendere questi 15 anni di attaccamento dei giornali ai paywall, bisogna comprendere che “<em>Tutti debbono pagare!</em>” non è solo un principio economico, ma un paradigma culturale. Sebbene i giornalisti abbiano sempre saputo che il numero dei lettori sarebbe crollato se avessero trascurato i contenuti esterni come le curiosità o l’intrattenimento essi, al contrario,  non sono mai stati interessati a capire perché poche persone leggessero notizie sul consiglio comunale o sulla rottura della tubazione dell’acqua. Una parte del fascino dei paywall, anche a fronte della loro inefficacia economica, è consistito nel mantenere l’idea che un “cercatore di coupon” e un “drogato di notizie” fossero solo clienti, persone le cui motivazioni potessero essere soddisfatte in generale, senza doverle comprendere in particolare.</p>
<p>La soglia di accesso tipica di alcuni paywall è stata spesso discussa come se essa fosse semplicemente un modo per indurre i lettori a pagare, cosa alla quale si dovrebbe rispondere “non per la maggior parte di essi”. Definire la soglia di accesso come un paywall “crepato” o “poroso” sottovaluta l’enormità del cambiamento; la metafora di una crepa suggerisce un contenitore per la gran parte intatto che lascia fuori una minoranza dei propri contenuti e un giornale che condivide anche due pagine al mese non libera affatto la maggioranza degli utenti dal pagamento. Ma nel momento in cui la soglia giunge a 20 pagine (un numero che sta rapidamente diventando usuale) un giornale rinuncia praticamente a vendere ad una percentuale del suo pubblico tra l’85% ed il 95% (<em>come detto sopra la gran parte degli utenti legge poche pagine al mese</em> N.d.T.), e questo convincerà solo una parte della residua minoranza a pagare.</p>
<p>I giornali hanno due principali fonti di reddito, i lettori e la pubblicità, ed essi possono operare su queste in scala massiva o su nicchie. Un giornale metropolitano è un tipico prodotto di massa per i clienti (i molti lettori che comprano il giornale) e per i pubblicitari (poiché molti lettori leggono i loro annunci). Le Newsletter e i giornali a bassa diffusione, al contrario, servono un pubblico di nicchia e per questo anche pubblicitari di nicchia, come <a href="http://firechief.com/"><em>Fire Chief</em></a>, <em><a href="http://www.motherearthnews.com/">Mother Earth News</a> . (</em><em>Alcune newsletter sono prive di pubblicità, come </em><a href="http://www.cooksillustrated.com/"><em>Cooks’ Illustrated</em></a>, dove una parte di ciò che l&#8217;utente paga è la libertà dalle pubblicità, o meglio la libertà da un editore “grato” agli inserzionisti)</p>
<p>I paywall integrali hanno rappresentato un tentativo di mantenere il vecchio modello del “mass+mass” (<em>lettori+pubblicitari</em> N.d.T.) dopo il passaggio ad una distribuzione digitale.  Con così pochi lettori disposti a pagare e pertanto così pochi lettori a poter fruire della pubblicità, i paywall integrali portano invece i giornali in una dinamica di “niche+niche” (<em>nicchia+nicchia</em>). Quello che, al contrario le “soglie di accesso” creano, in modalità ibrida,  è un mercato di massa per i pubblicitari ed un mercato di nicchia per i lettori.<br />
Come ha evidenziato David Cohn questo è l’equivalente commerciale del modello della Radio Nazionale Pubblica, dove gli sponsor raggiungono tutti gli ascoltatori, ma il supporto diretto viene solo dai donatori. (per timore che la NPR possa sembrare una piccola realtà , vale la pena ricordare che il Times ‘ha convinto qualcosa come uno su cento dei suoi lettori a pagare, mentre i sostenitori della Radio Nazionale Pubblica sono quasi uno ogni dodici ascoltatori. I giornali con “soglia di accesso” aspirano a raggiungere i livelli di persuasione di NPR). I paywall incoraggiano un giornale a focalizzarsi sul valore dei contenuti, le “soglie di accesso” li incoraggiano a focalizzarsi sul valore dei propri utenti.</p>
<p>***</p>
<p>Le “soglie di accesso” sottopongono la logica del “pacchetto” del giornale cartaceo – un po’ di tutto per tutti,  riempito di annunci – a due nuove criticità: Cosa  vuole la maggior parte dei lettori abituali? E cosa può trasformare i lettori frequenti in lettori abituali? Queste alcune cose che non vogliono: più pubblicità. Più gossip. Più notizie d’agenzia. Questa è una nuova scommessa per i giornali mainstream, che hanno sempre contato i visitatori piuttosto che coinvolgerli, come principale metrica del loro business.</p>
<p>Le celebrità che si comportano male sono sempre al top delle pagine viste, ma quei lettori saranno tutto fuorchè abituali. Nel frattempo le persone che hanno raggiunto la “soglia di accesso” e che quindi pagano  sono, quasi per definizione, persone che considerano il giornale non solo come fonte occasionale di articoli interessanti, ma come istituzione essenziale, la cui sopravvivenza è di vitale importanza e a cui non interessa quali sono le offerte del giorno.</p>
<p>Nel discutere sul perchè i  lettori più fedeli pagherebbero per l’accesso al New York Times, Felix Salmon ha descritto <a href="http://blogs.reuters.com/felix-salmon/2011/08/12/how-the-nyt-paywall-is-working/">alcune delle motivazioni</a> riportate dai lettori:  “mi piace il prodotto, comprendo le risorse coinvolte e vorrei che la sua produzione continuasse” e “Sento che mantenere un NYT di qualità sia immensamente importante per l’intero paese”. Ora, e presumibilmente d’ora in poi, i lettori che contano di più per i giornali hanno innumerevoli possibilità di raggiungere un alto punteggio nella lista dei “Pochi ma buoni“…</p>
<p>Le persone che ragionano in questo modo sono sempre state una minoranza, oscurata dai “pacchetti” della carta stampata, ma resi dolorosamente visibili dai paywalls.  Quando un giornale abbandona il modello del paywall integrale, rinuncia a vendere la notizia come una semplice transazione.</p>
<p>Bisogna dare spazio a motivazioni non-finanziare e non-commerciali, come la lealtà, la gratitudine, la dedizione alla missione, un senso di identificazione con il giornale, il bisogno di preservarlo come istituzione piuttosto che come business.</p>
<p>***</p>
<p>Le “soglie di accesso” sono maggiormente sperimentate nei giornali delle grandi città – New York, Chicago, Minneapolis. La maggior parte dei giornali però non sono come il Minneapolis Star-Tribune, piuttosto sono come lo Springfield Reporter, con un numero di copie distribuite sul cartaceo pari o inferiore a 20mila ed i cui contenuti sono in gran parte acquistati da Associated Press e United Media. Questi giornali non andranno mai bene per la lista dei “Pochi ma buoni”, perché producono pochi contenuti originali e non potranno percorrere la via finanziaria delle “soglie di accesso”  perché la quantità dei lettori maggiormente coinvolti (e quindi disponibile  a pagare) è insufficiente.</p>
<p>D’altra parte la cronaca locale è la sola forma di contenuto che il giornale locale produce, così è anche possibile immaginare un circolo virtuoso almeno per alcuni piccoli giornali, dove un nucleo di cittadini dalla mentalità civica interviene per finanziare il giornale in sostegno di una maggiore copertura locale, sia relativa alla politica che alla comunità.</p>
<p>è troppo presto per sapere che tipo di comportamenti i nuovi “core users” richiederanno ai loro giornali. Potrebbero iniziare col chiedere minori o meno intrusivi annunci pubblicitari rispetto ai lettori non paganti. Potrebbero richiedere ai giornali di rendere le proprie sezioni di commento più conversazionali (come il <a href="http://www.nytimes.com/2011/12/01/business/media/the-times-to-change-policy-for-comments-on-web-site.html?_r=1">NYT ha appena fatto</a>). Tuttavia il più importante cambiamento è che i lettori paganti sono piuttosto convinti di essere più coinvolti politicamente dei lettori medi.</p>
<p>Non vi è mai stato un mercato di massa per il buon giornalismo in questo paese. Quello che è stato creato è un mercato di massa per la pubblicità, insieme con un mercato di massa per l’intrattenimento, l’opinione e l’informazione; questi erano legati ad un impegno istituzionale di fornire una modica quantità di vero giornalismo. In quel mercato di massa, le opinioni dei lettori coinvolti politicamente non avevano molta influenza, essendo in inferiorità numerica rispetto a quelli che leggevano solo gli oroscopi.  Questo tipo di lettore andava bene per gli inserzionisti pubblicitari che hanno sempre preferito un profilo centrista e distante dalla politica per non allontanare i potenziali clienti. Quando i lettori politicamente impegnati sono anche gli unici lettori paganti la loro opinione dovrà contare maggiormente e in un modo che potrà contraddire il desiderio degli inserzionisti pubblicitari di avere una copertura leggera.</p>
<p>Ci vorrà del tempo prima che il peso di quei lettori potrà influenzare i giornali ma, lentamente, la forma dei giornali seguirà le richieste di chi li finanzia. Almeno per il momento, il più promettente esperimento in supporto degli utenti consiste nel rinunciare alla massa in favore della passione; questo potrà essere l’anno in cui vedremo in che modo i giornali premieranno le persone più impegnate per la loro sopravvivenza a lungo termine.</p>
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		<title>Nasce NewsRight, una piattaforma contro il ‘’furto’’ dei  contenuti originali</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2012 06:46:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Newsright.gif"></a> Il progetto, annunciato mercoledì, è stato messo a punto da 29 editori Usa a cui si sono aggiunte altre 30 aziende editoriali, a cui fanno capo oltre 800 siti web – L’ obbiettivo è correggere le storture del mercato, secondo cui ‘’gran parte della crescita digitale va a beneficio di aziende che non assumono giornalisti’’, mentre ‘’le redazioni continuano a soffrire nonostante la crescita tumultuosa della domanda’’ </p>
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<p>Ventinove testate giornalistiche americane hanno costituito <strong>NewsRight</strong>, una piattaforma che dovrebbe consentire agli editori di seguire accuratamente i propri contenuti sul web, contribuendo a correggere le storture del mercato attuale per cui le redazioni stanno soffrendo nonostante la crescita tumultuosa della domanda di contenuti sul web, sostiene David Westin, ex capo di ABC News e presidente di NewsRight.</p>
<p>“Gran parte di questa crescita digitale va a beneficio di aziende che non assumono giornalisti oppure che ne hanno un numero ridotto e che si basano sull’ utilizzo di contenuti originali realizzati dai produttori di informazione tradizionali&#8221;, aggunge Westin.</p>
<p>Si tratta &#8211; sottolinea <a href="http://www.niemanlab.org/2012/01/remember-the-beacon-newly-formed-newsright-is-the-evolution-of-aps-news-registry/">NiemanLab</a> &#8211; di una maniera elegante di comporre la tensione irrisolta fra testate tradizionali da una parte e aggregatori e blogger dall’ altra, &#8221;alcuni dei quali perfettamente legittimati, ma altri assolutamente scandalosi’’.</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Newsright.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-10770" title="Newsright" src="http://www.lsdi.it/wp-content/uploads/Newsright.gif" alt="" width="279" height="88" /></a> <em>Il progetto, annunciato mercoledì, è stato messo a punto da 29 editori Usa a cui si sono aggiunte altre 30 aziende editoriali, a cui fanno capo oltre 800 siti web – L’ obbiettivo è correggere le storture del mercato, secondo cui ‘’gran parte della crescita digitale va a beneficio di aziende che non assumono giornalisti’’, mentre ‘’le redazioni continuano a soffrire nonostante la crescita tumultuosa della domanda’’ </em></p>
<p><span id="more-10769"></span></p>
<p>Ventinove testate giornalistiche americane hanno costituito <strong>NewsRight</strong>, una piattaforma che dovrebbe consentire agli editori di seguire accuratamente i propri contenuti sul web, contribuendo a correggere le storture del mercato attuale per cui le redazioni stanno soffrendo nonostante la crescita tumultuosa della domanda di contenuti sul web, sostiene David Westin, ex capo di ABC News e presidente di NewsRight.</p>
<p>“Gran parte di questa crescita digitale va a beneficio di aziende che non assumono giornalisti oppure che ne hanno un numero ridotto e che si basano sull’ utilizzo di contenuti originali realizzati dai produttori di informazione tradizionali&#8221;, aggunge Westin.</p>
<p>Si tratta &#8211; sottolinea <a href="http://www.niemanlab.org/2012/01/remember-the-beacon-newly-formed-newsright-is-the-evolution-of-aps-news-registry/">NiemanLab</a> &#8211; di una maniera elegante di comporre la tensione irrisolta fra testate tradizionali da una parte e aggregatori e blogger dall’ altra, &#8221;alcuni dei quali perfettamente legittimati, ma altri assolutamente scandalosi’’.</p>
<p><!--more-->I dettagli di questa nuova inziativa non sono ancora noti, ma <a href="http://www.newsright.com/">NewsRight</a>  proporrà alle testate associate una piattaforma attraverso cui ‘’vendere’’ e distribuire i propri contenuti  a terzi. Il software include un sistema che consente di registrare chi si avvicina a quei contenuti e di valutare se essi vengono invece ‘’rubati’’. E se sarà necessario, l’ azienda fornirà anche delle indicazioni di carattere legale.</p>
<p>Il sistema si basa in parte su un software messo a punto nel 2009 dall’ Associated Press e chiamato ‘’beacon’’ (faro), un codice che, inserito all’ interno dei propri contenuti, consentiva all’ agenzia di tracciarne il percorso. L’ AP fu sottoposta allora a un fuoco di fila di critiche da parte del mondo digitale (<a href="http://www.buzzmachine.com/2009/07/24/how-and-why-to-replace-the-ap/">Buzzmachine</a>: ‘’ L’ Associated Press sta diventando il nemico di internet perché combatte i link e i link sono la base di internet’’). Ma ora quel faro ora è stato ‘’acceso’’ nella nuova piattaforma.</p>
<p>Westin, che per anni si è occupato di queste cose a Washington come legale, ha spiegato comunque che NewsRight non è Righthaven, l’ <a href="http://www.niemanlab.org/2011/04/is-righthaven-the-copyright-enforcer-news-needs-or-the-one-it-deserves-how-its-suits-could-affect-journalism/">aggressivo ‘poliziotto’ del copyright</a> che è stato costretto a chiudere. “Non siamo nati per fare cause – assicura Westin -, anche se non escludiamo che ciò possa accadere in qualche occasione. Qualcuno può decidere di fare un’ azione legale e noi lo sosterremo con le informazioni e i dati che raccogliamo. Ma si tratta di processi molto costosi, lenti, che fanno perdere un sacco di tempo’’.</p>
<p>Fra i soci di NewsRight figurano alcuni dei maggiori gruppi editoriali americani, fra cui Hearst Newspapers, McClatchy, MediaNews, The New York Times, Scripps e il Washington Post.L’ AP resta nel consiglio d’ amministrazione anche se in una posizione di minoranza.</p>
<p>Ai 29 soci si sono aggiunte altre 30 aziende editoriali, che rappresentano più di 800 siti web di quotidiani Usa.</p>
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